2 agosto 2017

Vaccino e Chiesa: peggio il Papa, il prete, il teologo o il popolano?

Com’è possibile che G.G. Belli che, per quanto cattolico tradizionalista e impiegato in Vaticano, leggeva riviste di cultura italiane e straniere, soprattutto francesi, anche illuministe; che si dava tono di uomo aggiornato e moderno; che amava la vita e la mentalità di Milano, tanto da desiderarla addirittura come città ideale in cui vivere, (1) fosse poi contrario all’inoculazione del vaiolo a scopo preventivo, l’unico modo per salvare milioni di vite umane e stroncare la terribile epidemia? È quello che sembrerebbe, se leggiamo senza immaginare almeno una possibile ironia da parte del Belli, magari così sottile da sconfinare nell’ambiguità opportunistica, il sonetto Er linnesto, in cui l’autore parla, più che da popolano, da tipico piccolo borghese o piuttosto da monsignore reazionario e misoneista, più papalino del Papa. È del 1834:

ER LINNESTO

Sia bbenedetto li Papa Leoni,
e ssin che cce ne sò, Ddio li conzoli;
c’ha llibberato li nostri fijjoli
da st’innoccolerie de vormijjoni.
Vedi che bell’idee da framasoni
d’attaccajje pe fforza li vaglioli
pe ffajje arisvejjà ll’infantijjoli
e stroppiàcceli poi, come scroppioni!
Iddio scià mmessa la Madre Natura
su st’affari, coll’obbrigo prisciso
de mannà cchi jje pare in zepportura.
Guarda mó, ccazzo!, pe ssarvajje er viso
da du’ tarme, se leva a una cratura
la sorte d’arrobbasse er paradiso.

21 aprile 1834

Versione. L'inoculazione (del vaiolo). Sia benedetto papa Leone, e fin che ce n’è Dio li consoli: ha liberato i nostri figli da queste inoculazioni dei virus. Vedi che bell’idea da massoni, attaccargli per forza il vaiolo per far loro risvegliare le convulsioni e storpiarceli poi come scorpioni! Dio ha affidato a Madre Natura queste cose, con l’obbligo preciso di mandare chi vuole al cimitero. E guarda oggi, invece! Per salvargli il viso da due cicatrici si toglie a una creatura la fortuna di guadagnarsi il Paradiso.

