Nel 1651 papa Innocenzo X, Pamphilij, che aveva il più bel palazzo in piazza Navona, su consiglio della cognata Donna Olimpia, volle trasformare la piazza in un fondale di lusso per le passeggiate in carrozza dei nobili. Ordinò, perciò, di cambiare zona a “fruttaroli, regattieri, librai, et altri venditori di diverse robbe”, e molti ne mandò addirittura in prigione. Molte furono le proteste, represse con galera e torture. Tanto più che i costi dei dispendiosi lavori erano addossati sotto forma di pesanti tasse sul popolo. Il Belli dà un rapido bozzetto della piazza nel sonetto Piazza Navona:
Se pò ffregà Ppiazza-Navona mia
e dde San Pietro e dde Piazza-de-Spaggna.
Cuesta nun è una piazza, è una campaggna,
un treàto, una fiera, un’allegria.
Va’ dda la Pulinara a la Corzía,
curri da la Corzía a la Cuccaggna:
pe ttutto trovi robba che sse maggna,
pe ttutto ggente che la porta via.
Cqua cce sò ttre ffuntane inarberate:
cqua una gujja che ppare una sentenza:
cqua se fa er lago cuanno torna istate.
Cqua ss’arza er cavalletto che ddispenza
sur culo a cchi le vò ttrenta nerbate,
e ccinque poi pe la bbonifiscenza. Roma,
1° febbraio 1833
Versione. Piazza Navona. Può ridersene, piazza Navona, di San Pietro e piazza di Spagna. Questa non è una piazza, è una campagna, un teatro, una fiera, un’allegria. Và da piazza S.Apollinare alla Corsia Agonale, corri dalla Corsia a via della Cuccagna: dappertutto troverai cose che si mangiano, dappertutto gente che le porta via. Qua ci sono tre fontane ritte come alberi: qua c’è una guglia [l’obelisco] che pare una sentenza: qua si fa il lago quando torna l’estate. Qua si alza il palco del cavalletto che dispensa a chi se l’è meritate trenta scudisciate sulle natiche, più cinque per la beneficenza.
AVEVA COMINCIATO DOMIZIANO. Se c’è stata, insomma, una piazza a Roma dove la vita si è fatta teatro quotidiano, questa è il lungo perimetro ricostruito sulle gradinate di quello che era nato proprio come un monumento allo spettacolo, sia pure sportivo, l’antico grande stadio di Domiziano. Era lungo 276 e largo 54 metri, e poteva contenere circa 30 mila spettatori, ed era dedicato all’atletica leggera e in particolare alle corse. Inaugurato nell’86 d.C. fu restaurato nel III sec. da Alessandro Severo. Con l’avvento del Cristianesimo moralista e oscurantista (non diversamente dall’islamismo di oggi), che disprezzava il corpo, il benessere fisico e l’igiene, lo stadio di Domiziano cadde in disuso, e i suoi marmi furono depredati per costruire chiese e palazzi. Già nel secolo XIII sulle sue gradinate cominciarono ad essere erette le prime abitazioni delle potenti famiglie baronali romane, che vennero a formare la “Platea (piazza) Agonale” o “in Agone”, dal greco agon (gara, lotta, competizione sportiva). Da “in agone” per deformazione del popolino, in tempi in cui non c’erano le targhe toponomastiche e i nomi venivano passati di bocca in bocca, divenne prima “nagone” e infine “Navona”. Ma le navi non c'entrano nulla. E proprio da quello Stadio, riccamente decorato con statue, viene la vicina statua cosiddetta del Pasquino, ciò che resta di un gruppo ellenistico che forse rappresentava Menelao che sorregge il corpo di Patroclo.
