24 agosto 2010

Fatti curiosi ieri e oggi: quando il prete è preso per un cinghiale.

Sembra ripetere la tragicomica vicenda raccontata dal Belli in un suo gustoso sonetto la cronaca d'oggi: un inspiegabile incidente di caccia che ha del grottesco.
      Un cacciatore di frodo ha sparato e ucciso con un solo colpo, usando un grosso proiettile da cinghiale, nelle Murge, vicino Altamura (Bari), un prete, don Francesco Cassol, 55 anni, parroco a Longarone, scambiando – così ha sostenuto davanti ai carabinieri – il sacco a pelo, dove il sacerdote dormiva all’aperto e senza tenda, per "un grosso cinghiale". L’omicida confesso è Giovanni Converso Ardino, di 51 anni. Secondo le sue dichiarazioni, il cacciatore verso la mezzanotte tra il 21 e il 22 agosto è arrivato al Pulo di Altamura con la propria autovettura per cacciare di frodo i cinghiali, e si è fermato a qualche decina di metri dal terreno dove si trovavano don Cassol e i partecipanti al ‘Raid Goum’, un ritiro spirituale itinerante in località disabitate. 
      Anche se a noi sembra incredibile, dopo aver visto la foto del luogo dell’omicidio (i cinghiali hanno un olfatto sensibilissimo, di notte si muovono, e comunque mai si fermerebbero a lungo in un terreno piatto, scoperto e povero di cespugli com’è il "deserto" di Altamura), il "cacciatore" ha dichiarato di aver scambiato al buio le sagome dei dormienti nei sacchi a pelo per un branco di cinghiali, ed ha deciso di colpire quello che riteneva essere il capo branco. Pochi istanti dopo, avendo sentito il vociare dei componenti del gruppo, si è reso conto del tragico errore, ed è fuggito con la sua auto. Questa la versione che i carabinieri hanno per ora divulgato mostrando di credere alle giustificazioni del bracconiere. 
      La lotta fra l'uomo e le fiere è di antica data. Fino al secolo scorso i pastori dovevano difendersi dai lupi, oggi sono i cinghiali a fare danni all'agricoltura, essendo in grado di riprodursi in poco tempo e di devastare in una nottata grandi estensioni di colture, specialmente il mais. Molteplici e interessanti i significati religioso-mitologici del cinghiale nell'antichita'. Per i Celti era un animale sacro, simbolo della forza divina. In India rappresentava la forza creatrice dopo il caos originale. Molte culture mediterranee lo identificavano con la morte, ucciderlo sigificava sconfiggere gli inferi. Per i Greci, al contrario, simboleggiava il coraggio virile, mentre per gli Etruschi era il collegamento con le divinita' infernali e veniva cacciato di notte, sembra anche con pantere e cani feroci, al suono di flauti. Il Dna dei pastori e dei contadini sembra abbia ereditato parte di questi rituali antichissimi e il desiderio di combattere e uccidere il cinghiale anche in barba alle leggi esistenti. La zona del delitto è infatti una riserva dove è vietata la caccia a tutte le specie. E' utile aggiungere, infine, che questi cinghiali di grossa taglia che tanti danni fanno alle specie autoctone (piante e animali) sono stati introdotti proprio dai cacciatori, per giustificare uno "sport" oggi crudele e inutile. . 
      Anche il nostro Belli ha commentato un analogo ma incruento fatto di cronaca, in un sonetto: . 
LA CACCIA DE LA REGGINA
Na Regginella annanno in portantina
a ccaccia in d’una macchia ariservata,
vede una bbestia nera che ss’inchina
fra le frasche, e cce resta arimpiattata.
Presto pijja la mira la Reggina,
e, ppúnfete, je dà ’n’archibbusciata;
e ggià ssu cquella bbestia mmalandrina
tiè la siconna bbotta preparata.
"Oh ddio, sagra Maestà, nnun m’accidete",
strillò una vosce for de la verdura:
"io nun zò un porco, Artezza mia, sò un prete".
La Reggina a sto strillo ebbe pavura;
e jje disse: "Aló, in gabbia; e imparerete
a spaventamme in corpo la cratura".
Roma, 10 febbraio 1833
Versione e spiegazione. La caccia della Regina. Una giovane Regina ( Maria Isabella, moglie di Francesco I Borbone, Re delle due Sicilie) mentre andava in portantina a caccia in una riserva reale (il fatto sembra accaduto realmente, nei pressi di Sorrento), vede una bestia nera che si inchina fra le frasche e vi resta rimpiattata. Sùbito, la Regina prende la mira e gli spara un'archibugiata, e già su quella bestia malandrina tiene pronto un secondo colpo. "Oh Dio, sacra Maestà non uccidetemi", strillò una voce fuori dalle frasche: "Io non sono un porco, Altezza mia, sono un prete". La Regina si spaventò per questo gridare; e gli disse: "Via, in prigione; e imparerete a spaventarmi in corpo la creatura" (la Regina era incinta). La Regina difatti condannò il "prete-porco" – così scrive il Belli in nota – ad un periodo di reclusione in un convento per averle fatto paura nel gridare aiuto. . 
IMMAGINI. 1. La caccia al cinghiale è antichissima, raffigurata anche sui vasi greci, nelle tombe etrusche e in sculture etrusco-romane. Qui è in un’urna cineraria estrusca ispirata al mito di Meleagro e della caccia al cinghiale caledonio. 2. Portantina regale "alla spagnola", retta da due cavalli: molto più robusta e più alta da terra, e priva degli inermi portatori a piedi. Potrebbe verosimilmente essere stato questo il tipo scelto dalla regina incinta per la sua sortita nel bosco tra forre e cespugli fitti (modellino da collezione).

