30 settembre 2010

Bestemmiatori, bari e violenti? Quei dannati giocatori di carte

Siamo lieti di ospitare un contributo sulle carte da gioco nella Roma dei Papi, della dott.ssa Marina Morena, dell'Archivio di Stato:
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Il “tempo libero”? L’idea stessa di tempo libero nelle epoche passate non esisteva. E’ un concetto moderno, collegato all’attuale organizzazione del lavoro. E c’è chi sostiene che, in fondo, non sia altro che un mezzo per allentare le tensioni psicologiche e sociali, e migliorare il rendimento del lavoro stesso.
A Roma, in passato, oltre agli svaghi organizzati dalla comunità (feste patronali, Carnevale, tombole, giostre, corse di cavalli…) un passatempo molto popolare era quello delle carte da gioco, diffuse in Europa dalla fine del Trecento, e che nel Quattrocento conobbero una espansione notevole grazie alla nascita dell'arte della stampa.
Ma alcuni aspetti trasgressivi legati a certi giochi di carte attirarono sùbito l’attenzione dei governanti. L'abitudine di puntare denaro, il fatto che la vincita dipendesse dalla fortuna, e i comportamenti correlati al gioco d’azzardo, provocavano un accanimento tale da indurre chi li praticava a una vita oziosa, incline alla bestemmia, ai furti e alle risse. Il linguaggio scurrile e le parole forti erano comuni tra i giocatori, come testimonia il Belli. E anche una semplice parolaccia, riferita al parroco, che allora vigilava sui costumi, portava addirittura ad una pena pecuniaria (La penale, 3 dicembre 1832):

...giucanno co ccerti vitturini,
come me vedde vince un lammertini,
disse pe ffoja: "Eh bbuggiarà Ssantaccia!"

Ovvero, giocando [a carte] con alcuni vetturini, quando mi vidi vincere [dal mio avversario] un Lambertini [moneta d'argento di 2 paoli], sbottai per l'ira: "E vada a farsi fottere Santaccia!" [figura proverbiale di prostituta a Roma].

In particolare la bestemmia, abitualmente in bocca al giocatore, era considerata un reato molto grave per la morale cattolica. Lo testimoniano i bandi generali, emanati periodicamente per ricordare al popolo tutto ciò che era proibito. La bestemmia era il reato che veniva nominato per primo. E che fosse collegata alle carte da gioco ce lo ricordano non solo un sonetto del Belli (v. sotto: Er padraccio) ma anche i cartelli affissi fino a pochi decenni fa nelle osterie di paese o di periferia dove si giocava a carte: “I giocatori sono pregati di non bestemmiare!”

Le pene? Chi offendeva Dio, Gesù Cristo, Maria Vergine e i Santi era punito la prima volta con tre tratti di corda in pubblico, la seconda con la pubblica frusta, la terza con la galera per cinque anni. Non si ammetteva come attenuante lo stato di ubriachezza, o l’eccesso di collera.
Barattieri, giocatori, osti e bari costituivano un microcosmo che ruotava intorno al gioco, diffusissimo sia fra i nobili che fra i popolani.
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La rapida diffusione delle carte da gioco, aveva persuaso alla fine del secolo XVI “er papa tosto” Sisto V a tassare questo settore. Detto, fatto. Si delegò ad un appaltatore privato il diritto esclusivo a fabbricare, bollare e vendere le carte da gioco. In cambio egli avrebbe pagato una somma consistente, che Sisto V volle assegnare come rendita all’Ospedale dei poveri mendicanti (il suo San Sisto). Anche più tardi la politica dei papi fu ambigua, sempre in bilico fra tolleranza, per non rinunciare alle entrate connesse, e severità, per cui si vietarono spesso i giochi per i noti fenomeni di disordine sociale.
Le carte da gioco, per essere vendute e poter circolare a Roma e nello Stato pontificio da quel momento in poi avrebbe dovuto avere il bollo. L’idea fu talmente vincente da arrivare, con varie correzioni, fino ai nostri tempi.
Esistevano due tipi di bolli per le carte da gioco: quelle per i mazzi che si usavano in casa e quello per i mazzi che si usavano nei luoghi pubblici.
Tale organizzazione provocò spesso delle infrazioni: il costante uso di carte di contrabbando migliori e più economiche, l’impiego di mazzi non bollati ecc (v. in basso l’intestazione di uno dei tanti Editti contro le carte false).
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Per i ceti nobili e benestanti alcuni giochi di carte erano un passatempo alla moda per impiegare il tempo giocando nelle lussuose dimore, durante feste e balli, scampagnate, oppure nei caffè, nei biliardi. Si ha notizia di consistenti patrimoni nobiliari andati persi sul tavolo del gioco d’azzardo.
Il popolino romano, nonostante i pochi mezzi a disposizione, era caratterizzato da un desiderio costante di svago, in contrasto con le difficili condizioni di vita. E così ogni spazio era buono per tirare fuori un mazzo di carte: nella piazza del mercato, vicino alle chiese e alle fontane, nei “giochi lisci” (campi di bocce) e nelle osterie.
Per motivi di ordine pubblico, nel corso dei secoli, a Roma furono ripetutamente proibiti i giochi di carte nelle strade e piazze, e nelle osterie, dove si beveva la classica fojetta* di vino e giravano le prostitute. Possiamo immaginare l’ira, e le lamentele degli appaltatori di turno, che vedevano così decurtati i loro utili. Erano diffusissimi a Roma nell’Ottocento gli spacci di carte da gioco.
Infine una curiosità: all’epoca del Belli, dopo varie vicissitudini, il settore che si occupava di bollare le carte da gioco era stato affidato proprio all’Amministrazione del Bollo e Registro (ufficio in cui proprio il Belli aveva lavorato dal 1813 al 1828).
Quanto di tutto questo si trova nei Sonetti belliani? Senza distinzione alcuna fra plebe, nobili e preti, la Roma del Belli frequenta l’osteria, gioca a carte e bestemmia (non solo giocando a carte). Anzi, i sonetti costituiscono un’importante fonte di conoscenza per i giochi in uso nell’Ottocento. Belli infatti in più occasioni cita i giochi di carte dell’epoca: faraone, zecchinetto, briscola, tressette, primiera, naso-e-primiera, mercante in fiera.
Un sonetto del Belli, intitolato La partita a ccarte, è dedicato ad un giocatore incallito che a detta d’un amico si atteggia ad esperto, ma invece è una schiappa, dice che la partita lui l’ha “regalata”, ma in realtà di ogni perdita fa un dramma, bestemmiando a più non posso:
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LA PARTITA A CCARTE
Arigalata, eccí! cche bber rampino!
Vedi un po’ de vennécce er zol d’agosto!
Tu mmó a sto ggioco sce fai tanto er tosto,
e nu la vôi capí cche ssei schiappino.
Inzomma è ppatto-fatto c’a ’gni costo
hai da vince ogni sera er tu’ lustrino.
Ma nun zai stacce un cazzo ar tavolino.
Và ar muricciolo, và, quello è ’r tu’ posto.
Guarda io, che cco ttutta la mi’ jjella
pago com’un zignore la mi’ pujja
senza d’ariscallamme le bbudella.
E nun fò ccom’e tté ttutta sta bbujja,
che appena vedi un pò de svenarella,
te bbiastími er pastèco e lla lelujja.
Roma, 19 novembre 1832.
Versione. La partita a carte. Regalata, dici? Eccì! Che bella scusa! Non cercare di venderci il sol d’agosto! Ora tu a questo gioco fai tanto l’esperto, ma non lo vuoi capire che sei una schiappa. Insomma, che cos’è, un contratto, che tu ogni sera devi ad ogni costo vincere il tuo lustrino [grossetto, mezzo paolo d’argento]? Ma non sai stare al tavolo di gioco: va' al muretto, va', quello è il tuo posto. Guarda me, con tutta la mia sfortuna pago come un signore il mio gettone senza riscaldarmi le budella. E non faccio come fai tu tutto questo lamento, che appena vedi che inizia una perdita continua ti metti a bestemmiare il pax tecum e l’alleluja..
La popolare zecchinetta (v. l'incisione del Pinelli), o zecchinetto per il Belli, e la sua variante forse più aristocratica detta faraone, erano giochi d’azzardo per eccellenza. Come tali duramente puniti se scoperti dalle guardie. Ma anche nel Belli il riferimento al gioco è utilizzato comunque sempre per descrivere la zona buia del personaggio in questione. Così è per il padre giocatore che non assolve ai doveri di padre (nel sonetto Er Padraccio):
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ER PADRACCIO
Vestí li fiijj? lui! Santa pascenza!
Che cc’entra lui co li carzoni rotti?
A llui j’abbasta d’annà a li ridotti
a ggiucà a zzecchinetto; ecco a cche ppenza.
Ebbè, cquanno ho strillato? me dà udienza
com’er Papa dà rretta a li sciarlotti.
Bbisoggna che l’abbíla io me l’iggnotti;
nun c’è antro da fà, ssora Vincenza.
Tutto er mi’ studio è ppregà Iddio che vvinchi.
Nò cc’allora sce speri quarc’ajjuto
ma ppe avè mmeno carci in ne li stinchi.
Quela bbestiaccia io la conosco ar pelo;
e quanno torna a ccasa c’ha pperduto,
sora Vincenza mia, òprete scelo!
14 aprile 1835
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Versione. Il pessimo padre. Vestire i figli, lui? Santa pazienza! Che c’entra lui con i calzoni rotti? A lui basta andare nelle salette a giocare a zecchinetta; ecco a che pensa. Ebbene, quando ho strillato? Mi ascolta come il Papa dà retta ai ciarlotti [specie di uccelli: proverbio]. Bisogne che la bile io me la inghiotta, non c’è altro da fare, signora Vincenza. Tutta la mia preoccupazione è pregare Dio che lui vinca. Non per sperare di avere qualche aiuto, ma per avere meno calci negli stinchi. Quella bestiaccia io la conosco dal pelo: quando torna a casa ed ha perso, signora Vincenza mia, apriti Cielo!
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Lo stesso si dica per rappresentare il quadro desolante dei preti romani nel sonetto Li Chìrichi, del 29 novembre 1833. Qui in particolare potrebbe trattarsi di religiosi minori (forse adibiti alle funzioni di sacrestani, dice una nota del Vigolo, ma il Belli usa altrove il termine “sagristano”):
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Li chirici de Roma, crosc e spine!
Dove te vài scavà ppeggio gginìa?
Uno ruffiano, uno gatto, uno spia
uno…inzomma canajja senza fine,
ggiucheno a zzecchinetto in zagrestia…

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Versione. I chierici di Roma, croce e spine! Dove vuoi andare a scavare peggior razza? Uno è ruffiano, uno ladro, uno spia, uno… insomma canaglia senza fine, giocano a zecchinetta in sacrestia…
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E infine il mondo privilegiato dei nobili nella Bbonifiscenza (il secondo sonetto con questo titolo, quello del 5 aprile 1836), in cui sotto il falso nome di “beneficienza” l’amministrazione pontificia scialacqua tanti soldi faticosamente raccolti, addirittura una pensione, per far divertire col gioco delle carte una principessa Chigi.
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Cinquanta scudi ar mese de penzione
a na vecchiaccia frascica de vizzi,
ppe’ mmetteli su un asso ar faraone.

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Versione. Cinquante scudi al mese di pensione ad una vecchiaccia fradicia di vizi, per consentirle di puntarli su un asso al faraone.
MARINA MORENA
IMMAGINI. 1. Il cavaliere di Coppe (carte da gioco prodotte da C.Roxas, 1810). Le carte di stile spagnolo erano diffuse anche a Roma, non esistendo le carte "romane". 2. "Comitiva di oziosi, giocando alla zecchinetta in Roma" (incisione di B. Pinelli, 1816, part.). Da originale in Archivio di Stato, Roma: Nuova raccolta di 50 costumi pittoreschi incisi all'acquaforte da Bartolomeo Pinelli. 3. Un'antica carta da gioco italiana: il Re di Spade. 4. Carte da gioco viterbesi, di Scipione Moscatelli, prodotte a mano, per tutto l'Ottocento e fino ai primi decenni del Novecento. Erano vendute anche a Roma. 5. Un editto contro le carte da gioco di contrabbando, cioè senza bollo.
* Piccola bottiglia di vetro chiaro trasparente da 500 ml a bocca svasata, con linea della misura esatta e il bollo di Stato. Tipica di Roma e delle Marche. Fu introdotta infatti, per limitare le ricorrenti frodi degli osti, dal papa marchigiano Sisto V.