ERA UNA PIAZZA BRUTTA E SPORCA. Come si presentava anticamente piazza Navona? Fu mal tenuta, desolata e bruttina per secoli, come mostrano le antiche illustrazioni del Medioevo e del Rinascimento che la mostrano spoglia, ma anche qualche fotografia dell'Ottocento (v. foto in alto del 1870 ca). Era in origine un grande campo in terra battuta, concavo, senza monumenti artistici, ma due abbeveratoi per gli animali. Fu lastricata di mattoni nel 1485, selciata nel 1488, riportano alcune fonti. Soltanto dal 1870, a Italia unita, quando arrivarono i liberali piemontesi, fu coperta di sampietrini, munita di un rialzo centrale che la rese convessa (da concava che era). e di marciapiedi. Però la foto che riportiamo sotto il titolo (1870) ci mostra una piazza evidentemente sterrata e col fondo sconnesso: come si spiega? Erano forse in corso lavori per la nuova pavimentazione in sampietrini?Ch’er mercoledì a mmercato, ggente mie,
sce siino ferravecchi e scatolari,
rigattieri, spazzini, bbicchierari,
stracciaroli e ttant’antre marcanzie,
nun c’è ggnente da dì. Ma ste scanzie
de libbri, e sti libbracci, e sti libbrari,
che cce vienghen’ a ffà? ccosa sc’impari
da tanti libbri e ttante libbrarie?
Tu pijja un libbro a ppanza vòta, e ddoppo
che ll’hai tienuto per cquarc’ora in mano,
dimme s’hai fame o ss’hai maggnato troppo.
Che ppredicava a la Missione er prete?
“Li libbri non zò rrobba da cristiano:
fijji, per ccarità, nnu li leggete”.
Versione. Il mercato di piazza Navona. Che il mercoledi al mercato, amici miei, ci siano venditori di ferri vecchi e di scatole, rigattieri, spazzini, bicchierai, stracciaroli e tante altre mercanzie, non c’è niente da dire. Ma queste scansie di libri, e questi libracci e questi librai, che cosa vengono a fare? Cosa impari da tanti libri e tante librerie? Prendi un libro a pancia vuota, e dopo che l’hai tenuto qualche ora in mano, dimmi se hai fame o se hai mangiato troppo. Che predicava il prete al Catechismo? “I libri non sono cosa da cristiano: figli, per carità, non leggeteli!”.
IL MERCATINO DEI LIBRI E LA CULTURA SECONDO SANTA MADRE CHIESA. Sui libri il reazionario clero cattolico apostolico romano aveva molto da ridire, e metteva in guardia i giovani del catechismo dal leggere la carta stampata. Perché, si sa, la stampa insinua dubbi, fa pensare con la propria testa, smitizza i miti, scopre le bugie, diffonde nuove idee, giuste o sbagliate che siano. Insomma. è come il Diavolo: “Figli, non leggete i libri!” Sembra di ascoltare un politico di oggi messo alla berlina dalla stampa per qualche sua magagna: “Non leggete i giornali!”. Sono faziosi e intrisi d’odio”. Così era ed è per la Chiesa.Balza sùbito agli occhi che l’atteggiamento culturale della Chiesa cattolica è diametralmente opposto a quello di protestanti ed ebrei, che della lettura personale, dell’abitudine all’interpretazione diretta dei Testi sacri, non mediata obbligatoriamente dalla casta dei sacerdoti, e quindi della cultura in genere, hanno sempre fatto una pratica quotidiana. Anzi, gli storici delle idee attribuiscono proprio a questa capacità di leggere e commentare per conto proprio, insomma a questa rivoluzione culturale individualista, non solo l’origine della Riforma protestante ma anche dello stesso Liberalismo. Ecco perché un popolano cattolico nella Roma dell’800 non sapeva né leggere né scrivere, anzi era tenuto dalla Chiesa - specialmente le donne -nella più vergognosa ignoranza, mentre protestanti ed ebrei sapevano leggere ed erano mediamente molto più colti. Una differenza che spiega tutto dell’arretratezza italiana per colpa della Chiesa.
