07 aprile 2012

Maramao perché sei morto? Il gatto anti-Papa (e anti-Duce)

Gatto nero di notte con luna piena stilizzata (piccolo)D’accordo, il gatto è quanto di meno raccomandabile esista sull’arca di Noè, sia nella simbologia antica dotta, sia nell’immaginario popolare. Specialmente nei secoli della povertà: immaginate che cosa voleva dire per una famiglia povera il furto da parte del gatto dell’ultimo pezzo di lardo. Insomma, ladro e traditore, imbroglione e infingardo, strega e demonio. Tutto quello che volete, ma può la storia d’un gatto un po’ lestofante, che non impressiona neanche un bambino, impensierire i gendarmi del Papa, tanto da far finire qualcuno in galera, e un secolo dopo allarmare la polizia fascista? No, eppure è quello che è accaduto. A proposito: e se non fosse neanche un gatto? Oddio che mal di testa….

Dunque, siamo a Livorno nel 1939, imperante il Duce del Fascismo. E’ morto il gerarca livornese Costanzo Ciano, consuocero di Mussolini, presidente di quella parodia di Parlamento che è la Camera dei Fasci e delle Corporazioni. E il Regime gli sta erigendo un monumento. Ma nella notte studenti burloni vi affiggono un foglio con questi versi:

Maramao perché sei morto?
Pan e vin non ti mancava,
l’insalata era nell’orto,
Maramao, perché sei morto?

Per gli inquirenti si tratta dei versi d’una canzone uscita proprio in quell’anno, Maramao, perché sei morto?, di tale Panzeri, sospetta di alludere alla morte di Ciano, implicato in scandali e arricchimenti illeciti (“pan e vin non ti mancava…”). Apriti cielo! Le dittature, si sa, non brillano per senso dell’humour, e vigili urbani, poliziotti, carabinieri, questore, prefetto ecc., prendono tutto drammaticamente sul serio, subodorando chissà quale complotto, congiura, cospirazione (termini usati abitualmente in questi casi). “Un ennesimo episodio di fronda, un’opposizione nascosta e sotterranea, col dire e non dire, allo scopo di diffondere il discredito sul Regime”.

Maramao perché sei morto, canzone di Panzeri-Consiglio 1939Il capo della censura, Criscuolo, convoca immediatamente il Panzeri. “Ancora voi!”. Il paroliere è già nella lista nera come autore di Crapa pelada (1936), tradizionale filastrocca infantile milanese ora musicata dal jazzista Gorni Kramer, altamente sospetta perché si adatta a meraviglia al più noto dei calvi, il Duce. E così l’hanno capita gli Italiani.

Il paroliere, però riesce a dimostrare che Maramao è stata scritta prima della morte di Ciano. Fatto sta che interpretato genialmente dal trio Lescano e da una orchestra quasi jazz, diventa popolare in tutte le case italiane, e continua per anni ad essere trasmessa dall’EIAR, la radio di Stato. Anzi, torna di moda qualche anno più tardi, nel 1940, alla morte di un altro “fascistone”: Italo Balbo.

Questo Panzeri è recidivo. Nel 1940 scrive Pippo non lo sa, musicato da Kramer, mettendo alla berlina un buffo personaggio che "quando passa, ride tutta la città". E tutti vi riconoscono il fanatico e ridicolo Starace, segretario del Partito Fascista, odiatissimo dagli Italiani per il suo integralismo (è lui a ordinare il “voi” e la camicia nera, e a costringere gerarchi con la pancia a fare ginnastica e a gettarsi nel cerchio di fuoco), che ama esibirsi passeggiando sul Corso impettito in divisa. In realtà lo stesso Kramer in un’intervista del 1962 smentisce la diceria: era solo uno scherzo all’amico musicista Pippo Barzizza, “reo” di non essersi pronunciato nel 1939 (“Non lo so e non lo voglio sapere!”) alla domanda sui gusti musicali del pubblico: jazz americano o tradizione italiana? Ad ogni modo, Panzeri e Kramer le coincidenze sembrano andarsele a cercare. Infatti, un’altra loro canzone, La Banda d’Affori (1943), ha due versi micidiali: “Il tamburo principal della Banda d’Affori / che comanda cinquecentocinquanta pifferi”. Ebbene, 550 è proprio il numero dei membri della Camera dei Fasci, e il loro capo-tamburo – così pensa la Censura – non può che essere il Duce!

“Quanti guai per una canzone, ma vi pare sensato?” lamenta un secolo prima della vicenda, il nostro G.G.Belli in un sonetto che la censura fascista non poteva conoscere (l’edizione completa di Giorgio Vigolo, che rese finalmente noto a tutti gli Italiani tutto il Belli, è del 1952). Perché altrimenti non avrebbe convocato il povero Panzeri. Ebbene, il sonetto Er canto provibbito è quello che rivela l’origine antica della filastrocca di Maramao, trasportandoci dunque al 1833.

Strega e gatto che strimpella il violino nel Sabba (antica stampa, part)Lo scrittore Vitaliano Brancati incorre in un errore quando, in Ritorno alla censura (Bompiani), facendo quasi la versione in prosa del sonetto belliano Er canto provibbito scrive: "La notte del 10 febbraio 1831 un povero storpio arrancava per le vie di Roma cantando: Maramao, perché sei morto? Pane e vin non ti mancava, l'insalata avevi all'orto… Subito venne arrestato, sotto l'imputazione di alludere al recente funerale del papa. Ma perché doveva alludere al papa? Quale riferimento poteva esserci fra l'insalata all'orto e i giardini vaticani? Queste domande, prima di noi, se le fece Gioacchino Belli, in uno dei sonetti rimasti inediti sino a pochi anni fa”.

Doppio errore di Brancati, che crede ingenuamente che il Belli avesse scritto di un episodio accaduto la notte precedente. Innanzitutto, il sonetto del Belli è stato scritto l’11 febbraio del 1833, non del 1831. Ma anche se lo avesse scritto nel 1831, non poteva narrare un episodio accaduto la notte precedente, visto che il sonetto si riferisce al periodo immediatamente successivo alla morte di papa Pio VIII (“recente funerale”), che avvenne il 1 dicembre 1830. Il funerale, quindi, deve essersi tenuto pochi giorni o settimane dopo, entro dicembre o gennaio, mentre l’11 febbraio 1831 (data del Brancati) era già regnante il nuovo papa Gregorio XVI (si insediò il 2 febbraio 1831). Ecco il sonetto del Belli:

ER CANTO PROVÌBBITO
Sta in priggione, ggnorzí, ppovero storto!
Io da l’abbíle sce faría la bbava.
Sta in priggione: e pperché? pperché ccantava
jer notte: Maramào, perché ssei morto.
Ebbè? ssi è mmorto er Papa? e cche cc’entrava
de dì cche ccojjonassi er zu’ straporto?
E cché! ttieneva l’inzalata all’orto
er Zanto-Padre? e cché! fforze maggnava?
Teste senza merollo: idee brislacche.
Duncue puro a ccantà cce vò er conzenzo
de sti ssciabbolonacci a ttricchettracche!
Io me sce sento crèpa da la rabbia.
«Ma», ddisce, «è bben trattato»: eh, bber compenzo
d’avé la canipuccia e dde stà in gabbia.
Roma, 11 febbraio 1833

Versione. Il canto proibito. Sta in prigione, sissignore, povero storpio! Io dalla bile farei la bava. Sta in prigione e perché? Perché cantava ieri notte “Maramao perché sei morto”. E con questo? Se è morto il Papa? E che c’entrava dire che scherisce il suo funerale? E che? Forse aveva l’insalata nell’orto il Santo Padre, e che, forse mangiava? Teste senza midollo, idee bislacche! Dunque, anche per cantare ci vuole il permesso di questi sciabolonacci da marionette! Io mi sento morire dalla rabbia. Ma, dice, è ben trattato. Eh, bel compenso avere la canapuccia e stare in gabbia.

Il Belli, come si vede, riporta in modo sbrigativo la filastrocca, come cosa popolare nota e risaputa da tutti. Segno, dunque, che era molto più antica del suo secolo. E infatti lo stesso Belli annota sotto questo sonetto: «Antica canzone volgare: Maramao, perché sei morto? / Pane e vin non ti mancava: / L’insalata avevi all’orto: / Maramao, perché sei morto?»

Gatto sacro statuetta divinità egiziaUn gatto, certo. Del resto basta vedere come l’interpreta il disegnatore sulla copertina dello spartito musicale del Panzeri nel 1939. L’autorevole Vigolo, nell’edizione del 1952, scrive in nota: “La voce maramao accompagnata col gesto delle cinque dita sgranate a ventaglio vuol dire anche “rubare” e forse deriva da un’onomatopea del miagolio de’ gatti”.

Però aggiunge, a scanso di ulteriori scoperte: “Non è nemmeno da escludere qualche possibile attinenza col nome di Fabrizio Maramaldo, tanto più che il nome Maramau si incontra già alla fine del ‘500 nelle maschere della Commedia dell’Arte, raffiguranti simili tipi di spacconi, quali i capitani Bombardone, Malagamba, Francatrippa ecc.”

Questo Maramaldo era un capitano di ventura napoletano al servizio dei Medici contro l'esercito della Repubblica Fiorentina. Nel 1530, alla battaglia di Gavinana, trafisse a morte un suo prigioniero ferito e inerme, il capitano Francesco Ferrucci che gli gridò: "Maramaldo, tu uccidi un uomo morto!". Teoricamente possibile e suggestivo che, riportato di bocca in bocca, l’aneddoto possa essere diventato per ottusa assonanza popolare "Maramao perché sei morto". Oppure, seconda ipotesi, ucciso vilmente il suo nemico, Maramaldo torna a Napoli a gozzovigliare ed è colto da morte improvvisa tra i bagordi. E allora il popolino: "Avevi tutto, cibo, vino, donne… Maramaldo, perché sei morto?".

E, a proposito di spacconi, nel sonetto belliano i gendarmi con gli sciaboloni, proprio come Maramaldo, fanno una brutta figura, e lo stesso Belli in un altro sonetto, Er venardi ecc. (10 febbraio 1833) spiega che i tricchettracche sono gli “strumenti coi quali i fanciulli fanno un fragore per le vie della città”, “e anche uno strumento di legno di suono strepitoso che si suona la settimana santa invece delle campane”. “Qui, satiricamente – specifica il Vigolo – per indicare il falso fragore a vuoto delle sciabole pontificie, quasi fossero di legno”, come quelle dei burattini.

Altro che 1939, fascismo, Panzeri e Ciano! Quel che è certo (nell’incerto) è che la filastrocca di Maramao è antichissima e si perde nei secoli della tradizione popolare italiana. Una tradizione popolare dove il gatto è molto più diffuso e radicato di un Maramaldo.

Cavour Il gatto cavorrese, satira Pedrini, Il Fischietto (part, picc) 21 dic 1848Tanto più che il gatto è altamente simbolico, e dopo essere stato considerato addirittura un Dio dagli Egizi, dopo essere stato creduto dal popolino e dai preti che lo aizzavano protagonista dei sabba delle streghe, anzi, l’immagine stessa della strega, e comunque rappresentando secondo i pregiudizi popolari l’indole maligna e la falsità per eccellenza (Alfred Brehm), viene utilizzato proprio nell’Ottocento del Belli dalla satira politica, allo scopo di graffiare i politici troppo furbi, agili, imprendibili, che ne sanno una più del diavolo. Come il diabolico e felino Cavour, velocissimo e astutissimo, pronto a mutare posizione e a balzare sul topo avversario – fosse l’Austria, la Francia, l’estrema Destra o l’estrema Sinistra – e a farne un sol boccone. Qui è raffigurato in una vignetta satirica del suo tempo (che, insistiamo, era anche il tempo del Belli), come un gatto, appunto (“il gatto cavorrese”), nella sua tipica posa di difesa (Pedrini sul Fischietto, 21 dic.1848).

Ma il gatto-strega del sabba impersonava anticamente anche “lo spirito del Carnevale”. Si noti l’analogia tra sabba e orgia carnevalesca: entrambe infrazioni della norma e forme di follia collettiva: l’una ritenuta dalla Chiesa illecita, l’altra tollerata come sfogo popolare. Fatto sta, riferisce qualcuno, che in alcune località durante la Quaresima al gatto veniva fatto il funerale, con tanto di bara e corteo. Come a dire: è finita la pazzia, torniamo alla vita perbene, normale.

Anche per i popolani romani ai tempi del Papa-re, il gatto è dunque visto come l’animale più ladro e inaffidabile che ci sia, dopo la gazza, ovviamente. Nel Dizionario romanesco del Ravaro (2 voll., ed. Newton Compton, 2005) alla voce gatto si legge: ladro, sornione, dissimulatore. Riferendosi agli uomini, ovviamente. Scrive il Belli in un verso: “Che casa! Er padre e du’ fratelli gatti!”.