28 settembre 2010

SPQR, Roma e i preti. Ecco che significa davvero questa sigla

Che vuol dire? Che è un invito irresistibile per i giochi di parole. In ogni epoca gli spiritosi da taberna o thermopolium (oggi diremmo "da bar"), per lo più in provincia – ahimé, ingenuamente sicuri di sé, capaci di tutto e senza vergogna: tipico dei provinciali – si sono sempre esercitati sulla bellissima e orgogliosa sigla che denota la Res Publica, cioè lo Stato di Roma antica: SPQR.
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Che vuol dire questo acronimo formato dalle iniziali di altre parole (dal greco antico àkron=estremità e ònoma=nome)? Come tuttora pochi sanno, significa Senatus Populusque Romanus: il Senato e (è il que aggiunto in coda ad un nome, che vale et, atque o ac messi davanti ma staccati) il Popolo Romano, le due entità che avevano il potere costituzionale e politico. Una diarchia fondata sul diritto, che anticipa genialmente le liberal-democrazie moderne.
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Freud, creatore della psicanalisi, ha scritto un pregevole saggio sui "giochi di parole" e i "motti di spirito", specialità in cui l’italianuzzo medio, convinto a torto di essere spiritoso, crede di eccellere, come si ascolta nei corridoi di tutti gli uffici da Trepalle a Pantelleria. Non c'è impiegato romano di oggi, per esempio, che non dica ancora "olive dorci" (olive dolci) al posto di "arrivederci", imitando Stanlio e Ollio. E non parliamo delle insegne penosamente fantasiose dei negozi della Penisola, da "Scarpe diem" per una bottega di calzature, all'ironico "Non solo fiori" per un fioraio che vende invece soltanto fiori, fino al doppio Kitsch geniale di "Cinecittà" per un negozio di cose cinesi in una via dedicata ad un regista di cinema... A proposito di "Puntini, puntini...", è il negozio di sartoria di una mia amica. Ormai aprire un esercizio commerciale significa cadere in qualche gaffe lessicale, e fare una battuta quando si è inadeguati vuol dire cadere in una figuraccia.

Le sigle, poi, hanno sempre stimolato la fantasia satirica del popolo. La targa SCV della Città del Vaticano, di solito abbinata a lussuose automobili scure di rappresentanza, è ovviamente letta dai romani, che non sono mai stati teneri col clero, "Se Cristo Vedesse". Naturale che l'antichissima SPQR si sia prestata a innumerevoli interpretazioni. Una leggenda da internet, ovviamente infondata e anacronistica, vuole che cominciassero i Sabini, a nord di Roma, fieri e duri come la gente di montagna, ad interpretare SPQR come, nientemeno "Sabinis Populis Quis Resistet?", cioè "Chi potrà resistere ai popoli sabini?" Chiunque. Infatti, furono subito sconfitti e assimilati dai Romani. Che allora erano la gente più tosta di tutte, altro che quei mollaccioni di oggi. E guai a confondere, come fanno ancor oggi i provinciali nelle battute spiritose, i Romani di allora con i romani di oggi. Come passare dal fuoco all’acqua, dal ferro alla ricotta.

Ed è un vecchio vezzo: i soliti nullafacenti amanti della satira a buon mercato e senza conseguenze penali, sicuramente romani medievali, s’inventarono perfino uno "Stultus Populus Quaerit Romam", ovvero "La gente stolta ama Roma".

Noi tutti, da bambini, soprattutto a Roma, ma anche in parecchi luoghi al Sud e al Nord, abbiamo scherzato su una sigla per noi familiare che sta dappertutto: dal sinbolo del Municipio in Campidoglio, allo stemma dell’Azienda Tranviaria ATAC, fino ai tombini dell’acqua e delle fognature. Senza contare le iscrizioni su lapidi e architravi antichi. Ma da piccoli. Naturale che all’asilo, a sei anni di età, e proprio a Roma, ci si consideri spiritosi e anticonformisti con "Sono Porci Questi Romani". Non credo che a Bergamo, a Bari, Sassari o a Enna i bambini di sei anni farebbero altrettanto spirito con la sigla della propria città. C’è anche una graduatoria nella naturale stoltezza dei bambini: ebbene, i piccoli romani sembrano in questo un po' più auto-ironici, dunque più saggi, dei loro coetanei di provincia. Di qui una nota obbligatoria di encomio per i bimbi romani, pur con tutto il male possibile che pensiamo dei romani di oggi, cioè dei pugliesi, siciliani, napoletani, marchigiani, laziali, abruzzesi, calabresi, umbri, sardi ecc., che più o meno abusivamente vivono (viviamo), e senza ringraziare, a Roma. E, di contro, con tutto il bene possibile che pensiamo dei Romani antichi.

Ma quando fanno gli spiritosi, come i bambini romani, degli anziani signori di provincia, in questo caso del Nord? Non impressiona che abbia fatto in ritardo lo spiritoso con una barzelletta di 80 o 250 anni fa, che già non faceva più ridere nell’800 e che oggi a Roma ripetono solo i bambini dell'asilo, un politicante provinciale, anzi il simbolo stesso dei provinciali furbi che hanno fatto una carriera fondata sul nulla, senza avere nessuna eccellenza, senza saper far nulla nella vita (e sempre con la stessa mentalità ristretta), passando come se niente fosse dal paesotto alla Metropoli, in cui possono finalmente comandare senza farsi ridere dietro da compaesani, figli, parenti e moglie (in questo caso, guarda caso, siciliana: province di Nord e Sud unite).

D’altra parte, perfino il Comune di Roma utilizza facendo lo spiritoso la propria sigla (impropria, perché ora Roma non è uno Stato a sé, ma è solo uno degli 8000 comuni dell’Italia, e quindi non ha un suo Senato, e neanche più i finti e ridicoli "senatori" del Medioevo), e si inventa la campagna di sensibilizzazione di giovani volontari per la tutela del patrimonio artistico e culturale, con tanto di errore d’italiano, un sostantivo anziché l’imperativo: "Salvaguardia, proteggi, qualifica Roma".

Evviva il Belli, allora, che nel suo periodo più fecondo dà alla sigla SPQR una geniale interpretazione satirica, quindi etico-politica, facendo parlare un prete istitutore. E come riferisce il grande Stendhal nel suo Viaggio in Italia, nel Regno Pontificio ad ogni stranezza, incongruenza, ingiustizia o prepotenza, c’era sempre un barbiere, un farmacista, un professore, un negoziante, un artigiano, che alla meraviglia o lamentela del forestiero o turista straniero, quasi a scindere le proprie responsabilità aprendo le braccia si scusava: "Che volete, signore, qui siamo governati dai preti!". Così qui. Con l’aggravante del cinismo, più che dell'autoironia: in questo caso a parlare, infatti, è addirittura un maestro-prete (visto il "don"):

SPQR
Quell’esse, pe, ccú, erre, inarberate
sur portone de guasi oggni palazzo,
quelle sò cquattro lettere der cazzo,
che nun vonno dí ggnente, compitate.
M’aricordo però cche dda regazzo,
cuanno leggevo a fforza de frustate,
me le trovavo sempre appiccicate
drent’in dell’abbeccé ttutte in un mazzo.
Un giorno arfine me te venne l’estro
de dimannanne un po’ la spiegazzione
a ddon Furgenzio ch’era er mi’ maestro.
Ecco che mm’arispose don Furgenzio:
“Ste lettre vonno dí, ssor zomarone,
Soli preti qui rreggneno: e ssilenzio”.
Roma, 4 maggio 1833

Versione. SPQR. Quell’esse, pi, qu, erre, inalberate sul portone di quasi ogni palazzo, sono tutte lettere che non valgono niente e compitate non significano nulla. Mi ricordo però che da ragazzo, quando leggevo a forza di frustate, me le trovavo sempre tutte insieme nell’abbeccedario. Un giorno finalmente mi venne il desiderio di chiederne la spiegazione a don Fulgenzio, [il prete] che era il mio maestro. Ecco che mi rispose don Fulgenzio: "Queste lettere vogliono dire, sor somarone, Solo Preti Qui Regnano". E silenzio".

3 settembre 2010

Papa uomo o donna? Una sedia forata permette di accertarlo.