Niente di meno: bambini a cui i medici impedirebbero di morire di vaiolo e perciò, innocenti come sono, di andare in Paradiso! Solo la mente malata di preti ottusi o teologi fanatici, che non sono mancati nella Chiesa Cattolica, come oggi nell'Islam, potrebbe concepire un ragionamento del genere. Ma detto dal Belli che cos'è? Cinismo senza pari o satira crudelissima? O un po’ dell’uno e dell’altra? Certo, il Belli, impiegato in Vaticano, orecchiava battute e bisbigli malevoli di bibliotecari e monsignori, che riutilizzava a piacimento ora qua ora là. Ma la doppiezza del Belli ci ha abituato a tutto, e perciò bisogna sospendere il giudizio, ragionare e calarsi nel suo tempo e in quelli immediatamente precedenti.
       L’inoculazione del vaiolo, allora umano, a dosi ridottissime, per prevenire una malattia devastante, è patrocinata da grandi intellettuali milanesi di prestigio, tra i quali il Beccaria, il Verri, che la definisce “pratica vantaggiosissima” (2), e il “collega” poeta satirico Parini, insieme cattolicissimo (abate) e illuminista, che nella prolissa e illeggibile ode L’innesto (1765) critica il fatalismo e la mancanza di prevenzione di chi ritiene questo e ogni male ineluttabile: «Oh, debil arte, oh mal secura scorta / che il mal attendi e no’l previeni accorta».
      Ma il vaccino è voluto perfino dal Capo della Chiesa in persona, Prospero Lambertini, l’illuminista e riformatore papa Benedetto XIV, che ha tutto il tempo – morirà nel 1758 – di prender parte con posizione favorevole ma prudente alla grande disputa sull’inoculazione che proprio in quegli anni infiamma l’Europa e soprattutto l’Italia. Sul tema personalmente segue il suo teologo di fiducia, il grande illuminista cattolico Ludovico Antonio Muratori. Ma i tempi – dice – non sono ancora maturi, e per far accettare questo “preservativo” bisognerà aspettare più d’un papa. I papi sono gli ultimi a dover innovare in queste cose. «Se io fossi imperatore o re – scrive Benedetto XIV al medico Bianchi, capofila dei cattolici anti-vaccino – l’inoculazione, in vista de’ vantaggi che vi scorgo, sarebbe ormai ammessa ne’ miei Stati. Ma non voglio scandolezzare li timidi e li deboli». Tipica impostazione illuministica.
      E allora, che pretende, quasi un secolo dopo, quel popolano ottuso o piccolo borghese oscurantista che si cela dietro la satira del Belli? Perché essere più papalini del Papa?
      Certo, la Chiesa è divisa e incerta. I Gesuiti, sempre attenti alla scienza, recensiscono con favore la relazione dell'italiano Jacopo Pilarino, il primo medico al Mondo che pratica (1701), studia e pubblica (1715) in una relazione scientifica il metodo dell'inoculazione (v. oltre), e immediatamente, proprio nel 1715 cominciano a sperimentarla sugli indigeni delle loro missioni in America del Sud. Anzi, poiché l'innesto del vaiolo viene dall’Oriente, fanno dell’ironia sui cattolici anti-innesto: «Sembra quasi che temano che col vaiolo sia inoculato anche l’islamismo!». Ma quando Voltaire (L’inoculazione del vaiolo, in Lettere filosofiche, 1734) loda l’innesto come cosa “inglese”, anche se stravede per papa Benedetto XIV, si fanno più prudenti. Ai fatalisti cristiani della predestinazione gli scienziati obiettano, come il filo-inoculista C.de la Condamine: «Ma si potrebbe rispondere anche che chi è inoculato era predestinato alla inoculazione!» (1754). I Gesuiti approvano, ma poi si ritirano dal dibattito: troppo spinoso.
      Voltaire denuncia l’oscurantismo del clero e di una parte dei medici. Perché lo Stato – lamenta – aspetta il loro beneplacito? Non è forse chiaro ormai che l’esperienza inglese è positiva? ("inglese", per la propaganda iniziata a Londra da lady Montagu, moglie dell'ambasciatore inglese a Costantinopoli, convinta dal metodo del medico italiano Pilarino). E Voltaire crede di sapere perché i preti sono contro l’inoculazione: per pregiudizi teologici senza senso, e perché è una pratica che proviene dagli “infedeli”, come sosteneva il cappellano di lady Montagu (che però - aggiungiamo noi - non era riuscito a impedire l’inoculazione del di lei figlio da parte del dottor Pilarino!). Iinsomma, una pratica non cristiana che “può avere successo solo tra gli islamici”.
      È contraria buona parte del clero e del popolo, perfino in Francia, che è più razionalista e laicista dell’Italia. L’abate Jacquin in una Lettera sull’inoculazione si dice del tutto contrario non solo all’innesto, ma anche a qualsiasi forma di prevenzione della malattia. Il cancelliere Ètienne-Dénis Pasquier denuncia: preti e popolo devoto sono convinti addirittura che “somministrare a un essere umano una malattia che forse non gli verrebbe naturalmente, significa tentare Dio”. Una nuova forma di superstizione, insomma. I parroci bretoni riuniti in assemblea parlano di “crimine contro la legge divina”. Anche medici cattolici, come Philippe Hecquet che nelle Ragioni per dubitare dell’inoculazione (1722) sostiene che è una pratica riprovevole, contraria al potere divino, che non ha nulla di medico e somiglia alla magia.
      Ma il vescovo anglicano di Worcester nel 1752 si dichiara favorevole all'innesto, suscitando scalpore. Nella stessa Roma cattolica e papalina non solo alcuni medici sono favorevoli (1754), ma il teologo agostiniano Gian Lorenzo Berti nel 1762, con altri due dotti teologi toscani, Francesco R.Adami e Gaetano Veraci, pubblica a Milano l’opuscolo Tre consulti, un importante documento etico in difesa dell'inoculazione. Anzi, perfino i reazionari preti ortodossi in Grecia, riferisce lady Montagu, “cristianizzano” l’innesto dando alla disordinata serie di punture sulla pelle la forma di una croce.
      L’intera Chiesa in sostanza, divisa tra i no e i sì accesi, sembra sospendere il giudizio, restare in attesa dell’evoluzione scientifica per tutto il secolo XVIII. Il che è una grande novità: sembra quasi che si appresti a riconoscere per la prima volta libertà di dibattito e una certa autonomia della ricerca scientifica. (3)
      Ma intanto siamo ormai in pieno Ottocento, e mentre il Belli copre con un velo indecifrabile il proprio vero pensiero per mettere d’accordo la propria natura irrispettosa e i monsignori di Curia che gli danno lo stipendio, alcuni medici filantropi, in quella Lombardia ch’egli tanto ammira, già da decenni si sforzano di convincere all’inoculazione preventiva il popolo ignorante e diffidente messo in guardia da preti e medici all’antica.
      E ora, nell'Ottocento, a differenza dei tempi di papa Lambertini, i medici aggiornati usano il nuovo metodo dell’inglese Edoardo Jenner, medico rurale che nel 1796 superando la “variolizzazione”, cioè l’innesto o inoculazione del vaiolo umano preso direttamente dalle pustole dei malati in forma leggera o quasi guariti, aveva dimostrato che era più sicura, facile e riproducibile l’inoculazione del siero infetto d’un virus diverso e meno aggressivo, il vaiolo delle vacche (da cui i neologismi “vaccino” e “vaccinazione”). Ma Jenner arriva quasi un secolo dopo due medici italiani che avevano diffuso in Occidente la variolizzazione già agli anizi del Settecento.
      La variolizzazione, praticata da secoli in Africa e Oriente almeno dal 1000 dC e, chissà, forse nota anche ai nostri Antichi, altro non era che l'immunizzazione dal vaiolo ottenuta aspirando col naso polveri ricavate da croste vaiolose di malati leggeri, o più efficacemente graffiando o pungendo la pelle con pennini sporcati di pustole. E' riportata in auge in Europa da due medici italiani, sudditi di Venezia e laureati a Padova che vivono a Costantinopoli e lavorano anche per l'ambasciata inglese, il medico e giurista Jacopo Pilarino, che effettua la sua prima variolizzazione nel 1701, e il suo allievo Emanuele Timoni. Lady Montagu, consorte dell'ambasciatore li fa conoscere a Londra e quindi all'Europa. E' il Pilarino a pubblicare in latino la prima relazione scientifica sul tema (Nova et tuta variolas excitandi per transplantationem methodus nuper inventa est in usum tracta. Venezia, Hertz, 1715), cioè "Metodo per ottenere nuovi e sicuri vaioli per trapianto”. I due precursori italiani sono per di più passati alla Storia erroneamente come "greci", mentre il metodo - così equivoca anche Voltaire - sarebbe "inglese". Così, nel corso del Settecento in tutta Europa intellettuali, diplomatici e perfino Case regnanti al completo si fanno variolizzare col metodo di Pilarino-Timoni.
      Sangue di animali mischiato a quello degli uomini? Ohibò! “Bestialità” la definiscono alcuni filosofi moralisti laici. Così si va a intaccare la “sacralità” dell’Uomo, lamentano alcuni teologi. Insomma, la diffidenza pretesca, popolare e perfino medica aumenta. In Italia, se ne lamentano il suddito del Papa il medico Tommasini, responsabile per le vaccinazioni a Bologna, e soprattutto il grande medico filantropo Luigi Sacco che a Milano e in tutta la Repubblica Cisalpina dall’anno 1800 al 1810 vaccina di persona e gratuitamente circa 500 mila bambini e adulti (una media di ben 136 al giorno!), oltre a 900 mila vaccinati dai suoi collaboratori, nella più massiccia campagna di vaccinazione mai effettuata in Europa (4).
      E il numero dei vaiolosi a Milano e in Emilia, per la prima volta nella Storia crolla. Del resto l’eradicazione completa, mondiale, del vaiolo, portata a termine solo nel 1980, è stata la più grande vittoria della storia della medicina, scrive oggi l’Istituto Superiore di Sanità.
      Così, di fronte all’evidenza di migliaia di vite umane salvate, il vaccino s’impone anche nella Chiesa, anche se non nel basso clero. Del resto, la campagna di vaccinazione anti-vaiolo era iniziata agli inizi dell’Ottocento in modo sperimentale proprio in casa ultra-cattolica. Il poeta Giacomo Leopardi era stato tra i primi a essere vaccinato nelle Marche per iniziativa del padre Monaldo, famoso cattolico reazionario ascoltatissimo a Roma e sindaco ultra-papalino di Recanati, eppure convintissimo propagandista del vaccino, che finì poi per imporre nella propria città e nelle Marche.
      Eppure, il Belli, si è visto, è contrario all’innesto. Anzi, no, si vergogna di apparire passatista e perciò si nasconde dietro la satira attribuendo i propri irriferibili preconcetti a un popolano anonimo. Anzi, no, in realtà prende in giro a suon di paroloni e frasi fatte il classico monsignore anziano della favoletta. Non si sa. Ma c’è anche una terza ipotesi, per noi molto più fondata, che ha a che fare con la psicologia, con la figura del nuovo papa Leone e con gli equilibri politici della Chiesa scaturiti da un Conclave drammatico.
      Nel Conclave del 1823 al Quirinale il favorito card.Severoli del partito degli “zelanti”, rigoristi intransigenti fautori di una restaurazione religiosa della società e della riaffermazione identitaria della Chiesa dopo il “turbine laicista napoleonico”, arriva a soli sette voti dall’elezione; ma è bloccato dal colpo di scena del veto (jus exclusivae) dell’Austria. L’altro partito è quello dei “moderati” favorevoli al riformismo del Segretario di Stato di Pio VII card.Consalvi. Il giorno dopo è la Francia a porre il veto a qualsiasi candidato degli "zelanti": si sa che vorrebbe il Somaglia, che si era definito durante l’occupazione napoleonica “cittadino Somaglia”. Un “papa giacobino” allarma tutti, zelanti e moderati. Serve una mediazione. Ed ecco sorgere dal nulla la candidatura del card Annibale della Genga, vecchio, malato e cadente, quindi – pensano tutti – destinato a durare poco. Ripiego che mette tutti d’accordo, in quanto Genga è “zelantissimo”, reazionario e amico di Germania e Austria, ma è eletto papa come male minore con i voti determinanti del Consalvi, dopo che si è dissolta la candidatura del candidato moderato, il Castiglioni. Prende il nome di Leone XII.
      «Avete eletto un cadavere» dirà appena eletto. Molto malandato, fa sperare i cardinali in una rapida dipartita; ma poi una volta Papa rifiorisce come per miracolo. Tiene fede, invece, all’aspettativa della corrente intransigente, anti-francese e anti-liberale che voleva una radicale restaurazione dei valori religiosi e spirituali nel già bigotto Stato della Chiesa, a suo dire troppo secolarizzato.
      Ed è realmente uno dei Papi più moralisti e intolleranti della Storia moderna, capace in soli sei anni di pontificato, dal 1823 al 1829, di arrecare tanti mali alla libertà e dignità degli uomini, e forse anche alla stessa Chiesa, imponendo con spietatezza il rigore della religione e di una morale cattolica ortodossa con la stessa forza che i sudditi romani gli avevano visto esercitare come terribile Cardinal Vicario dal 1820.
      «Fu un fanatico feroce, il cui scopo era distruggere tutti i miglioramenti dei tempi moderni e sottomettere il popolo agli usi, alle idee e al governo di un’epoca medievale. Nella sua insensata rabbia contro il progresso vietò la vaccinazione. Di conseguenza il vaiolo durante il suo regno devastò le province romane, insieme a molte altre sventure che la sua brutale ignoranza portò agli abitanti di quelle belle e fertili regioni» (NOTA). È il ritratto a forti tinte che fa del Papa suo contemporaneo papa Annibale della Genga, la storica inglese Georgina Sarah Godkin, che conobbe da vicino e apprezzò il Risorgimento italiano.
      Instaura così un vero Stato di Polizia col dominio illimitato e quotidiano di preti, parroci e vescovi; obbligando il popolo – sotto le più gravi pene – a catechismo, messe, precetto, missioni; trasformando Roma in un teatro a cielo aperto di processioni, penitenze, litanie, rosari pubblici, funzioni religiose continue; controllando tutti con lo spionaggio e favorendo la delazione; condannando a morte senza processo sia i criminali sia i liberali, esibendo in pubblico torture, tratti di corda e patibolo, perseguitando e umiliando gli Ebrei della fiorente Comunità romana e costringendone molti a emigrare al Nord. E di altro ancora fu capace, anche di ridicolo. P.es, per rinverdire la sua giovanile passione per la caccia, lui così debole e ascetico, non esitava a scandalizzare i cardinali sparando agli uccelli nei Giardini Vaticani. Tra i popolani restò famoso anche per il suo insensato ordine di chiudere con cancelletti le osterie, “luoghi di perdizione”. Con la conseguenza che i bevitori dovevano acquistare la fojetta di vino attraverso le grate e bere in strada, con uno spettacolo ancor più degradante, analogo a quello che oggi deturpa il Centro turistico di Roma, noto come “triangolo delle bevute” (v. sonetto n.151, “Li cancelletti”, del 1831).
      Ma la colpa che qui ci interessa di più, attribuitagli per prima dalla Godkin e tramandata “tradizionalmente” fino a oggi, è stata quella che Leone XII avrebbe vietato la vaccinazione anti-vaiolosa. Ancora nel gennaio 1986 (quando l’OMS – si badi – è ancora impegnata a vaccinare mezzo Mondo per sconfiggere epidemie virali che mietono milioni di vite umane), una conferenza ad Albany (New York) del prof. D.Maguire che la evoca ancora una volta ha ancora il potere di scandalizzare: «Chiunque si fa vaccinare cessa di essere figlio di Dio», dice il conferenziere riportando presunte “parole di Leone XII. «Il vaiolo è un giudizio di Dio. La vaccinazione è una sfida al Paradiso». Papa della Genga l’avrebbe pronunciata nel 1829, l’anno stesso della sua morte. Ebbene, questa condanna senza appello dei vaccini da parte della Chiesa dopo 150 anni continua ancor oggi a essere citata su giornali e siti internet.
      Eppure, per quante ricerche siano state fatte, sia da studiosi ecclesiastici (5) sia laici, sia difensori della Chiesa, sia nemici acerrimi, mai nulla è stato trovato che si possa attribuire a dichiarazioni scritte o orali di papa Leone in questi termini o analoghi sui vaccini. Del resto l’inesistente non può essere provato: deve esser cura di chi afferma qualcosa provarlo; e mai questo è stato fatto. Tutti gli autori dell’attribuita citazione si citano l’un altro, senza mai arrivare a una fonte certa primaria.
      Così degli innumerevoli testi che attribuiscono a Leone XII il divieto di vaccinazione contro il vaiolo – ha dimostrato il gesuita ricercatore americano DJ.Keefe (6) nessun documento ufficiale o ufficioso, e neanche una qualsivoglia testimonianza di terzi o indiscrezione documentata, riporta tali affermazioni.
      Sia chiaro, vista la sua mentalità integralista, non possiamo escludere in teoria che papa Leone possa aver pensato o perfino pronunciato le parole citate da Maguire nella conferenza, magari in privato, da monsignore o cardinale (come Papa è più improbabile: sarebbe stata indiscrezione troppo ghiotta per chiunque, per tacerla). Ma non risulta da nessun testo. E sì che una personalità così decisa e priva di rispetto umano non avrebbe certo avuto scrupoli per dire chiaramente 'no' all'inoculazione e al vaccino, come non ne aveva avuti per decidere e attuare con piglio decisionista tutti quegli altri provvedimenti da fanatico fondamentalista e anti-liberale di cui ebbe a lamentarsi non solo la storica inglese, ma soprattutto il popolo di Roma, fin da quando il card.Genga era Vicario..
      Quel che è certo, invece, è che papa Leone, pur potendolo fare, non ha detto in pubblico o scritto o fatto nulla di concreto per vietare la vaccinazione, ma si è limitato ad abrogarne - nel 1824 - l'obbligatorietà, probabilmente per le lagnanze già dette di basso clero e popolo (non più dei medici, ormai, da quando l’inoculazione del vaiolo umano era stata sostituita dal più sicuro vaccino), fasce sociali più facilmente succubi delle dicerie sulla sua pericolosità. Vaccinazione che era stata resa obbligatoria nello Stato Pontificio nel giugno 1822, dopo due anni dallo scoppio dell’ennesima epidemia di vaiolo, da papa Pio VII, Barnaba Niccolò Chiaramonti, probabilmente per le pressioni o il parere, ascoltatissimo, l'influente conte Monaldo Leopardi, Gonfaloniere di Recanati e padre del poeta Giacomo.
      Del resto, la Circolare Legatizia di papa Leone XII del 15 settembre 1824 parla chiaro: «Rimane obbligo a Medici e Chirurgi condotti di eseguirla gratuitamente [la vaccinazione antivaiolosa], a quanti vogliano prevalersene, essendo questa la cura ed il preservativo di una malattia alla quale, come a tutte le altre, essi hanno l'obbligo di riparare».
     Anzi - in cauda venenum - c'è una coda nell'ultima frase che se papa Leone fosse stato davvero forsennatamente anti-vaccino non avrebbe certo aggiunto. Perché infatti attribuire ai medici "l'obbligo di riparare" questa malattia data da Dio, come dicevano preti e teologi anti-vaccinisti, riconoscendo pure al vaccino di essere "la cura ed il preservativo", a questo punto unici? Verrebbe quasi da pensare che papa Leone  nel suo provvedimento si sia in realtà barcamenato, abbia come mediato diplomaticamente tra due posizioni presenti nella Chiesa. Ma certo, se l'analisi logica non è un'opinione, l'ultima frase tradisce addirittura una sua posizione favorevole.
      Vero è che, come lamentano il Tommasini (7) e altri medici, questa “libertà di vaccinazione” instaurata da papa Genga porta a trascurare la pratica sanitaria, e questo lassismo generalizzato ha conseguenze epidemiologiche immediate. La successiva epidemia del 1828, solo nella città di Bologna causa 553 morti, e molte altre vittime fa una terza epidemia nel 1835. Quindi le conseguenze negative della Circolare di Leone XII ci sono, è innegabile. Ma non per un “divieto” come dice la leggenda, bensì per il ritorno alla “libertà di vaccinazione”. “Libertà” e non “obbligo”, del resto, che era vigente in molti Stati d’Europa, compreso il Regno di Sardegna, in cui la vaccinazione antivaiolosa diventa obbligatoria solo nel 1859.
      Morto papa Leone XII, le campagne a favore della vaccinazione riprendono anche nello Stato della Chiesa e Pio IX affida al Comune di Roma un vasto programma di vaccinazione di massa. Non solo gratuita, ma anzi - come si legge in un manifesto del 1848 - se i vaccinati tornano otto giorni dopo dal medico che li ha vaccinati mostrando l'esito favorevole, sono "premiati" con ben 2 paoli.
      Quello che conta è la realtà storica. Cioè che le vaccinazioni pubbliche, gratuite, continuarono – solo per chi lo richiedeva, però – come prima, cioè gratis, anche sotto papa Leone. Soltanto, non erano più obbligatorie. E il Belli lo sa, perché lo ammette egli stesso in nota. Quindi il suo sonetto Er linnesto è capzioso e malizioso.
      Due note al sonetto di pugno del Belli ci sono un poco d’aiuto. Nella prima, la tesi che il “vaccino ruba il Paradiso ai bambini” e che effettivamente ruona d’un cinismo senza pari, è attribuita dal Belli in nota a un consulente teologico d’eccellenza del Papa: «Massima favorita della Ch. M. [Chiesa Madre?] del Cardinale Severoli, tenuto da Leone XII per l’oracolo dello Spirito Santo». Qui l’ironia satirica serve a denotare il distacco del Belli da questo personaggio portato in palmo di mano dal pontefice per i motivi già detti legati al Conclave.
      In una seconda e più importante nota, trasandata come un appunto e ambigua (come non solo alcuni versi, ma anche molte prose nel Belli), leggiamo: «Il vajuolo arabo. Si allude all’abolizione fatta da Leone XII dell’istituto di vaccinazione ecc., ed allo scioglimento de’ sudditi della Chiesa dall’obbligo di esibirgli i loro figliuoli». Insomma, nella stessa riga prima si parla di “abolizione della vaccinazione”, poi  malamente, senza un “cioè” o un “in realtà”, ma solo con un’insufficiente “ed” di collegamento, di sudditi esentati dall’obbligo di consegnare i figli ai medici per la vaccinazione. Bisogna ragionare per arguire che “sciogliere dall’obbligo” è cosa diversa che “vietare”.
      Ma se il Belli sa che il vaccino anti-vaiolo non è stato vietato dallo scomparso papa Leone, ma solo reso non più obbligatorio ma volontario, pur continuando a essere gratuito, allora perché imbastisce questa epocale contrapposizione nostalgica (“Guarda mó, ccazzo!” ecc.)? Che senso ha, ben cinque anni dopo la morte di Leone XII, vestire i panni del tipico piccolo borghese, quale del resto il Belli è (perché è da escludere che il tipico “popolano belliano”, s’interessasse di problemi teologici collegati al vaccino), per ricordare i bei tempi andati, cioè il 1823-1826, del rigore etico cattolico (rigore per modo di dire, però, visto che il vaccino non viene affatto vietato), mentre “oggi”, cioè il 1834, l’anno in cui il Belli scrive il sonetto sotto il papato di Gregorio XVI, le vaccinazioni sono non solo permesse come prima, ma ormai incentivate e rese di nuovo obbligatorie, dando credito alla balzana idea scientista, liberale, giacobina (“framasoni”) d’iniettare i microbi nei bambini solo per evitargli le banali pustole sul viso, ma in realtà rubandogli, niente di meno, il meritato Paradiso?
      Smontato il marchingegno retorico belliano, è chiaro a questo punto a che cosa mira il sonetto Er linnesto: si tratta d’una satira indiretta architettata contro il pontefice regnante nel ‘34, quel disistimatissimo (dal Belli) Gregorio XVI Cappellari che sul trono resta dal 1831 al 1846, quindici anni fondamentali per la satira del Belli che coprono in pratica tutto l’arco più creativo della produzione dei Sonetti. E oltre sessanta tra i sonetti, con le critiche più disparate, sono riservati a papa Gregorio, considerato dall’autore imbelle, acquiescente, buono a nulla, vizioso, mangione, dilapidatore e così via. “A Papa Gregorio je volevo bene, perché me dava er gusto de potenne di’ male", scriverà in un appunto trovato fra le sue carte.
      Insomma, nel sonetto Er linnesto il Belli, nelle vesti nell’improbabile  popolano misoneista, sia pure con qualche ironia che si risolve in una serie di paroloni e in uno sproloquio pseudo-scientifico tipico della cinica e ignorante piccola borghesia romana, pur di dare addosso a papa Gregorio, vivo e vegeto ma debole, incapace e schiavo dei bagordi, distorce volutamente la vicenda del vaccino, costringendosi a fare il nostalgico d’un defunto Papa Leone XII, severissimo e tutto d’un pezzo, che ai suoi occhi ha avuto il merito di aver moralizzato lo Stato della Chiesa e magari messo a posto i Cardinali e la Curia corrotta. Che ora, si sa, «come li sorci cuann’è mmorto er gatto, je fanno su la panza un minuetto» ( ), perché – dice il proverbio – quando il gatto non c’è, i topi ballano:

PAPA LEONE
Prima che Ppapa Ggenga annassi sotto
a ddiventà cquattr’ossa de presciutto,
se sentiva aripète da pertutto
ch’era mejjo pe nnoi che un ternallotto.
Cquer che fasceva lui ggnente era bbrutto,
cuer che ddisceva lui tutto era dotto:
e ’gni nimmico suo era un frabbutto,
un giacubbino, un ladro, un galeotto.
Ma appena che ccrepò, tutt’in un tratto
addiventò cquer Papa bbenedetto
un zomaro, un vorpone, un cazzomatto.
E accusí jj’è ssuccesso ar poveretto,
come li sorci cuann’è mmorto er gatto
je fanno su la panza un minuetto.

Roma, 25 novembre 1832

Versione. Papa Leone. Prima che papa Genga andasse sotto terra per diventare quattro ossa di prosciutto, si sentiva ripetere dappertutto che era per noi meglio d’un terno al lotto [cioè, il suo pontificato era per i sudditi la più grande fortuna possibile]. Nulla di quello che faceva lui era cattivo; tutto quello che diceva era dotto [giusto], ogni suo nemico era un farabutto, un giacobino, un ladro, un galeotto. Ma non appena morì, all’improvviso quel Papa benedetto diventò un asino, un volpone, uno scimunito. E al poveretto è successo proprio quello che succede quando muore un gatto: i topi sulla sua pancia ballano il minuetto.