Gatto fulvo testa (picc)E il Belli sul gatto, che una ne fa e cento ne pensa, costruisce su misura un altro sonetto, Er gatto girannolone (24 dicembre 1834), in cui il gatto, ladro domestico per eccellenza, in questo caso chiamato “Roscio”, quindi un gatto di pelo fulvo, ha il viziaccio di andarsene sempre in giro, come tutti i veri gatti. E quando tutti lo cercano senza trovarlo, quando non si sa proprio dov’è, quando ormai è dato per perso, indovinate dov’è? In Curia. Ma sì, secondo la maldicenza del suo padrone (in realtà del Belli), è andato sicuramente a trovare, per consultazioni, i suoi amici naturali in Santa Romana Chiesa:

Un giorno Rosscio nun tornava
e llui sai cosa disse? «Starà ar Vaticano
a cconzurtà cco li compaggni sui».

Perché? I monsignori di Curia, i cardinali (“ladri cani” dice altrove il Belli un feroce anagramma), sono, proprio come i gatti, famigerati per avidità, ingordigia, ladrocinio. Con l’aggravante che qui trattandosi d’un gatto dal pelo rosso – nota il Vigolo – “c’è doppio senso: l’uomo di pelo rosso era visto dal popolino come di carattere cattivo, e si riteneva che Giuda Iscariota fosse di chioma e barba rossa. Da cui il detto popolare “Rosso malpelo schizza veleno”. Come se non bastasse – il Belli è sempre più malizioso di quanto appaia – qui il gatto è appositamente scelto di colore rosso, come l’abito dei principi della Chiesa. Ci sarà un perché, visto che “Roscio” non serve per la rima. Soccorre il Vigolo in nota: “Per l’analogia con la porpora dei cardinali v. sonetto Com’ar mulo (“sta covata d’arpie de pelo rosso è ccome la padella: o tigne o scotta”).

Il gatto, cioè il tipico ladro, va in Vaticano a trovare i pari suoi! Ecco nella solita sorpresa dell’ultimo verso, il motivo sotterraneo che il Belli, recidivo nell’arte sopraffina di dire e non dire, o di svelare in nota quello che lui stesso cela nei versi, aveva dato nelle intenzioni al suo sonetto: Vaticano, covo di ladri e profittatori.

E un’antica stampa francese, qui raffigurata per il particolare che ci interessa, per descrivere tutta la doppiezza, la furbizia, l’inaffidabilità, del potere del Papa, l’incisore lo disegna nientedimeno come un grande gatto ritto sulle zampe posteriori, con tanto di tiara pontificia sulla testa. Più che “cani ladri”, quindi, “gatti ladri”, questi ecclesiastici di Santa Romana Chiesa, secondo una satira plurisecolare, sia gallicana che anglosassone. Altro che orto e insalatina, pane e vino. Per il vero Maramao, quello in lungo abito color porpora, ci sono ori e gioielli, tenute e castelli.

Papa con Triregno come gatto furbo e inaffidabile (stampa francese)Ma allora, se il gatto era stato utilizzato dalla satira per secoli contro il Potere, come le stampe antiche e la malizia dei diversi sonetti belliani dimostrano, se tutto il quadro semantico-psicologico combacia nel dare un’immagine simbolicamente anti-Potere e irriguardosa del gatto, specialmente nell’800, sempre ammesso secondo il Vigolo e altre fonti che Maramao sia un gatto, ma allora, Signori della Corte, le conseguenze sono drammatiche e aberranti: i gendarmi del Papa, che di solito erano romani della peggiore feccia, e anche la polizia e la censura fascista un secolo dopo, non meno rozze e ottuse, avevano capito tutto. Anzi, paradossalmente, pur sbagliando in senso liberale, avevano filologicamente “ragione”. E in base non alla libertà e alla dignità dell’uomo, ma della semantica, dell’antropologia e della psicologia popolare, dal loro punto di vista ignorante, fecero “bene” ad arrestare il povero storpio che canticchiava “Maramao perché sei morto” nel 1831, e a sospettare dell’omonima canzone di Panzeri nel 1939. Scherzi da prete? No, scherzi da gatti. Sempre colpa loro!

IMMAGINI. 1. Un gatto stilizzato con lo sfondo della luna piena. 2. Lo spartito originale della canzone Maramao, perché sei morto?, di Panzeri-Kramer. 3. Gatto che suona il violino in un sabba di streghe (antica stampa). 4. Il Dio-Gatto degli antichi Egizi. 5. Una caricatura di Cavour, definito “Il gatto cavorrese” dal disegnatore Pedrini sul giornale satirico torinese Il Fischietto (21 dic.1848). 6. Un bel gatto dal pelame fulvo, più o meno come “Roscio” del sonetto del Belli. 7. Il Papa (o la Chiesa di Roma) sotto forma di gatto disonesto e inaffidabile, in un’antica stampa francese.

08 febbraio 2012

Freddo, neve e gelo? Ma ieri l’inverno era peggio di oggi

Colosseo sotto la neve Reumatico, “malato di petto”, metereopatico, sofferente vero o immaginario di tutti i possibili mali invernali, compresi i dolorosissimi geloni (che erano la dannazione anche del Leopardi, e di tutti i nostri antenati, che d’inverno vivevano al freddo anche dentro casa), il Belli era freddoloso per paura, più che per natura. E infatti morì, nella casa di via Monti della Farina, guarda caso, in pieno inverno, un 21 dicembre, con uno scaldino in mano. Oggetto di coccio o di rame che si reggeva grazie ad un largo manico, come nell’immagine n.5.

Ecco, se non fosse stato di umore così cupo, se tutta la sua vis comica non l’avesse messa solo nei sonetti, e neanche in tutti, Giuseppe G. Belli (a proposito, il suo primo nome era solo Giuseppe: Gioachino lo aggiunse dopo, ma era solo il 3.o o 4.o della sfilza dei nomi anagrafici, secondo l’uso d’un tempo) si sarebbe accorto di soffrire in realtà di una sola malattia: la “sindrome Jerome”. In Tre uomini in barca (per tacer del cane” lo scrittore inglese Jerome K. Jerome narra di quando, commesso il grave errore di leggere un libro di medicina dei sintomi, si rese conto con terrore di avere tutte le malattie possibili, tranne una: il “ginocchio della lavandaia”.

Foro Romano sotto la neve (febbr 2012) “Sono tremante di freddo per una improvvisa tramontana, sbucata dall'inferno [freddo e caldo: tipico ossimoro belliano, NdR] dopo la caduta di copiosissima neve…” scrive in una lettera. Molti suoi Sonetti rappresentano – anche in un solo verso o un aggettivo – il freddo, il gelo, il vento, la tempesta, la pungente e sibilante tramontana o “giannetta” (detta così dal sibilo di una lancia leggera o del frustino di canna d’India degli ufficiali del Seicento), la neve ed altri per lui nefasti e terribili eventi invernali, come un concentrato di sofferenza, quasi il massimo della condanna umana.

L’INVERNO
Sì, ppe vvoantri è un’invernata bella
ma ppe mmé ’na gran porca de staggione.
Io so cche co sto freddo bbuggiarone
nun me pòzzo fermà lla tremarella.
Fischia scerta ggiannetta ch’er carbone
se strugge come fussi carbonella.
E annate a vvede un po’ cche bbagattella
de zazzera c’ha mmesso Tiritone.
Sempre hai la goccia ar naso, e ’r naso rosso:
se sbatte le bbrocchette che ttrabballi:
tramontane, per dia, ch’entreno all’osso:
stai ar foco, t’abbrusci e nnun te scalli:
se’ iggnudo avessi un guardarobba addosso...
E cchiameno l’inverno? bbuggiaralli!
Roma, 7 febbraio 1833

Fontana del Tritone ghiacciata. 1864Versione. Per voi sarà pure una bella invernata, ma per me è una stagione pessima. Io che con questo freddo dannato non posso fermare i brividi. Fischia una certa tramontana, e il carbone frigge come carbonella. E andate a vedere che razza di parrucca ha messo il Tritone [della fontana del Bernini, in piazza Barberini]. Hai sempre la goccia al naso e il naso rosso: sbatti le gambe e traballi: tramontane, per dio, che entrano nelle ossa: stai vicino al focolare, ti scotti ma non ti riscaldi: ti senti nudo anche se hai un intero guardaroba addosso… E desiderano l’inverno? Ma vadano alla malora!

Un’esagerazione ridicola, visto il carattere ipocondriaco del Belli? Certamente, ma c’erano anche ragioni obiettive. Meteorologia a parte, la vita privata e pubblica a Roma a quel tempo era, non solo d’inverno ma anche in autunno e primavera, molto più fredda di oggi, quando si vive dentro casa e fuori (automobile, metropolitana, autobus, uffici, negozi) in ambienti riscaldati e resi piacevoli da un perenne tepore.

Il popolano, all’opposto, viveva più spesso all’aria aperta, e talvolta all’aria aperta lavorava, per le necessità del suo lavoro o per sfruttare la luce del giorno. E negli spostamenti di lavoro, ovviamente, andava a piedi o su un carrettino trainato da un mulo, sotto la pioggia la neve e il vento di tramontana. Si salvavano quelli che lavoravano come domestici o cuochi nelle case patrizie, certamente molto meglio riscaldate dei tuguri dei poveri, ma nulla a che vedere con il caldo uniforme, d’estate e d’inverno delle case di oggi. Le abitazioni e le botteghe d’allora, tutte, nel pieno dell’inverno tendevano ad essere fredde e umide, non bastando un braciere, gli scaldini personali, e neanche un focolare, piccolo o grande che fosse, a riscaldare in modo efficace. Solo le osterie si salvavano: ma per il calore… umano.

braciere povero con catino smaltato e protezione in legnoE poi si sa qual è il difetto dei focolari: ti scotti mani e viso, e rischi pure le vene varicose alle gambe, però ti ritrovi sempre la schiena gelida! E a Roma, a differenza che nel Nord, erano inesistenti o rarissimi quei focolari così grandi e profondi da poter contenere addirittura una panca per lato, per un totale di quattro persone, in questo caso sicuramente ben riscaldate.

Ad ogni modo, d’inverno, anche in una modesta casa popolare, la vita quotidiana nella Roma dei Papi doveva svolgersi accanto ad un focolare, ad un fuoco qualsiasi, almeno ad una brace.

Ma i poveri popolani, che sono il soggetto primo dei Sonetti, ed erano la stragrande maggioranza dei romani, mancavano quasi sempre di focolare. Per fortuna nel mercato dell’usato a piazza Navona o a Campo de’ Fiori o in Ghetto si trovavano relativamente a poco delle pesanti stufe di ghisa, utili anche per l’acqua calda e per una cucina elementare. Ma i poveri mancavano talvolta anche di legna adatta a produrre buon calore, perché si accontentavano di racimolare legni di scarto, mobili rotti e rami d’albero caduti. E avevano poco spazio. Perciò si dovevano trascinare per casa e talvolta, come gli anziani, perfino fuori casa con un piccolo scaldino di terracotta o ottone da tenersi tra le mani. Aveva la forma di un secchiello panciuto, con un coperchio forato, era portatile e poteva contenere brace di carbonella che durava ore, La brace si ravvivava con un soffietto (Chiappini). Era il mezzo migliore per scaldarsi le mani. Le donne usavano tenerlo in grembo o posato a terra sotto le sottane: forse per questo era chiamato marito (Ravaro). Il Belli scrive in un sonetto: “… e già m’ha rotto / tre o quattro vorte er manico ar marito”.

Donna romana con scaldino (1858) (part) www.lanternamagica.euNel sonetto, Una ne fa e ccento ne penza, una madre rimprovera la figlia perché sta sempre col "marito" "tra le cosce", cioè con lo scaldino sotto la veste, fino al punto – non si sa se più stupida o pigra – da approfittare per farci arrostire nel frattempo... una salsiccia. Naturalmente il fatto è del tutto improbabile, ma permette alla maliziosa comicità del Belli un salace doppio senso sessuale. Se le donne di Roma stanno sempre col marito tra le cosce, non ci sta male una adeguata salsiccia (il riferimento al membro maschile è evidente). Chissà quanto avranno riso monsignori, borghesi e patrizi dell'Accademia Tiberina quando l'autore avrà letto questo sonetto con la sua ben nota maestria, avvalendosi di una compunta seriosità (riferita da Gogol), oggi diremmo “alla Buster Keaton”.