Jean era una giovane donna inglese bella e colta. Come mai finì in un convento maschile travestita da monaco? Questo è il punto. Se riusciamo a trovare una risposta a questa domanda, poi non ci sarà difficile rispondere al secondo quesito: come diavolo fece a farsi eleggere Papa?
      Dopo sette anni di ricerche, la scrittrice americana Donna Woolfolk Cross, docente di letteratura, fece uscire nel 1996 la prima edizione di un libro ("Pope Joan") sulla controversa figura della papessa Giovanna. Testo che è stato il soggetto del film di Sönke Wortmann "Die Päpstin" (La papessa), presentato al Festival di Berlino del 2009 e distribuito nel maggio 2010 in Italia.
      Ora, insieme al film, il libro appare anche in Italia da un editore che Il Mondo del Belli stima molto, per due motivi: 1. si occupa anche di cose romane e della Roma d'una volta (e quando si chiamava Avanzini e Torraca pubblicò la prima edizione economica dei Sonetti con note del Cagli); 2. fa libri bellissimi, ben fatti, ben stampati, che non si rompono, ed economicissimi (La Papessa, Newton Compton, euro 4.90).
      Negli Stati Uniti, all’inizio il libro non vendette molte copie: l’editore, come spesso accade, era troppo pigro: non ci credeva. La Cross decise perciò di scendere in campo personalmente e di coinvolgere il pubblico sul tema intrigante e moderno della "giovane donna che cerca di superare le convenzioni sociali e gli stereotipi di genere facendo leva sulla sua intelligenza e tenacia". L’idea ebbe successo. C’era già stata, nel 1972, una prima trasposizione cinematografica della vicenda della papessa (con Liv Ullmann nel ruolo di Giovanna e con la partecipazione di Olivia de Havilland e di Trevor Howard nel ruolo di papa Leone). Ora è arrivato il lungometraggio presentato alla "Berlinale" basato sul libro della Cross. La scrittrice ha così potuto approfittare della notorietà che viene dal cinema per una ristampa riveduta e corretta della prima edizione (v. immagine della copertina).
      Lo scrittore Lawrence Durrell, che non solo era inglese ma in gioventù era stato nei Servizi segreti, e dunque non abituato a bersi qualsiasi cosa, ha ricostruito l'ambiente medievale nel quale poteva essere possibile una storia che oggi sarebbe impossibile. Una fanciulla orfana ma di intelligenza acutissima, adottata da un monaco predicatore che viaggia in tutta Europa, la traveste da fraticello per proteggerla dagli stupratori, la fa entrare nel monastero di Fulda, la fa studiare a Magonza (Mainz, in Renania). A poco a poco diventa così erudita in teologia da impressionare vescovi, cardinali e Sacro Collegio, che mai avevano visto una meraviglia del genere. Ed eccola col nome di Johannes Anglicus fare una prodigiosa carriera ecclesiastica, fino a salire al soglio pontificio col nome di Giovanni VIII. (La Papessa Giovanna, Longanesi 1973). La prima e unica papessa della Storia.
      Ma è proprio Storia? La vicenda sarebbe accaduta verso l’850-855 della nostra Era, subito dopo il pontificato di papa Leone IV o comunque prima di Benedetto III, che nei pochi mesi di pontificato si sarebbe preoccupato – dice la tradizione popolare – di eliminare accuratamente ogni documento e testimonianza del nome stesso dell’intrusa. A completare la censura, il nome papale di Giovanni VIII, quello della papessa, venne utilizzato da un papa di poco successivo (nel 872). Segno che la ferita, la vergogna, bruciava ancora, altrimenti che bisogno c’era di riprendere lo stesso nome e numero? Un accanimento, una vera damnatio memoriae, su cui è lecito più d’un sospetto.
"Non ci sono abbastanza documenti certi", "impossibile", sostiene oggi la Chiesa ufficiale. Obiezione: e degli altri papi del medesimo periodo abbiamo documenti storici sicuri? Molti sono solo dei nomi.
      Erano quelli, non dimentichiamolo, i secoli più oscuri e caotici della storia dell’Occidente. I famigerati "secoli bui" dell’Alto Medioevo, bui non solo perché se ne sa poco, ma anche perché all'opposto del "secolo dei Lumi", il Settecento, illuminato dalla luce della Ragione, erano dominati dalle tenebre del caos e del delitto, della violenza e della superstizione. Visti con gli occhi di oggi, tutto appare possibile in quei lunghissimi nove secoli, quando nel disfacimento dello Stato romano che proprio la Chiesa di Roma aveva fatto crollare con la carica eversiva del suo fanatismo, i vescovi erano di fatto le uniche autorità politiche e amministrative sul territorio. La Chiesa si trovò a riunire nelle proprie mani l’unico vero potere politico ed economico della Penisola. La professione di ecclesiastico romano era una carica nient’affatto spirituale, che assicurava a chi li voleva oro, castelli, titoli e potere. L’elezione dei papi avveniva spesso in modo fortuito, quando non dipendeva direttamente dai rapporti di forza politici e militari di aristocratici e signorotti locali, per ragioni che nulla avevano a che vedere con la religione, tantomeno con la santità della vita di cardinali e papi.
      "Le cronache del tempo sono piene di delitti, colpi di Stato, rivolte di palazzo. Il clero, abbandonato a se stesso, sprofondò nella corruzione. I Pontefici e i Vescovi vivevano in un lusso da Mille e una notte. Abitavano palazzi sfavillanti di marmi e di ori. Si circondavano di servitori e concubine, imbandivano mense degne di Trimalcione, organizzavano concerti, danze e feste mascherate (...). La Chiesa, lacerata da lotte intestine e prigioniera della sua mondanizzazione, non era mai caduta tanto in basso". Marozia, una donna di Spoleto sfrenatamente sensuale e ambiziosissima, divenne l'amante di papi e principi e comandò a lungo su Roma e sulla Chiesa. Il suo amante papa Sergio III arrivò al punto da far strangolare i suoi avversari. Papa Giovanni X che si era opposto al matrimonio di Marozia con un conte Guido, fu deposto e lasciato morire di fame in carcere. Marozia impose come papa il giovanissimo figlio avuto da papa Sergio III. Si chiamò Giovanni XI, ed aveva solo dodici anni. (I. Montanelli e R. Gervaso, L'Italia dei secoli bui, Rizzoli, Milano 1965).
      Figuriamoci se poteva destare uno scandalo maggiore l'elezione di un papa-donna, sia pure sotto mentite spoglie. Vista con gli occhi di oggi, una donna travestita da uomo in quell’ambiente, oltre ad essere tecnicamente possibile vista l’effeminatezza di molti ecclesiastici, sarebbe stato, in fondo, un incidente, un peccato veniale. La storia dei papi di quel tempo è piena di ricatti, imposizioni e deposizioni violente, omicidi.       Altro che mascherate. Basta scorrere la lista dei papi prima e dopo la "papessa" per notare un dato inquietante: quasi tutti stranamente sono restati in carica pochi anni o pochi mesi, spesso deposti con la forza o morti anzitempo in modo misterioso e sospetto. Eppure sappiamo che erano in media più giovani e vitali dei pontefici di oggi. La durata del pontificato della papessa Giovanna è del tutto in linea con la durata media dei papi dell’epoca: due anni. E allora, come si spiega tanto sospetto accanimento della Chiesa nel negare, nel cancellare, nel censurare ogni traccia? Con l'antico disprezzo cristiano per la donna, una vergogna che supera evidentemente quella per i delitti, le ruberie e la lussuria.
      La Chiesa oggi nega, ovviamente, che le centinaia di documenti, stampe e citazioni su una donna eletta papa siano fondate, e accenna ad una "campagna anti-papista", forse di stampo inglese. Esistevano già i Riformatori e gli anticlericali nell’800 d.C.? No, però la Chiesa fa notare che stampe e documenti risalgono per lo più al tardo Medioevo e al primo Rinascimento.
      Vero è, invece, che i primi a darne notizia furono proprio i religiosi, e non i perfidi inglesi, ma i francesi don Giovanni di Metz, studioso domenicano della Lorena, nel 1240, e poi il confratello don Martino di Troppau (Martinus Polonus) che nel suo Chronicon pontificum et imperatorum parla di Johanna, originaria di Mainz o dell'Inghilterra.
      "Si trattava di un papa o piuttosto di una papessa, perché era donna. Travestendosi da uomo grazie al proprio ingegno diventò dapprima segretario della Curia romana, poi cardinale ed infine papa", si legge a proposito di una Johanna inglese o nativa di Mainz nella Chronica Universalis del frate Jean de Mailly (ca. 1250).
      E centinaia sono le stampe, le citazioni, gli scritti, anche di intellettuali prestigiosi, che danno per davvero esistita la papessa Giovanna. Come quelli del famoso filosofo e teologo francescano Guglielmo di Ockham. Nel Duomo di Siena, la sua immagine appare tra quella dei veri pontefici. Il grande Boccaccio, padre della lingua italiana e grande raccoglitore di storie curiose nel Decamerone, ne scrisse nel suo De claris mulieribus (Le donne famose): dunque, anche per lui la papessa era una "donna famosa", realmente esistita. Ma ne parla anche il Plàtina, che non era un umanista qualunque, ma era intellettuale di fiducia di vari papi e fu fatto prefetto della Biblioteca Vaticana da Sisto IV.
      Insomma, anche se non ci sono prove certe o se c’erano furono distrutte, le carte, le voci ricorrenti e tutte concordanti (nelle pure leggende, invece, le varianti sono infinite e alla fine discordanti), insomma tutte le citazioni che parlano di lei sono indizi troppo numerosi – direbbe un investigatore – perché la papessa Giovanna possa facilmente essere ritenuta, come ritiene oggi la Chiesa, un personaggio del tutto inventato, e non contenga molto o qualcosa di vero.
      Intanto, mentre la Chiesa negava l’evento straordinario del papa-donna, prendeva provvedimenti per cautelarsi da possibili travestimenti futuri.
      L’immaginazione popolare ingigantì forse l’importanza della cerimonia, ma certo questa sembrava fatta apposta per rassicurare non solo il popolino ma anche i cardinali, la Curia e l’intera comunità ecclesiale. E se non ci fosse stato il precedente della papessa Giovanna – argomentarono i critici della Chiesa di Roma – l’intero rito sarebbe stato inutile, anzi grottesco e perfino offensivo per la dignità del papa neoeletto e dei cardinali coinvolti.
      In che cosa consisteva? In una prova molto rozza, al limite della volgarità. Il papa, dopo l’elezione veniva fatto sedere su un’apposita sedia di porfido rosso con un largo foro sul pianale. Un bell’esemplare è conservato nei Musei Vaticani (v. immagine). Si tratta di un’elegante sedia “escretoria” di origine romana, probabile reperto di latrine di lusso tolte da chissà quali settori termali riservati ai Vip d’allora, i ricchi patrizi, oppure – secondo altri interpreti – di una “sedia gestatoria”, cioè d’un sedile da parto per gentildonne (nell’Antichità e a Roma soprattutto era molto usato il "parto seduto").
      Ebbene, assiso su questa sedia bucata, il neo-papa veniva tastato, attraverso il foro, nelle parti basse da un diacono o dal più giovane cardinale del Conclave, che introduceva il braccio da un'apertura laterale. E se l’investigazione era andata a buon fine, esclamava ad alta voce: "Virgam et testiculos habet!" ("Ha il pene e i testicoli"). E tutti gli ecclesiastici rispondono in coro: "Deo Gratias" ("Grazie a Dio"). Solo allora procedono alla consacrazione del papa eletto. (F.Hamerlin, De Nobilitate et Rusticitate Dialogus (ca.1490). "He has two balls, and they are well hung" ("Ha due palle e ben appese"), sarebbe stato invece il referto d'un cardinale, quasi di sapore medico, secondo il viaggiatore svedese L.Banck che aveva assistito all’incoronazione di papa Innocenzo X nel 1644 (v. l'antica stampa tratta dal suo rapporto), come riporta P.Stanford, The Legend of Pope Joan, Berkeley Books, New York 1999, pp.11-12.
Infatti, esisteva il detto "Testiculos qui non habet Papa esse non posset" (F.Sorrentino, Prova di Virilità, in "Medioevo", De Agostini, n.7, 2008 pp.90 e ss.).
      Che vuol dire, tradotto in parole povere ad uso degli ecclesiastici ambiziosi di ieri e di oggi: puoi anche avere una grande testa, ma se non hai i testicoli, scòrdati il Papato! Il che è davvero un uso improprio delle gonadi. E per la legge delle "pari opportunità" pone inquietanti parallelismi. Sarebbe come dire che, se alcune categorie di uomini hanno il potere grazie ai testicoli, allora, trasportando il ragionamento al femminile, avrebbero ragione escort, stagiste o donne "di piccola virtù" a fare carriera, soldi o politica con la vagina.
      Una conferma sulla funzione della sedia viene anche dalla Teologia portatile o Dizionario abbreviato della Religione Cristiana del barone d'Holbach, acuminato redattore delle voci religiose della Encyclopédie di Diderot e d’Alembert. Definisce la sedia stercoraria come "sedia bucata su cui il pontefice appena eletto pone le sue sacre terga, affinché possa essere verificato il suo sesso, onde evitare l'inconveniente di una papessa".
      Ma Bartolomeo Sacchi (il famoso "Plàtina" autore del libro di gastronomia De honesta voluptate et valetudine, tratto dal grande cuoco Martino da Como), era un umanista di Curia a stipendio dei Papi, e per di più prefetto della Biblioteca Vaticana. Quindi non poteva rischiare. E infatti, ricorda la sedia stercoraria in termini vaghi e ipocriti: "Questa sedia è stata così predisposta affinché colui che è investito da un sì grande potere sappia che egli non è Dio, ma un uomo, e pertanto è sottomesso alle necessità della natura".
      Laddove per "natura" non si sa bene quale delle tre funzioni della sedia forata il Plàtina intendesse privilegiare, se il defecare, il partorire - ma allora, andava benissimo la papessa Giovanna! - o il possedere (e all’occorrenza usare) i testicoli al fine di generare. Generare? E sempre lì torniamo. La lingua della Chiesa batte dove il dente duole.
      Fatto sta che perfino il fidatissimo Plàtina dove mette la fatidica sedia bucata? Nella sua Vita della Papessa Giovanna, guarda caso, rafforzando così e ad altissimo livello un collegamento che invece la Chiesa di oggi esclude. Anche per C. D'Onofrio il rito aveva carattere religioso, ma non potendosi arrampicare sugli specchi sale sulla sedia. Per lui è una "sedia da parto", e simboleggerebbe nientemeno la Santa Madre Chiesa che "genera" (aridaje!) i suoi figli destinandoli alla vita eterna (Mille anni di leggenda: Una donna sul trono di Pietro, Romana Soc.Ed 1978). Nel Seicento inoltrato lo storico e pastore protestante D. Blondel smentì che la sedia forata servisse a provare l’esistenza dei testicoli del papa.
      Il rituale della sedia forata sarebbe stato in vigore fino al 1513. Anzi i sedili su cui posare le terga pontificali erano due - ricordava A. Boureau - chiamati "seggi curuli". Ma, obiettiamo, la rituale sella curulis, riservata ai più alti magistrati Etruschi e Romani nelle cerimonie, non poteva essere di marmo, perché in origine era pieghevole, insomma un sedile di legno intarsiato e dorato a forma di X. Ad ogni modo, sul primo sedile il neoeletto papa avrebbe ricevuto lo scettro del comando e le chiavi di S. Pietro, sul secondo una cintura rossa dalla quale pendevano dodici gemme. E’ probabile che gli antichi cronisti e il popolino siano rimasti impressionati da questi sedili forati e li abbiano collegati alla storia, anzi alla leggenda, della papessa Giovanna (La papessa Giovanna. Storia di una leggenda medievale, Einaudi 1991).