16 luglio 2010

Caldo e fastidi dell’estate nella sonnolenta Roma dei Papi

L'afa, una calura infernale, il respiro che manca, il sole che s’infila dappertutto (i pochi portici li costruirono i piemontesi dopo il 1870), l’ombra che diventa all’improvviso un bene prezioso, introvabile, tranne che nei vicoli stretti dei rioni centrali, o nelle chiese. Ma anche molte chiese e conventi, oltre a botteghe e uffici, da mezzogiorno alle 3 del pomeriggio erano chiusi. L’addormentata "città-chiesa" dei Papi, dove gli unici eventi erano le processioni, le novene, le nuove indulgenze e le rappresentazioni sacre, non doveva badare molto alla produttività, tantomeno in estate.
Col caldo dell’estate Roma diventa una città morta. Il solleone dei pomeriggi di luglio e agosto spaventa Papa, Sacro Collegio, nobili, diplomatici, alti prelati, preti, frati, popolani. I primi, che possono, con la scusa del pericolo del colera o della malaria, fuggono nelle ville estive, magari ai Castelli. Ma gli ultimi, che non possono, sono rintanati in casa, a far finta di non esserci. "A piazza di Spagna, se vedi qualcuno camminare, sarà o un gatto o un francese", è l’ironico detto popolare riferito con gusto da Henry d’Ideville, nel suo Diario diplomatico romano (a cura di G.Artom, Milano 1966).
Questa era Roma all’aperto nelle giornate di piena estate. Un bellissimo inferno. E tra le fiamme della calura che si sollevavano dai "sampietrini", il silenzio regnava sovrano, rotto forse solo dal miagolio d’un gatto, dal frullar d’ali d’un piccione, e dallo zampillare delle mille fontane che allietano e rinfrescano ogni piazza o borgo, una grande ricchezza che ha sempre fatto di Roma una città unica al mondo.
Una quiete che in una città abituata a vivere fuori casa non può mai essere totale. Così, un vero fastidio sono i rumori molesti dei giovani che nei cortili, sotto un fico o nelle strade in ombra, incuranti dei divieti dei vecchi, urlano, scherzano, litigano, giocano a bocce, a ruzzica, alla morra, e tirano sassi. E che danno terribilmente ai nervi, fino a causare un’ira incontenibile, a chi vuol riposare, a tapparelle abbassate, nella "pennichella". Il sonetto seguente esprime bene l’esasperazione irosa di un tipico romano disturbato dalle grida e dai giochi rumorosi di giovinastri strafottenti sotto casa.
.
A LI CAGGNAROLI SULL'ORE CALLE
Bastardelli futtuti, adess'adesso
si nun ve la sbiggnate tutti quanti,
viengo giù, ccristo, e vve n'ammollo ttanti,
tutti de peso e cco la ggionta appresso.
Che sso! mmai fussim'ommini de ggesso,
da piantà llì cco la fronnetta avanti!
Guarda che sconciature de garganti!
Fùssiv'arti accusì, ttanto è l'istesso.
È ggià da la viggilia de Sanpietro
che vve tiengo seggnati uno per uno
pe ggonfiavve de chicchere er dedietro.
Pregat'Iddio, fijjacci de nisuno,
pregat'Iddio d'arisfassciamme un vetro,
e vvedete la fin de sto riduno.