Comune a tutti, ricchi e poveri, era il braciere, un largo e stabile recipiente di metallo, con treppiedi o senza, posto al centro della stanza o sotto il tavolo, capace di conservare e diffondere il calore delle braci di carbonella. I poveri usavano un semplice catino di ferro leggero smaltato, di quelli per lavarsi, mentre i più abbienti lo avevano in ottone o rame, con maniglie e perfino decorazioni. Il braciere da pavimento era spesso fornito di un ampio bordo di legno sul quale si potevano poggiare i piedi (ecco perché a Pinocchio, burattino di legno ideato nell’Ottocento da Collodi, si bruciarono i piedi) e protetto al di sopra, talvolta, da una gabbia di giunchi.

Ma in mancanza di meglio, per farsi una specie di braciere economico, molti ricorrevano al tipico secchio di ferro da muratore che si ritrovavano in casa per mestiere o potevano avere gratis o acquistare a poco prezzo: la còfana, un “recipiente basso, a due manici e base quadrangolare, nel quale i muratori trasportano la malta” (Diz. Hoepli). E in effetti a contenere o trasportare braci (anche se non a diffonderne al meglio il calore) la còfena era adattissima perché munita di due lunghi manici fini che permettevano di non scottarsi le dita. E doveva essere una soluzione molto popolare, se ce l’ha tramandata quasi come un modo proverbiale il più grande scrittore, testimone e studioso di usi romaneschi (“Co ‘na cofena piena de carbonella”, Zanazzo).

Braciere da ambiente  in ottone Ottocento con due maniglieIl braciere e lo scaldino, quindi, non certo il focolare, la stufa o la cucina a legna in muratura con caldaia incorporata, erano il tipico modesto riscaldamento della gente comune di città. Che, perciò, dentro casa soffriva il freddo più dei contadini.

Altro che vita beata, “semplice, povera, ma sana”,  prima della industrializzazione e dell’Unità d’Italia! Dobbiamo immaginare al contrario, anche nel modesto inverno di Roma, una durissima vita per tutti, non solo per i vecchi, ma anche per i bambini piccoli, che nella poverissima Roma papalina, in case insalubri addossate l’una all’altra in vicoli in cui non batte mai il sole, morivano letteralmente di freddo, malattie e fame, nell’indifferenza e nel fatalismo generale (La mojje disperata).

…st’anime innoscente
che spireno de freddo e dde bisoggno

Le stanze da letto, quasi sempre prive di focolare, erano le più gelide e umide: in caso di freddo erano anche di vari gradi sottozero. Entrare in un letto, poi, come sanno perfino oggi tutti coloro che hanno una casa in montagna o in campagna senza i termosifoni, era impresa eroica. Le lenzuola non erano solo ghiacciate, ma anche umide. E i nostri antenati, che pure avevano la scorza del contadino, furono costretti a inventare il geniale braciere da letto che si lasciava per molti minuti sotto le coltri. Un’intelaiatura di legno impediva al braciere di bruciare le lenzuola. A Roma e in tutto il Lazio, da ben prima dei tempi del Belli fino al 1960 e oltre, questo scalda-letto si chiamò popolarmente “prete”.

Bracere dei  muratori (www.liberoricercatore.it)Perché si chiamava “prete”? Il nome sembra un’allusione diretta, specie nei villaggi laziali dove più capillare e invadente era la presenza e prepotenza pretesca, a chissà quanti aneddoti, diventati poi mito e infine allusione o scherzo ironico, alimentati evidentemente dall’abitudine di non poche donne locali di accettare preti e frati, viste le loro ben note insistenze, come scaldaletto naturale. Malignità anticlericali? Ma no. C’è il sonetto in cui perfino un vecchio sacerdote chiede alla donna che gli rammendava le pianete di sostituirsi al prete-scaldino che vede troneggiare nel letto (“Sò prete anch’io”). Ma la risposta della sposa all’80nne religioso in fregola è fulminante: io non faccio insieme “peccato e penitenza”. Bellissima.

Certo, di giorno si poteva far ricorso a vari tipi di scaldini portatili e semi-fissi (da tavolo), ma di notte – nota  il Belli maliziosamente terminando a sorpresa il sonetto dedicato – il miglior scaldino a letto resta pur sempre quello atavico usato dal vecchio re David che, come dice la sacra Bibbia, riscaldava il freddo della vecchiaia portandosi a letto donne giovani, e magari più d’una. E così – è proprio il caso di dirlo (e il Belli non si lascia scappare l’occasione – re David con una fava (in romanesco anche organo sessuale maschile) prendeva due piccioni, cioè l’utile (il caldo) e il dilettevole (il sesso). Inutile dire che piccione in molti dialetti, non solo nel romanesco, è anche l’esterno, il triangolo pubico, del sesso femminile.

Un’indicazione, come dire, “termologica” che indirizziamo volentieri a lettrici e lettori “ecologici” al puro scopo dell’autoproduzione di calore nelle fredde notti d’inverno.

Scaldino ottone decorato con protezione e manico legnoQui, però, il freddoloso Belli, a sorpresa, critica un imprecisato conoscente un po’ snob che recita da delicato e si lamenta del freddo. Ma, se fate attenzione, la satira è rivolta più all’affettazione del soggetto che alla sua presunta sensibilità al gelo. Che d’inverno faccia freddo – ironizza – è normale, Milord! Questo snobismo il Belli lo rende con una esclamazione forse proverbiale al suo tempo, ma oggi intraducibile: “prugna”. Pronunciata, però, in modo deformato come il popolino romano d’allora immaginava che parlassero i signori, con la medesima translitterazione – per esempio – che c’è tra il popolare toscano cignale e l’italiano colto cinghiale. E’ come se un popolano romano pensasse che questa regola debba valere in tutti i casi in cui c’è una gn. “Questa interiezione – scrive in nota l’autore col suo abituale linguaggio affettato da ‘700 che contrappone al romanesco – si adopera allorché alcuno si pone in sullo squisito. Il vocabolo è così alterato sulla stessa alterazione volgare di bruggna (prugna) per imitare la ricercatezza o la pretensione del beffeggiato”.

LI SCARDINI
Brungia! E cco cquella pelle de somaro,
che sséguiti a ddormí ssi tte s’inchioda,
fai tanto er dilicato? Ih, un freddo raro!
nun ze trova ppiú un cane co la coda!
Ma ccazzo! Semo ar mese de ggennaro:
che spereressi? de sentí la bbroda?
L’inverno ha da fà ffreddo: e ttiell’a ccaro
ch’er freddo intosta l’omo e ll’arissoda.
E ss’hai ’r zangue de címiscia in der petto,
de ggiorno sce sò bbravi scardinoni
da potette arrostí ccome un porchetto;
e dde notte sce sò ll’antri foconi
c’addoprava er re Ddàvide in ner letto
pe ppijjà cco ’na fava du’ piccioni.
Roma, 21 febbraio 1833

Versione. Gli scaldini. Milord, con quella pelle d’asino che ti ritrovi, tanto che continui a dormire anche se ti inchiodano, ora fai tanto il delicato? Ih, un freddo raro, non si trova più per strada un cane con la coda! Ma, diamine, siamo nel mese di gennaio, forse speravi di trovare l’aria calda estiva? D’inverno deve far freddo: e tientelo caro, perché il freddo rafforza l’uomo e lo rassoda. Ma se hai sangue di cimice nel petto, di giorno ci sono ottimi grandi scaldini da poterti arrostire come un porchetto; e di notte c’è un altro genere di focolare, quello che usava il re David nel letto, prendendo così con una fava due piccioni [cioè l’utile e il dilettevole, il calore e il sesso].

Non fatichiamo, perciò, ad immaginare le donne di casa dell’epoca che si apprestano al cambio di stagione. In ritardo sul passaggio autunno-inverno dei nostri tempi, era d’uso a Roma, ogni 25 novembre (S. Caterina) togliere dai letti la copertina leggera per sostituirla con una o più coperte di lana. Poiché è escluso che allora facesse più caldo, è che gli abitanti di allora erano più abituati a convivere fatalisticamente col freddo. Anche nelle case borghesi e patrizie a fine novembre ci si apprestava per l’inverno con tutta una serie di cambi e di operazioni delegate alla servitù. Una ricorrenza quasi rituale, moltiplicata oralmente tra tutte le casalinghe e serve del vicinato, che faceva da scansione tra estate e inverno, tepore e gelo, godimento e patimento. E così la vita cambiava, e non certo in meglio. Qui, però, il Belli riporta stranamente, accanto a credenze popolari, anche usi da case ricche e nobili, perché probabilmente il suo “popolano narrante” in questo caso è una anziana domestica al servizio di una dimora di borghesi benestanti, monsignori o patrizi.

LI VENTISCINQUE NOVEMMRE
Oggiaotto ch’è Ssanta Catarina
se cacceno le store pe le scale,
se leva ar letto la cuperta fina,
e ss’accenne er focone in de le sale.
Er tempo che ffarà cquela matina
pe Nnatale ha da fàllo tal’e cquale.
Er busciardello cosa mette? bbrina?
La bbrina vederai puro a Nnatale.
E ccominceno ggià li piferari
a ccalà da montagna a le maremme
co cquelli farajôli tanti cari!
Che bbelle canzoncine! oggni pastore
le cantò spiccicate a Bbettalemme
ner giorno der presepio der Zignore.
18 novembre 1831

Scaldino da letto o preteVersione. Il 25 novembre. Tra otto giorni è S. Caterina: si tolgono le stuoie dalle scale [per evitare che scarpe bagnate o fangose le sporchino, NdR], si toglie dal letto la coperta leggera, si accende il focolare nelle sale. Il tempo che fa quella mattina lo farà tale e quale a Natale. Il bugiardello [lunario, che evidentemente non indovinava spesso: nome simile al bugiardino, il foglietto illustrativo dei medicinali di oggi, NdR] che cosa dice, brina? E brina vedrai anche a Natale. E cominciano già i pifferai [zampognari abruzzesi] a calare dalla montagna o dalle Maremme, con quei ferrajoli [mantelli corti e rattoppati, nota il Belli] tanto cari! Che belle canzoncine! [“Niuno può vantarsi – nota l’autore ironicamente – di aver mai inteso ciò che essi cantano”] Ogni pastore le cantò tali e quali a Betlemme nel giorno del presepio del Signore.

Comunque, se avessimo vissuto nella Roma papalina dell’inizio dell’Ottocento, da novembre fino a tutto febbraio avremmo visto lo stesso Belli e tutti i suoi personaggi trascinarsi mani in “saccoccia” lungo i muri per le strade e piazze ventose e gelide, bene intabarrati a seconda del sesso in ferrajoli o mantelli più o meno rattoppati, lisi e sdruciti, o in grandi vesti lunghe di lana grezza, cappucci e grandi scialli, tentando di sopportare l’aria gelida insopportabile.

Scaldino chiuso da letto con manicoBelli e, a sua immagine, tutti i popolani descritti nei Sonetti odiano perciò il freddo, specialmente quand’è pungente e penetrante (“un freddo da cannisse [candirsi, cioè cuocersi: solito ossimoro belliano, NdR] li cojoni”). Basta dire che quando il poeta, in cerca di “aria buona” per curare i suoi molti malanni veri e immaginari, si prende una vacanza nel borgo antico di Veroli, vicino ai freschi monti Ernici, con tutto che si era nella “bella stagione”, trova la temperatura troppo fredda – come scrive nelle sue lettere – e non esce di casa per l’intera vacanza. E del resto quando è a letto malato – come leggiamo nel suo ultimo sonetto E a cche sserveno poi tante parole? (1849) – mal sopporta con pazienza o rabbia il gelo. Si rimetterà in piedi – così spera – nella bella stagione, quando il sole sarà caldo:

Pascenza o rrabbia sin ch’er freddo dura:
staremo in cianche quanno scotta er zole.

Tanto il freddo e l’inverno erano temuti nella Roma del primo Ottocento, e con qualche ragione, che siamo sicuri che, potendo scegliere tra il fresco del Paradiso e il caldo delle fiamme dell’Inferno, il Nostro e tutti i romani d’allora avrebbero scelto senza esitazioni il secondo!

Ma sul caldo e il freddo conviene citare anche il curioso sonetto con gli strafalcioni della “scienza del popolano”, verosimilmente un padre che “insegna” alla figlia, con alcuni strepitosi nonsense.

ER CALL'E 'R FREDDO
Er callo che dd’istate ciariscalla
Dio fa cche dda la terra se sollevi
e ar tornà dde l’inverno l’ariscevi
la terra, c’ha la forma d’una palla.
Ecco spiegato perché vvedi, Lalla,
che ll’acqua ch’essce da Funtan-de-Trevi
e oggn’acqua che cce lavi e cche cce bbevi,
d’istate è ffredda, eppoi d’inverno è ccalla.
Tu discorri co mmé, fijja, discorri;
e ssappi c’ar bicchiere inummidito
j’intraviè ccom’a tté cquanno che ccorri.
Appena l’acqua fresca te l’ha empito
ar bicchiere je s’opreno li porri,
e ssuda: seggno che nnun è ppulito.
Roma, 3 febbraio 1833

Versione. Il caldo e il freddo. Il caldo che d’estate ci riscalda, Dio fa che dalla terra si sollevi, cosicché la terra, che è a forma di palla, lo riceve poi al tornar dell’inverno. Ecco spiegato perché, Lalla [diminutivo romanesco di Adelaide], l’acqua di Fontan di Trevi e ogni acqua che bevi o usi per lavare, d’estate è fredda mentre d’inverno è calda. Tu parli con me, figlia, e sappi che al bicchiere inumidito accade quello che accade a te quando corri. Appena lo hai riempito di acqua fresca al bicchiere si aprono i pori e suda: segno che non è pulito.