Un sonetto minore, certo, e imprevedibile, che anziché mettere in luce l’impopolarità di Leone XII o almeno qualcosa della sua patologica personalità, lo fa apparire quasi un improbabile vendicatore della Virtù, un giustiziere della Curia corrotta che, morto lui, ora può riprendere i suoi stravizi e privilegi.
      Ma il popolino, che ha da festeggiare? Nulla. Papa Leone non doveva aver lasciato un ottimo ricordo nella Roma minuta tiranneggiata da preti e frati oltre ogni soglia di sopportazione, come nella Curia e tra i Cardinali (i “topi”). Quindi il “rimpianto” per Leone del sonetto Er Linnesto è solo strumentale: serve solo a colpire con un’ennesima nuova arma, il vaccino, l’odiato Gregorio.
       Insomma, non esiste riabilitazione possibile per Leone XII. La Storia, che è sempre storia di libertà, sarà sempre impietosa verso di lui, nonostante il comprensibile e umano tentativo di una sua colta discendente di dipingerlo in modo più accattivante in un convegno finanziato dalla Regione Marche. Ma, almeno, l’obiettività storica (non esiste libertà senza onestà e verità) gli deve far grazia di un ulteriore “peccato mortale”, derubricandolo a “peccato veniale”: il presunto “divieto del vaccino” contro il vaiolo.
      Papa della Genga, infatti, contro un diffuso luogo comune popolare alimentato, com’è umano e comprensibile – dalla sua bieca figura reazionaria e integralista, non vietò la vaccinazione, come riporta per equivoco la scrittrice inglese risorgimentale innescando una leggenda che dura tuttora, specialmente nel mondo anglosassone. Si limitò, invece, sbagliando – come  spiegò, prudentemente dopo la morte del Papa, in una Relazione scientifica del 1836, il suo suddito prof..Giacomo Tommasini, medico capo della Commissione delle Vaccinazioni di Bologna (6) – ad abrogare con la Circolare pontificia del 15 settembre 1824 la precedente saggia decisione del precedente papa Pio VII che aveva reso obbligatorio il vaccino contro il vaiolo, a cominciare dai bambini più piccoli. E anche il Belli, che pure nel sonetto fa il “finto tonto” lo sa benissimo, se in una nota di suo pugno al sonetto Er linnesto parla di «scioglimento de’ sudditi della Chiesa dall’obbligo» della vaccinazione, e non di divieto della stessa.

NOTE 

1. BELLI «Io mi son qui [a Roma] da pochi giorni, reduce da Milano, dove ni piace assai più la vita che altrove. Quella benedetta città pare stata fondata per lusingare tutti i miei gusti; e però se a Roma non mi richiamasse la carità del sangue e la necessità dei negozi, là mi fermerei ad àncora, e direi: hic requies mea». Lettera all’amico Neroni, 4 dicembre 1828)

2. VERRI: “Si tratta o di lasciar perire o di conservar la vita alla decima parte del genere umano”, scrive in un lungo articolo “Sull’innesto del vaiuolo” (Il Caffè, http://illuminismolombardo.it/testo/il-caffe-tomo-ii/  n.34 e 38,1766)

3. MINOIS G. Il prete e il medico. Fra religione, scienza e coscienza, Dedalo 2016

4. PORRO A. Luigi Sacco e la prima grande campagna di vaccinazione contro il vaiolo in Lombardia, 1800-1810. Confronti, 4, 2012. Lo stesso dr. Sacco ne scriverà sul suo saggio Osservazioni pratiche sull'uso del vaiuolo vaccino come preservazione del vaiuolo umano (1800). http://www.eupolis.regione.lombardia.it/shared/ccurl/863/388/15_Studi_Ricerche_04.pdf

5. BERCÉ YM, OTTENI JC. Pratique de la vaccination antivariolique dans les Provinces de l’État pontifical au 19e s. Remarques sur le supposé interdit vaccinal de Léon XII. Revue d’Histoire Ecclesiastique 103,2,448-466. http://www.brepolsonline.net/doi/10.1484/J.RHE.3.178

6. KEEFE DJ. Tracking a Footnote, Fellowship of Catholic Scholars Quarterly, vol.9, n.4, pag 5-6, settembre 1986. https://www.catholicscholars.org/PDFFiles/v9n4sep1986.pdf

7. TOMMASINI. Giacomo Tommasini, Raccolta completa delle opere mediche: Con note aggiunte ed emende tipografiche, vol.VII, Olmo e Tiocchi, Bologna 1836, pagine 18-21 e appendice pp.20-23.

IMMAGINI. 1. E.Jenner e la prima vaccinazione. 2. Papa Leone XII Della Genga. 3. Papa Benedetto XIV Lambertini. 4. Papa Gregorio XVI. 5. Papa Pio IX. 6. Il Gonfaloniere conte Monaldo Leopardi, padre di Giacomo, cattolico ultra-conservatore, eppure grande sostenitore del vaccino. 7. Manifesto del Comune di Roma del 1848 con l'appello per la vaccinazione e la ricompensa di 2 paoli. 8. Manifesto contro la vaccinazione.

AGGIORNATO L'8 AGOSTO 2017

27 marzo 2016

“Precetto” pasquale: un obbligo penale che si doveva certificare.

La partecipazione diretta dei fedeli alle funzioni sacre e in primo luogo alla messa, così come la frequentazione assidua dei luoghi di culto, è sempre stata un punto dolente per la Chiesa Cattolica, che così tanto affidamento ha sempre fatto sul compimento di determinati atti formali codificati – perciò rituali – da parte del credente insieme alla comunità religiosa. Curioso per una religione che sosteneva di nascere in opposizione ai riti pagani giudicati materiali ed esteriori, e di riscoprire i valori e anche i doveri interiori dell’uomo singolo, individuo, che sarebbe stato giudicato dalla propria individuale coscienza, più occhiuta e infallibile osservatrice di qualunque sacerdote o capo della comunità ecclesiale.
      E invece, da sempre c’è stata riluttanza tra i fedeli, specialmente uomini, a partecipare alle funzioni di preghiera collettiva, non solo nella Chiesa cattolica, ma in tutte le chiese. A meno che non ci fosse quel di più di fanatismo e di esaltazione dionisiaca dovuta alla ben nota eccitazione sensuale del canto corale, a particolari melodie o a ritmi che poco avevano a che fare con la religione, come nei balli forsennati e canti dei villaggi dell’Africa, nei ritmi sui bidoni di petrolio vuoti nella New Orleans di fine Ottocento a Congo Square, o nelle esecuzioni delle chiese battiste americane dei più appassionati gospel song o spirituals (seguite, però, da laute colazioni).
      Così, il “precetto pasquale”, in pratica la confessione e comunione obbligatoria per tutti i cattolici, almeno una volta all’anno, a Pasqua, è stato imposto come un dovere morale, anzi un obbligo giuridico, dalla Chiesa. E meno male che regole e doveri della Chiesa Cattolica, Apostolica Romana dovrebbero essere fondati sulla “coscienza” dei fedeli, perché, si sa – ripetono i preti – “Dio vede tutto”. Macché, evidentemente Dio è distratto, non c’è, o se c’è non vede niente.
      E chi non faceva il precetto? Finiva nella lista nera degli “ostinati” sul famigerato “tabellone” della vergogna – nota G. Vigolo – in San Bartolomeo all’Isola Tiberina, dove si pubblicava la «lista degli interdetti per inadempimento al precetto pasquale». E guai per chi non "faceva il precetto". Al centro della piazzetta, smontato e svenduto dai Papi il bellissimo obelisco dei Romani, era stata eretta una piccola "colonna infame", tuttora esistente, alla quale il 27 agosto, festa di S. Bartolomeo, era attaccato il tabellone dei renitenti che non si erano comunicati a Pasqua, definiti e considerati veri e propri “banditi”, emarginati sociali («banditorum illorum qui in die paschali de Sanctissima Coena non parteciparunt».
      Nell’Archivio di Stato sono conservati documenti da cui risulta che i dirigenti dei Ministeri romani erano tenuti a organizzare coattivamente per i propri impiegati nella chiesa del Gesù “Santi Esercizi Spirituali in preparazione alla Solennità della Pasqua per gli impiegati Camerali e Governativi” a cui nessun impiegato poteva sottrarsi («niuno vorrà scusarsi ad intervenire – ammonisce una nota ministeriale del 1864 – e anzi tutti interverranno a gara per dimostrare i sentimenti della loro Religione e cristiana pietà». Perfino in alto loco, come nel “Senato” capitolino, l’equivalente non elettivo del Consiglio Comunale, si ingiungeva, sia pure con eleganti inviti stampati indirizzati ai singoli funzionari con tanto di nome e ruolo, (p.es. «il sig. avv.to Capograssi, minutante della Segreteria Comunale, è invitato nella Cappella Capitolina il 19 corrente alle ore 8 antimeridiane...» a presentarsi per il Precetto pasquale (Droulers P., La vita religiosa a Roma intorno al 1870. Ricerche di storia e sociologia, p.107).

      «L’azione del Vicariato per convincere i renitenti – si chiede lo storico – si limitava alle sole sanzioni spirituali – per quanto in simili condizioni colui che era stato pubblicamente interdetto o peggio scomunicato si trovava presumibilmente sottoposto ad una pressione sociale difficilmente riducibile ad una pena spirituale – oppure ricorreva ad altre misure coercitive?» (ibidem). Si deve ritenere che la serie di pressioni soffocanti e ineludibili aveva, in caso di rifiuto, anche conseguenze disciplinari e penali. Anche se lo storico dichiara di non aver trovato nel periodo studiato prove di conseguenze penali, fa rispondere in nota al grande liberale romano Massimo d’Azeglio che in una lettera del 15 marzo 1865 al fiorentino Gino Capponi scrive: «La Religione guadagna essa ad essere retta dal Codice Penale? Od anche soltanto da esclusivismi arbitrari, come accade a Roma, ove chi non prende Pasqua perde l’impiego ed il pane? (Droulers cit.). E per fare affermazioni così gravi lo scrupoloso d’Azeglio, che era vicino agli ambienti romani, avrà certamente visto direttamente o sentito dire ciò che probabilmente agli storici oggi non è più facile trovare nei documenti ufficiali, anche perché la furbizia ecclesiastica avrà avuto cura di non lasciare tracce documentali di una ingiustizia così patente.
      Un atto di citazione presso il Tribunale per mancato precetto pasquale, però, è giunto fino a noi, e appare una prova credibile, quanto inquietante del totalitarismo ottuso dello Stato della Chiesa. E' del 1859.
      Ma il popolano rischia molto meno dell’impiegato nel rifiutarsi di fare il precetto: almeno non ha da perdere l’ufficio e lo stipendio. Così il popolano “tosto” del Belli confessa di non voler andare a confessarsi accampando varie scuse: perché non ha mai tempo, non trova un confessore di manica larga, o non vuole rinunciare alla colazione del mattino, «pe ste bbuggere cqua», cioè per queste bazzecole.