LA PIAZZA, CAPOLAVORO DEL BAROCCO. Ma torniamo a piazza Navona. Un capolavoro di ambiente urbano barocco la piazza divenne solo con papa Innocenzo X (Giovanni Battista Pamphilj), che negli undici anni di papato (1644-55) ne fece insieme il simbolo della grandezza della casata e il salotto della città, il centro della vita romana, partendo dalla residenza di famiglia, il grande palazzo Doria Pamphilj, davanti alla fontana del Moro e accanto alla chiesa di S.Agnese. I Rainaldi e il Borromini ingrandirono, restaurarono e abbellirono il palazzo, la chiesa e le costruzioni attigue, mentre il Bernini realizzò la decorazione di due delle tre fontane del 500, per renderle artistiche e imponenti. Ma solo nell’Ottocento, col completamento da parte di artisti minori della fontana a nord, quella “dei delfini”, il magnifico colpo d’occhio barocco della piazza, con le sue guglie e le sue imprevedibili linee curve, poteva dirsi perfetto. un continuum architettonico irripetibile, ben superiore alla somma dei singoli monumenti.LA FONTANA DEI QUATTRO FIUMI. La fontana dei Quattro Fiumi al centro della piazza ha quattro statue (il Danubio, il Gange, il Nilo e il Rio della Plata) che rappresentano i quattro fiumi più lunghi e i quattro angoli della Terra. L’obelisco, ritrovato nel Circo di Massenzio sulla via Appia, allungato con un basamento svetta da una roccia di travertino su statue e leoni. L’architetto Bernini se l’aggiudicò, al posto del Borromini a cui era stata affidata in un primo momento, con lo stratagemma del regalino alla potentissima donna Olimpia, cognata e ascoltata consigliera di papa Innocenzo X. Le regalò un modellino-bozzetto in argento. Il papa lo poté ammirare, si disse, negli appartamenti di Olimpia e decise con lei di affidare la commessa al Bernini. Del resto era stata la stessa Donna Olimpia a proporre il Rainaldi per il rifacimento del palazzo. La Fontana fu inaugurata nel 1651, ma fu finanziata con nuove imposte sui proprietari di case e impopolarissime tasse su pane, vino e altri generi alimentari, che colpirono la povera gente.
“quattro der cazzo”, andrebbe letta come un rafforzativo dell’ingiurioso epiteto romanesco:
…ccor una serciata a cquer pupazzo
je fesceno sartà nnetto er detone.
Chi ddà la corpa a un boccio, chi a un regazzo:
ma er fatt’è cche cquell’omo ar funtanone
pare che ddichi: A vvoi; quattro der cazzo!
Versione. Con una sassata a quella statua gli fecero saltare il pollice. Chi dà la colpa ad un vecchio, chi a un bambino: ma il fatto è che quell’uomo del fontanone sembra che dica: A voi, quattro del cazzo (teste di cazzo)!
LE DUE FONTANE MINORI. Nel 1653 il Bernini modificò la fontana a sud disegnata dal Della Porta nel 1575, aggiungendo un delfino che reggeva una lumaca sulla coda alzata. La composizione non piacque e la gente protestò: il Bernini vi montò allora il busto di un moro che accarezza un delfino. Fu soprannominata la fontana del Moro. Le sculture della fontana a nord, quella del Nettuno (in precedenza “dei calderari”, perché questi artigiani vi si radunavano attorno), è invece opera molto tarda, del 1873, fatta dopo regolare concorso dall'amministrazione di Roma “piemontesizzata” e liberale. E va detto che il buongusto dei misconosciuti scultori Zappalà (Nereidi, putti e cavalli marini) e Della Bitta (Nettuno che lotta con una piovra), che si sono così bene immedesimati nell’ambiente barocco, ha poco o nulla da invidiare all’autore della fontana gemella, il grande Bernini.