Donna contadina con lattante dentro focolareMa un simile tormento di gelo avrà mai fine? Eh, bisognerà aspettare marzo, nientedimeno. Ma già a febbraio, nel colmo del freddo, sapremo se l’inverno è breve o prolungato. Sì, perché per fortuna anche per questo servizio c’è una apposita data “religiosa”, il 2 febbraio, rubata come sempre dai cristiani ad antichi riti pagani etrusco-romani: la Candelora. Dice il proverbio romanesco con una tautologia che deve essere piaciuta a generazioni di popolani: “Candelora: de l’inverno semo fora, ma se piove o tira vento de l’inverno semo dentro”. Basta questo per far sperare i freddolosi patologici e i pigri cronici, come l’anziano servitore che è l’io narrante del prossimo sonetto. Che sembra proprio il Belli spiccicato.

ER TEMPO BBONO
Dimani, s’er Ziggnore sce dà vvita,
vederemo spuntà la Cannelora.
Sora neve, sta bbuggera è ffinita,
c’oramai de l’inverno semo fora.
Armanco sce potemo arzà a bbon’ora,
pe annà a bbeve cuer goccio d’acquavita.
E ppoi viè Mmarzo, e se pò stà de fora
a ffà ddu’ passatelle e una partita.
St’anno che mme s’è rrotto er farajolo,
m’è vvienuta ’na frega de ggeloni
e pe ttre mmesi un catarruccio solo.
Ecco l’affetti de serví ppadroni
che ccommatteno er cescio cor fasciolo,
sibbè, a sentilli, sò ricchepulloni.
28 settembre 1831

Stufa legna ghisa Versione. La Candelora. Domani, se il Signore ci darà vita, vedremo spuntar la Candelora. Signora neve, questa dannazione è finità, perché ormai dall’inverno siamo fuori. Almeno ci potremo alzare tardi per andare a bere quel goccio di acquavite. E poi viene marzo, e si può stare fuori a fare due passatelle [gara o giri di bicchieri di vino in una combriccola di amici all’osteria, NdR] e una partita [a carte]. Quest’anno che mi si è rotto il ferrajolo mi sono venuti molti geloni e per tre mesi un solo catarruccio. Ecco le conseguenze di servire padroni che combattono il cece col fagiolo [cioè non ricchi, NdR], sebbene, a sentirli parlare, sono ricchi Epuloni.

IMMAGINI. 1. Grande freddo romano col Colosseo imbiancato di neve. E’ del febbraio 2012, ma potrebbe rappresentare idealmente anche un inverno dei tempi del Belli. 2. Foro Romano sotto la neve (febbraio 2012). 3. La statua della fontana del Tritone con ben altro che la sola “zazzera” di ghiaccio descritta dal Belli nel sonetto. 1865 circa. 4. Braciere povero in ferro smaltato con pedana in legno. 5. Popolana col “marito”, cioè lo scaldino personale da tenersi tra le mani in grembo o posato per terra sotto le sottane. In genere questi scaldini portatili erano di pesante ma economica terracotta, adatta a trattenere a lungo il calore, o di più costoso rame, l’ideale per diffondere subito il calore delle braci. Con uno di questi attrezzi in mano morì il Belli  6. Braciere di ottone con tre piedi. 7. Braciere poverissimo ricavato dalla tipica secchia di ferro con larghi manici dei muratori (còfena, in italiano còfana).  8. Scaldino di ottone decorato e con manico di legno. 9. Scalda-letto protetto di legno con un braciere chiuso sul pianale in basso, noto in tutto il Lazio come “prete” (v. testo). 10. Scaldino piccolo chiuso da letto in rame o ottone. Veniva passato sulle lenzuola gelide e umide come un ferro da stiro. Ma certo, il “prete” era un altra cosa! E meglio ancora il “focone” di re David (v. testo)! 11. Giovane madre contadina col proprio lattante seduta dentro il focolare. 12. Stufa di ghisa a legna.

02 febbraio 2012

Perfino i santi ha generato. Ecco i 53 modi per denominarlo.

Panini fallici “Schettino, torni sulla nave, cazzo!”
(De Falco, dalla Capitaneria di Porto di Livorno, al capitano della Costa Concordia che aveva abbandonato la nave senza aver messo in salvo i passeggeri. 13 gennaio 2012).

Nella tragedia del grande Marlowe, The Jew of Malta (L’Ebreo di Malta, 1589-90), che si ritiene abbia ispirato Il Mercante di Venezia di Shakespeare, e purtroppo ricca anch’essa di antigiudaiche connotazioni di carattere, il protagonista Barabas, ricco ebreo che Marlowe fa apparire cinico e crudele aderendo allo stereotipo razzista, risponde irato al servo Ithamore che gli chiede (atto IV scena I): “Non sei addolorato per la morte di tua figlia” [che doveva morire con le altre monache del convento]? (Do you not sorrow for your daughter's death?).

“No – risponde Barabas – mi addolora piuttosto che sia vissuta tanto a lungo. Una nata ebrea, diventata cristiana: cazzo, diavolo!” (“No, but I grieve because she liv'd so long, An Hebrew born, and would become a Christian: cazzo, diabolo!”). Queste due ultime parole sono in italiano.

Parolacce globalizzate, anzi, intercalari popolari che escono dai confini nazionali, già allora, nel tardo Cinquecento, come il francese merde, l’inglese fuck you e, appunto, l’italiano cazzo. Da cui si ricava, con sorpresa di molti Italiani di oggi, che il membro maschile era ed è rimasto una vera fissazione nazionale, la più tipica “cattiva parola”, quella che meglio ci rappresenta.

In una nota un commentatore inglese dell’epoca, il Gifford, spiega ai suoi connazionali che cazzo è da intendersi come “a petty oath, a cant exclamation, generally expressive, among the Italian populace, who have it constantly on their mouth, of defiance and contempt”, cioè, più o meno, “una volgare imprecazione o esclamazione di disprezzo e disappunto, espressiva per tutto il popolaccio italiano, che l’ha sempre sulla bocca”.

Nulla di sessuale, quindi, eppure si era in pieno teatro elisabettiano, dove ne accadevano di cotte e di crude, sul palcoscenico, in platea e nei palchi. E comunque, altro che parola moderna!

Ecco dunque, e di fonte inglese antica, il terzo significato, forse il più diffuso, quello del disappunto (come dire: “dannazione!”), fra i tre possibili, dell’italianissimo (*), antichissimo ma tuttora censuratissimo termine cazzo. Il secondo significato, preceduto da “un”, equivale a “per niente”, “nient’affatto”, “nessuno” o anche “una nullità”, “uno sciocco”, “un minchione” (Cfr.: film Il Marchese del Grillo: “Perché io so’ io, e voi nun sete un cazzo”). Il primo significato, invece, quello originario ma poi nell’uso (si pensi al Belli) decisamente secondario, è quello riferito all’organo sessuale maschile.

E siamo alla fine del Cinquecento! Ma secoli prima, già nell’anno 1266, secondo gli etimologi Cortellazzo e Zolli, era presente nelle fonti come soprannome latino (medium cazum= “mezzo cazzo”, come dire “mezza cartuccia”) ad Arco (Trento).

E ancora, il disinibito e geniale Leonardo da Vinci (1452-1519) lascia tra i suoi appunti privati una filastrocca infantile e scherzosa che suona così: “Nuovo cazzo, cazzuolo, cazzellone, cazzatello, cazzata, cazzelleria, cazzo inferrigno e cazzo erbato”.

Negli stessi anni il grande diplomatico e scrittore Niccolò Machiavelli (1469-1527), si lamenta in una lettera all’Alemanni che l’Ariosto non lo abbia ricordato, addirittura, tra i poeti memorabili. Lui anche grande “poeta”? Che faccia tosta! “Ho letto l’ Orlando Furioso dello Ariosto et veramente il poema è bello tutto, et in molti luoghi è mirabile. Se si trova costì, raccomandatemi a lui, et ditegli che io mi dolgo solo che, havendo ricordato tanti poeti, mi habbi lasciato dietro come un cazzo.”

E come un cazzo, cioè uno sciocco, un minchione, doveva restare, fuori della lista dei poeti, chi era invece un grande tra gli scrittori di storia, diplomazia, politica e – oggi diremmo – psicologia del Potere.

Sorprende ancor di più che anche l’intimista, delicato, e – lui sì – grande poeta Giacomo Leopardi usasse il medesimo termine volgare proprio nel secondo significato sopra detto, cioè come rafforzativo e sinonimo di “niente”. Solo in uno scritto privato, s’intende, perché la parola era, com’è tuttora, vietata nei discorsi o testi formali e tra persone di riguardo: “Sono guarito [dai geloni, N.d.R.] in grazia dell’aver fatto a modo mio, cioè non aver usato un cazzo di medicamenti.” (in Epistolario).

Il Belli usa la parola in tutti i suoi significati, ma raramente nel significato di membro sessuale maschile. Cade, quindi, paradossalmente l’accusa di “parola oscena”, come nota giustamente il Ravaro nel Dizionario Romanesco. Più di frequente come interiezione, oppure col significato di “buono a nulla” o di “niente”, per esempio parlando del famoso teatrino delle marionette di Palazzo Fiano in piazza in Lucina:

ma cquer boccetto poi de Casandrino,
n’un c’è un cazzo da dì, ppare un cristiano!

[ma quel vecchietto poi di Cassandrino, non c’è niente da dire, sembra un cristiano!]

oppure nel significato di “sciocco”, usando per di più usando la desinenza accrescitiva-dispregiativa in –accio frequente nel popolino romano. Quindi “grande imbecille”, un “vero stupido”:

Papa Grigorio, nun fà ppiù er cazzaccio
(primo verso del sonetto “Momoriale ar Papa”)

Da registratore metodico e pignolo delle parole del volgo che raccoglieva nelle osterie, nelle botteghe, per strada o parlando con la servitù, il Belli doveva aver raccolto in qualche suo quadernetto anche tutti i sinonimi ed eufemismi della lingua romanesca per dire il membro maschile. E abilissimo nel mettere in rima perfino gli elenchi, lavorando di metrica e di rima, cercando musicalità e assonanze interne, o – com’è il caso di questo sonetto – finendo in Gloria con un exploit umoristico finale, ecco che si cimenta nell’acrobatico divertimento intitolato genialmente Er padre de li Santi, in cui adatta alla forma sonetto ben 52 sinonimi.

"A Belli piacevano gli elenchi”, notava il critico Enzo Siciliano. “Elencava nomi, sinonimi: li metteva in fila, ritmandoli in splendidi endecasillabi, disegnandoli nell'arco di un sonetto che – scrisse Gadda – "sgorga di vena e chiude di necessità" (Corriere della Sera, 15 marzo 1984).

E qui la “necessità” è comica: mettendosi come sempre dalla parte di un presunto e idealizzato “popolano”, spesso però troppo saggio e colto e curioso per essere realistico, il Belli conclude che di fronte alle rozze e cacofoniche definizioni del volgo, se il colto medico o farmacista, compresa la sua signora, chiamano il membro maschile “cotale”, “fallo” o “pene”, è segno per Dio che non gli tira bene! Che vuol dire la vendetta delle classi subalterne!

Per inciso, va aggiunto che si tratta anche di uno dei migliori titoli, se non addirittura il migliore, dei Sonetti, col gemello La madre de le Sante, che merita un articolo a parte. Il Belli che, diciamolo, non è un felice titolista, e troppo spesso intitola in modo balzano o banale, puntando magari su un particolare secondario (il che fa dannare lettori e studiosi che si dannano l’anima per trovare un sonetto che hanno in mente), qui stranamente ha un irresistibile, felicissimo, colpo d’ala di fantasia e ironia. Ma è una occasione sprecata, che si risolve solo nel titolo, senza nessun riscontro al contenuto in versi. Come se gli servisse da puro lasciapassare preventivo, per parare il colpo di eventuali critiche di critici letterari o della Chiesa stessa, magari con l’accusa di scurrilità. Volgare – sembra voler mettere le mani avanti il Belli – parlare di un organo che ha generato anche i Santi? Quel titolo, insomma, lo mette in una botte di ferro…

Andando ai sinonimi, è curioso, infine, che l’autore si dimentica di un’ulteriore voce, che poi userà in un altro sonetto, lasciando al lettore il compito di aggiungerla idealmente – come dice espressamente in nota – alla lista. E quindi, in tutto, i sinonimi ed eufemismi usati dal Belli nei suoi sonetti per denominare Er Padre de li Santi arrivano, salvo errori, a 53.