ER PROSCETTO PASQUALE

Mica che a ppijjà ppasqua abbi er crapiccio
de famme ariggistrà ffra l’ostinati,
o ttienghi in corpo un’anima de miccio
risolata a ddu’ sòle de peccati:
nò, è ppropio che nun trovo un giorno spiccio
pe ccercà ttra sto nuvolo de frati,
voi me capite, un confessore a cciccio,
che nun badi a li casi ariservati.
Ortre de questo sc’è un’antra raggione,
ciovè cc’ammalappena spunta l’arba
io bbisoggna che ffacci colazzione.
Quanno sò mmorto io damme de bbarba:
e de stamme a gguastà la cumprisione
pe ste bbuggere cqua, ppoco m’aggarba.

25 aprile 1835

Versione. Il precetto pasquale. Non è per il capriccio di farmi registrare per il precetto di Pasqua tra gli ostinati o perché io abbia in corpo un’anima perduta, risuolata a due suole di peccati [prob.: ormai diventata insensibile per i tanti peccati]. No, è proprio che non trovo un giorno libero per cercare tra questo nugolo di frati, voi mi capite, un confessore che mi vada a genio, che non badi ai miei casi riservati. Oltre a questo c’è un altro motivo, che cioè appena spunta l’alba io devo far colazione. Quando sarò morto prendetemi pure in giro ma di stare a guastarmi la mente per queste bazzecole, poco mi garba.


Poiché la severità e l'autoritarismo della Chiesa sempre si sono sposati con la corruzione, dappertutto fioriva un mercato di questi “biglietti pasquali” o “polizzini”, come li chiama il Belli (sonetto Li Chirichi, nota). Con la differenza – spiega l’autore – che in provincia i parroci distribuivano nelle case i biglietti in bianco, che poi ciascun parrocchiano doveva restituire all’atto della comunione; mentre a Roma i parrocchiani prima dovevano comunicarsi e soltanto dopo ricevevano il biglietto già compilato. Naturale che un sistema burocratico del genere si prestasse a imbrogli, falsità e trucchi d’ogni genere, perché i corrotti Parroci – dice il Belli al verso ottavo (ibidem) – «vvenneno er bijjetto a cchissesia» (vendono il biglietto a chiunque lo richieda). Insomma, questi certificati erano molto spesso strumenti di sacrilegio e di simonia, come commenta l’autore.
      Fatto sta che pochi, quasi solo i più poveri, erano costretti a eseguire davvero il precetto o a finire nell’elenco all’Isola. I ricchi e i nobili erano di fatto esentati: se anche avevano dimenticato di procurarsi per vie traverse i biglietti pasquali e un Parroco disattento li aveva iscritti per sbaglio, ci pensava il Cardinal Vicario a toglierli dalla lista infamante e a liberarli dalle grane penali. Anche il grande disegnatore Bartolomeo Pinelli, eccentrico dandy (famose le sue passeggiate con eleganti levrieri al guinzaglio) e impenitente ateo dalla vita dissoluta, a Roma quasi un’autorità tanto era noto, e certamente benestante (ma gran scialacquatore: morirà povero), nel 1834 fu messo «sulla solita lista degl’interdetti per inadempimento al precetto pasquale». Ma, «avendovi egli letto essergli attribuita la qualifica di miniatore, andò in sacristia ad avvertire che Bartolommeo Pinelli era incisore, onde si correggesse l’equivoco sulla identità della persona» (G.G. Belli, La morte der zor Meo, nota).
      E c’erano anche – riporta il grande Zanazzo – tanti «bizzochi farsi» (beghini, bizzocheri, ipocriti frequentatori di chiesa) che si prestavano a prendere la Pasqua per gli altri, soprattutto i ricchi e i nobili. A pagamento, s'intende. Ad ogni modo, tutti coloro che si confessavano e comunicavano soltanto a Pasqua erano chiamati spregiativamente i “pasqualini”. E agli scomunicati che accadeva? «Per tornare in grazia di Dio, occorreva una pubblica funzione, nella quale, fra le altre cerimonie, eravi quella di ricevere, alla presenza di tutti, alcuni colpi di verga sulle spalle nude» (Zanazzo G., Li scummunicati de Pasqua, in Usi, costumi e pregiudizi del popolo di Roma, §124, Torino 1908).
      Ma poi in che cosa consiste questo “precetto” pasquale? Oltre alla Santa Messa, essenzialmente nei due “sacramenti” della confessione e nella comunione, obbligatori per tutti i cattolici, almeno una volta all’anno, a Pasqua (la festività principale per i Cristiani). Senonché, la prima, una caratteristica della Chiesa Cattolica Apostolica Romana molto contestata dai cristiani Protestanti, è talmente di manica larga che permette quasi a tutti di essere perdonati, anche dopo i più orrendi delitti. Così la pensa il popolino, così dice il Belli nel sonetto sulla confessione.      Sembra quasi che questo sacramento cattolico sia il comodo e giusto contrappeso che media tra l’inutile e ingiusta severità formale sulle questioni più futili (p.es. il non mangiar carne al venerdi, e altri insignificanti obblighi o divieti formali), e l’indulgenza o condiscendenza su peccati ben più reali e gravi. Ecco, al di là delle enunciazioni di principio, la vera “morale” della Chiesa Cattolica com’è dipinta dalla satira del Belli: severa e crudele sulle sciocchezze, ma comprensiva e indulgente sui delitti.
      Se non ci fosse la confessione, visto il lassismo che di fatto banalizza ed equipara tutti i peccati, mortali e veniali, anche il santo più onesto ed eroico del Mondo – argomenta per iperbole il popolano romano del Belli – sarebbe condannato alle fiamme dell’Inferno solo per aver mangiato, anzi, solo leccato, una fettina di salame al venerdì!
      Ma per fortuna esiste la confessione, questa geniale invenzione cattolica, e così la miracolosa e sommamente ingiusta “misericordia” divina (e qui, nel chiamare in causa, nientemeno, Dio, c’è tutta l’insinuante ma caustica ironia del Belli) perdona la tua fettina di carne, ti assolve e, nonostante altri peccati, purché tutti allo stesso modo e con la stessa facilità “confessati” al prete nell’apposito trabiccolo dall’ipocrita grata (non si vede il colpevole, ma si ascolta la sua voce), ti fa andare in Paradiso anziché all’Inferno. Un sonetto che senza averne l’aria, coi suoi toni pacati, ad analizzarlo bene si rivela di una satira feroce su uno dei cardini della Chiesa.

LA SANTA CONFESSIONE

Avessi fatto ar monno ancora ppiú
de tutto er bene che ppò ffasse cquí;
fussi un santo, una cosa da stordì,
fussi un mostro infernale de vertù;
maggnete, fijjo mio, lecchete tu
’na fetta de salame er venardì,
e bbona notte: hai tempo a ffà e a ddì:
se va a ffà le bbrasciole a Bberzebbù.
Ringrazziamo però la bbonità
de Ddio, ché ppuro er vicoletto sc’è
pe ffà ppeccati in pasce e ccarità.
Basta ’ggnitanto d’annà a ffà cescè
in cuella grattacascia che sta llà,
eppoi te sarvi si scannassia un Re.

11 dicembre 1831

Versione. La santa confessione. Anche se tu avessi fatto tutto il bene che si può fare al Mondo e anche più, se tu fossi un santo in modo straordinario, insomma un mostro infernale di virtù, ti basterebbe mangiare, anzi, leccare una fetta di salame di venerdì e, buona notte, hai voglia a dire e fare: andresti dritto all’inferno (a far da braciola per Belzebù). Ma grazie alla bontà di Dio, c’è la scappatoia per fare peccati in pace e carità: basta ogni tanto fare capolino in quella certa grata [il confessionale], e così ti salvi anche se tu avessi scannato un re.

      Ugualmente feroce e blasfema la satira contro il secondo sacramento del “precetto” pasquale, la comunione, in cui il Belli mette in bocca al solito popolano romano alcune considerazioni di rozzo e irriverente buon senso sulla comunione, ma proprio per questo assolutamente dissacranti, vista l’alta simbologia che la Chiesa ha attribuito a questo sacramento. Il nome, intanto, non eufonico e inutilmente colto di eucarestia, sfortunatamente assonante con una parola terribile per i poveri di allora: carestia. Perciò non proprio destinato a un successo di simpatia. Poi la cosa in sé, cioè l’ostia, un umile impasto di farina ridotto ai minimi termini d’un “cerotto” – dice il popolano – o d’una cialda da farmacia, diremmo noi moderni. E infine l’atto in sé, quel ingoiare, deglutire, mangiare, che non può non far pensare al ritmo della digestione e, perché no?, vista la chiave satirica, alla conseguente escrezione. Possibile che Dio entri nel corpo umano per la stessa via per la quale entra una foglia di lattuga o una fetta di polenta? Non deve meravigliare, quindi, la sensata meraviglia d’un uomo semplice del volgo, che magari per un atto definito “spirituale” si aspettava qualcosa di più elevato del mangiare. Tanto più che quel dischetto di pasta, come è entrato dalla bocca, così uscirà dalla parte opposta, quella nella quale si introducono le supposte.

LA SANTA COMMUGNONE


La sera ch’er Zignore a ôr de scena
distituí la santa caristia,
nun zo ccapí pperché ffussi de vena
de dàjje a er nome de sta bbrutta arpia.
Tratanto scerto è una gran cosa piena
d’amore pe sta porca de gginía
de ggentacce der monno, ammalappena
deggni de mentovà Ggesummaria.
Te pare amore a tte ppoco futtuto
quer cacciasse in d’un’ostia cuant’abbasta
pe ssiggillà una lettra co lo sputo?
E ssotto poi sto scerotin de pasta
calà in ner corpo d’un cristian cornuto
pe rriusscí dda dove entra la tasta?

10 dicembre 1831

Versione. La Santa Comunione. La sera che il Signore all’ora di cena inventò la santa eucarestia, non posso capire perché gli venisse in mente di dargli questo brutto nome. Una scelta tra l’altro che è una gran cosa, piena d’amore per questa porca genia di gentaccia del Mondo [gli esseri umani], a malapena degna di nominare Gesù e Maria. E ti pare un amore poco grande quel cacciarsi in un’ostia, piccola quanto basta per sigillàre una lettera con lo sputo? E sotto forma, poi, di questo cerottino di pasta, scendere nel corpo d’un bastardo essere umano, per riuscire infine da dove entra una supposta [lett. lo specillo del chirurgo]?