      A proposito, come andò a finire la papessa? A Giovanna Angelica (così la chiama il Boccaccio) fu dato per segretario un giovane prete, erudito e raffinato, che standole sempre accanto finì per per scoprire il suo vero sesso. Così narra la storia. Ma il dramma, anzi il colpo di teatro, si compì in pubblico durante la processione di Pasqua. Tornando il Papa in Laterano, quando il corteo papale era vicino alla basilica di San Clemente, il cavallo che portava la Pontefice si imbizzarrì per la folla plaudente che stringeva la processione, e per lo spavento Giovanna ebbe doglie violente e un parto prematuro. Immenso lo scandalo. La folla - racconta la storia - fu impietosa, attribuendo il parto ad un prodigio del diavolo. La papessa fu fatta trascinare per i piedi da un cavallo e poi lapidata a morte nei pressi di Ripa Grande. Un dettaglio della leggenda vorrebbe che sulla sua tomba fosse stato inciso un verso che ricorda l’occultismo satanista: Petre Pater Patrum Papissa Pandito Partum. Parole attribuite ad un indemoniato durante il passaggio della papessa. Ma qui siamo in pieno esoterismo.
      Sul luogo in cui fu svelata la vera natura della papessa, all’angolo tra via dei SS. Quattro Coronati e Via dei Querceti, fu eretta una piccola edicola votiva tuttora esistente, buia e in stato d'abbandono, nota come il "Sacello". E' chiusa da un'inferriata e risale almeno all’XI secolo. Ma nel Seicento anche l'itinerario dell'antica processione pasquale fu smentito da G. Blondel. A suo dire, la tradizionale processione papale di Pasqua verso l'800 non passava nella strada dove secondo la storia popolare - creduta vera da tutti fino alla fine del Rinascimento - sarebbe avvenuto il parto della papessa Giovanna.
      Vera, leggendaria o simbolico-pedagogica che sia questa vicenda, resta il suo trasparente significato semantico: l'ossessione del popolo della Chiesa e delle sue gerarchie, in un'epoca confusa e violenta in cui il potere ecclesiastico si imponeva sempre più come potere politico ed economico, per la sessualità del Papa, vicario di Dio, sì, ma anche pericolosamente uomo, e per la donna, nella quale Satana era sempre pronto ad incarnarsi. Tre paure - il sesso, la donna e il diavolo - che hanno alimentato fin quasi ai nostri giorni il fanatismo della Chiesa di Roma, e che la storia di Giovanna ebbe il merito di sintetizzare e simboleggiare alla perfezione.
      E Giuseppe Gioachino Belli come entra in questa contorta avventura? Come il Boccaccio, non poteva perdersi una tale bellissima storia dell'immaginario popolare, e la narra in un sonetto con la consueta sintesi scultorea d'un virtuale e ignorantissimo popolano romano:

. LA PAPESSA GGIUVANNA
Fu ppropio donna. Bbuttò vvia ’r zinale
prima de tutto e ss’ingaggiò ssordato;
doppo se fesce prete, poi prelato,
e ppoi vescovo, e arfine Cardinale.
E cquanno er Papa maschio stiede male,
e mmorze, c’è cchi ddisce, avvelenato,
fu ffatto Papa lei, e straportato
a Ssan Giuvanni su in zedia papale.
Ma cquà sse ssciorze er nodo a la Commedia;
ché ssanbruto je preseno le dojje,
e sficò un pupo llí ssopra la ssedia.
D’allora st’antra ssedia sce fu mmessa
pe ttastà ssotto ar zito de le vojje
si er pontescife sii Papa o Ppapessa. 

26 novembre 1831 

Versione. La papessa Giovanna. Fu proprio donna. Prima di tutto gettò via il grembiule e divenne soldato, poi si fece prete, poi prelato, poi vescovo e infine cardinale. E quando il papa maschio stette male e morì (c’è chi dice avvelenato) fu fatta papa lei e trasportata a S.Giovanni sulla sedia papale. Ma qui si sciolse il nodo della commedia, perché ex abrupto [all’improvviso] le presero le doglie e partorì un bambino là, sopra una sedia. Da allora un’altra sedia fu introdotta, per tastare sotto il sito delle voglie se il pontefice sia papa o papessa. .


IMMAGINI. 1. Il manifesto del film tedesco Die Papstin (uscito quest'anno in Italia col titolo La Papessa) tratto dal libro Pope Jean, di Donna Woolfolk Cross. 2. La copertina del libro della Cross (edito in Italia da Piemme). 3. La sedia stercoraria in porfido rosso, di origine romana, conservata ai Musei Vaticani. 4. Papa-donna con bambino, una fantasiosa stampa popolare apparsa in Germania. 5. La Papessa, dipinta su una carta dei tarocchi per i Visconti-Sforza da Bonifacio Bembo (ca. 1450). The Pierpont Morgan Library, New York. La Papessa, è tuttora una delle carte più famose dei tarocchi, ritratta anche come la "prostituta sulla bestia" citata nell'Apocalisse. 6. Papa Innocento X appena eletto (1644) è sottoposto alla "prova della sedia" per l'accertamento della virilità.

24 agosto 2010

Fatti curiosi ieri e oggi: quando il prete è preso per un cinghiale.

Sembra ripetere la tragicomica vicenda raccontata dal Belli in un suo gustoso sonetto la cronaca d'oggi: un inspiegabile incidente di caccia che ha del grottesco.
      Un cacciatore di frodo ha sparato e ucciso con un solo colpo, usando un grosso proiettile da cinghiale, nelle Murge, vicino Altamura (Bari), un prete, don Francesco Cassol, 55 anni, parroco a Longarone, scambiando – così ha sostenuto davanti ai carabinieri – il sacco a pelo, dove il sacerdote dormiva all’aperto e senza tenda, per "un grosso cinghiale". L’omicida confesso è Giovanni Converso Ardino, di 51 anni. Secondo le sue dichiarazioni, il cacciatore verso la mezzanotte tra il 21 e il 22 agosto è arrivato al Pulo di Altamura con la propria autovettura per cacciare di frodo i cinghiali, e si è fermato a qualche decina di metri dal terreno dove si trovavano don Cassol e i partecipanti al ‘Raid Goum’, un ritiro spirituale itinerante in località disabitate. 
      Anche se a noi sembra incredibile, dopo aver visto la foto del luogo dell’omicidio (i cinghiali hanno un olfatto sensibilissimo, di notte si muovono, e comunque mai si fermerebbero a lungo in un terreno piatto, scoperto e povero di cespugli com’è il "deserto" di Altamura), il "cacciatore" ha dichiarato di aver scambiato al buio le sagome dei dormienti nei sacchi a pelo per un branco di cinghiali, ed ha deciso di colpire quello che riteneva essere il capo branco. Pochi istanti dopo, avendo sentito il vociare dei componenti del gruppo, si è reso conto del tragico errore, ed è fuggito con la sua auto. Questa la versione che i carabinieri hanno per ora divulgato mostrando di credere alle giustificazioni del bracconiere. 
      La lotta fra l'uomo e le fiere è di antica data. Fino al secolo scorso i pastori dovevano difendersi dai lupi, oggi sono i cinghiali a fare danni all'agricoltura, essendo in grado di riprodursi in poco tempo e di devastare in una nottata grandi estensioni di colture, specialmente il mais. Molteplici e interessanti i significati religioso-mitologici del cinghiale nell'antichita'. Per i Celti era un animale sacro, simbolo della forza divina. In India rappresentava la forza creatrice dopo il caos originale. Molte culture mediterranee lo identificavano con la morte, ucciderlo sigificava sconfiggere gli inferi. Per i Greci, al contrario, simboleggiava il coraggio virile, mentre per gli Etruschi era il collegamento con le divinita' infernali e veniva cacciato di notte, sembra anche con pantere e cani feroci, al suono di flauti. Il Dna dei pastori e dei contadini sembra abbia ereditato parte di questi rituali antichissimi e il desiderio di combattere e uccidere il cinghiale anche in barba alle leggi esistenti. La zona del delitto è infatti una riserva dove è vietata la caccia a tutte le specie. E' utile aggiungere, infine, che questi cinghiali di grossa taglia che tanti danni fanno alle specie autoctone (piante e animali) sono stati introdotti proprio dai cacciatori, per giustificare uno "sport" oggi crudele e inutile. . 
      Anche il nostro Belli ha commentato un analogo ma incruento fatto di cronaca, in un sonetto: . 
LA CACCIA DE LA REGGINA
Na Regginella annanno in portantina
a ccaccia in d’una macchia ariservata,
vede una bbestia nera che ss’inchina
fra le frasche, e cce resta arimpiattata.
Presto pijja la mira la Reggina,
e, ppúnfete, je dà ’n’archibbusciata;
e ggià ssu cquella bbestia mmalandrina
tiè la siconna bbotta preparata.
"Oh ddio, sagra Maestà, nnun m’accidete",
strillò una vosce for de la verdura:
"io nun zò un porco, Artezza mia, sò un prete".
La Reggina a sto strillo ebbe pavura;
e jje disse: "Aló, in gabbia; e imparerete
a spaventamme in corpo la cratura".
Roma, 10 febbraio 1833
Versione e spiegazione. La caccia della Regina. Una giovane Regina ( Maria Isabella, moglie di Francesco I Borbone, Re delle due Sicilie) mentre andava in portantina a caccia in una riserva reale (il fatto sembra accaduto realmente, nei pressi di Sorrento), vede una bestia nera che si inchina fra le frasche e vi resta rimpiattata. Sùbito, la Regina prende la mira e gli spara un'archibugiata, e già su quella bestia malandrina tiene pronto un secondo colpo. "Oh Dio, sacra Maestà non uccidetemi", strillò una voce fuori dalle frasche: "Io non sono un porco, Altezza mia, sono un prete". La Regina si spaventò per questo gridare; e gli disse: "Via, in prigione; e imparerete a spaventarmi in corpo la creatura" (la Regina era incinta). La Regina difatti condannò il "prete-porco" – così scrive il Belli in nota – ad un periodo di reclusione in un convento per averle fatto paura nel gridare aiuto. . 
IMMAGINI. 1. La caccia al cinghiale è antichissima, raffigurata anche sui vasi greci, nelle tombe etrusche e in sculture etrusco-romane. Qui è in un’urna cineraria estrusca ispirata al mito di Meleagro e della caccia al cinghiale caledonio. 2. Portantina regale "alla spagnola", retta da due cavalli: molto più robusta e più alta da terra, e priva degli inermi portatori a piedi. Potrebbe verosimilmente essere stato questo il tipo scelto dalla regina incinta per la sua sortita nel bosco tra forre e cespugli fitti (modellino da collezione).