1 ottobre 1831
.
Versione. A quelli che fanno chiasso nelle ore calde. Bastardelli fottuti, se non filate via tutti quanti, adesso scendo giù, per Cristo, e ve ne dò tanti [di sganassoni], di forza e con la giunta. E che! nemmeno fossi un uomo di gesso [quindi insensibile a tutto e incapace di reagire] da piantarsi fermo come una statua con tanto di foglia di fico davanti! Guarda tu che sconcio da gradassi prepotenti! Anche se voi foste alti così [cioè ragazzini] sarebbe lo stesso. E’ già dalla vigilia di San Pietro che vi ho catalogati uno per uno per farvi il sedere gonfio di botte. Pregate Dio, figliacci di nessuno, pregate Dio di rompermi di nuovo un vetro, e vedrete che fine farà la vostra combriccola.
.
In un suo saggio intitolato Afa. Antologia sull’insopportabile caldo romano, Luigi Ceccarelli (celebre come romanista con lo pseudonimo di "Ceccarius") ha riunito i vari sinonimi riportati dai linguisti romani. E’ afa, ma anche bafa, callaccia o addirittura sbafa, l’aria afosa opprimente, il caldo soffocante e snervante (G.Vaccaro, Vocabolario romanesco belliano e italiano-romanesco, Roma 1969). Conviene il Chiappini, per cui callaccia è l’afa, il caldo fastidioso, la calura (Vocabolario romanesco, Roma 1992). All’afa, però, Roma ha, o meglio aveva, l’antidoto: il "ponentino". Una brezza che spira da Ponente cioè dal mare verso Roma e che si leva al calare del sole rinfrescando l’aria arroventata dei pomeriggi estivi. E’ una delle caratteristiche climatiche della città, a causa della sua posizione tra il mare e catene di colline, ma al presente il continuo dilagare di nuove costruzioni sulla costa e nei quartieri occidentali della città, sta mano a mano alterando la configurazione del terreno, ed il "ponentino" non riesce ormai più a giungere sino al centro della città (F.Ravaro Dizionario romanesco, Roma 2000).
Così desiderato è ogni genere di refolo d’aria o brezza che a Roma esiste perfino un "vicolo de’ Venti" (rione Regola, a S.Caterina della Rota). Dove, in ogni stagione e ora del giorno si dovrebbe notare sensibilissimo il soffiare dei venti (A Rufini, Dizionario etimologico-storico delle strade, piazze,borghi e vicoli della città di Roma, Roma 1847).
E Ceccarius fa bene a ricordarsi di due versi del grande Zanazzo, il più belliano degli studiosi ed eredi del Belli, tratti da una sua poesia del 16 aprile 1882 (G.Zanazzo, Poesie romanesche, a cura di G.Orioli, Roma 1968), in cui nelle segrete Camere pontificie la spossatezza domina perfino tra Li servitori in anticammera durante er Concistoro delli Cardinali:
.
Che sbafa! Che callaccia! Opri le porte
armeno gioca l’aria…
.
Il Belli, che era freddoloso e morì con uno scaldino in mano, dedica al caldo e all’estate due realistici sonetti, però curiosamente scritti in pieno inverno, il 7 e l’8 febbraio. E allora, tra i rigori del gelo, deve trattarsi d’una rievocazione (M.Teodonio), se non addirittura d’un acuto desiderio, tecnicamente ben servito dal sistema di appunti e varianti di "rime pronte" a cui poteva ricorrere in ogni momento dell'anno l’organizzatissimo sonettista:
.
ER CALLO
Uff! che bbafa d’inferno! che callaccia!

Io nun ho arzato un deto e ggià ssò stracca:
oh cche llasseme-stà! ssento una fiacca,
che nnun zò bbona de move le bbraccia.
Sto nnott’e ggiorno co li fumi in faccia,
sudanno a ggocce peggio d’una vacca;
che inzino la camiscia me s’attacca
su la pelle. Uhm, si ddura nun ze caccia.
Ho ttempo a ffamme vento cor ventajjo,
a bbeve acqua e sguazzamme a le funtane:
è ttutto peggio, perché ppoi me squajjo.
P’er maggnà, ccrederai? campo de pane.
E nnun te dico ggnente der travajjo
de ste purce, ste mosche e ste zampane.

Roma, 7 febbraio 1833

Versione. Il caldo. Uff! Che afa d’inferno! Che calura! Non ho fatto il minimo movimento, eppure sono già stanchissima: oh, che apatia! Sento una debolezza tale che non posso neanche alzare le braccia. Notte e giorno ho le caldane sul viso, sudando a gocce peggio di una vacca, tanto che perfino la camicia mi si attacca alla pelle. Uhm, se dura questa situazione non se ne esce. Tempo sprecato a farmi vento col ventaglio, bere acqua, e sguazzare nelle fontane, è peggio, perché poi mi squaglio. In quanto al mangiare, ci crederai?, vivo di pane. E non ti dico nulla del fastidio di queste pulci, mosche e zanzare.
.
In un crescendo di enfasi che ha punte drammatiche vagamente dantesche, il Belli adombra in una piccola "fine del Mondo" di stampo popolare la leggenda – suffragata anche da qualche medico – che il gran caldo estivo portasse addirittura le terribili febbri contagiose (la "mal aria", appunto) di cui Roma allora era infestata, prima delle grandi riforme dello Stato unitario, a causa degli acquitrini che la circondavano, delle condizioni di vita poco igieniche e della conseguente debolezza verso le infezioni di cui soffriva la popolazione, nella totale indifferenza della Chiesa.

L’ISTATE
’Na caliggine come in cuest’istate
nu la ricorda nemmanco mi’ nonno.
Tutt’er giorno se smania, e le nottate
beato lui chi rrequia e ppijja sonno!
L’erbe, in campaggna, pareno abbrusciate:
er fiume sta cche jje se vede er fonno:
le strade sò ffornasce spalancate;
e sse diría che vvadi a ffoco er Monno.
Nun trovi antro che ccani mascilenti
sdrajati in ’gni portone e ’ggni cortile,
co la lingua de fora da li denti.
Nun piove ppiú dda la mità dd’aprile:
nun rispireno ppiú mmanco li venti...
Ah! Iddio sce scampi dar calor frebbile!
Roma, 8 febbraio 1833

Versione. L’estate. Una caligine come in quest’estate non la ricorda neanche mio nonno. Tutto il giorno si smania, e di notte beato chi ha requie e prende sonno! Le erbe in campahna sembrano bruciate: il Tevere è così povero d’acqua che gli si vede il fondo, le strade sono fornaci spalancate, e si direbbe che vada a fuoco il Mondo. Non trovi altro che cani macilenti straiati in ogni portone e cortile, con la lingua fuori dai denti. Non piove dalla metà di aprile, non respirano più neanche i venti… Ah Iddio ci scampi dal calor febbrile!