IL LAGO DI PIAZZA NAVONA. Prima che fosse costruito il marciapiedi e alzato il livello centrale (fine 800), la piazza era concava e si prestava ad essere allagata per dare frescura nei giorni d’estate. "S'atturava la chiavica della funtana de mezzo - ricorda Zanazzo - e la piazza ch'era fatta a scesa, s'allagava tutta". Per circa due secoli, a partire dal 1652, nei sabati e domeniche di agosto piazza Navona si trasformò in un lago. L’evento coinvolgeva tutti, dai nobili che vi accorrevano in carrozza ai popolani, ed era poi ingrandito nella memoria popolare e tramandato di cronista in cronista fino a tramutarsi quasi in leggenda. Certo, era anche teatro, secondo il gusto eccessivo del Barocco.
Vere e proprie gare di invenzioni e sfarzo coinvolgevano le famiglie aristocratiche, che talvolta facevano teatralmente “solcare le acque” da calessi a forma di gondole o navi di legno e cartapesta, alcune con vele e rematori, musici e sirene. Bambini e perfino adulti del popolo vi si immergevano per fare il bagno, giocare e fare scherzi, dopo essersi spogliati, tanto che un editto proibì di denudarsi per entrare in acqua. Con i soliti metodi spicci e disumani, la giustizia dei preti comminava ai bambini frustate, ma per un adulto che si "metteva nudo o con le mutande per bagnarsi e notare", c’era la tortura in pubblico sul “cavalletto” nella stessa piazza o al Corso. Con le stesse pene erano colpiti i frequenti scherzi dei giovinastri ai danni dei nobili che prendevano il fresco. Col gusto sadico del marchese del Grillo, si narra che nel 1730 il figlio del re d'Inghilterra si divertisse a gettare monete nell'acqua per vedere i ragazzini buttarsi in acqua vestiti facendo a gara per ripescarle. Un po’ come più tardi sarebbe accaduto nella Fontana di Trevi.
Nel 1717 alcune dame "forse scaldate dal vino, spogliatisi si tuffarono (!) in quelle acque". Una fu colta da malore e caduta in acqua fu salvata da alcune persone gettatesi in acqua vestite. E un cavallo del marchese Corbelli vi affogò, perché incastrò una zampa in una buca e cadde in acqua. Questi particolari descritti con parole esagerate e riportati in modo acritico dai soliti cronisti hanno alimentato la leggenda, assurda perché contrasta con tutte le stampe dell’epoca, che l’acqua potesse raggiungere in almeno un punto quasi l’altezza di un uomo, un metro e oltre. E’ nostra convinzione, invece, data la struttura della piazza e i livelli del basamento delle fontane e dei palazzi, che non potesse superare i 50 cm.
E le battaglie navali (naumachie) di cui pure parlano guide e siti web? Non c’entrano nulla: la memoria popolare mette tutto in un calderone: il nome "Navona" (che, come si è detto, non deriva da "nave", ma da "in Agone"), lo stadio di Domiziano (che ospitava solo atletica), il ben più profondo circo Colosseo, dove invece le vere naumachie erano possibili, e le allegorie con finte regate e "battaglie" di barche dei nobili sulla piazza Navona allagata in epoca papale dal 1600 in poi. Nella piazza, tra il 1810 ed il 1839, si tennero corse di cavalli con fantino, come nel Palio di Siena.
LA “PIMPACCIA DI PIAZZA NAVONA”. Ma chi era donna Olimpia, perché era così potente, e come mai si parla così tanto di lei a proposito di piazza Navona e di Roma? Per cominciare, abitava nel palazzo più bello della piazza, nel grandioso e sfarzoso palazzo Doria Pamphilj, che aveva suggerito di costruire e poi ingrandire (Rainaldi, Borromini) e abbellire di opere d’arte (affreschi di Pietro da Cortona), e che poi si era fatto regalare dal cognato papa. La viterbese di origine umbra Olimpia Maidalchini, donna di grande carattere e personalità, era molto più di una cinica e spregiudicata arrivista sociale: era sì una donna anticonformista, spietata e furba, ma anche molto intelligente, tanto da consigliare uno dei più intelligenti papi della storia.Passò di tetto in tetto, di letto in letto, di trono in trono, pur di avere denaro, lusso, status e soprattutto potere. Non bellissima, ma affascinante e forse dotata di segrete attrattive sessuali, dai e ridai, dopo aver vagliato tanti aristocratici di potere e denaro, finalmente riuscì a sposare quello che le doveva apparire il partito giusto: il nobile Pamphilio della potente famiglia Pamphilj, più vecchio di lei di trent’anni, che ebbe il buon gusto di morire pochi anni dopo lasciandola ricca vedova.