16 luglio 2010

Caldo e fastidi dell’estate nella sonnolenta Roma dei Papi

L'afa, una calura infernale, il respiro che manca, il sole che s’infila dappertutto (i pochi portici li costruirono i piemontesi dopo il 1870), l’ombra che diventa all’improvviso un bene prezioso, introvabile, tranne che nei vicoli stretti dei rioni centrali, o nelle chiese. Ma anche molte chiese e conventi, oltre a botteghe e uffici, da mezzogiorno alle 3 del pomeriggio erano chiusi. L’addormentata "città-chiesa" dei Papi, dove gli unici eventi erano le processioni, le novene, le nuove indulgenze e le rappresentazioni sacre, non doveva badare molto alla produttività, tantomeno in estate.
Col caldo dell’estate Roma diventa una città morta. Il solleone dei pomeriggi di luglio e agosto spaventa Papa, Sacro Collegio, nobili, diplomatici, alti prelati, preti, frati, popolani. I primi, che possono, con la scusa del pericolo del colera o della malaria, fuggono nelle ville estive, magari ai Castelli. Ma gli ultimi, che non possono, sono rintanati in casa, a far finta di non esserci. "A piazza di Spagna, se vedi qualcuno camminare, sarà o un gatto o un francese", è l’ironico detto popolare riferito con gusto da Henry d’Ideville, nel suo Diario diplomatico romano (a cura di G.Artom, Milano 1966).
Questa era Roma all’aperto nelle giornate di piena estate. Un bellissimo inferno. E tra le fiamme della calura che si sollevavano dai "sampietrini", il silenzio regnava sovrano, rotto forse solo dal miagolio d’un gatto, dal frullar d’ali d’un piccione, e dallo zampillare delle mille fontane che allietano e rinfrescano ogni piazza o borgo, una grande ricchezza che ha sempre fatto di Roma una città unica al mondo.
Una quiete che in una città abituata a vivere fuori casa non può mai essere totale. Così, un vero fastidio sono i rumori molesti dei giovani che nei cortili, sotto un fico o nelle strade in ombra, incuranti dei divieti dei vecchi, urlano, scherzano, litigano, giocano a bocce, a ruzzica, alla morra, e tirano sassi. E che danno terribilmente ai nervi, fino a causare un’ira incontenibile, a chi vuol riposare, a tapparelle abbassate, nella "pennichella". Il sonetto seguente esprime bene l’esasperazione irosa di un tipico romano disturbato dalle grida e dai giochi rumorosi di giovinastri strafottenti sotto casa.
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A LI CAGGNAROLI SULL'ORE CALLE
Bastardelli futtuti, adess'adesso
si nun ve la sbiggnate tutti quanti,
viengo giù, ccristo, e vve n'ammollo ttanti,
tutti de peso e cco la ggionta appresso.
Che sso! mmai fussim'ommini de ggesso,
da piantà llì cco la fronnetta avanti!
Guarda che sconciature de garganti!
Fùssiv'arti accusì, ttanto è l'istesso.
È ggià da la viggilia de Sanpietro
che vve tiengo seggnati uno per uno
pe ggonfiavve de chicchere er dedietro.
Pregat'Iddio, fijjacci de nisuno,
pregat'Iddio d'arisfassciamme un vetro,
e vvedete la fin de sto riduno.

1 ottobre 1831
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Versione. A quelli che fanno chiasso nelle ore calde. Bastardelli fottuti, se non filate via tutti quanti, adesso scendo giù, per Cristo, e ve ne dò tanti [di sganassoni], di forza e con la giunta. E che! nemmeno fossi un uomo di gesso [quindi insensibile a tutto e incapace di reagire] da piantarsi fermo come una statua con tanto di foglia di fico davanti! Guarda tu che sconcio da gradassi prepotenti! Anche se voi foste alti così [cioè ragazzini] sarebbe lo stesso. E’ già dalla vigilia di San Pietro che vi ho catalogati uno per uno per farvi il sedere gonfio di botte. Pregate Dio, figliacci di nessuno, pregate Dio di rompermi di nuovo un vetro, e vedrete che fine farà la vostra combriccola.
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In un suo saggio intitolato Afa. Antologia sull’insopportabile caldo romano, Luigi Ceccarelli (celebre come romanista con lo pseudonimo di "Ceccarius") ha riunito i vari sinonimi riportati dai linguisti romani. E’ afa, ma anche bafa, callaccia o addirittura sbafa, l’aria afosa opprimente, il caldo soffocante e snervante (G.Vaccaro, Vocabolario romanesco belliano e italiano-romanesco, Roma 1969). Conviene il Chiappini, per cui callaccia è l’afa, il caldo fastidioso, la calura (Vocabolario romanesco, Roma 1992). All’afa, però, Roma ha, o meglio aveva, l’antidoto: il "ponentino". Una brezza che spira da Ponente cioè dal mare verso Roma e che si leva al calare del sole rinfrescando l’aria arroventata dei pomeriggi estivi. E’ una delle caratteristiche climatiche della città, a causa della sua posizione tra il mare e catene di colline, ma al presente il continuo dilagare di nuove costruzioni sulla costa e nei quartieri occidentali della città, sta mano a mano alterando la configurazione del terreno, ed il "ponentino" non riesce ormai più a giungere sino al centro della città (F.Ravaro Dizionario romanesco, Roma 2000).
Così desiderato è ogni genere di refolo d’aria o brezza che a Roma esiste perfino un "vicolo de’ Venti" (rione Regola, a S.Caterina della Rota). Dove, in ogni stagione e ora del giorno si dovrebbe notare sensibilissimo il soffiare dei venti (A Rufini, Dizionario etimologico-storico delle strade, piazze,borghi e vicoli della città di Roma, Roma 1847).
E Ceccarius fa bene a ricordarsi di due versi del grande Zanazzo, il più belliano degli studiosi ed eredi del Belli, tratti da una sua poesia del 16 aprile 1882 (G.Zanazzo, Poesie romanesche, a cura di G.Orioli, Roma 1968), in cui nelle segrete Camere pontificie la spossatezza domina perfino tra Li servitori in anticammera durante er Concistoro delli Cardinali:
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Che sbafa! Che callaccia! Opri le porte
armeno gioca l’aria…
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Il Belli, che era freddoloso e morì con uno scaldino in mano, dedica al caldo e all’estate due realistici sonetti, però curiosamente scritti in pieno inverno, il 7 e l’8 febbraio. E allora, tra i rigori del gelo, deve trattarsi d’una rievocazione (M.Teodonio), se non addirittura d’un acuto desiderio, tecnicamente ben servito dal sistema di appunti e varianti di "rime pronte" a cui poteva ricorrere in ogni momento dell'anno l’organizzatissimo sonettista:
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ER CALLO
Uff! che bbafa d’inferno! che callaccia!

Io nun ho arzato un deto e ggià ssò stracca:
oh cche llasseme-stà! ssento una fiacca,
che nnun zò bbona de move le bbraccia.
Sto nnott’e ggiorno co li fumi in faccia,
sudanno a ggocce peggio d’una vacca;
che inzino la camiscia me s’attacca
su la pelle. Uhm, si ddura nun ze caccia.
Ho ttempo a ffamme vento cor ventajjo,
a bbeve acqua e sguazzamme a le funtane:
è ttutto peggio, perché ppoi me squajjo.
P’er maggnà, ccrederai? campo de pane.
E nnun te dico ggnente der travajjo
de ste purce, ste mosche e ste zampane.

Roma, 7 febbraio 1833

Versione. Il caldo. Uff! Che afa d’inferno! Che calura! Non ho fatto il minimo movimento, eppure sono già stanchissima: oh, che apatia! Sento una debolezza tale che non posso neanche alzare le braccia. Notte e giorno ho le caldane sul viso, sudando a gocce peggio di una vacca, tanto che perfino la camicia mi si attacca alla pelle. Uhm, se dura questa situazione non se ne esce. Tempo sprecato a farmi vento col ventaglio, bere acqua, e sguazzare nelle fontane, è peggio, perché poi mi squaglio. In quanto al mangiare, ci crederai?, vivo di pane. E non ti dico nulla del fastidio di queste pulci, mosche e zanzare.
.
In un crescendo di enfasi che ha punte drammatiche vagamente dantesche, il Belli adombra in una piccola "fine del Mondo" di stampo popolare la leggenda – suffragata anche da qualche medico – che il gran caldo estivo portasse addirittura le terribili febbri contagiose (la "mal aria", appunto) di cui Roma allora era infestata, prima delle grandi riforme dello Stato unitario, a causa degli acquitrini che la circondavano, delle condizioni di vita poco igieniche e della conseguente debolezza verso le infezioni di cui soffriva la popolazione, nella totale indifferenza della Chiesa.

L’ISTATE
’Na caliggine come in cuest’istate
nu la ricorda nemmanco mi’ nonno.
Tutt’er giorno se smania, e le nottate
beato lui chi rrequia e ppijja sonno!
L’erbe, in campaggna, pareno abbrusciate:
er fiume sta cche jje se vede er fonno:
le strade sò ffornasce spalancate;
e sse diría che vvadi a ffoco er Monno.
Nun trovi antro che ccani mascilenti
sdrajati in ’gni portone e ’ggni cortile,
co la lingua de fora da li denti.
Nun piove ppiú dda la mità dd’aprile:
nun rispireno ppiú mmanco li venti...
Ah! Iddio sce scampi dar calor frebbile!
Roma, 8 febbraio 1833

Versione. L’estate. Una caligine come in quest’estate non la ricorda neanche mio nonno. Tutto il giorno si smania, e di notte beato chi ha requie e prende sonno! Le erbe in campahna sembrano bruciate: il Tevere è così povero d’acqua che gli si vede il fondo, le strade sono fornaci spalancate, e si direbbe che vada a fuoco il Mondo. Non trovi altro che cani macilenti straiati in ogni portone e cortile, con la lingua fuori dai denti. Non piove dalla metà di aprile, non respirano più neanche i venti… Ah Iddio ci scampi dal calor febbrile!

"12 luglio 1845. Dal 6 al 9 abbiamo avuto un caldo che talvolta fece ascendere il termometro di sopra i gradi 28 (gradi Réaumur, pari a 35°C. NdR). Ai 7 ascese a gradi 28,6 (pari a 36°C, NdR). Dal 1842 non avemmo un caldo simile (N.Roncalli, Cronaca di Roma 1844-1848, vol I, Roma 1972. E ancora, scriveva lo storico Gregorovius in Diari romani il 19 agosto 1861: "Il caldo straordinario ha mandato a monte i miei lavori, i risultati di 44 giorni sono molto meschini" (Ceccariuis). A noi moderni, con l'aumento delle temperature medie degli ultimi decenni, un caldo simile sembra normale: si verifica ad ogni estate. Ad ogni modo, se vivesse oggi a Roma, d'estate, Gregorovius scriverebbe solo grazie all'aria condizionata!

Un altro diario. "26 giugno 1801: fa da ieri in qua un grandissimo caldo". "1 luglio 1801: caldo grandissimo". Il principe Chigi, che registrava nel suo diario con maniacale fissazione aristocratica ogni variazione di calore e umidità, cercava refrigerio alla fontana di piazza del Popolo. Ebbene, per assicurarsi che ci fosse un refolo di vento vi immergeva, essendo il dito troppo proletario, la punta del bastone: osservando che una parte si asciugava prima dell’altra si accertava della direzione e dell’esistenza stessa del vento.

E dal caldo veniva il colera, si pensava allora. "26 luglio 1831: oggi è cominciato un triduo nella chiesa dell’Anima con indulgenza per implorare la cessazione del flagello del cholera, che ha penetrato in qualche parte degli stati dell’Imperatore. 6 agosto 1835: oggi è cominciata una divozione di dieci giorni in 16 chiese dedicate alla Madonna, oltre alla chiesa di S Rocco, con indulgenza plenaria per chi v’interverrà 7 volte, ad effetto d’impetrare l’allontanamento del morbo che ci minaccia". 9 agosto 1835 Essendosi riconosciute insufficienti le 16 chiese destinate per l’indulgenza, ne sono state accresciute altre 8, delle più vaste. Nello stesso tempo si è annunziata la riduzione da 7 volte a 5 per l’acquisto dell’indulgenza (C.Fraschetti, Diario del Principe Agostino Chigi dal 1830 al 1855, con un saggio di curiosità storiche sulla vita della Roma dell’epoca (Tolentino 1906).

Insomma, sempre i soliti, i Papi Re! Il colera lo combattevano non con i medici o l’igiene, ma a colpi di massicce preghiere. Tridui e novene, anziché canalizzazioni agricole. Sconti last minute sulle indulgenze, anziché estratto di chinina. Tanto, si sa, malati o sani, sarebbero andati tutti comunque all'inferno.
Anche per questo, il colera terrorizzava tutti, preti, nobili e popolo. E la preoccupazione di Chigi era quasi un presentimento: la moglie muore di colera nell’epidemia del 1837, e anche lui morirà nel 1855, colpito probabilmente dallo stesso morbo (Ceccarius). E che l’estate romana equivalesse alle malattie, lo dice anche il Belli nel sonetto terroristico L’aria cattiva (5 giugno 1845) che oggi farebbe inviperire l'Ufficio del Turismo. E se pensiamo all'attuale Estate Romana, quant'è lontana la Roma di oggi dalle epidemie papaline!:
.
Scappate via, sloggiate, furistieri:
fora, pe ccarità, cch’entra l’istate.
Presto, fate fagotto, sgommerate,
ché mmommò a Rroma so affaracci seri.