"12 luglio 1845. Dal 6 al 9 abbiamo avuto un caldo che talvolta fece ascendere il termometro di sopra i gradi 28 (gradi Réaumur, pari a 35°C. NdR). Ai 7 ascese a gradi 28,6 (pari a 36°C, NdR). Dal 1842 non avemmo un caldo simile (N.Roncalli, Cronaca di Roma 1844-1848, vol I, Roma 1972. E ancora, scriveva lo storico Gregorovius in Diari romani il 19 agosto 1861: "Il caldo straordinario ha mandato a monte i miei lavori, i risultati di 44 giorni sono molto meschini" (Ceccariuis). A noi moderni, con l'aumento delle temperature medie degli ultimi decenni, un caldo simile sembra normale: si verifica ad ogni estate. Ad ogni modo, se vivesse oggi a Roma, d'estate, Gregorovius scriverebbe solo grazie all'aria condizionata!

Un altro diario. "26 giugno 1801: fa da ieri in qua un grandissimo caldo". "1 luglio 1801: caldo grandissimo". Il principe Chigi, che registrava nel suo diario con maniacale fissazione aristocratica ogni variazione di calore e umidità, cercava refrigerio alla fontana di piazza del Popolo. Ebbene, per assicurarsi che ci fosse un refolo di vento vi immergeva, essendo il dito troppo proletario, la punta del bastone: osservando che una parte si asciugava prima dell’altra si accertava della direzione e dell’esistenza stessa del vento.

E dal caldo veniva il colera, si pensava allora. "26 luglio 1831: oggi è cominciato un triduo nella chiesa dell’Anima con indulgenza per implorare la cessazione del flagello del cholera, che ha penetrato in qualche parte degli stati dell’Imperatore. 6 agosto 1835: oggi è cominciata una divozione di dieci giorni in 16 chiese dedicate alla Madonna, oltre alla chiesa di S Rocco, con indulgenza plenaria per chi v’interverrà 7 volte, ad effetto d’impetrare l’allontanamento del morbo che ci minaccia". 9 agosto 1835 Essendosi riconosciute insufficienti le 16 chiese destinate per l’indulgenza, ne sono state accresciute altre 8, delle più vaste. Nello stesso tempo si è annunziata la riduzione da 7 volte a 5 per l’acquisto dell’indulgenza (C.Fraschetti, Diario del Principe Agostino Chigi dal 1830 al 1855, con un saggio di curiosità storiche sulla vita della Roma dell’epoca (Tolentino 1906).

Insomma, sempre i soliti, i Papi Re! Il colera lo combattevano non con i medici o l’igiene, ma a colpi di massicce preghiere. Tridui e novene, anziché canalizzazioni agricole. Sconti last minute sulle indulgenze, anziché estratto di chinina. Tanto, si sa, malati o sani, sarebbero andati tutti comunque all'inferno.
Anche per questo, il colera terrorizzava tutti, preti, nobili e popolo. E la preoccupazione di Chigi era quasi un presentimento: la moglie muore di colera nell’epidemia del 1837, e anche lui morirà nel 1855, colpito probabilmente dallo stesso morbo (Ceccarius). E che l’estate romana equivalesse alle malattie, lo dice anche il Belli nel sonetto terroristico L’aria cattiva (5 giugno 1845) che oggi farebbe inviperire l'Ufficio del Turismo. E se pensiamo all'attuale Estate Romana, quant'è lontana la Roma di oggi dalle epidemie papaline!:
.
Scappate via, sloggiate, furistieri:
fora, pe ccarità, cch’entra l’istate.
Presto, fate fagotto, sgommerate,
ché mmommò a Rroma so affaracci seri.

Ché cqui er callo è un giudizzio univerzale:
l’aria de lujji e agosto ammazza tutti.

.
Così, da metà giugno a fine settembre Roma si svuotava di Papa, Sacro Collegio, alti prelati, diplomatici, aristocratici e borghesi benestanti, perché - altro che inverno - si riteneva che la "malaria" infuriasse col colera e altri morbi proprio nel mezzo dell'estate. Tutti quelli che potevano andavano ai castelli nelle ville di Albano, Castelgandolfo, Frascati, o ai bagni di mare. La malaria, in senso stretto, poi, era tipica dell’estate romana, le campagne essendo paludose e infestate di zanzare. Nessun quartiere romano ne era esente, soprattutto la periferia (Ceccarius).
Perciò, non appena un popolano diventava un minimo benestante, sùbito faceva mostra di "andare in villeggiatura", ai Castelli, come la "sora Irene" del sonetto seguente, che non avendo una carrozza privata ci va in diligenza. "Smanie della villeggiatura", le aveva chiamate Goldoni, graffiando anch’egli le tipiche pretese piccolo-borghesi dei neo-ricchi:
.
LA PARTENZA PE LA VILLEGGIATURA
Sor’Irene, e ccusí? ss’arivà ffora?
E ss’è lléscito, indove? Eh ggià, a Ffrascati,
a cqueli belli crimi imbarzimati.
Ecco cqua che vvor dí dd’èsse siggnora.
Ma ssa cche cco ste sciarle è vventun’ora,
e li cavalli ggià stanno attaccati?
Anzi, in ner leggno sciò vvisto du’ frati
che la prèsscia d’annà sse li divora?
J’hanno messa la robba, eh sor’Irene?
Oh bbrava: ma jj’avverto che vvò ppiove:
veda che ttutto sii cuperto bbene.
Ôh, ddunque, arivedèndola; e co cquesto
facci bbon viaggio, sce dii le su’ nove,
se diverti, s’ingrassi, e ttorni presto.