IMMAGINI. 1. Atto di citazione del 1859, nel rituale latino dei giurisperiti, per mancata partecipazione al Precetto pasquale. 2. Certificato che attesta l'avvenuta comunione del precetto pasquale nella chiesa di S.Maria del Popolo (Roma) nel 1861. 3. Certificato di avvenuta confessione del precetto pasquale della Parrocchia di S.Caterina della Rota (1861). 4. Chiesa e piazzetta di S. Bartolomeo all'Isola (acquerello di Achille Pinelli, figlio di Bartolomeo e discreto pittore).

AGGIORNATO IL 16 MAGGIO 2017

22 gennaio 2016

Se bancarelle e ignobili taverne deturpano le bellezze di Roma.

Che fare se una città con bellezze e monumenti unici, che per essere ammirati vogliono attorno spazio libero e una prospettiva sgombra, è ostruita, involgarita, resa caotica, imbruttita da bancarelle, tendoni, negozi turistici con insegne esagerate di plastica e colori vivaci, con mostre fin sul marciapiedi, dove tavolini, sedie, ombrelloni, cartelli pubblicitari, venditori di caldarroste, e una marea di procacciatori di bar e ristoranti, venditori ambulanti, questuanti fastidiosi travestiti da legionari romani, non solo distraggono la vista dalla bellezza originaria dei luoghi e deturpano il paesaggio urbano, ma ostacolano perfino il normale passaggio delle persone?

Neanche più una fotografia “pulita” (ecco il test più efficace sull’impatto paesaggistico) si può prendere di una piazza famosa, un palazzo storico o un monumento, senza che in primo piano o sullo sfondo prevalgano – vero pugno in un occhio – le pacchianerie di plastica colorata di chi si attacca parassitariamente alle bellezze artistiche per fare soldi: dalla bancarella di orribili ricordini kitsch al camion-bar con bibite e panini, fino al chiosco per le foto-tessera. Bellezze rese irrimediabilmente meno belle da queste presenze invadenti e fastidiose, com’è il caso, uno tra tanti, di piazza della Rotonda, davanti al Pantheon.

Pantheon? Anche ai tempi dei Papi era un problema. La piazza della Rotonda (così detta perché lo stupendo tempio pagano, il romano “Pantheum”, una volta diventato chiesa cristiana è stato rinominato dal popolo “Rotunda”, Rotonda, Ritonna, per la sua curiosa e originale pianta circolare) era letteralmente ostruita da bancarelle, soprattutto di generi alimentari, salumi e perfino friggitorie all’aperto, fin dentro il porticato del tempio.

Per quanto spogliato da fregi (una grande aquila e varie statuette e decorazioni sul timpano, di cui restano i fori), copertura di bronzo dorato sul tetto e marmi tutt’intorno alle pareti esterne, il Pantheon è l’unico tempio dell’antica Roma sopravvissuto quasi intatto come edificio di culto, sia pure per una religione diversa. Ha anche il primato ingegneristico di avere una copertura molto ardita, la cupola di solo calcestruzzo senza armatura più grande al Mondo. Questo essere diventato abusivamente “cristiano”, l’ha salvato, visto che il fanatismo della Chiesa Cristiana di quei tempi, non troppo diverso da quello dell’Islam, distrusse o spogliò tutta la stupenda architettura d’arte dell’antica Roma, ricca di migliaia di monumenti, statue e palazzi strabilianti. Certo, fecero di tutto per rovinarlo esteticamente sovrapponendogli due campanili (e questo lavoraccio lo commissionarono al Bernini, nientemeno), che bisognò aspettare alla fine dell’Ottocento l’arrivo dei piemontesi e il buonsenso dello Stato liberale per vedere abbattuti, insieme alle casupole addossate al tempio.

Già papa Eugenio IV (1431-1447), in occasione d’un restauro del tempio, lo aveva liberato dalle botteghe che negli anni erano state costruite intorno (Squadrilli T., Roma: storia e monumenti, Rusconi 1997). Fu costruita in due occasioni un’alta cancellata di ferro (e due volte, purtroppo, rimossa: che ne dice oggi l’inefficiente Soprintendenza?), per liberare almeno di notte lo spazio tra le colonne del portico. C’era perfino povera gente che dentro la “baraccopoli” della Rotonda passava la giornata, viveva, dormiva, come “La poverella” del sonetto del Belli del 13 novembre 1832, “co ttre ffijji e ’r marito a lo spedale”, che chiede a un passante l’elemosina perché è senza casa e soldi, e così si lamenta:
ste crature sò iggnude tal’e cquale
ch’er Bambino la notte de Natale:
dormímo sott’un banco a la Ritonna.
[Queste creature sono nude proprio come Gesù bambino la notte di Natale: dormiamo sotto un banco alla Rotonda]
E tutto questo degrado umano, sociale, etico ed estetico era davanti agli occhi di tutti, compresi i turisti stranieri (c’erano già nell’Ottocento, pochi ma ricchi, per lo più tedeschi e inglesi, in minor misura francesi, nel tipico “Tour d’Italie”), nell’indifferenza levantina, nel lassismo più accidioso e fatalista del Governo dei preti. Non molto diverso dalle amministrazioni comunali clericali della Roma dall’ultimo Dopoguerra a oggi, attente più a non inimicarsi la canaglia reprimendo piccoli e grandi favoritismi, che a dare soddisfazione ai cittadini.

La caratteristica di piazza della Rotonda, più ancora dello stesso Pantheon, era la sovrabbondanza di bancarelle di cibarie, soprattutto di salumi e formaggi, per cui la piazza era famosa. Lungo i tre lati della piazza si aprivano antiche e ingombranti botteghe di salumeria o “norcineria” (da Norcia, cittadina umbra famosa per i suoi salumi), che avevano l’abitudine durante le festività di allestire a gara mostre spettacolari, vere e proprie cornucopie barocche che attiravano folle di curiosi e “visitatori” più che compratori, vista la povertà del popolino romano: colonne di formaggi, teste di cinghiali, archi di prosciutti e festoni di salsicce, come descrive Giggi Zanazzo nelle sue "Tradizioni popolari romane":
"Ne le du’ sere der gioveddì e vennardi ssanto, li pizzicaroli romani aùseno a ffa’ in de le bbotteghe la mostra de li caci, de li preciutti, dell’òva e dde li salami. Certi ce metteno lo specchio pe’ ffa’ li sfonni, e ccert’antri cce fanno le grotte d’òva o dde salami, co’ ddrento er sepporcro co’ li pupazzi fatti de bbutiro, che sso’ ‘na bbellezza a vvedesse. E la ggente, in quela sera, uscenno da la visita de li sepporcri, va in giro a rimirà’ le mostre de li pizzicaroli de pòrso [i più in vista], che ffanno a ggara a cchi le pò ffa’ mmejo".
Proverbiali in tutta Roma e nell’intero Stato della Chiesa erano questi macellai “norcini”, per la loro abilità chirurgica nelle più disparate lavorazioni della carne di maiale (e all’occorrenza – diceva il popolino – anche umana). Infatti, due norcini, marito e moglie, erano stati giustiziati per aver macinato per farne salsicce anche carni di clienti grassi attirati in cantina con un pretesto. Mandare qualcuno a farsi castrare da un norcino della Rotonda era un topos delle comiche invettive da osteria. Il Belli vi ricorre per enfasi retorica nel “Er deserto” (26 marzo 1836), quando giura di non avventurarsi mai più nella campagna romana (resa desolata e desertica dalla pastorizia senza limiti): prima, piuttosto, si farebbe castrare da un norcino della Rotonda!
Dio me ne guardi, Cristo e la Madonna
d’annà ppiù ppe ggiuncata a sto precojjo.
Prima… che pposso dì?… pprima me vojjo
fà ccastrà dda un norcino a la Ritorna.
Fà ddiesci mijja a nun vedé una fronna!
[Dio me ne guardi, e invoco Cristo e la Madonna, dall’andare ancora a cercare la giuncata [tipico latte cagliato da mangiarsi col cucchiaino, considerato una delizia a Roma] in quell’ovile. Che posso dire? Preferirei piuttosto farmi castrare da un norcino di piazza della Rotonda. Percorrere dieci miglia e non vedere un albero!]
Va detto che “pizzicagnolo” e “pizzicheria” erano e sono tuttora i nomi, desueti, dell’italiano antico (cfr Coletti, voce del XVII sec.), sopravvissuti oggi solo nella parlata romana, rispettivamente del venditore e della bottega di prodotti alimentari che si vendono “a spizzico”, cioè in piccole quantità, ma anche presi o tagliati a mano (alici, tonno, sale, fette di salami, ricotta, formaggi ecc.). Oggi potrebbee corrispondere al raro “salsamenteria” (dal lat. sal, salsum, salsa, salsamenta: tutto ciò che ha a che fare col sale o si conserva sotto sale) e in minima parte a negozio di alimentari e drogheria.

Ecco il Belli nel sonetto “Er giro de le pizzicarie”, dove sull’elemento gastronomico sembra prevalere quello spettacolare, se non addirittura artistico delle composizioni delle botteghe di salumi, e bene è descritto lo stupore del popolano romano per quella piccola festa per gli occhi, più che per il palato:
ER GIRO DE LE PIZZICARIE
De le pizzicarie che ttutte fanno
la su’ gran mostra pe ppascua dell’ova,
cuella de Bbiascio a la Ritonna è st’anno
la ppiú mmejjo de Roma che sse trova.
Colonne de casciotte, che ssaranno
scento a ddí ppoco, arreggeno un’arcova
ricamata a ssarcicce, e llí cce stanno
tanti animali d’una forma nova.
Fra ll’antri, in arto, sc’è un Mosè de strutto,
cor bastone per aria com’un sbirro,
in cima a una Montaggna de presciutto;
e ssott’a llui, pe stuzzicà la fame,
sc’è un Cristo e una Madonna de bbutirro
drent’a una bbella grotta de salame.