Ché cqui er callo è un giudizzio univerzale:
l’aria de lujji e agosto ammazza tutti.

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Così, da metà giugno a fine settembre Roma si svuotava di Papa, Sacro Collegio, alti prelati, diplomatici, aristocratici e borghesi benestanti, perché - altro che inverno - si riteneva che la "malaria" infuriasse col colera e altri morbi proprio nel mezzo dell'estate. Tutti quelli che potevano andavano ai castelli nelle ville di Albano, Castelgandolfo, Frascati, o ai bagni di mare. La malaria, in senso stretto, poi, era tipica dell’estate romana, le campagne essendo paludose e infestate di zanzare. Nessun quartiere romano ne era esente, soprattutto la periferia (Ceccarius).
Perciò, non appena un popolano diventava un minimo benestante, sùbito faceva mostra di "andare in villeggiatura", ai Castelli, come la "sora Irene" del sonetto seguente, che non avendo una carrozza privata ci va in diligenza. "Smanie della villeggiatura", le aveva chiamate Goldoni, graffiando anch’egli le tipiche pretese piccolo-borghesi dei neo-ricchi:
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LA PARTENZA PE LA VILLEGGIATURA
Sor’Irene, e ccusí? ss’arivà ffora?
E ss’è lléscito, indove? Eh ggià, a Ffrascati,
a cqueli belli crimi imbarzimati.
Ecco cqua che vvor dí dd’èsse siggnora.
Ma ssa cche cco ste sciarle è vventun’ora,
e li cavalli ggià stanno attaccati?
Anzi, in ner leggno sciò vvisto du’ frati
che la prèsscia d’annà sse li divora?
J’hanno messa la robba, eh sor’Irene?
Oh bbrava: ma jj’avverto che vvò ppiove:
veda che ttutto sii cuperto bbene.
Ôh, ddunque, arivedèndola; e co cquesto
facci bbon viaggio, sce dii le su’ nove,
se diverti, s’ingrassi, e ttorni presto.

24 settembre 1835
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Versione. La partenza per la villeggiatura. Signora Irene, si va di nuovo fuori, è così? E dove, se è lecito? E già, a Frascati, con quel bel clima balsamico. Ecco che vuol dire esser signora. Ma sa che con queste ciarle siamo arrivati alle 21, e i cavalli sono già attaccati? Anzi, in carrozza ho visto due frati che la premura di andare si divora. Le hanno caricato i bagagli, eh, signora Irene? Oh, brava, ma l’avverto che sta per piovere: veda che tutto sia coperto bene. Oh, dunque, arrivederla; e con questo faccia buon viaggio, s’ingrassi e torni presto.
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E il popolo? L'unico refrigerio che gli era consentito era di andare a vedere i nobili che in carrozza "si rinfrescavano" con curiose e spettacolari passeggiate sull'acqua in una piazza Navona allagata (dove a bagnarsi, però, erano solo le ruote e le zampe dei cavalli). Altrimenti una bella fetta di cocomero, molto raramente un gelato, perché i sorbetti offerti dai "sorbettari ambulanti" del Centro costavano cari. Altrimenti, doveva industriarsi ad evitare il sole camminando acrobaticamente lungo le "linee d'ombra" dei palazzi nobiliari. Ma con un pizzico di conquista democratica che a Parigi e a Londra si sognavano, perché potevano godere del romanissimo diritto ai "trapassi". Per lunga tradizione, i grandi palazzi aristocratici con più portoni erano gravati da una singolare servitù di passaggio: chiunque vi poteva entrare, probabilmente sotto lo sguardo di occhiuti guardaportoni, poteva percorrere lunghi e freschi corridoi, cortili e giardini, e uscire da un altro portone. Perfino nel più grande di tutti, il palazzone papale del Quirinale, anche il giovane "cascherino" del fornaio col pane da consegnare, la lavandaia con la sporta o un ragazzino del popolo a piedi nudi, potevano entrare alle Quattro Fontane e uscire dalla porta della Dataria, praticamente su Fontana di Trevi. Lo scrive lo stesso Belli nel sonetto La strada cuperta.

Chi vvò vvienì da le Cuattro-Funtane
ssempre ar cuperto, ggiù a Ffuntan-de-Trevi
entri ar porton der Papa...
... Com'è arrivato a la Panettaria
... scappi dar porton de Dataria.

M.Bosi vi accenna nel saggio Un privilegio perduto: i trapassi dei portoni in "Strenna dei Romanisti", Roma 1972. Così il popolino evitava il caldo e il sole, e "tagliava" tortuosi percorsi sotto il sole cocente dell'estate nel Centro di Roma. E anche se le guardie civiche vigilavano e il "monsignor illustrissimo delle strade" in teoria vietava e puniva qualsiasi cosa, poteva sempre farsi un bel pediluvio nelle mille fontane romane. L'igiene dello Stato della Chiesa ne aveva tutto da guadagnare.
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IMMAGINI. 1. Piazza Navona allagata, una vecchia tradizione durata fino all'Ottocento che si ripeteva ad ogni estate come festa curiosamente riservata alle carrozze. 2. Il cocomeraro di piazza Navona (acquerello di A.Pinelli). 3. Il sorbettaro ambulante mostra ai passanti un gelato (stampa popolare). 4. Giovani giocatori di bocce. Tra urla, commenti e litigi, il clamore del gioco all'aperto rompeva la quiete dei caldi pomeriggi romani.

10 luglio 2010

A ognuno il suo rischio: il volo, la notte, il cavallo, il maiale!

Te la sei cercata? Allora, neanche Dio può farci nulla: Qui amat periculum, peribit in illo. E’ il latinorum dei preti, che sentenzia: chi ama il pericolo, in esso morirà. La morale cattolica è proprio il contrario di quella tipica dei Paesi anglosassoni e protestanti, amanti del rischio. Nel Trattato di Teologia Ascetica e Mistica si spiega infatti: “Dio non soccorre chi volontariamente, senza necessità si mette in pericolo…”
Il Belli si sofferma sul tema del pericolo, della morte e della fatica di vivere del popolo di Roma. Fatica e pericolo dovuti sia a mestieri di per sé a rischio, sia al degrado della città e alle leggi liberticide di uno stato feudale.
Il sonetto per l'incidente mortale allo scozzone (lo scozzone era il cavalcante, servo che accompagnava a cavallo il padrone), e' cronaca asciutta, con una venatura di dolorosa fatalita', legata al pericolo che incombe sul protagonista: "Morte certa, ora incerta", direttamente legata alla fatica di vivere nella Roma dei primi '800.
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LO SCOZZONE
Tu ssai dov’è Ssan Nicola in Narcione:
bbè, a la svortata llí der Gallinaccio
er cavallo je prese un scivolone,
turutuffete, e llui diede er bottaccio.
Ecco si cche vvor dí mmontà un sturione,
mette la vita in mano a un cavallaccio:
coll’antri è annato via sempre bbenone:
co cquesto è ito ggiú ccom’uno straccio.
Restò ggelato, povero Cammillo!
Ce s’incontrò er decane de Caserta
che nu l’intese fà mmanco uno strillo.
Disce Iddio: Morte scerta, ora incerta:
chi er risico lo vò, ribbinitillo
omo a ccavallo sepportur’uperta.

22 gennaio 1832
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Versione. Lo Scozzone (il cavalcante). Sai dov'e' San Nicola in Arcione (chiesa oggi scomparsa): all'incrocio con via del Gallinaccio il cavallo scivolo' , turutuffete (espressione per il rumore di una caduta) e lui cadde pesantemente. Ecco cosa vuol dire montare uno sturione (cavalo magro e macilento), mettere la vita nelle mani di un cavallaccio: con gli altri andava via sempre benone: con questo e' andato giu' come uno straccio. Resto' morto sul colpo, povero Camillo! ci si incontro' il capo dei servitori del Duca di Caserta che non gli senti' fare neanche uno strillo. Dice Dio: morte certa ora incerta: qui amat periculum, peribit in illo (chi ama il pericolo in esso perira'): uomo a cavallo sepoltura aperta (tre diversi proverbi).

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Quest' ultima terzina si puo' collegare a tanti fatti di cronaca dei nostri giorni: ad esempio la morte di Pietro Taricone nel corso di un lancio con paracadute, o quella quasi contemporanea del ragazzino Francesco di 13 anni che forse praticava sul tetto della scuola il parkour, una pericolosa disciplina metropolitana acrobatica.
Il primo era l'epitome del ragazzo che ce l'aveva fatta, diventato famoso dopo la partecipazione alla prima edizione del Grande Fratello con il suo atteggiamento da macho, ma anche da filosofo popolare, che lo aveva fatto amare dal pubblico di giovani e adolescenti. “Mi sento come una barchetta che è stata trainata al largo dal Titanic, da questa corazzata che è la televisione: e ora come ci torno a riva?” disse nella sua prima intervista, rilasciata a Curzio Maltese.
Forse lo ha portato a una fine prematura la sua predilezione per gli sport rischiosi, e' rimasto vittima di volontaria ritardata apertura del paracadute durante una discesa acrobatica, il desiderio di impersonare compiutamente il suo ruolo alla Bruce Willis, insomma un eccesso di confidenza nelle sue capacita' da Superman.
Il secondo, il ragazzino di 13 anni che era salito di notte con un compagno sul tetto della sua scuola, caduto da un' altezza di 12 metri per la rottura di un lucernario. Una delle ipotesi e' che anche lui si stesse cimentando al buio in una specie di sport che comporta grande abilita', riflessi prontissimi e un bel po' di rischio di farsi male.
Sembra che siano molti gli studenti che, sia di giorno che di notte, salgono, o forse e' meglio dire salivano, sulla sommità di quella scuola. Alcuni provano il brivido di saltare da un tetto all’altro praticando questo “parkour”, disciplina metropolitana che consiste nel portare a termine percorsi estremi con salti e passaggi acrobatici. I ragazzi girano dei video con i loro telefonini e poi li caricano su Youtube.
Cosa ci fa associare questi due tragici avvenimenti? Il desiderio di confrontarsi con il pericolo, da sempre presente nel DNA dell'uomo. Il successo del macho nel senso piu' lato: con le donne, con la carriera e i soldi, sbattuto in faccia alle nuove generazioni dai mass media. La vita troppo monotona della gente comune, il desiderio di emergere comunque, o comunque di emulare chi emerge. La mancanza dei tradizionali pericoli nella vita moderna. Ricordiamo i secoli bui dell' Europa attraversata da guerre che duravano per intere generazioni, la guerra dei cento anni tra Francia e Inghilterra, dal 1337 al 1453, quella dei trenta anni, dal 1618 al 1648 in tutta Europa, che avevano veramente spopolato interi paesi. Per non parlare delle due guerre mondiali del secolo scorso.
Sembra agli psicologi che oggi il surrogato della guerra sia il pericolo fai da te. L' invenzione di bravate come il passeggiare sui tetti dei treni in corsa, lo sdraiarsi sui binari in attesa che passi un treno, possibilmente merci, per evitare le deiezioni dai gabinetti.
Pietro e Francesco sono insomma stati vittime della loro ricerca del rischio. Il rischio esiste nella vita di oggi, ma andarselo a cercare insieme ad amici e colleghi in situazioni, o codificate da una disciplina, come il paracadutismo, o di novissima invenzione come il parkour, e' veramente speciale e di grande attrazione. Ma, abbiamo visto, anche di grandissimo pericolo.
Ma torniamo alla vita nella Roma dei primi '800. Il pericolo di perderla era legato alla professione, alle insidie di briganti e malfattori, a imprevedibili risse che potevano scoppiare, come anche oggi, per futili motivi. E ogni vero popolano romano portava il coltello. Ma anche per il semplice arrischiarsi di andare per la citta' di notte, nel buio piu' completo e totale, come racconta il sonetto:
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CHI VA LA NOTTE, VA A LA MORTE
Come sò lle disgrazzie! Ecco l’istoria:
co cquell’infern’uperto de nottata
me ne tornavo da Testa-spaccata
a ssett’ora indov’abbita Vittoria.
Come llí ppropio dar palazzo Doria
sò ppe ssalí Ssanta Maria ’nviolata,
scivolo, e tte do un cristo de cascata,
e bbatto apparteddietro la momoria.
Stavo pe tterra a ppiagne a vvita mozza,
quanno c’una carrozza da Signore
me passò accanto a ppasso de bbarrozza.
«Ferma», strillò ar cucchiero un zervitore;
ma un voscino ch’escì da la carrozza
je disse: «Avanti, alò: cchi mmore more».
21 gennaio 1832
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Versione. Chi va di notte, va alla morte (proverbio). Come accadono le disgrazie! Ecco la storia: con quella notte d'inferno me ne tornavo da Testa spaccata, (contrada di Roma scomparsa per costruire il monumento a Vittorio Emanuele II) a sette ore dopo l'avemaria (le ore si contavano a partire dall'avemaria, e percio' variavano con le stagioni, circa la mezzanotte a Gennaio) dove abita Vittoria. Quando proprio al palazzo Doria sto per salire ( il livello del Corso era molto piu' basso a quei tempi e c'erano alcuni gradini) a Santa Maria in Via Lata, scivolo fo una bruttissima caduta e batto la parte posteriore della testa ( dove si credeva fosse la memoria del cervello). Mentre stavo a piangere a terra come una pianta di vite recisa (che dia gocce di linfa) mi passo' accanto una carrozza signorile a lento procedere. Ferma, strillo' al cocchiere un servitore, ma una vocetta che usci' dalla carrozza gli disse: avanti , andiamo, chi muore muore.