ER PADRE DE LI SANTI
Er cazzo se pò ddí rradica, uscello,
ciscio, nerbo, tortore, pennarolo,
pezzo-de-carne, manico, scetrolo,
asperge, cucuzzola e stennarello.
Cavicchio, canaletto e cchiavistello,
er gionco, er guercio, er mio, nerchia, pirolo,
attaccapanni, moccolo, bbruggnolo,
inguilla, torciorecchio, e mmanganello.
Zeppa e bbatocco, cavola e tturaccio,
e mmaritozzo, e ccannella, e ppipino,
e ssalame, e ssarciccia, e ssanguinaccio.
Poi scafa, canocchiale, arma, bbambino:
poi torzo, crescimmano, catenaccio,
mànnola, e mmi’-fratello-piccinino.
E tte lascio perzino
ch’er mi’ dottore lo chiama cotale,
fallo, asta, verga, e mmembro naturale.
Cuer vecchio de spezziale
disce Priàpo; e la su’ mojje pene,
seggno per dio che nun je torna bbene.**
Roma, 6 dicembre 1832

Due anni dopo, nel sonetto L’omo e la donna (30 aprile 1834) Belli inventa un dialogo in cui affida, come spesso gli accade, alla femmina l’effetto insieme di vivacità e ingenuità che è il sale del sonetto. L’uomo pretende di aver ragione, di comandarci, di fare i lavori più complicati, perfino la guerra. Ma, insomma, chiede la donna all’amico, che cos’ha l’uomo più di noi?

Cos’ha dde ppiú? una mano, un piede, un stinco,
una bbocca, un’orecchia, un occhio, un naso?».
Allora io: «Nu lo sapete? un pinco**».

Lo scrittore inglese Anthony Burgess, spirito eccentrico che visse a Roma abbastanza per conoscere la lingua romanesca e i sonetti del Belli, tradusse in inglese vari sonetti belliani, tra cui Er Padre de li Santi, sostituendo sinonimi ed eufemismi con quelli popolari inglesi (in particolare – sostiene il Burgess – ricorrendo al dialetto di Manchester). Nel suo libro Abba Abba (1977), che conteneva The Father of The Saints, immagina un incontro tra il Belli e il poeta inglese John Keats:

THE FATHER OF THE SAINTS***
Here ere some names, my son, we call the prick:
The chair, the yard, the nail, the kit, the cock,
The holofernes, rod, the sugar rock,
The dickory dickory dock, the liquorice stick,
The lusty Richard or the listless Dick,
The old blind man, the jump on twelve o’clock,
Mercurial finger, or the lead-fill’d sock,
The monkey, or the mule with latent kick.
The squib, the rocket, or the roman candle,
The dumpendebat or the shagging shad,
The love-lump or the hump or the pump-handle,
The tap of venery, the leering lad,
The handy dandy, stiff-proud or a-dandle,
But most of all our Sad Glad Bad Mad Dad.
And I might add
That learned pedants burning midnight tapers
Find Phallus, apt for their scholastic papers,
And one old man I know calls it Priapus.
His wife has no word for it but a sigh —
A sign that Joy has somehow past her by.

.

Derivazione incerta. Un’ipotesi di studiosi (veneti), sorprendente per l’uomo della strada o il colto esperto di romanesco, che la giudicherà fantasiosa e un pò ridicola, è la provenienza dall’italiano oco=maschio dell’oca, nel dispregiativo ocazzo, di cui sarebbe poi caduta l’iniziale. Tanto più che in alcuni dialetti anche oco e oca stanno per membro virile. Oppure da cazza=mestolo o altro utensile, anche militare (Cortellazzo-Zolli). Tra le tante altre ipotesi deboli, arzigogolate e avventurose, un’altra è quella che rimanda al tardo latino captium (pron.: capzium), da capitum, derivazione di caput=testa, tipico del cappuccio. Da cui l’analogia con il glande del membro virile. Ma il verbo cazzare (usato in marineria) e il sostantivo antiquato cazzarola (pentola bassa) suggeriscono altre derivazioni. Ad ogni modo sono tutte etimologie deludenti, proprio perché fissate sul significato sessuale del termine, che invece nel romanesco è secondario. Più convincente, invece, la derivazione dal latino cassus (vuoto, vano, inutile) come riportano Plinio (cassi labores=lavori inutili) e Plauto (cassa memorare=dire sciocchezze o ricordare cose vuote), come riporta giustamente il Ravaro nel Dizionario Romanesco. Espressioni latine “che in bocca ad un romano di oggi – scrive correttamente – non possono che suonare, rispettivamente, ‘lavori der cazzo’ e ‘parlà a cazzo’. D’altra parte non è che il romanesco risenta della mancanza di sinonimi e debba ricorrere esclusivamente a ‘cazzo’ per indicare il membro virile”, come dimostra appunto il sonetto belliano “Er padre de li santi”. Ma questo gli etimologi veneti Cortellazzo e Zolli non lo hanno afferrato.

** “Vedi il Sonetto...[Er padre de li Santi, N.d.R.], al quale questo vocabolo può servire di appendice” (Nota del Belli). Noi notiamo da parte nostra che questo uso belliano getta nuova luce sull’espressione, giunta fino a noi, “pinco pallino”.

*** Anthony Burgess, “Revolutionary Sonnets and Other Poems”, Carcanet Press 2003

IMMAGINE. Maritozzi di forma originale, considerati beneauguranti (secondo l’uso atavico che associava il fallo alla fecondità e alla prosperità). Sono stati fotografati in una pasticceria francese. Segno che il dio Priapo non conosce epoche né confini.

22 novembre 2011

L’orologio. Ai tempi del Papa-re, quando le ore erano solo sei

Orologio da tasca Andreas Mahl 1710 chiuso (a cipolla)Nulla è stato in passato più mutevole e opinabile del tentativo di scandire il tempo. Nonostante che l’orologio portatile, individuale, si fosse diffuso in tutt’Europa a partire dal Seicento, fino agli inizi dell’800 la stessa divisione in ore del quadrante di un orologio non era per niente una regola esatta.

Intanto, mancavano o erano rarissimi gli orologi meccanici pubblici. Nei Paesi più arretrati, come lo Stato pontificio, erano ancora visibili sulle mura esterne e nei cortili dei palazzi signorili le antiche e tradizionali meridiane, con un’assicella che proiettava l’ombra su una scala graduata a seconda delle stagioni.

Del resto, nei Paesi cattolici le autorità religiose facevano di tutto per imporre al posto dell’orologio della torre municipale, tipica dei Comuni liberi e dei Paesi liberali, la campana del campanile della chiesa parrocchiale.

Altrimenti le autorità religiose e i vecchi nobili, se avevano bisogno, molto di rado, di una sorta di cronometro “esatto” per un periodo da qualche minuto ad alcune ore (in questo caso rovesciandola più volte), usavano l’antichissima clessidra a sabbia, indispensabile anche per le misurazioni rituali e legali (assemblee, cerimonie, contratti ecc).

Orologio da tasca Andreas Mahl 1710 aperto (a cipolla)Fatto sta che a Roma, solo pochi ricchi, purché fossero contemporaneamente modernisti, non avari, un po’ eccentrici ed esibizionisti, possedevano le grandi e rumorose pendole con scappamento a pesi, o addirittura un orologio personale da tasca.

Orologio che fino alla giovinezza del Belli, visto il conservatorismo o la povertà del poeta, poteva benissimo ancora essere uno di quelli grossi e spessi tipici del ‘700, a causa delle dimensioni del meccanismo interno. Meccanismo a cui si accedeva aprendo strati successivi (di qui, sia per gli strati, sia per la grossezza dello spessore, il nomignolo di “cipolla”).

Questi vecchi “orioli” dovevano costare poco, ormai, verso la metà dell’800, tanto da essere caratteristici di vecchi avari o persone all’antica. Il Belli, così passatista in molte cose, diventa modernista riguardo agli orologi, e in un sonetto prende in giro un tradizionalista che usa ancora uno di questi apparecchi pesanti e ingombranti, oltreché imprecisi. Arnesi fatti apposta, si direbbe, per scivolare fuori dal taschino del gilet o dei pantaloni, e cadere dove meritavano, cioè,  nella puzzolente “seggetta”, il recipiente di ceramica del cesso. Tipica caduta comica belliana.
E questo accadeva ancora agli inizi del secolo “della scienza e della tecnica”, cioè il XIX.

Orologio da carrozza Robert & Courvoisier 1800 ca (Museo Naz Sci Tecn. Milano)Ma i contadini, così come i tanti tradizionalisti, per vendicarsi, andavano dicendo che l’orologio “non serviva a niente”, e che dovevano essere un po’ matti quei signori che per sapere che tempo faceva guardavano anziché in alto verso il cielo, in basso, in un apparecchio estratto dal taschino.

Marchingegno che al popolino, così come ai preti, doveva apparire misterioso e diabolico. A loro, invece, bastava guardare il sole, o ascoltare i rintocchi delle campane. Su quelle regolavano le semplici fasi della loro vita e perfino i lavori agricoli. Campane, però che cambiavano ritmo a seconda delle stagioni, se è vero che i rintocchi dell’Ave Maria, sul far della sera, potevano variare tra estate e inverno anche di più di un’ora.

Il Belli nei suoi sonetti ha un curioso e un po’ maniacale rapporto con l’orologio. Intanto nei suoi frequenti viaggi in diligenza avrà dovuto portarsene appresso uno da taschino, necessariamente, visto che nei suoi resoconti (vedi le sue Lettere a Cencia) è così pignolo sugli orari di viaggio, di arrivo e partenza, tra locande, stazioni di posta e dazi. Ecco, perciò, la foto di un grosso orologio “da carrozza”, coevo del Belli giovane, per metà rivestito in pelle, quindi protetto dagli urti del viaggio, ma anche adatto ad essere maneggiato dal freddolosissimo poeta nelle giornate d’inverno.

Sul poeta romanesco e gli orologi, pubblichiamo un articolo che abbiamo avuto l’onore di ricevere dal grande scrittore scientifico e futurologo Roberto Vacca, lo stesso poi pubblicato nel maggio 2007 sulla rivista L’Orologio. Vacca – pochi lo sanno – registrò nel 1997 una sua conversazione sul “Progresso scientifico e tecnico nei sonetti di G.G.Belli” (con tanto di declamazione di 12 sonetti), ora raccolta in un disco cd che può essere richiesto all’autore. Complimenti all’amico Vacca.
NICO VALERIO

OROLOGI IN CERTE POESIE CURIOSE: IL BELLI

Orologio di Isaac Soret (Ginevra, 1770-80 ca) “Oh, Griste sante! Segnar quattro, sonar tiece e star fentitue!”
(Oh, Cristo santo! Segna le quattro, suona le dieci, ma sono le 22!)

Questa lamentela pronunciata con accento tedesco da uno svizzero del papa, fu registrata dal poeta Giuseppe Gioachino Belli nel 1846  a commento del suo sonetto del 22 ottobre, “L’orloggio”.

Per capirla bisogna sapere che fino a quell’anno il grande orologio del Palazzo Pontificio al Quirinale e quelli installati sui campanili romani avevano quadranti divisi solo in 6 ore invece che in dodici. Il primo giro finiva alle 6 del mattino – e la campana batteva sei colpi. Il secondo a mezzogiorno – dodici colpi. Il terzo alle 18 – sei colpi di nuovo - e, 4 ore dopo, mentre le lancette segnavano le 4, la campana batteva 10 colpi per le 10 di sera – che gli svizzeri contavano come le 22. Da qui l’esclamazione stupita della guardia svizzera: “Oh Cristo santo! L’orologio segna le quattro, la campana batte dieci colpi e sono le ventidue!”

Pare che i quadranti con dodici ore fossero stati introdotti a Roma al tempo di Napoleone. Con la Restaurazione si era tornati a 6 ore, ma nell’autunno del 1846 papa Pio IX (Giovanni Mastai, incoronato il 21 giugno) stabilì di nuovo che i quadranti fossero organizzati all’astronomica – o alla francese – e i francesi venivano ancora chiamati giacobini. Il Belli fa parlare un popolano romano che rimpiange il sistema tradizionale e dice:

……er zanto padre ha la corata
D’arimette l’orloggio a la francese
Un papa ammalappena ar quarto mese
Der papatico suo! Brutta fumata!
Disse bene er decan de Lambruschini
Ar decan de Mattei: “Semo futtuti
Qua torneno a regna’ li giacubbini!”
‘Sto sor Pio come voi che Dio l’ajuti
Quanno ce vie’ a imbroja’ per li su’ fini
Sino l’ore, li quarti e li minuti?