5 aprile 1833
[Il giro delle salumerie. Tra le salumerie che fanno grande esposizione per la Pasqua, quella di Biagio a piazza della Rotonda è quest’anno la migliore a Roma. Colonne di caciotte, che saranno cento a dir poco, reggono un arco decorato a salsicce, e l’ ci sono tanti animali di forme nuove. Fra gli altri, in alto, c’è un Mosè di strutto, col bastone in aria come un poliziotto, in cima a una montagna di prosciutto; e sotto di lui, per stuzzicare la fame, ci sono un Cristo e una Madonna di burro dentro una bella grotta di salame]
Mostre simili a scenografie barocche da parte dei salumieri – e stiamo parlando di quelli fissi e regolari – ci sono state fino a pochi anni fa: oggi sono sempre più rare (a meno che l’esercente non paghi, anziché una multa, una tassa aggiuntiva per l’ulteriore “occupazione di suolo pubblico” (e non parliamo neanche degli ambulanti o degli abusivi).

Nell’Ottocento a Roma c’era ancora il caos che aveva lamentano Marziale: banchi e strutture sia mobili che fissi, cioè addirittura appoggiati alle mura o propaggini di negozi, con uso non solo di tendoni, ma anche di legno, mattoni e calce, perfino dentro il porticato del Pantheon, che impedivano la libera prospettiva e il godimento della vista dell’antico tempio di Agrippa ai romani e ai turisti già nel primo Ottocento
Lo testimonia una targa in marmo del 1823 del Papa d’allora, Pio VII, apposta in piazza della Rotonda, ahimé, proprio sopra un ristorante turistico fast-food a cui insensatamente il Municipio ha concesso il permesso. Sotto uno stile ampolloso e antico rivela uno spirito modernissimo, perché tiene conto dell’estetica del paesaggio urbano come valore supremo in una città d’arte unica al Mondo come Roma. E usa un linguaggio spietato, lo stesso che usiamo noi conservazionisti ed esteti:

PIUS VII PONT. MAX. AN. PONTIFICATUS SUI XXIII
AREAM ANTE PANTHEON M. AGRIPPAE
IGNOBILIBUS TABERNIS OCCUPATAM
DEMOLITIONE PROVIDENTISSIMA
AB INVISA DEFORMITATE VINDICAVIT
ET IN LIBERUM LOCI PROSPECTUM PATERE IUSSIT

Su “providentissima" siamo incerti: si presta a diverse traduzioni; ma "deformitas” è proprio grande bruttezza, termine usato anche da Cicerone, come abbiamo trovato consultando un antichissimo vocabolario latino coevo del Belli, quello di Giuseppe Pasini, stampato a Bassano nel 1844:

PIO VII, NEL XXIII ANNO DEL SUO PONTIFICATO,
CON UN’ATTENTISSIMA DEMOLIZIONE
LIBERÒ DALL’INSOPPORTABILE BRUTTEZZA
L’AREA DAVANTI AL PANTHEON DI M. AGRIPPA
OCCUPATA DA VERGOGNOSE TAVERNE
E ORDINÒ CHE FOSSE APERTA
ALLA LIBERA VISUALE DEL LUOGO

“Vergognose” o ignobili taverne, “bruttezza insopportabile” o molesta, “vendicò” che vuol dire anche “liberò”, “libera prospettiva” o visuale dei luoghi e delle bellezze della città. Sembrano parole nostre, di duri difensori del paesaggio, e invece è un Papa di ieri.

Pensiamo pure al povero sindaco di Roma, Marino, che soprattutto per lo scontento delle corporazioni interessate dopo lo sgombero delle bancarelle e degli ambulanti davanti ai monumenti (Colosseo, Pantheon, Trinità dei Monti ecc.), è stato fatto cadere. Anzi, è curiosissima e intrigante anche la data di questa lapide. 23 anni di pontificato vuol dire 1823, perché il romagnolo Barnaba Nicolò Chiaramonti era stato eletto Papa nel 1800. Ma il 1823 è anche l’anno della sua morte! Già così potente, fin da allora, la lobby dei commercianti romani?

No, più probabile che, malato e sentendosi alla fine dei propri giorni, il Papa dopo aver a lungo sopportato abbia voluto finalmente togliersi quel sassolino dalla scarpa di velluto rossa. Basta – deve essersi detto – con le catapecchie che al Patheon impediscono la vista del bellissimo monumento.

Certo, anche questi commerci anti-estetici assicurano una parte della ricchezza della città, pur essendo spesso sconosciuti al Fisco. Ma non si è “contro il progresso”, “contro la modernità” o addirittura “contro l’iniziativa privata” se si pretende che in caso di contrasto grave debba sempre prevalere l’estetica, l’armonia, l’originalità di monumenti e luoghi storici, insomma il Bello. Lo scriveva già nel 1920 il filosofo, non comunista ma liberale, Benedetto Croce presentando da ministro della Cultura del ministero Nitti la prima legge sulla tutela del Paesaggio in Italia (e nel presentarla cita anche il caso dei cartelloni stradali invadenti). Oltretutto, dovrebbe essere anche interesse dei commercianti più intelligenti: la bellezza in una città d’arte è la sua vera ricchezza principale, di lungo periodo. E invece oggi abbiamo perfino negozi mobili, i camion-bar, che si fermano un giorno qua e un giorno là, nei posti artisticamente più belli o panoramici, da Trinità dei Monti al piazzale del Gianicolo, liberi di deturpare tutti i panorami possibili, di “entrare” in tutte le fotografie dei turisti. E vigili poco vigili e poco urbani, quasi sempre assenti.

Già 2000 anni fa, il poeta satirico Marziale in una satira molto attuale aveva avuto parole di fuoco contro non solo i venditori abusivi, come traducono tutti, ma i negozianti in quanto tali – come si vede da una nostra più corretta traduzione – colpevoli di allargarsi fuori del negozio con la mostra delle mercanzie e di ingombrare perfino la propria soglia, tanto da impedire addirittura l’ingresso dei propri stessi clienti. Allora bastò un editto dell’imperatore Domiziano per restituire la giusta visuale alle vie della città che erano ridotte dalle mercanzie a “stretti vicoli”. Ma oggi? Non basta un Sindaco. Anzi, un sindaco di Roma, Ignazio Marino, fu cacciato in realtà anche per aver liberato finalmente dagli ambulanti Colosseo, piazza di Spagna e Pantheon!

IMMAGINI. Due antiche incisioni che mostrano il livello di degrado di piazza della Rotonda già nei secoli passati. L'immagine della targa di Pio VII da noi faticosamente restaurata, perché quella esistente era poco leggibile.

AGGIORNATO IL 23 GENNAIO 2016

2 novembre 2015

Il “buon uomo” per la Chiesa? È un baciapile bigotto e ipocrita.


Dopo tanto Vangelo, tanta predicazione di eroica bontà e altruismo, tanto catechismo, tanti mirabili esempi di vite di Santi e Vergini e Martiri sbandierati nelle storie, tante leggende edificanti, qual è alla fin fine, nella pratica quotidiana, il comportamento minimo sufficiente che la Chiesa richiede ai suoi fedeli per definirli “buoni cristiani” o, ciò che è lo stesso per la morale cattolica, addirittura onesti uomini, brave persone?

È ben poca cosa, dice il Belli in due sonetti profondamente graffianti. Tutto si risolve in una prosaica serie di comportamenti esteriori, di banali formalità che a noi ricordano le regolette per i bambini negli asili delle suore o le abitudini ossessive delle vecchie beghine (dette “pizzochere”, “bizzochere” o “bizzoche”), come tenere sempre il rosario in tasca, biascicare litanie anche nei momenti meno opportuni, salire in ginocchio la Scala Santa, e così via. Certo, fondamentali sono farsi il segno della croce (meglio se intingendo le dita nell’acquasantiera in capo al letto, come fanno i bambini, i malati e gli anziani), segnarsi o togliersi il cappello davanti a una chiesa o alle edicole delle “madonnine” votive ai cantoni dei palazzi, ovviamente andare a Messa, confessarsi e frequentare le altre funzioni religiose più spesso possibili. Almeno a Pasqua, sappiamo. Anche se l’espressione “fare il precetto” sembra diventata anche nel nome una sorta di obbligo mal sopportato, quasi una punizione da servizio militare. E allora, altro che poco: sembra troppo.

Resta, come tipico tratto della “buona pratica cattolica”, la devozione esibita in pubblico, il formalismo dei riti, l’adorazione del Papa e delle immagini dei Santi e della Madonna, l’ipocrisia delle giaculatorie recitate meccanicamente, senza sentirle come proprie, e spesso senza neanche capirle, magari nel “latinorum” deformato dal romanesco, che piace tanto al popolino più ignorante per la sua carica un po’ minacciosa di fascino e mistero (e su cui il Belli intinge golosamente il pane dell’ironia in numerosi sonetti). Insomma, i doveri e i divieti, quelli sensati e quelli più astrusi, sembrano osservati per mero conformismo, come se si trattasse d’una serie di esercizi fisici da superare in una sorta di decatlon della “morale” ostentata”. La religione – è il rischio, ma anche la denuncia – vista come un quotidiano tour de force di abilità, un prontuario di gesti e privazioni psichiche e corporali che poco o nulla ha di spirituale.

E le “opere di bene”? Non ci sono. Al massimo, la corvée della confraternita (la Missione) che si risolve, però, in ulteriore auto-referenziale proselitismo ed esteriorità (spesso in “maschera”: tuniche, sacconi, corde alla cintura), con processioni, recite di preghiere, rosari collettivi ecc.

Il cattolico tipo appare, perciò, un uomo bigotto e ipocrita, un baciapile per conformismo e timore delle punizioni. Viene in mente una possibile definizione di “bigotto” (probabilmente dal francese bigot, epiteto offensivo dato ai cristiani di Normandia, forse per un loro frequente intercalare “per Dio”, bee God in antico inglese): un fedele religioso che mostra a tutti uno zelo esagerato, una pignoleria ostentata nell’osservare le più minute pratiche prescritte dalla regola o dal culto. Ma, appunto, è solo rigore nelle pratiche esteriori e assai poco nello spirito religioso e nell’etica. 