24 settembre 1835
,
Versione. La partenza per la villeggiatura. Signora Irene, si va di nuovo fuori, è così? E dove, se è lecito? E già, a Frascati, con quel bel clima balsamico. Ecco che vuol dire esser signora. Ma sa che con queste ciarle siamo arrivati alle 21, e i cavalli sono già attaccati? Anzi, in carrozza ho visto due frati che la premura di andare si divora. Le hanno caricato i bagagli, eh, signora Irene? Oh, brava, ma l’avverto che sta per piovere: veda che tutto sia coperto bene. Oh, dunque, arrivederla; e con questo faccia buon viaggio, s’ingrassi e torni presto.
.
E il popolo? L'unico refrigerio che gli era consentito era di andare a vedere i nobili che in carrozza "si rinfrescavano" con curiose e spettacolari passeggiate sull'acqua in una piazza Navona allagata (dove a bagnarsi, però, erano solo le ruote e le zampe dei cavalli). Altrimenti una bella fetta di cocomero, molto raramente un gelato, perché i sorbetti offerti dai "sorbettari ambulanti" del Centro costavano cari. Altrimenti, doveva industriarsi ad evitare il sole camminando acrobaticamente lungo le "linee d'ombra" dei palazzi nobiliari. Ma con un pizzico di conquista democratica che a Parigi e a Londra si sognavano, perché potevano godere del romanissimo diritto ai "trapassi". Per lunga tradizione, i grandi palazzi aristocratici con più portoni erano gravati da una singolare servitù di passaggio: chiunque vi poteva entrare, probabilmente sotto lo sguardo di occhiuti guardaportoni, poteva percorrere lunghi e freschi corridoi, cortili e giardini, e uscire da un altro portone. Perfino nel più grande di tutti, il palazzone papale del Quirinale, anche il giovane "cascherino" del fornaio col pane da consegnare, la lavandaia con la sporta o un ragazzino del popolo a piedi nudi, potevano entrare alle Quattro Fontane e uscire dalla porta della Dataria, praticamente su Fontana di Trevi. Lo scrive lo stesso Belli nel sonetto La strada cuperta.

Chi vvò vvienì da le Cuattro-Funtane
ssempre ar cuperto, ggiù a Ffuntan-de-Trevi
entri ar porton der Papa...
... Com'è arrivato a la Panettaria
... scappi dar porton de Dataria.

M.Bosi vi accenna nel saggio Un privilegio perduto: i trapassi dei portoni in "Strenna dei Romanisti", Roma 1972. Così il popolino evitava il caldo e il sole, e "tagliava" tortuosi percorsi sotto il sole cocente dell'estate nel Centro di Roma. E anche se le guardie civiche vigilavano e il "monsignor illustrissimo delle strade" in teoria vietava e puniva qualsiasi cosa, poteva sempre farsi un bel pediluvio nelle mille fontane romane. L'igiene dello Stato della Chiesa ne aveva tutto da guadagnare.
.
IMMAGINI. 1. Piazza Navona allagata, una vecchia tradizione durata fino all'Ottocento che si ripeteva ad ogni estate come festa curiosamente riservata alle carrozze. 2. Il cocomeraro di piazza Navona (acquerello di A.Pinelli). 3. Il sorbettaro ambulante mostra ai passanti un gelato (stampa popolare). 4. Giovani giocatori di bocce. Tra urla, commenti e litigi, il clamore del gioco all'aperto rompeva la quiete dei caldi pomeriggi romani.

10 luglio 2010

A ognuno il suo rischio: il volo, la notte, il cavallo, il maiale!