Versione. Il Santo Padre [Pio IX] ha il cuore (coraggio) di rimettere il quadrante degli orologi alla francese. Un papa a mala pena al quarto mese del suo papato! Che brutta fumata (elezione)! Disse bene il cameriere decano (anziano) del card. Lambruschini [che, particolare non secondario, aveva conteso l’elezione a Pio IX] al decano del card. Mattei: “Siamo rovinati, qua tornano a regnare i giacobini!” Questo signor Pio, come vuoi che Dio lo aiuti, quando ci viene a imbrogliare per i suoi scopi perfino sulle ore, i quarti e i minuti?

Nei sonetti del Belli gli orologi appaiono spesso come oggetti rubati e il poeta non disapprova molto i ladri. Il 24 ottobre 1835 scrive:

Perché quello va in chiesa la mattina
Rubanno qualche orloggio o fazzoletto
C’entra da staje a fa’ tanta marina?
Bisogna compatillo, poveretto.
Come dice er proverbio, sora Nina?
“Ama l’amico tuo cor su’ difetto”

Versione. Perché quell’uomo va in chiesa al mattino per rubare qualche orologio o fazzoletto, dobbiamo poi condannarlo duramente? Bisogna compatirlo, poveretto. Come dice il proverbio, signora Nina? “Ama il tuo amico col suo difetto”.

Il Belli nomina anche gli orologi come sintomi o indicatori della ricchezza notevole di chi li sfoggiava. Sembra che venissero offerti anche come ex voto per grazie ricevute e appesi alle statue della Madonna. Nel sonetto del 2 febbraio 1833 descrive la statua della Madonna col bambino, (opera di Jacopo Sansovino nella chiesa degli Agostiniani):

“  …..la Madonna de Sant’Agustino,
quella ch’Iddio je le dà tutte vinte.
Tra du’ spajere de grazzie dipinte
Se ne sta a sede co Gesù bambino
Co li su bravi orloggi ar borsellino
E catene e scioccaje e anelli e cinte.

Versione. La Madonna di Sant’Agostino, quella a cui Dio esaudisce tutte le richieste, tra due spalliere di Grazie dipinte se ne sta seduta con Gesù bambino, con i suoi bravi orologi al borsellino, e catene e pendenti e anelli e cinture.

Il poeta doveva anche tenersi informato sul valore delle varie marche. Varie volte cita come esempi di perfezione gli “orioli” prodotti a Ginevra dal famoso  Isaac Soret del quale storpia il nome alla romana. Nel sonetto del 19 aprile 1834, un ebanista descrive due scatole intarsiate che si accinge a produrre e ne giustifica il prezzo elevato assicurando il cliente che saranno perfette. Saranno:

          du’ cose arissettate
Come du’orloggi de Sacchesorette

Due cose rimesse in sesto come due orologi di Isaac Soret

Naturalmente il poeta romano, così attento alle ansie e alle paure di una popolazione che non viveva in situazione prospera e che aveva una speranza di vita alla nascita pari a poco più di metà di quella di oggi, non manca di interpretare l’orologio in modo pessimista e rassegnato come simbolo del tempo che passa e del fato inevitabile che incombe su ciascuno di noi.

La morte sta anniscosta in ne l’orloggi
E gnisuno po’ dì “domani ancora
Sentirò batte er mezzogiorno d’oggi”.

Versione. La morte se ne sta nascosta negli orologi. E nessuno può dire: “Domani ancora sentirò battere il mezzogiorno”.

ROBERTO VACCA

IMMAGINI. 1-2. Orologio da tasca di Andreas Mahl (1710) chiuso e aperto. Rappresenta il tipico orologio che nell’Ottocento apparirà antiquato, ingombrante, di grosso spessore e con più coperchi, perciò detto “a cipolla”. 3. Orologio da carrozza di Robert & Courvoisier (1780-1800) con chiavetta di carica (Museo Nazionale Scienza e Tecnica “Leonardo da Vinci”, Milano). 4. Orologio da tasca di Isaac Soret (Ginevra 1770-80).

04 settembre 2011

Fontana del Moro. Se piazza Navona è in balia dei vandali

Fontana_del_Moro Avesse lasciato, papa Innocenzo X, parente e forse anche amante (sussurravano monsignori e popolino) di Donna Olimpia), la cancellata attorno alla fontana del Moro! I vandali non avrebbero potuto danneggiarla, come imvece è accaduto.

Piazza Navona, per chi vi entra da Campo de’ Fiori superando il monumento a Marco Minghetti e costeggiando palazzo Braschi, si presenta all’improvviso con un primo piano eccezionale: la bella e curiosa statua del Moro, un omaccione nerboruto con la faccia dai tratti forti e il naso camuso (un mitologico “tritone”, ma il popolo pensò che si trattasse di un “moro”, cioè d’un negro, e il soprannome è rimasto) che trattiene per la coda un piccolo delfino.

La fontana del Moro fu commissionata da papa Gregorio XIII nel 1574 all’architetto Giacomo Della Porta. Per la decorazione furono utilizzati i quattro tritoni grotteschi che due anni prima erano stati scolpiti per la fontana di piazza del Popolo, con l’aggiunta di due mascheroni ornati da delfini. Proprio su uno di questi mascheroni (quello in primo piano a sinistra, nella foto in alto) si è accanito un folle vandalo armato di una pietra, colpendo ripetutamente – come ha mostrato la telecamera di controllo – fino a decapitare i due draghi alati (v. foto in basso).

Nel 1651 papa Innocenzo X affidò a Bernini il rifacimento della fontana, con l’eliminazione dei gradini e della cancellata (che errore, visto quello che è successo!) e la costruzione di una vasca esterna più grande della stessa forma di quella interna. Al centro il Bernini aveva scolpito una grossa conchiglia con tre delfini, che però non piacquero al Papa, che li fece togliere. Come “prova d’appello” il Bernini si inventò la figura maschile, a cui lo scultore G.A. Mari aggiunse il delfino che getta acqua dalla bocca.

Il gruppo marmoreo della fontana del Moro, pur così composito, piacque molto, ed è diventato il secondo simbolo di piazza Navona, dopo la fontana centrale con l’obelisco, detta “dei Fiumi”. Tanto che il Belli immagina che una ricca turista inglese, forse invaghita dalle robuste forme del “selvaggio”, abbia chiesto la statua al Papa, a qualunque costo. Avendone, ovviamente un netto rifiuto:

ER MORO DE PIAZZA NAVONA  
Vedi llà cquela statua der Moro
c’arivorta la panza a Ssant’aggnesa?
Ebbè, una vorta una Siggnora ingresa
la voleva dar Papa a ppeso d’oro.
Ma er Zanto Padre e ttutto er conciastoro,
sapenno che cquer marmoro, de spesa,
costava piú zzecchini che nun pesa,
senza nemmanco valutà er lavoro;
je fece arrepricà ddar Zenatore
come e cquarmente nun voleva venne
una funtana de quer gran valore.
E cquell’ingresa che ppoteva spenne,
dicheno che cce morze de dolore:
lusciattèi requia e scant’in pasce ammenne.
25 agosto 1830

Versione. Il Moro di piazza Navona [“piazza-Navona” nel testo originale]. Vedi là quella statua del Moro [negro] che rivolta la pancia verso la chiesa di S.Agnese? Ebbene, una volta una signora inglese la voleva acquistare dal Papa a peso d’oro. Ma il Santo Padre e tutto il Concistorio [voleva dire Curia], sapendo che quel marmo, di spesa, costava più zecchini di quanto pesasse, senza neanche valutare il lavoro [esagerazione popolaresca]; le fece rispondere dal Senatore [equivalente del sindaco], come e qualmente non voleva vendere una fontana di quel gran valore. E quella inglese che poteva spendere dicono che ci morì dal dolore. “Luceat eis, requiescant in pace, amen”.

Fontana-del-Moro mascherone danneggiato Allora, come si vede, il Senatore, l’equivalente del nostro sindaco, aveva molto a cuore l’arte, e difese la statua dalle voglie d’una turista. E forse anche i capo-rioni addetti alla polizia urbana nelle varie zone storiche del Centro avrebbero vigilato, pur nella pigrizia e sonnolenza dei burocrati della Roma papalina, magari messi sull’avviso dai soliti monelli sempre a piedi nudi, che sapevano tutto e correvano ad avvertire in cambio d’una moneta le guardie di qualunque cosa accadesse in città. Oggi, invece, ben altri sindaci, ben altri caporioni!

Anzi, forse oggi è peggio che ai tempi del Belli, fatte le debite proporzioni e visti i mezzi tecnologici a disposizione (perfino la televisione a circuito chiuso). E nonostante ben otto corpi di polizia – dai Vigili Urbani alla Guardia di Finanza – che sembrano ostacolarsi a vicenda e che ci costano un occhio della testa, non si riesce a prevenire incidenti simili. Così, l’ennesimo gesto folle d’un maniaco  che si è accanito contro le decorazioni e il delfino della fontana del Moro, rischia di rovinare per sempre uno dei più famosi monumenti di Roma. Fortuna che i “cherubbigneri” (carabinieri) hanno sùbito acciuffato il vandalo, mostrandosi più efficienti nelle indagini delle famigerate Guardie Civiche del Papa, su cui ironizzava spesso il Belli, o i teatrali “cherrubbigneri” di allora, armati più di baffoni che di carabina, che al massimo spaventavano i gatti dei vicoli. Ma per i monumenti, è inutile intervenire “dopo” il fattaccio: in molte piazze di Roma ricche di monumenti  ci vorrebbe una prevenzione capillare: vigili o altre forze di polizia dovrebbero stazionarvi in permanenza, a scopo deterrente.

Utilizzando i pezzi dei delfini ritrovati a terra, i restauratori sono già al lavoro. E poi, fortuna nella sfortuna, pochi sanno, forse solo i tecnici e gli storici della Sovrintendenza (e perciò questa apparirà a molti una rivelazione), che i gruppi marmorei decorativi della fontana del Moro furono sostituiti nel 1874, perché molto rovinati, da copie perfette. Allora – bei tempi – esistevano ancora ottime scuole di scultori copisti. Quindi il vandalo che ha martoriato la fontana ha preso un abbaglio storico-artistico. A molti piacerà questa rivelazione, e tireranno un sospiro di sollievo, ma ad altri romani dispacerà (“Ma guarda un po’, con tutte queste imitazioni, non bastavano i cinesi: oggigiorno neanche la fontana del Moro è vera!”).

IMMAGINI. 1. La fontana del Della Porta, detta “del Moro”, col tritone al centro (scolpito dal Bernini) che regge per la coda un delfino. 2. Il mascherone della fontana mutilato dal vandalo psicopatico armato di pietra. Una volta tanto, il restauro (perfetto e invisibile) è stato completato in pochissimi giorni.

PER SAPERNE DI PIU’. Su piazza Navona, la sua storia curiosa, le sue fontane, Donna Olimpia, papa Innocenzo X, il palazzo Pamphili, il “lago” estivo, e altro ancora, si veda lo speciale articolo dedicato.

27 agosto 2011

Tasse, Governo ladro! I tempi in cui ti frugavano sotto i vestiti

Bando gabella di un quattrino per foglietta di vino Stato Pontificio A chi si lamenta delle tasse e della crisi finanziaria, e s’illude che sia esistita una qualche felice “età dell’oro” senza tasse, con Governi ricchi, onesti e illuminati, e dai bilanci in pareggio, bisogna proprio far leggere i sonetti del Belli sulle “gabelle” (tasse sui consumi di merci e scambi) e sulle finanze dissestate dello Stato Pontificio. Ma anche qualche saggio di storici dell’economia sembra voler dire agli scontenti di oggi, fatti i debiti confronti: “Macché, piuttosto ringraziate Iddio!”

A proposito, non c’era cosa più odiosa, dice il Belli, che vedersi rubare i soldi in nome di Dio, come facevano alcuni preti intraprendenti (La penale, 1832):

Li preti, ggià sse sa, ffanno la caccia
a ’ggni sorte de spesce de cuadrini.
Mo er mi’ curato ha mmesso du’ carlini
de murta a cchi vvò ddí ’na parolaccia.

[I preti, si sa, vanno a caccia di quattrini con ogni pretesto. Ora il mio parroco si è inventata una multa di due carlini a chi dice una parolaccia.]

Ma le finanze del Governo Pontificio versavano in una situazione ben peggiore di quella degli altri Stati. Le cause sono note: le ruberie di funzionari, monsignori, cardinali e degli stessi Papi, la corruzione generalizzata, gli sprechi dell’amministrazione centrale e locale, le pensioni e le donazioni elargite come elemosine ai tanti raccomandati o poveri questuanti, le truffe di artigiani e impresari, ma anche le spese per mantenere il capillare apparato di controllo politico, di delazione (le spie erano numerose) e di consenso sociale in tutto lo Stato della Chiesa.