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Un altro elemento di pericolo poteva esistere durante violenti temporali; molte strade di Roma non avevano fognature per la raccolta dell'acqua piovana, che scorreva nelle "pianare", in pratica al centro della strada, che potevano trasformarsi in un vero e proprio torrente, con il rischio di trascinare a fiume il malcapitato.
Oggi rischi del genere ci fanno sorridere, almeno a Roma, mentre ai nostri giorni il dissesto idrogeologico si porta via paesi interi costruiti con troppa disinvoltura.
A proposito di attivita' sportive, anche ai tempi del Belli esistevano avvenimenti popolari e sport estremi, molto pericolosi.
La corsa dei cavalli berberi da piazza del Popolo a piazza Venezia durante il carnevale era un avvenimento paragonabile alla antica, ma ancora attuale, corsa dei tori di Pamplona in Spagna. Specialmente alla fine della corsa, alla "ripresa", potevano avvenire incidenti anche molto gravi con persone travolte dai cavalli, tanto che anche il Belli ne fa cenno, parlando di un noto medico che si andava a posizionare dallo speziale Cesanelli in posizione strategica vicino alla "ripresa", per assistere clienti bisognosi di cure o di trasporto in ospedale, una specie di pronto soccorso fai da te.

LA SERVA DER CERUSICO
Nun c’è er padrone: ha avuta una chiamata
pe ccurre a ffà ar momento ’na sanguiggna,
a Ppasquino a ’na pover’ammalata,
c’ho intes’a ddí cche ssii frebbe maliggna.
Eppoi pijja un straporto e vva a ’na viggna
for de ’na scerta porta ch’è sserrata,
a ccurà ’na cratura co la tiggna,
che da un mese nun l’ha ppiú vvisitata.
A pproposito!... oggi entra carnovale!
Ebbè, vvoi lo trovate a or de Corza
drento da Scesanelli lo spezziale.
Ché oggn’anno in quer frufrú dde la ripresa
quarche ddisgrazzia ha d’accadé ppe fforza,
e ppe ggrazzia de ddio s’è ssempre intesa.
22 marzo 1834
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Versione. La domestica del cerusico. Il padrone non c’è: ha avuto una chiamata per correre a mettere subito una sanguisuga a piazza Pasquino [nota statua “parlante”] ad una povera ammalata, che ho sentito dire abbia la febbre maligna. Poi prende una carrozza e va in campagna uscendo da una porta [di Roma] che è sempre chiusa [nota il Belli: Le porte disusate di Roma sono la Pinciana, la Fabbrica e la Castello, la prima sotto il Pincio, la seconda presso la Fabbrica di S. Pietro in Vaticano, e la terza accanto alle fosse del Castello, già Mausoleo di Adriano] per curare una bambina con la tigna, che da un mese non l’ha più visitata. A proposito, oggi entra il Carnevale! E allora lo troverete all’ora della Corsa [quando i cavalli berberi sciolti correvano all’impazzata lungo il Corso] nella farmacia Cesanelli. Perché ogni anno in quella confusione della ripresa [i cavalli venivano fermati da coraggiosi cavallari, ma spesso c’erano feriti e calpestati, anche tra i passanti] qualche disgrazia accade per forza, e per grazia di Dio c’è sempre stata.
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Altro sport pericoloso era l'ascensione in mongolfiera. Il primo volo fu dei fratelli Montgolfier nel 1783 a Parigi. I Montgolfier erano fabbricanti di carta e i primi "globi aerostatici" erano per l'appunto di carta, sopra il cui involucro era distesa una rete da pescatori che consentiva una certa resistenza durante il volo. Anche a Roma vi furono alcune ascensioni a meta' dell ' 800. Nel 1853 Luigi Piana muore per ipossia (mancanza di ossigeno) su un pallone a doppia camera in volo su Roma. E anche un’altra tragedia impressionò tutti. Pio IX, che presso il popolo aveva fama di jettatore, aveva dato la sua paterna benedizione per una ascensione e il pallone aerostatico cadde rovinosamente con la morte degli aeronauti, tanto che lo stesso Papa si astenne da autorizzare, e sopratutto benedire, altre ascensioni per lungo tempo.
Ma c’era anche chi, uomo di potere della Chiesa abituato a vivere tra gli agi, non correva il rischio di camminare a piedi di notte, di coprirsi di gloria in battaglia, di salire eroicamente in pallone, tantomeno di montare un cavallo bizzarro. Al massimo si abbuffava fino a scoppiare d’indigestione. Un pericolo adatto ai cardinali di Santa Romana Chiesa, quello della morte per intemperanze alimentari. Per loro la fatica di vivere e' la fatica a digerire, insinua il caustico Belli, che sull’avidità dei prelati, anche per il cibo, intinge spesso i crostini nei suoi saporiti sonetti. Come nei quattro per la morte del cardinale Placido Zurla, Vicario di Gregorio XVI, "er cardinal camannolese" che sono festosi, quasi celebrativi per la scomparsa di un odiato personaggio, visto come la peggiore espressione dell’avidità del potere temporale del papato. E dire che il Cardinale Vicario vigilava sui costumi!
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Sí, amichi, finarmente stammatina
s’è sparza la staffetta da per tutto
che ss’è vvotato er zacco de farina,
che ss’è squajjato er vesscigon de strutto.
...
Un po' ppiú cche ccampava er Cardinale,
er vino che sse trova a sto paese
nun arrivava manco a ccarnovale
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Versione. Si amici finalmente stamattina si e' sparsa la notizia che si e' vuotato il sacco di farina, che si e' liquefatto il vescicone di strutto (il Cardinale era un omone, forte mangiatore e bevitore). Se il Cardinale avesse vissuto piu' a lungo, il vino del Vaticano non sarebbe arrivato neanche a carnevale.

Ma, a proposito di cardinali, indovinate che fine poco gloriosa fa un altro cardinale, che invece di montare qualche cavallo bizzarro o scozzone, preferisce scozzonare (cioè montare e domare) una ugualmente bizzosa marchesa sposata, a quanto lascia intendere un maligno servitore. Ma, ecco il busillis, rischia di morire (o muore, non è chiaro) per la grande abbuffata a tavola, come mostra di credere il Belli, o per il troppo sesso con la marchesa, o per aver fatto a piedi le Sette Chiese, oppure per tutti e tre gli strapazzi insieme?

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ER CARDINALE
M’ha ddetto er zotto-coco der Marchese
che cquer zervo-de-ddio der Cardinale
che cce pranzava trenta vorte ar mese,
e annava ogni tantino all’urinale,
cuer giorno c’annò a ffà le sette cchiese
se magnò ccinque libbre de majale:
e a mmezzanotte te je prese un male
senza poté ccapí ccome je prese.
Presto du’ preti la matina annorno
a ffà escì er Zagramento e ddì orazzione
pe tutti li conventi der contorno.
A sta nova la mojje der padrone,
che svejjonno abbonora a mmezzoggiorno,
ce se fesce pijjà le convurzione.
22 gennaio 1832
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Versione. Il cardinale. Mi ha detto il sotto-cuoco del marchese che quel “servo di Dio” del cardinale, che vi pranzava trenta volte al mese, e andava ogni tanto a urinare, quel giorno in cui andò a fare le visite alle Sette Chiese [“Divozione molto in voga a Roma, premiata – nota il Belli – con gran ricchezza d’indulgenze, e terminante come quasi tutte le altre in un cristiano banchetto”], si mangiò cinque libbre di maiale, e a mezzanotte gli prese un male di cui non si riuscì a capire la causa. La mattina presto due preti andarono a far uscire il Sacramento e a dire orazioni per tutti i conventi dei dintorni. A questa notizia la moglie del padrone, che svegliarono presto, a mezzogiorno, fu presa dalle convulsioni.
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Certo, che mangiare con la marchesa “trenta volte al mese” come spiffera il domestico, voleva dire che il signor Cardinale di Santa Madre Chiesa di fatto conviveva con la signora Marchesa. E che il signor Marchese, pace all’anima sua, lungi dall’essere volgarmente un cornuto, era forse, più astutamente di un diplomatico, capace di assentarsi nei momenti opportuni, insomma un “marito della moglie del cardinale” (v. sonetto).
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IMMAGINI. 1. La prima ascensione in pallone aerostatico documentata in Italia è quella di Paolo Andreani e dei fratelli Gerii a Brugherio (Milano) nel 1784 (stampa da M.Majrani, Aerostati, Edizioni dell'Ambrosino, Milano). Il governatore austriaco e l'imperatore Giuseppe II d'Austria, pur presente in città, si rifiutarono di assistervi, perché uno spettacolo così "ardito", quasi una sfida alle leggi della Natura, lo ritenevano moralmente riprovevole. 2. La caotica "ripresa" dei cavalli selvaggi (berberi o barbari) alla fine del Corso, a piazza Venezia (A.Pinelli, 1835 ca).