Te la sei cercata? Allora, neanche Dio può farci nulla: Qui amat periculum, peribit in illo. E’ il latinorum dei preti, che sentenzia: chi ama il pericolo, in esso morirà. La morale cattolica è proprio il contrario di quella tipica dei Paesi anglosassoni e protestanti, amanti del rischio. Nel Trattato di Teologia Ascetica e Mistica si spiega infatti: “Dio non soccorre chi volontariamente, senza necessità si mette in pericolo…”
Il Belli si sofferma sul tema del pericolo, della morte e della fatica di vivere del popolo di Roma. Fatica e pericolo dovuti sia a mestieri di per sé a rischio, sia al degrado della città e alle leggi liberticide di uno stato feudale.
Il sonetto per l'incidente mortale allo scozzone (lo scozzone era il cavalcante, servo che accompagnava a cavallo il padrone), e' cronaca asciutta, con una venatura di dolorosa fatalita', legata al pericolo che incombe sul protagonista: "Morte certa, ora incerta", direttamente legata alla fatica di vivere nella Roma dei primi '800.
.
LO SCOZZONE
Tu ssai dov’è Ssan Nicola in Narcione:
bbè, a la svortata llí der Gallinaccio
er cavallo je prese un scivolone,
turutuffete, e llui diede er bottaccio.
Ecco si cche vvor dí mmontà un sturione,
mette la vita in mano a un cavallaccio:
coll’antri è annato via sempre bbenone:
co cquesto è ito ggiú ccom’uno straccio.
Restò ggelato, povero Cammillo!
Ce s’incontrò er decane de Caserta
che nu l’intese fà mmanco uno strillo.
Disce Iddio: Morte scerta, ora incerta:
chi er risico lo vò, ribbinitillo
omo a ccavallo sepportur’uperta.

22 gennaio 1832
.
Versione. Lo Scozzone (il cavalcante). Sai dov'e' San Nicola in Arcione (chiesa oggi scomparsa): all'incrocio con via del Gallinaccio il cavallo scivolo' , turutuffete (espressione per il rumore di una caduta) e lui cadde pesantemente. Ecco cosa vuol dire montare uno sturione (cavalo magro e macilento), mettere la vita nelle mani di un cavallaccio: con gli altri andava via sempre benone: con questo e' andato giu' come uno straccio. Resto' morto sul colpo, povero Camillo! ci si incontro' il capo dei servitori del Duca di Caserta che non gli senti' fare neanche uno strillo. Dice Dio: morte certa ora incerta: qui amat periculum, peribit in illo (chi ama il pericolo in esso perira'): uomo a cavallo sepoltura aperta (tre diversi proverbi).

.
Quest' ultima terzina si puo' collegare a tanti fatti di cronaca dei nostri giorni: ad esempio la morte di Pietro Taricone nel corso di un lancio con paracadute, o quella quasi contemporanea del ragazzino Francesco di 13 anni che forse praticava sul tetto della scuola il parkour, una pericolosa disciplina metropolitana acrobatica.
Il primo era l'epitome del ragazzo che ce l'aveva fatta, diventato famoso dopo la partecipazione alla prima edizione del Grande Fratello con il suo atteggiamento da macho, ma anche da filosofo popolare, che lo aveva fatto amare dal pubblico di giovani e adolescenti. “Mi sento come una barchetta che è stata trainata al largo dal Titanic, da questa corazzata che è la televisione: e ora come ci torno a riva?” disse nella sua prima intervista, rilasciata a Curzio Maltese.
Forse lo ha portato a una fine prematura la sua predilezione per gli sport rischiosi, e' rimasto vittima di volontaria ritardata apertura del paracadute durante una discesa acrobatica, il desiderio di impersonare compiutamente il suo ruolo alla Bruce Willis, insomma un eccesso di confidenza nelle sue capacita' da Superman.
Il secondo, il ragazzino di 13 anni che era salito di notte con un compagno sul tetto della sua scuola, caduto da un' altezza di 12 metri per la rottura di un lucernario. Una delle ipotesi e' che anche lui si stesse cimentando al buio in una specie di sport che comporta grande abilita', riflessi prontissimi e un bel po' di rischio di farsi male.