20 baiocchi argento Pio IX Ecco perché l’amministrazione pontificia, dal ministero delle finanze (la Reverenda Camera Apostolica), fino all’ultimo camerlengo di paese (una sorta di segretario comunale addetto alle finanze e ai conti), trovavano più conveniente spillare soldi ai più poveri con gabelle sui generi di prima necessità che, almeno, assicuravano un largo e sicuro gettito.

Fatto sta che lo Stato della Chiesa era sempre in deficit, tanto che la Repubblica Romana napoleonica che ne ereditò per poco le finanze (1798-1799) fu costretta ad emettere anche a Roma gli assegnati francesi o “cedole”. Una carta moneta tendente a deprezzarsi, pezzi di carta buoni per soffiarsi il naso, ironizza il conservatore Belli in un sonetto “preventivo”, cioè nel timore che per i traumi politici e finanziari del 1831 anche Papa Gregorio XVI volesse reintrodurla nello Stato Pontificio:

CIAMANCHEREBBE QUEST’ANTRA
Semo fritti, o rreggina: er zor Grigorio
vò arimette le scedole de carta:
eppoi nun lo mannate a ffasse squarta
co ttutto er zu’ piviale e ’r fardistorio!
Si ha bbisoggno de noi, pisscia risorio
e cce fa ttutti cavajjer de Marta;
ma un po’ c’aridà ssú, vviè e cciaribbarta
pe ffijji de Pasquino e de Marforio.
Eh a sta maggnèra cqui ttutti sò bboni
a ppagà cchi ha d’avé, ssenza ch’aspetti:
che bbella forza de li mi’ cojjoni!
Una risma de carta a scaccoletti,
e ecco le mijjara e li mijjoni
pe sserví da quadrini e ffazzoletti.
16 ottobre 1833

Versione. Ci mancherebbe anche questa! Siamo spacciati, o regina [il Belli rifà il verso al “Siam traditi, o Regina” dell’opera “Didone abbandonata” del Metastasio, come fa notare il Vigolo che era anche grande musicologo], il signor Gregorio [papa Gregorio XVI] vuole rimettere in circolazione le cedole di cartamoneta: e poi non lo mandate a farsi squartare con tutto il suo piviale e il faldistorio? Se ha bisogno di noi, piscia rosolio e ci fa tutti cavalieri di Malta; ma per poco che si riprenda, viene e ci rinnega come figli di Pasquino e di Marforio [note statue di personaggi irriverenti]. Eh, a questo modo tutti sono buoni a pagare i creditori, senza che aspettino: che bella forza dei miei coglioni! Una risma di carta tagliata a quadratini, ed ecco le migliaia e i milioni per fare da quattrini e fazzoletti [per pulirsi il naso].

Certificato Rendita Debito Pubblico Stato Pontificio 1829Tutto si risolse, invece, col solito prestito su prestito che rimandava alle calende greche la restituzione del debito pubblico. Soldi e interessi altissimi, oltretutto, buttati in un vuoto assistenzialismo – nota D.Felisini (Le finanze pontificie e i Rothschild, ESI 1991) – senza nessun investimento o tentativo di modernizzare lo Stato stimolando la nascita di una moderna borghesia, come si faceva al Nord. Anzi, le poche fabbriche erano al livello del Medioevo, povere di macchine, e per lo più arcaiche, e ricche di manodopera a bassissima produttività.
Fatto sta che nel 1870 il Tesoro della Chiesa – rivela Felisini – stava proprio per andare in “default”, si direbbe oggi, cioè sull’orlo della dichiarazione d’insolvenza, o impossibilità di restituire il Debito Pubblico ai sottoscrittori, se i bersaglieri e l’Italia liberale non avessero “per fortuna” anche della Chiesa conquistato Roma il 20 settembre, togliendo ad un papa così ottuso e testardo come Pio IX le castagne dal fuoco. Ma oggi, per le nuove crisi finanziarie, non possiamo più sperare nei bersaglieri, conclude con ironia D.Velo (Sole 24 Ore, 8 dic.1991) presentando il saggio.

E’ poi davvero curioso che i papi, che umiliavano gli ebrei richiudendoli nel ghetto, vietando loro studi e professioni, e condannandoli a fare gli stracciaroli, poi dovevano ricorrere ai prestiti della banca parigina dell’ebreo Rothschild (cfr. il sonetto Er Giubbileo III, del 1832, col solito tono anti-giudaico). Nèmesi dell’economia!

Eppure, lo Stato Pontificio non mancava di ingegni: sarebbe bastato ascoltarli. Fu proprio un suddito del Papa, il liberale bolognese Marco Minghetti, a portare le finanze del nuovo Regno d’Italia al bel traguardo del pareggio del bilancio (1875), grazie ai tagli delle spese statali inutili e ad una politica di severa tassazione, compresa l’impopolare “tassa sul macinato”. In precedenza, nel 1847, illudendosi sulla personalità di Pio IX, Minghetti aveva accettato la carica di ministro laico dei Lavori Pubblici nella Consulta romana, lasciandola però quando si accorse che a contare in realtà era solo la reazionaria componente ecclesiastica, contraria anche alle timide aperture papali.

Così, Porta Pia salvò il Papato tre volte: ridandogli un minimo di quella credibilità religiosa e morale persa col potere temporale (cfr. famosa dichiarazione di Paolo VI papa Montini), scaricando l’enorme disavanzo pontificio, compreso i buoni del Tesoro, sul nuovo Regno dell’Italia unita, e infine giù, giù, “per li rami” della Storia, donandogli sulla carta oltre 3 milioni di lire (13 milioni di euro al 2009) con la legge, non accettata, delle Guarentigie del 1871, e poi gli accettatissimi milioni e poi miliardi con i Concordati concessi per cinico calcolo politico dai due socialisti e atei Mussolini e Craxi. Che fortuna, nella sfortuna! Basti pensare che di solo “8 per mille”, una tassa abusiva esistente solo in Italia, pagata anche dai non cattolici e da chi non vuole destinare proprio nulla alla Chiesa, la Chiesa cattolica oggi riceve dallo Stato italiano, cioè dai cittadini, circa 1 miliardo di euro all’anno (2010). Diciamo la verità: a qualunque staterello sarebbe piaciuto “perdere” così la guerricciola simbolica del 20 settembre 1870!

Assegnato Repubblica Romana paoli 10Ma torniamo alle tasse. Ai tempi del Papa-re gravavano sui beni di lusso (cavalli, botteghe, carrozze, case, terreni ecc) o che si volevano moralisticamente scoraggiare (sigari, carte da gioco, calendari da barbieria, riviste straniere ecc), ma soprattutto sui beni di prima necessità, più importanti nel bilancio della povera gente che se le ritrovava comprese nel prezzo (grano, farina, pane, vino, olio, sale, carni conservate ecc), perché davano un gettito totale più alto. Così le tasse le pagavano soprattutto i poveri, lamenta un Belli travestito da moderno sindacalista:

LE GABBELLE
Ah, ddunque, perché nnoi nun negozziamo
e nnun avémo manco un vaso ar zole,
lei vorebbe cunchiude in du’ parole
che le gabbelle noi nu le pagamo?
Le pagamo sur pane che mmaggnamo,
sur panno de le nostre camisciole,
sur vino che bbevémo, su le sòle
de le scarpe, e sull’ojjo che llogramo.
Le pagamo, per dio, su la piggione,
sur letto da sdrajacce, e su li stijji
che ssèrveno a la nostra professione.
Le pagamo (e sta vergna è la ppiú ddura)
pe ppijjà mmojje e bbattezzà li fijji
e pper èsse bbuttati in zepportura.
5 aprile 1836

Versione. Le tasse. Ah, dunque, perché noi non facciamo contratti e non abbiamo neanche un vaso al sole, lei vorrebbe concludere in due parole che le gabelle noi non le paghiamo? Le paghiamo sul pane che mangiamo, sul panno delle nostre camicie, sul vino che beviamo, sulle suole delle scarpe e sull’olio che consumiamo. Le paghiamo, per Dio, sulla pigione, sul letto sul quale ci sdraiamo, e sugli stigli (mobili e arredi) che servino alla nostra professione. Le paghiamo (e questa iattura è la piú dura) per prendere moglie e battezzare i figli e per essere gettati in sepoltura.

Tasse indirette, quindi, non esistendo allora la dichiarazione personale dei redditi (introdotta in Italia solo nel 1974), che finanziavano gli stipendi degli impiegati statali, i servizi, le opere pubbliche, ma anche le spese pazze, le ruberie, e per fortuna anche le bellissime opere d’arte commissionate dalla Casta politica pontificia. Per esempio, la fontana dei Fiumi, inaugurata nel 1651 in piazza Navona, era stata finanziata con nuove imposte sui proprietari delle case prospicienti e con impopolarissime nuove tasse su pane, vino e altri generi alimentari, che colpirono la povera gente.

Editto gabella di un quattrino per libbra di carne Stato PontificioMa non era finito: essendo vietata la libera circolazione delle merci, su una grande quantità di beni, alimentari e no, gravavano i dazi, somme che una speciale polizia esigeva all’ingresso delle città a chiunque passava, fosse pure in carrozza. Quasi sempre bauli e valigie venivano aperti e spesso le persone perquisite. I dazi, dunque, non corrispondevano alle Dogane, ma erano anche interni ad uno stesso Stato e perfino alla stessa provincia. Tutte le città italiane hanno ancora le caratteristiche pedane a bilancia

Narrano i cronisti dell’epoca che nell’800 pre-liberale viaggiando o spedendo merci da Roma a Milano bisognava sottostare ad oltre una ventina di stazioni di dazio. Era dinque una pessima idea portare in regalo un salame ai parenti abitanti in una città lontana: con quello che avreste speso in dazi plurimi, i parenti avrebbero potuto acquistare magari cinque salami locali. E al dazio i dazieri si permettevano di mettere le mani addosso, frugando tra le vesti anche delle donne, con la scusa di cercare un salame di sanguinaccio. A proposito, qui il dazio col daziere ladro che si impossessa del salume senza stendere verbale, simbolo perfetto della corrotta Roma papalina, era sulla via Nomentana, proprio davanti a quella Porta Pia che avrebbe ridato libertà e dignità a Roma:

LA GABBELLA DE CUNZUMO
Fu inzomma che ar partí da Stazzanello
la sora Pasqua la commare mia
me diede un zanguinaccio, e Nnastasia
se lo vòrze agguattà ssotto ar guarnello.
Ce ne venímio1 bberbello bberbello,
quanno propio a l’entrà de Porta Pia,
fussi caso o cc’avessimo la spia,
ce vedemo affermà dda un cacarello.
Lui, visto er bozzo, schiaffò ssotto un braccio
e ll’aggnéde a ttastà ddove capite
co la scusa de prenne er zanguinaccio.
Come finí? ffiní sta bbuggiarata
ch’io perze tutto, e ppe nnun fà una lite
me portai via mi’ fijja sdoganata.
1° dicembre 1834

Versione. La gabella sul consumo. Accadde insomma che al partire da Stazzanello [località nei pressi di Palombara Sabina] la signora Pasqua, mia madrina, mi regalò un sanguinaccio [salume di sangue di maiale], e Anastasia volle nasconderselo sotto il guarnello [semplice abito-grembiule bianco da lavoro o da casa tipico delle popolane, v. immagine]. Ce ne andavamo bel belli [sulla via Nomentana] quando proprio all’entrata di Porta Pia, che fosse il caso o colpa d’una spia, ci vediamo fermare da un ometto. Lui, visto il rigonfiamento, infilò sotto il braccio e andò a tastare dove potete immaginare, con la scusa di prendere il sanguinaccio. Come finí? Finì questa buggeratura che io persi tutto, e per non fare una lite mi portai via mia figlia sdoganata [doppio senso umoristico: sta anche per “sverginata”].