Da qui cominciò la sua scalata. In pochi anni divenne non solo la donna, ma addirittura la personalità più potente e temuta a Roma, una vera e propria terribile “papessa”, capace di fare e disfare cardinali e papi, di far nominare vescovo il padre e cardinale il figlio, di dirigere la Chiesa e lo Stato del Papa attraverso il fratello del defunto marito, Giovanni Battista Pamphilj (papa Innocenzo X), un grande pontefice che pendeva dalle sue labbra e l’aveva come consigliera, e in gioventù, pare, anche come amante. Anzi, sembra che la lungimirante e decisionista Olimpia, l’unica a “portare i pantaloni” nella molle Curia romana, avesse perfino aiutato il cognato nella carriera ecclesiastica. Donna sicuramente di genio, sia pure con risvolti malefici, Olimpia fu abile non solo nell’usare uomini e donne come pedine di un suo gioco diabolico, ma anche nell’arricchirsi con le eredità, manipolando volontà, depredando tesori, e ricorrendo regolarmente anche alla vendita di raccomandazioni e benefici ecclesiastici (questi ultimi calcolati in 500.000 scudi d’oro). Insomma, un’anticipatrice, per conto proprio, dell’attuale tendenza economica dei Governi al più cinico “fare cassa”, svendendo un po’ di tutto. Morto il papa, però, e una volta svelati i suoi intrighi, il successore di Innocenzo X la esiliò. Ma alla morte di Olimpia, nel 1657, il notaio rese noto che aveva lasciato in eredità ben 2 milioni di scudi d’oro.
La satira, naturalmente, si scatenò, e nessuna donna, anzi nessun personaggio romano, fu mai bersaglio di critiche e irrisioni più crude. A leggere i biglietti sulla statua del Pasquino, era la famigerata “Pimpaccia di piazza Navona”. E il nomignolo restò, fino a diventare proverbiale. Il suo nome, Olimpia (“Pimpa” in diminutivo romanesco), divenne pretesto per un efficace anagramma di qualche chierico latinista: “olim pia, nunc impia”, cioè un tempo pia, ora empia. Fu “un maschio vestito da donna” per la città di Roma, ma per la Chiesa “una donna vestita da maschio”, si leggeva negli epigrammi. Veniva presa a pretesto anche la sua sessualità senza scrupoli, di volta in volta per arrivare al potere, per ereditare o per il puro piacere. Imitando le targhe che a Roma ricordano nel Centro storico le piene del Tevere, qualcuno la raffigurò nuda, una mano con l’indice puntato sul basso ventre, e la scritta uguale a quella delle inondazioni: “Fin qui arrivò Fiume”. Ma non era il Tevere, era il suo maestro di camera, un certo cavalier Fiume, con il quale se la intendeva.









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La rapida diffusione delle carte da gioco, aveva persuaso alla fine del secolo XVI “er papa tosto” Sisto V a tassare questo settore. Detto, fatto. Si delegò ad un appaltatore privato il diritto esclusivo a fabbricare, bollare e vendere le carte da gioco. In cambio egli avrebbe pagato una somma consistente, che Sisto V volle assegnare come rendita all’Ospedale dei poveri mendicanti (il suo San Sisto). Anche più tardi la politica dei papi fu ambigua, sempre in bilico fra tolleranza, per non rinunciare alle entrate connesse, e severità, per cui si vietarono spesso i giochi per i noti fenomeni di disordine sociale.
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