Oltretutto, ne viene fuori il ritratto d’un tipo pedestre, nient'affatto eroico e per niente intelligente, anzi un po’ sciocco. Sciocco? Vabbe’ che la religione formalistica è dei “poveri di spirito”, un sublime eufemismo che sta addirittura nel Vangelo, tanto che gli etimologisti (devono essere tutti atei) fanno derivare il nome stesso “cretino” da “cristiano” (non viceversa), come ha confermato anche l'Accademia della Crusca sulla base di studi etimologici vecchi e nuovi! 

Ma è anche un individuo-non-individuo, quello soggetto agli obblighi formalistici della Chiesa, come appaiono da questi due sonetti. Un penoso uomo-massa che è annullato e controllato da un severo controllo sociale, quello della folla degli altri fedeli e dei religiosi. Qualcosa che ci ricorda il rozzo conformismo delle masse islamiche, più che l’ascetismo individuale o il dignitoso individualismo “a tu per tu” con Dio, caratteristico del protestantesimo e anche dell’ebraismo. Perciò, qualcuno ha detto, che l’individuo sembra non esistere nel Cattolicesimo così interpretato e realizzato. Il che poi avrà inesorabili conseguenze storiche, economiche e politiche: il Liberalismo e il libero mercato non nascono in terre cattoliche, ma in quelle riformate. 

Nella pratica cattolica tutto è pantomina, rappresentazione, teatro, colori sgargianti, eccesso di forme, movimenti di masse. Lo stile e il secolo tipici? Il barocco, il Settecento. E per la Chiesa di Roma è sempre barocco, sempre Settecento. Ecco che cosa è, o si è ridotto a essere in questi tempi di decadenza – sembra dire il poeta – un “buon cristiano”. Come meravigliarsi, perciò, se il tipico popolano romano, rappresentato in un’evidente satira nel secondo dei sonetti col medesimo titolo "Er galantomo" (noi riportiamo quello del 1832), proprio questo intende. Ovviamente, con l'aggiunta di un ulteriore sarcasmo nominalistico, dovuto alla voluta confusione dell'essere “galantuomini”, cioè persone oneste e per bene, con l'essere bigotti. 

Infine una nota di colore: le raccomandazioni per essere un "buon cristiano" sono rivolte, come dice chiaramente il titolo del primo sonetto (Er galantomo), innanzitutto al popolano maschio: alle donne sono dedicati altri sonetti. Infatti, arriva subito l'invito a non fare i propri bisogni nei portoni, propri e altrui, pratica evidentemente diffusissima nel primo Ottocento in una città papalina che, a differenza di quella molto più civile ed evoluta degli Antichi Romani, non ci risulta fosse dotata di latrine e bagni pubblici, e dove perfino molte grandi dimore patrizie non avevano stanze da bagno, tanto da collocare talvolta la pestilenziale "seggetta" (sorta di sedile forato contenente un alto e capiente vaso di ceramica), nel vano della finestra di un pianerottolo, e non sempre nascosta da una tenda... Cosicché quasi tutti espletavano i propri bisogni fisici dove capitava: nel buio d'un angolo sotto una scalinata, dietro un albero, in un cortile, nelle zone più oscure dei vicoli, nei vicoli ciechi e non transitabili tra due caseggiati ("chiassetti" in toscano) e, appunto, perfino dentro gli androni dei palazzi.

ER GALANTOMO (II)

Nun ce vò mmica tanto pe ssapello (1)
si ssei un galantomo o un birbaccione.
Senti messa? sei scritto a le missione?
cuann’è vviggijja, magni er tarantello?
a le Madonne je cacci er cappello?
vôi bbene ar Papa? fai le devozzione?
si ttrovi crosce ar muro in d’un portone,
le scompisci, o arinfòderi l’uscello?
dichi er zottumprisidio cuanno t’arzi?
tienghi in zaccoccia er zegno der cristiano?
fai mai la scala-santa a ppiedi scarzi?
tienghi l’acquasantiera accapalletto?
Duncue sei galantomo, e ha’ tant’in mano
da fà ppuro abbozzà Ddio bbenedetto.
11 novembre 1832

Versione. Il galantuomo [la persona per bene]. Non ci vuole tanto per sapere se sei una persona per bene o un poco di buono. Vai a messa? Sei iscritto alla Confraternita? Quand'è vigilia mangi il tonno? Davanti alle immagini della Madonna ti togli il cappello? Vuoi bene al Papa? Frequenti i sacramenti? Se in un portone trovi una croce dipinta sul muro [proprio per incutere rispetto e non far orinare], gli orini sopra o rinfoderi l’uccello? Dici la preghiera alla Vergine “Sub tuum praesidium...” quando ti alzi dal letto? Tieni in tasca il segno del cristiano [il rosario]? Sali mai la Scala Santa a piedi scalzi? Hai un’acquasantiera in capo al letto? Dunque sei una persona per bene, e hai in mano argomenti sufficienti per mettere a tacere perfino Dio benedetto.

È colpa dei fedeli questo inaridimento delle radici spirituali della religione cattolica oppure è tutta responsabilità delle gerarchie di S. Madre Chiesa? «È forse egli solo, il povero popolano, nella sua semplicità e modestia intellettuale e morale, a non aver capito, ad aver immiserito e banalizzato il messaggio evangelico?», sembra chiedersi il Belli. No, nient’affatto. Quelle minute prescrizioni esemplificate nei due sonetti sono letteralmente proprio le raccomandazioni che qualsiasi parroco zelante richiede a ogni parrocchiano per considerarlo ufficialmente “buon cristiano”. È chi ha messo in testa questa pratica, queste idee, ai preti se non la Chiesa, con i lunghi e perfino cavillosi studi di seminario?

Un nemico della Chiesa Cattolica potrebbe facilmente sostenere che altro non è la “cattolicità” che una serie infinita di belle chiese, stupendi monumenti, statue raffinate, belle musiche da chiesa, abiti sfarzosi – anche di porpora e d’oro – che mutano di colore e ornamenti ogni giorno, come neanche le donne più capricciose fanno, ed eleganti fiocchetti esibiti perfino sull’abito della festa delle donne del popolo. Senza contare la lunga serie di festività e addirittura l’obbligo, davvero incredibile, di mangiare pesce in certi giorni, detti “di vigilia”, e non certo il pesce meno costoso (ma il “tarantello” o filetto di tonno).

Ma allora aveva ragione la Riforma protestante. Nelle Chiese riformate, come la luterana “evangelica” e la calvinista, la religione non è vista come esteriorità, ostentazione di gesti, riti ripetitivi, formalismo, burocrazie di indulgenze, mercato dei miracoli e lusso, ma come esperienza interiore. La rottura con la Chiesa di Roma si era avuta proprio su questi punti nel 1517, quando il monaco agostiniano Martin Lutero pubblicò le sue “95 Tesi” sulla porta della chiesa del castello di Wittemberg. 

Eppure, il moralismo espresso dal Belli occhieggiava, sia pure emarginato e isolato, nella Chiesa. Perciò siamo sicuri che entrambi i sonetti, perfino "La riliggione der tempo nostro", probabilmente letti dallo stesso Belli davanti a qualche monsignore dell’Accademia Tiberina, non saranno stati giudicati blasfemi dagli ecclesiastici dotati di senso del comico o di un'alta concezione religiosa, ma anzi, saranno stati approvati, sia pure con molta ipocrisia. Anche perché il furbo e ambiguo Belli fa finire il secondo sonetto "in Gloria", lodando per contrasto in modo paradossale il Vangelo, che - lamenta - ormai tra tante feste, abiti e rituali raffinati, non viene più letto e rispettato, anzi, è carta da vendere a peso al salumaio, perché la usi per incartare il salame. E con questa "morale della favola" così virtuosa - si illudeva il poeta - quale cardinale o monsignore del Sant'Uffizio avrebbe potuto accusare il sonetto di spirito "protestante"? Peccato che proprio i protestanti, a cominciare da Lutero, contrapponevano di continuo la corrotta Chiesa di Roma al Vangelo!

LA RILIGGIONE DER TEMPO NOSTRO

Che rriliggione! è rriliggione questa?
Tuttaquanta oramai la riliggione
Conziste in zinfonie, ggenufressione,
Seggni de crosce, fittucce a la vesta,
Cappell’in mano, cenneraccio in testa,
Pessci da tajjo, razzi, priscissione,
Bbussolette, Madonne a ’ggni cantone,
Cene a ppunta d’orloggio, ozzio de festa,
Scampanate, sbasciucchi, picchiapetti,
Parme, reliquie, medajje, abbitini,
Corone, acquasantiere e mmoccoletti.
E ttratanto er Vangelo, fratel caro,
Tra un diluvio de smorfie e bbell’inchini,
È un libbro da dà a ppeso ar zalumaro.
11 ottobre 1835

Versione. La religione del tempo nostro. Quale religione! È religione questa? Tutta quanta oramai la religione consiste in musiche da chiesa, genuflessione, segni di croce, nastrini sul vestito [che le donne si appuntano come ex-voto per scampato pericolo], cappelli in mano, cenere sul capo, pesci da taglio [per il pranzo “di magro”], mortaretti e feste, processione, bussolotti della questua, Madonne a ogni cantone, cene con gli occhi sull’orologio [per timore che passi la Vigilia], ozio della festa, suono di campane, sbaciucchiamenti, percosse al petto [in atto di contrizione], palme, reliquie, scapolari benedetti, corone, acquasantiere e candele. E intanto il Vangelo, caro fratello, in un profluvio di smorfie e begli inchini, è un libro da vendere a peso al salumaio [perché ne faccia carta per incartare il salame].

(1). Nel manoscritto originale c’era scritto “capillo”, non “sapello”; «ma la correzione per la rima è necessaria – scrive il Cagli – ed è già stata adottata dal Morandi e dal Vigolo».

IMMAGINI. 1. La predicazione in piazza di B. Pinelli. I frati predicatori, in particolare, eccitavano il fanatismo del popolino più ignorante e suggestionabile. Si notino ai lati i volontari di qualche confraternita col volto celato (i "sacconi"). 2. Fedeli che baciano il piede della statua di S.Pietro (B.Pinelli).


AGGIORNATO IL 17 NOVEMBRE 2015
 
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