E, con la corruzione che c’era, spinti dalle tasse esose, sai quanti preferivano far scivolare qualche moneta nelle tasche del daziere, per passare di contrabbando, nonostante le gabelle sulle stoffe e le lane, l’intero guardaroba di “Giuseppe ebreo”, che più che un famoso ricco mercante di abiti, sembra un personaggio proverbiale messo lì solo per fare rima:

ER FRUTTO DE LE GABBELLE GROSSE
Capite voi? Pe ccressce la gabbella
fanno cressce li fraudi e ’r contrabbanno.
Capite voi che ppo’ de bbagattella
tre scudi a ccanna de laumento ar panno?
È un affare de venti in ventun anno
ch’io sò ccapo-facchino in doganella;
e ’r fatto sta, ccapite voi?, che cquanno
cressce un dazzio, oggni ggiorno una quarella.
Dico pe cquello che sse scopre: eppoi
sc’è ttutto quanto er resto che ddich’io,
ch’è ccento vorte ppiú: capite voi?
Tre o cquattro piastre in faccia a un proposèo,
e vve fanno passà mmagaraddio
tutti li panni de Ggiusepp’ebbreo.
6 settembre 1835

Versione. Il frutto delle gabelle grosse. Capite? Per aumentare la tassa fanno aumentare le frodi e il contrabbando. Capite che bagattella siano 3 scudi a canna [unità di misura dei tessili pari a m.2,23] di aumento sul panno? È dall’epoca dei miei 20-21 anni che io sono capo-facchino alla Doganella [prob. l’ufficio doganale di porto di Ripetta]; e il fatto è – capìte? – che quando aumenta un dazio, ogni giorno c’è una denuncia. Dico solo per quello che si scopre; e poi c’è tutto il resto, che è cento volte di più, capite? [Voi date] tre o quattro monete in faccia a un soldato di dogana, e vi fanno passare magari tutti i panni di Giuseppe ebreo.

Dazio pontificio sulla lanaSul vino, a parte che si era reso necessario, vista la disonestà diffusa degli osti, creare appositamente la misura standard in vetro trasparente, la mitica foglietta con la linea del bordo obbligatorio (fojetta), poi comunque vanificata dal trucco dell’aggiunta di acqua già nei barili, gravava un’altra odiosa gabella, argomento di malcontento e ironia nelle osterie degli sfaccendati, che il Belli affronta però in modo laterale e imprevedibile facendo straparlare a ruota libera un popolano davanti alla sua fojetta, un po’ come certi discorsi che oggi ascoltiamo al bar:

LA GABBELLA DER VINO
L’entrata c’hanno messo a le cupelle
ve lo dich’io ch’edè: ttutto un ripicco
der Tesoriere, perché nun c’è er micco
che jje dà aggratis da rempí la pelle.
Ma ssi sto grillo in testa io me lo ficco,
lui da mé nun ce pijja bbaiocchelle:
ché a la fine er Governo è ttanto ricco
da fregasse de tutte le gabbelle.
Se sa, vvanno a pportà ste grazzianate
a li piedi der Papa, e ’r Papa appizza,
perché li strozzi nun zò mmai sassate.
Er Papa è un cane avanti de ’na pizza:
si sse la maggna, con chi la pijjate?
O ccor cane, o cco cquello che l’attizza.
24 dicembre 1832

Versione. La tassa sul vino. Il dazio di entrata che hanno messo a le coppelle [misura del vino, frazione del barile di legno] ve lo dico io che cosa è: è tutta una vendetta del ministro delle Finanze, perché non c’è lo stupido che gli dà qualcosa gratis tanto da riempirsi la pancia. Ma se mi ficco questo grillo in testa, lui da me nun prende più un baiocco, perché in fin dei conti il Governo è tanto ricco da poter fare a meno di tutte le gabelle. Si sa, vanno a portare ai piedi del Papa questi gesti per ingraziarselo, e il Papa accetta, perché gli strozzi [denaro per corrompere] non sono mai sassate. Il Papa è come un cane davanti ad una pizza: se se la mangia, con chi ve la prendete? O col cane o con chi lo provoca.

Un prosciutto paga ben 3 giuli di dazio? Non è meglio, allora, dice il popolano belliano, che il ministero delle Finanze, cioè la Reverenda Camera Apostolica, si mangi tutto il grasso? Ma in tal caso sarebbe stata una… Camera Dietetica. Perché il grasso, a quei tempi, a differenza di oggi, era non solo considerata parte prelibata, ma anche completamente calorico essenziale in una dieta popolare spesso poverissima e carente. Insomma, la “Reverenda Cammera Apoplettica” [gioco di parole satirico per Apostolica] non può andare avanti un’altra settimana. Fa troppi angherie: è troppo prepotente e poco cristiana:

LA GABBELLA DE LA CARNE SALATA
Cqua er Governo nun vò mmette ggiudizzio,
perché de noi nun je ne preme un’acca.
Cqua er male nostro nun è mmal de bbiacca,
e sse va de galoppo ar priscipizzio.
Un vizzio suo è cche ar pijjà ss’attacca
a li ferri infocati: e un antro vizzio,
che fforzi fa ppiú ppeggio preggiudizzio,
è cche nun paga, o vvò ppagà a la stracca.
Un presciutto tre ggiuli de dogana!
E nun era un’idea meno bbisbetica
de maggnasse la grasscia sana sana?
La Reverenna Cammera Apopretica
nun pò annà avanti un’antra sittimana.
Fa ttroppe tirannezze: è ttroppa eretica.
18 gennaio 1835

Guarnello, semplice veste popolare da lavoro o da casa Roma 800Versione. La gabella della carne salata. Qua il Governo non vuole mettere giudizio, perché di noi non gli preme affatto. Qua la nostra malattia non è il mal di biacca [saturnismo da idrossido di piombo, colorante bianco] e si va di galoppo al precipizio. Un vizio suo è che in quanto al prendere si attacca ai ferri infuocati [cioè vuole prendere subito], mentre il secondo vizio è che in quanto al pagare fa peggior danno nel non pagare o nel pagare tardi.

In tempi di deficit di bilancio e crisi economica, per colpa anche allora della Casta dei privilegiati, in quel caso di cardinali e monsignori (“settaccia indegna”, brutta setta indegna, nel sonetto Lo stato dello Stato), il Papa è costretto a inventarsi i più diversi rimedi: leggi, aperture e chiusure di imprese, appalti, affidamenti, privatizzazioni e “cartolarizzazioni”, diremmo oggi. Ma non funziona:

LO STATO DE LO STATO
È vvero che nnoi semo sderelitti,
ma ccosa ha dda fà er Papa co sta freggna
de debbiti, de smosse e dde delitti
tutto pe vvia de sta settaccia indeggna?
Dico, cos’ha da fà? Pprova, s’ingeggna,
va ttra una goccia e ll’antra, attacca editti,
opre e sserra bbottega, impeggna e speggna,
s’ajjuta co l’apparti e cco l’affitti.
Però, ppe quanto dichi e cquanto facci,
pe cquanto s’arranchelli a ddà la leva,
la pietra nun ze move, e ssò affaracci.
Ah! ddisse bbene un omo che ddisceva
c’oggi l’editti cqua ssò ttutti stracci
che un Papa mette e un stracciarolo leva.
28 dicembre 1832

Versione. Lo stato dello Stato. È vero che noi siamo prostrati, ma che cosa deve fare il Papa con questo flagello di debiti, commozioni e crimini, tutto per colpa di questa setta indeggna? Dico, che cosa deve fare? Prova, s’ingegna, affronta la pioggia senza riparo, affigge editti, apre e chiude imprese, impegna e riscatta, si aiuta con gli appalti e gli affitti. Però, per quanto dica e faccia, per quanto si sforzi sulla leva, la pietra non si smuove, e sono problemi gravi. Ah! disse bene un uomo che sosteneva che oggi le leggi qui sono tutte stracci [senza valore] che un Papa mette e uno stracciarolo leva.

Bando pontificio per la gabella sui cavalli Perciò, si ricorre alla riduzione degli stipendi degli impiegati dello Stato, anche i subalterni, misura iniqua tipica delle dittature, infatti fu replicata solo dal Fascismo. E si ricorreva anche al “teatrino della politica”, cioè alla comunicazione manipolata, al far vedere, dando in pasto all’opinione pubblica, allora più sprovveduta e ingenua, i gesti simbolici virtuosi degli Alti Gradi. Proprio come oggi? No, anzi, come veniva ordinato di fare ai gerarchi fascisti. Infatti, scrive in nota lo stesso Belli: “Nell’Ordine Circolare, dato il 20 dicembre 1832 sotto il N.30571 dalla Segreteria di Stato a tutti i Capi-di-ufficio, onde avvertissero i loro impiegati subalterni della diminuzione degli stipendi, era espresso che l’alto Clero era spontaneamente andato ad offerire i suoi emolumenti ed averi pei pubblici bisogni”. Così, cardinali e monsignori avidi fanno mostra di apparire all’improvviso economi e virtuosi agli occhi del Papa e dei sudditi che li criticano. Così, è tutta una corsa a dirsi disposti a privarsi di qualche bene o a promettere di donare qualche possedimento alle finanze dello Stato. Non sappiamo poi, quanti di quei “risparmi” abbiano avuto davvero corso, ma che fosse una “favola” per i gonzi il Belli lo dice nel titolo del sonetto e poi nell’accenno satirico al giornale ufficiale equiparato agli oroscopi:

PARE UNA FAVOLA!
Appena er Papa disse chiaramente
che, ssenza arimedià ssubbito ar male,
la Santa-Sede annava a lo spedale,
cuanno nun je pijjassi un accidente;
de posta oggni prelato e ccardinale,
oggni patrasso e oggnantra bbona ggente,
cùrzeno tutti cuanti istessamente
co la lingua de fora ar Qui-orinale.
E ttutti, incomincianno dar Vicario,
disseno ar Papa: «Io do la mi’ abbazzia
pe rriempicce er vòto de l’orario».
Cuest’è una storia che nnun è bbuscía.
Sor Indovinagrillo der Diario,
dite la vostra, c’ho ddetto la mia.
28 dicembre 1832

Versione. Sembra una favola! Appena il Papa disse chiaramente che se non si fosse posto rimedio subito al male [il debito di Stato] la Santa Sede sarebbe andata all’ospedale, se non fosse addirittura morta [non avesse dichiarato bancarotta], di corsa ogni prelato, cardinale, ogni padre graduato e ogni altra buona gente, si precipitarono tutti quanti con la lingua di fuori al Quirinale [residenza del Papa]. E tutti, cominciando dal Vicario, dissero al Papa: “Io do la mia abbazia per riempire il vuoto dell’erario”. Questa è una storia vera, signor Indovinala-grillo del “Diario” [gazzetta ufficiale di Roma], dite la vostra che ho detto la mia [cioè, fine della favola].

Ma allora, tanto vale fare come i musulmani, visto che a questo Governo ormai gli manca solo il nome di turco, dice un francese di Roma che ha viaggiato: pagare con una apposita tassa addirittura il prolungamento della propria vita, ogni sei mesi. Nella speranza che l’attuale ministro delle Finanze non ami il Belli, e quindi non ci legga: non vorremmo dargli un’idea:

LE GABBELLE DE LI TURCHI
Un tar munzú Ccacò, cch’è un omo pratico
e Ddio solo lo sa cquanti n’ha spesi
pe vviaggià ddrent’ar reggno musurmatico
dove nun ce commanneno Francesi,
ricconta che in sti bbarberi paesi
’ggni sei mesi sc’è un uso sbuggenzatico
che sse paga sei mesi de testatico
pe pprologà la vita antri sei mesi.
Dunque disce er Francese che ssiccome
ar Governo der Papa indeggnamente
nun j’amanca de turco antro ch’er nome,
c’è ggran speranza che jje vienghi in testa
de mette sopra er fiato de la ggente
’na gabbella turchina uguale a cquesta.
19 novembre 1836

Versione. Le gabelle dei Turchi. Un certo monsieur Cacò [il Belli e i romani non possono soffrire i francesi, e quando possono li ridicolizzano], che è un uomo pratico e Dio solo sa quanti anni ha speso per viaggiare nel mondo musulmano, dove non comandano i francesi, racconta che in quei barbari paesi ogni sei mesi c’è un uso burgensatico [termine legale tedesco medioevale: in orig. diritto di proprietà borghese, qui suona come sproloquio] per cui si pagano sei mesi di imposta pubblica per prolungare la vita di altri sei mesi. Dunque, dice il Francese, poiché al Governo del Papa, indegnamente [intercalare di modestia, qui caricaturale], non gli manca di turco altro che il nome, si spera che gli venga in mente di mettere sulla testa della gente una gabella turca uguale a questa.

IMMAGINI. 1. Bando pontificio di tassa di un quattrino per “foglietta” (fojetta) di vino. 2. Moneta di 20 baiocchi di Pio IX (1860). 3.Certificato nominativo di Debito Pubblico dello Stato Pontificio (1829). 4. Boiglietto “assegnato” da paoli 10 della Repubblica Romana napoleonica del 1798-99, precursore dei biglietti di banca che tanto preoccupavano Belli e i romani. 5. Editto pontificio di una gabella sulla carne. 6. Notifica del Tesoriere Generale (ministro delle Finanze del Papa) sulle tasse sui tessuti di lana. 7. Il guarnello, semplice abito da lavoro o da casa delle donne del popolo. Ma per quando fosse ampio, non era facile nascondervi oggetti, come il sanguinaccio del sonetto, senza che la mano avida ed indiscreta del gabelliere delle stazioni di Dazio li raggiungesse. 8. Bando per la tassa sui cavalli.

 
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