Sembra che siano molti gli studenti che, sia di giorno che di notte, salgono, o forse e' meglio dire salivano, sulla sommità di quella scuola. Alcuni provano il brivido di saltare da un tetto all’altro praticando questo “parkour”, disciplina metropolitana che consiste nel portare a termine percorsi estremi con salti e passaggi acrobatici. I ragazzi girano dei video con i loro telefonini e poi li caricano su Youtube.
Cosa ci fa associare questi due tragici avvenimenti? Il desiderio di confrontarsi con il pericolo, da sempre presente nel DNA dell'uomo. Il successo del macho nel senso piu' lato: con le donne, con la carriera e i soldi, sbattuto in faccia alle nuove generazioni dai mass media. La vita troppo monotona della gente comune, il desiderio di emergere comunque, o comunque di emulare chi emerge. La mancanza dei tradizionali pericoli nella vita moderna. Ricordiamo i secoli bui dell' Europa attraversata da guerre che duravano per intere generazioni, la guerra dei cento anni tra Francia e Inghilterra, dal 1337 al 1453, quella dei trenta anni, dal 1618 al 1648 in tutta Europa, che avevano veramente spopolato interi paesi. Per non parlare delle due guerre mondiali del secolo scorso.
Sembra agli psicologi che oggi il surrogato della guerra sia il pericolo fai da te. L' invenzione di bravate come il passeggiare sui tetti dei treni in corsa, lo sdraiarsi sui binari in attesa che passi un treno, possibilmente merci, per evitare le deiezioni dai gabinetti.
Pietro e Francesco sono insomma stati vittime della loro ricerca del rischio. Il rischio esiste nella vita di oggi, ma andarselo a cercare insieme ad amici e colleghi in situazioni, o codificate da una disciplina, come il paracadutismo, o di novissima invenzione come il parkour, e' veramente speciale e di grande attrazione. Ma, abbiamo visto, anche di grandissimo pericolo.
Ma torniamo alla vita nella Roma dei primi '800. Il pericolo di perderla era legato alla professione, alle insidie di briganti e malfattori, a imprevedibili risse che potevano scoppiare, come anche oggi, per futili motivi. E ogni vero popolano romano portava il coltello. Ma anche per il semplice arrischiarsi di andare per la citta' di notte, nel buio piu' completo e totale, come racconta il sonetto:
.
CHI VA LA NOTTE, VA A LA MORTE
Come sò lle disgrazzie! Ecco l’istoria:
co cquell’infern’uperto de nottata
me ne tornavo da Testa-spaccata
a ssett’ora indov’abbita Vittoria.
Come llí ppropio dar palazzo Doria
sò ppe ssalí Ssanta Maria ’nviolata,
scivolo, e tte do un cristo de cascata,
e bbatto apparteddietro la momoria.
Stavo pe tterra a ppiagne a vvita mozza,
quanno c’una carrozza da Signore
me passò accanto a ppasso de bbarrozza.
«Ferma», strillò ar cucchiero un zervitore;
ma un voscino ch’escì da la carrozza
je disse: «Avanti, alò: cchi mmore more».
21 gennaio 1832
.
Versione. Chi va di notte, va alla morte (proverbio). Come accadono le disgrazie! Ecco la storia: con quella notte d'inferno me ne tornavo da Testa spaccata, (contrada di Roma scomparsa per costruire il monumento a Vittorio Emanuele II) a sette ore dopo l'avemaria (le ore si contavano a partire dall'avemaria, e percio' variavano con le stagioni, circa la mezzanotte a Gennaio) dove abita Vittoria. Quando proprio al palazzo Doria sto per salire ( il livello del Corso era molto piu' basso a quei tempi e c'erano alcuni gradini) a Santa Maria in Via Lata, scivolo fo una bruttissima caduta e batto la parte posteriore della testa ( dove si credeva fosse la memoria del cervello). Mentre stavo a piangere a terra come una pianta di vite recisa (che dia gocce di linfa) mi passo' accanto una carrozza signorile a lento procedere. Ferma, strillo' al cocchiere un servitore, ma una vocetta che usci' dalla carrozza gli disse: avanti , andiamo, chi muore muore.