30 giugno 2010

Commetti un reato? Rifùgiati in Chiesa e nessuno ti toccherà

"Manco li giacubbini!", disse il card. Bernetti, segretario di Stato di papa Gregorio XVI, tradotto nella lingua del Belli. "Peggio dei regimi comunisti!", ha detto il card. Bertone, segretario di Stato di papa Benedetto XVI. Cambiano i papi e i loro primi ministri, ma non le invettive contro chi si permette di accusare la Chiesa, fossero pure i giudici.
La legge del contrappasso vuole che la Chiesa che ha inventato l’Inquisizione e gli "interrogatori stringenti" sempre sul punto di trasformarsi in tortura psicologica e fisica, ora si trovi male sul banco degli imputati. Chi di spada ferisce, di spada perisce.
De Troy come anti-Bellarmino? Be’, non esageriamo. Quest’ultimo, accusatore del Santo Uffizio, fece condannare ingiustamente Giordano Bruno e Galileo ("reo di aver visto la Terra girare attorno al Sole", recita ironicamente la famosa targa accanto a Villa Medici). Invece, il procuratore belga che ha duramente inquisito l’arcivescovado di Bruxelles arrivando perfino a far aprire una tomba, voleva rompere l’omertà cattolica e costringere i vescovi a fare i nomi dei tanti religiosi che con la scusa del messaggio cristiano "sinite parvulos venire ad me" (lasciate che i bambini vengano da me) avevano commesso gravi violenze su minori e atti di pedofilia. Chiesa, letteralmente, "refugium peccatorum"?
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La giustizia in un Paese cattolico ma laico, in cui cioè lo Stato – a differenza dell’Italia – è totalmente separato dalla Chiesa e dalle religioni, e i sacerdoti sono considerati cittadini qualunque, ha finalmente lanciato un "segnale chiaro: la Chiesa non è al di sopra della legge" (De Morgen, quotidiano fiammingo). E il quotidiano francofono Le Soir ha intitolato: "I religiosi, una casta superiore". "A quale gioco sta giocando la Chiesa quando sostiene che nel cercare di identificare i preti che hanno abusato di minori, la giustizia si rende colpevole di una doppia violenza?" Ma forse, aggiunge, "il Vaticano preferisce le tombe alle vittime".
E a proposito di tombe scoperchiate, il Belli si rivolterà nel suo loculo al Verano, e quasi quasi ritroverà la voglia di scrivere versi satirici sulla corruzione della Chiesa, come ai bei tempi (che poi sono i sette anni dal 1830 al 1837), se gli farete leggere i giornali del giugno 2010 che parlano del cardinal Segretario di Stato che dà dei "comunisti", cioè – tradotto in linguaggio belliano – dei "giacubbini", ai giudici di Bruxelles che indagano sui reticenti monsignori pedofili, e del cardinale del Pontificio Collegio urbano "de Propaganda Fide", coinvolto in un’oscura vicenda di appalti, mazzette e appartamenti di lusso concessi gratis ai potenti, che per non essere interrogato dai magistrati romani si rifugia sotto la protezione di Santa Madre Chiesa, con la scusa del Concordato. Stiamo tornando al "diritto di asilo" delle chiese, anzi, della Chiesa?
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Al povero Belli tutta la faccenda sembrerà un déja vu. Lui queste cose le ha già denunciate nei sonetti. A suo modo, ovviamente: coprendosi dietro una presunta "voce del popolo". L'immorale morale della favola è: se vuoi fare quello che vuoi, devi indossare un abito talare, meglio se rosso. Il rosso, rubato come tante altre cose alla Roma pagana, per la Chiesa è il Potere, l'Autorità. E a proposito, vi ricordate il cardinale sorpreso in incognito nel casino, come mette in riga il poliziotto, semplicemente sostituendo lo zuccotto nero con quello violetto?
Insomma, direbbe il Grande Scorbutico e Misantropo, "si ci hai quarche viziaccio d’annisconne", insomma qualche reato grave, la Chiesa (con la maiuscola, com'è infatti nel nostro titolo) ti difenderà. Solo che a quei tempi serviva, almeno una chiesa (con la minuscola) o un convento, meglio se fuori mano. Oggi neanche più la fatica di salire a perdifiato i gradini del sagrato con la forza pubblica alle calcagna. Si fa tutto col telefonino: "pronto, Eminenza?". Tutti ricorderanno la figura di fra’ Cristoforo nei Promessi Sposi. Il Manzoni racconta che quando il cappuccino era solo il ricco mercante Lodovico, un giorno ebbe la sventura di non cedere la strada in uno stretto vicolo ad un nobile arrogante e attaccabrighe. Insomma, direbbe il cronista oggi, "una tragedia originata da futili motivi di viabilità". Apostrofato come "vil meccanico!" (cioè, uomo di bassa condizione) dovette difendersi dalla sua spada. Oggi i criminali del volante ricorrerebbero al cacciavite. Ucciso il suo famiglio e amico Cristoforo che si era generosamente interposto, Lodovico uccise a sua volta il signorotto (v. sopra, il particolare di un’antica incisione dei Promessi Sposi: Lodovico è lo spadaccino piumato a destra). Per sfuggire all'inevitabile giustizia ingiusta che avrebbe dato ragione al nobile, si rifugò in un vicino convento di cappuccini, dove fu indotto a pentirsi e a divenire monaco.
Ma, come mostrano le cronache giudiziarie di oggi, questo celebre esempio di "asilo", cioè di impunità per i criminali non ecclesiastici concessa da chiese e conventi, non deve far pensare che come fra’ Cristoforo gli odierni peccatori ecclesiasticii in abito talare nero, violetto, rosso o bianco, quelli cioè che nella Chiesa già ci sono e quindi non devono ricorrere all'asilo, si pentano allo stesso modo, e anzi diventino migliori. Tutt’altro, sembrano conservare la loro abituale arroganza, e chi con documenti alla mano li accusa si becca l'epiteto di "giacobino", "laicista", "illuminista", "liberale", "relativista", se non ateo o "senza Dio".
E allora su questi tanti furbi potenti per i quali la Chiesa cattolica è connivente e omertosa, con la comoda scusa del "refugium peccatorum", ci va benissimo il sonetto Er rifuggio:
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ER RIFUGGIO
A le curte: te vòi sbrigà d'Aggnesa
Senza er risico tuo? Be', tu pprocura
D'ammazzalla vicino a quarche chiesa:
Poi scappa drento, e nun avé ppavura.
In zarvo che tu ssei dopo l'impresa,
Freghete del mandato de cattura;
Ché a chi tte facci l'ombra de l'offesa
Una bona scomunnica è ssicura.
Lassa fà: staccheranno la licenza:
Ma ppe la grolia der timor de Dio,
C'è sempre quarche pprete che ce penza..
Tu nun ze' un borzarolo né un giudìo,
Ma un cristiano c'ha perzo la pacenza:
Dunque, tu mena, curri in chiesa, e addio.
Roma, 5 dicembre 1832
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Versione. Il rifugio. Alle corte: ti vuoi liberare di Agnese senza rischiare di persona? Be’, tu fai in modo di ucciderla vicino a qualche chiesa: poi scappa dentro e non aver paura. Una volta in salvo dopo l'impresa, non preoccuparti del mandato di cattura, perché a chi ti facesse anche l'ombra di un'offesa una buona scomunica è assicurata. Lascia fare: spiccheranno il mandato: ma per la gloria del timor di Dio, c'è sempre qualche prete che ci pensa. Tu non sei nè un borseggiatore nè un ebreo, ma un uomo che ha perso la pazienza: dunque, tu colpisci, corri in chiesa, e addio.
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Ai tempi del Belli, però, questa scappatoia che la Chiesa cattolica offriva ai delinquenti rispondeva ad una logica cinicamente classista, di cui pochi parlano. I nobili che si erano macchiati di omicidio con l’asilo nelle chiese la facevano franca, ma il popolo quasi mai riusciva ad evitare la giustizia. A meno che, appunto, il reo non avesse scelto addirittura di farsi monaco per tutta la vita. E allora, prigione per prigione, meglio il chiostro.
L’assurdo e immorale privilegio della extraterritorialità rispetto alle leggi civili di cui godevano per disposizione della Chiesa conventi e chiese fu cancellato per la prima volta in Italia dal cattolicissimo "regno di Sardegna" (chiamato così perché i Savoia erano solo principi del Piemonte) con le leggi con cui il cattolico conte Siccardi abolì nel 1850 il diritto d’asilo, insieme con altri privilegi ecclesiastici. Manzoni, d’Azeglio e i tanti cattolici – veri cattolici – liberali che c’erano allora in Italia, furono contentissimi: la Chiesa doveva ritornare ad essere "morale", a distinguere gli onesti dai disonesti, ad occuparsi solo delle cose spirituali. La città di Torino eresse per gratitudine un obelisco alle leggi Siccardi. Inutile dire che, per aver eliminato le ingiustizie più odiose legate al potere e al Mondo dell’aldiquà, di chi andava dicendo invece - e dice tuttora - di occuparsi solo dell’anima e dell’Aldilà, tutti i politici coinvolti nella legge furono scomunicati dal "papa buono" Pio IX, a lungo ritenuto "liberale" dai liberali disinformati o ingenui.
In tempi più recenti, solo in casi eccezionali (antisemitismo, dittature, guerre civili) il diritto d'asilo è stato usato dalla Chiesa per salvare intere categorie di ricercati, spesso di opposte tendenze: come gli ebrei a Roma, nel convento di via Sicilia. Lo stesso convento - ha rivelato F.Nirenstein - dove dopo la guerra furono ospitati molti gerarchi nazisti prima di munirli di passaporti del Vaticano e farli espatriare in Argentina.
Ad ogni modo, a parte rari provvedimenti "umanitari", talvolta discutibili (SS e nazisti), certo, la Chiesa è stata ed è un "refugium peccatorum" anche per molti suoi papi, cardinali e vescovi – e il Belli ce lo dice in quasi ogni sonetto – ma questo lato nero, quasi un B side, della Chiesa cattolica, nonostante tutto è utile. Meno male che la Chiesa c’è: così può esistere questo blog. Un disegno machiavellico della Provvidenza. Se, infatti, si fosse sempre comportata bene, come sta scritto sul Vangelo, il Belli avrebbe scritto al massimo un quinto dei suoi sonetti, o forse non li avrebbe scritti affatto. Grazie proprio alle carognate di papi, cardinali, vescovi, monsignori, preti, frati, monache, sacrestani e chierichetti, l’Arte e la Letteratura hanno opere che si ricordano, dalla pittura, alla satira del Belli..
Grazie, perciò, Chiesa Cattolica, Apostolica e Romana! Grazie di esistere! Malgrado il "diritto di asilo" che offri ai criminali (anzi, scusaci, ai "peccatori") esterni e soprattutto interni. Questo blog ti deve la sua esistenza. Senza i tuoi errori grandiosi, i tuoi peccati grandiosi, i tuoi ladrocini grandiosi (tutto in Te è grandioso), papi, cardinali, vescovi, monsignori, preti, monache e frati, grandiosamente prepotenti ed ottusi, Giuseppe Gioachino Belli non avrebbe scritto i migliori suoi sonetti, e sarebbe tutt’al più un autore minore, locale, e il presente sito non esisterebbe. Mentre molti tuoi antichi nemici ti debbono la morte, noi ti dobbiamo la vita.
E’ per questo che, neanche paradossalmente in fondo, ti vogliamo bene. Sei stata, sei e sarai sempre – i fatti di oggi lo dimostrano – una miniera inesauribile di spunti felici per la satira e la critica.
Un po’ quello che il Belli diceva del bruttissimo papa Gregorio XVI, monaco dei Camaldolesi, di Belluno e dunque all'epoca cittadino austriaco, che fu per decenni il "suo" papa di riferimento, criticato aspramente in ben 273 sonetti, considerato la causa dell’estendersi del malcostume morale, del dissesto economico, sociale e politico del Regno Pontificio, accusato di aver reso Roma una vera "stalla e chiavica der monno".
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E Rroma, indove viengheno a ddà ffonno,
e rrinnegheno Iddio, rubben’e ffotteno,
è la stalla e la chiavica der Monno.
(Li prelati e li cardinali, 27 maggio 1834) .
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[E Roma, dove vengono a depredare, e rinnegano Dio, rubano e scopano, è la stalla e la fogna del mondo].
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A questo Papa, quando morì, Belli dedicò un epigramma fulminante, tipicamente condotto sul gioco di parole, da geniale linguista qual era, ancor più che poeta:
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A Papa Gregorio je volevo bene
perché me dava er gusto de potenne dì male.

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Ecco, appunto, lo stesso sentimento che molti, noi compresi, provano per la SS (Santa Sede) e la SCCAR (Santa Chiesa Cattolica Apostolica Romana.
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IMMAGINI: 1. Particolare da un'illustrazione delle prime edizioni dei Promessi Sposi. Ludovico (è lo spadaccino piumato a destra, il futuro fra' Cristoforo) uccide il signorotto prepotente che gli ha ucciso un amico. 2. Fra' Cristoforo nel drammatico incontro con Don Rodrigo. 3. Il segretario di Stato card. Bertone. 4. Il gerente di Propaganda Fide card. Sepe. 5. Papa Gregorio XVI, che non era proprio un Adone, in un dipinto recentemente messo all'asta.
 
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