.
Un altro elemento di pericolo poteva esistere durante violenti temporali; molte strade di Roma non avevano fognature per la raccolta dell'acqua piovana, che scorreva nelle "pianare", in pratica al centro della strada, che potevano trasformarsi in un vero e proprio torrente, con il rischio di trascinare a fiume il malcapitato.
Oggi rischi del genere ci fanno sorridere, almeno a Roma, mentre ai nostri giorni il dissesto idrogeologico si porta via paesi interi costruiti con troppa disinvoltura.
A proposito di attivita' sportive, anche ai tempi del Belli esistevano avvenimenti popolari e sport estremi, molto pericolosi.
La corsa dei cavalli berberi da piazza del Popolo a piazza Venezia durante il carnevale era un avvenimento paragonabile alla antica, ma ancora attuale, corsa dei tori di Pamplona in Spagna. Specialmente alla fine della corsa, alla "ripresa", potevano avvenire incidenti anche molto gravi con persone travolte dai cavalli, tanto che anche il Belli ne fa cenno, parlando di un noto medico che si andava a posizionare dallo speziale Cesanelli in posizione strategica vicino alla "ripresa", per assistere clienti bisognosi di cure o di trasporto in ospedale, una specie di pronto soccorso fai da te.

LA SERVA DER CERUSICO
Nun c’è er padrone: ha avuta una chiamata
pe ccurre a ffà ar momento ’na sanguiggna,
a Ppasquino a ’na pover’ammalata,
c’ho intes’a ddí cche ssii frebbe maliggna.
Eppoi pijja un straporto e vva a ’na viggna
for de ’na scerta porta ch’è sserrata,
a ccurà ’na cratura co la tiggna,
che da un mese nun l’ha ppiú vvisitata.
A pproposito!... oggi entra carnovale!
Ebbè, vvoi lo trovate a or de Corza
drento da Scesanelli lo spezziale.
Ché oggn’anno in quer frufrú dde la ripresa
quarche ddisgrazzia ha d’accadé ppe fforza,
e ppe ggrazzia de ddio s’è ssempre intesa.
22 marzo 1834
.
Versione. La domestica del cerusico. Il padrone non c’è: ha avuto una chiamata per correre a mettere subito una sanguisuga a piazza Pasquino [nota statua “parlante”] ad una povera ammalata, che ho sentito dire abbia la febbre maligna. Poi prende una carrozza e va in campagna uscendo da una porta [di Roma] che è sempre chiusa [nota il Belli: Le porte disusate di Roma sono la Pinciana, la Fabbrica e la Castello, la prima sotto il Pincio, la seconda presso la Fabbrica di S. Pietro in Vaticano, e la terza accanto alle fosse del Castello, già Mausoleo di Adriano] per curare una bambina con la tigna, che da un mese non l’ha più visitata. A proposito, oggi entra il Carnevale! E allora lo troverete all’ora della Corsa [quando i cavalli berberi sciolti correvano all’impazzata lungo il Corso] nella farmacia Cesanelli. Perché ogni anno in quella confusione della ripresa [i cavalli venivano fermati da coraggiosi cavallari, ma spesso c’erano feriti e calpestati, anche tra i passanti] qualche disgrazia accade per forza, e per grazia di Dio c’è sempre stata.
.
Altro sport pericoloso era l'ascensione in mongolfiera. Il primo volo fu dei fratelli Montgolfier nel 1783 a Parigi. I Montgolfier erano fabbricanti di carta e i primi "globi aerostatici" erano per l'appunto di carta, sopra il cui involucro era distesa una rete da pescatori che consentiva una certa resistenza durante il volo. Anche a Roma vi furono alcune ascensioni a meta' dell ' 800. Nel 1853 Luigi Piana muore per ipossia (mancanza di ossigeno) su un pallone a doppia camera in volo su Roma. E anche un’altra tragedia impressionò tutti. Pio IX, che presso il popolo aveva fama di jettatore, aveva dato la sua paterna benedizione per una ascensione e il pallone aerostatico cadde rovinosamente con la morte degli aeronauti, tanto che lo stesso Papa si astenne da autorizzare, e sopratutto benedire, altre ascensioni per lungo tempo.
Ma c’era anche chi, uomo di potere della Chiesa abituato a vivere tra gli agi, non correva il rischio di camminare a piedi di notte, di coprirsi di gloria in battaglia, di salire eroicamente in pallone, tantomeno di montare un cavallo bizzarro. Al massimo si abbuffava fino a scoppiare d’indigestione. Un pericolo adatto ai cardinali di Santa Romana Chiesa, quello della morte per intemperanze alimentari. Per loro la fatica di vivere e' la fatica a digerire, insinua il caustico Belli, che sull’avidità dei prelati, anche per il cibo, intinge spesso i crostini nei suoi saporiti sonetti. Come nei quattro per la morte del cardinale Placido Zurla, Vicario di Gregorio XVI, "er cardinal camannolese" che sono festosi, quasi celebrativi per la scomparsa di un odiato personaggio, visto come la peggiore espressione dell’avidità del potere temporale del papato. E dire che il Cardinale Vicario vigilava sui costumi!
.
Sí, amichi, finarmente stammatina
s’è sparza la staffetta da per tutto
che ss’è vvotato er zacco de farina,
che ss’è squajjato er vesscigon de strutto.
...
Un po' ppiú cche ccampava er Cardinale,
er vino che sse trova a sto paese
nun arrivava manco a ccarnovale
.
Versione. Si amici finalmente stamattina si e' sparsa la notizia che si e' vuotato il sacco di farina, che si e' liquefatto il vescicone di strutto (il Cardinale era un omone, forte mangiatore e bevitore). Se il Cardinale avesse vissuto piu' a lungo, il vino del Vaticano non sarebbe arrivato neanche a carnevale.

Ma, a proposito di cardinali, indovinate che fine poco gloriosa fa un altro cardinale, che invece di montare qualche cavallo bizzarro o scozzone, preferisce scozzonare (cioè montare e domare) una ugualmente bizzosa marchesa sposata, a quanto lascia intendere un maligno servitore. Ma, ecco il busillis, rischia di morire (o muore, non è chiaro) per la grande abbuffata a tavola, come mostra di credere il Belli, o per il troppo sesso con la marchesa, o per aver fatto a piedi le Sette Chiese, oppure per tutti e tre gli strapazzi insieme?

.
ER CARDINALE
M’ha ddetto er zotto-coco der Marchese
che cquer zervo-de-ddio der Cardinale
che cce pranzava trenta vorte ar mese,
e annava ogni tantino all’urinale,
cuer giorno c’annò a ffà le sette cchiese
se magnò ccinque libbre de majale:
e a mmezzanotte te je prese un male
senza poté ccapí ccome je prese.
Presto du’ preti la matina annorno
a ffà escì er Zagramento e ddì orazzione
pe tutti li conventi der contorno.
A sta nova la mojje der padrone,
che svejjonno abbonora a mmezzoggiorno,
ce se fesce pijjà le convurzione.
22 gennaio 1832
.
Versione. Il cardinale. Mi ha detto il sotto-cuoco del marchese che quel “servo di Dio” del cardinale, che vi pranzava trenta volte al mese, e andava ogni tanto a urinare, quel giorno in cui andò a fare le visite alle Sette Chiese [“Divozione molto in voga a Roma, premiata – nota il Belli – con gran ricchezza d’indulgenze, e terminante come quasi tutte le altre in un cristiano banchetto”], si mangiò cinque libbre di maiale, e a mezzanotte gli prese un male di cui non si riuscì a capire la causa. La mattina presto due preti andarono a far uscire il Sacramento e a dire orazioni per tutti i conventi dei dintorni. A questa notizia la moglie del padrone, che svegliarono presto, a mezzogiorno, fu presa dalle convulsioni.
.
Certo, che mangiare con la marchesa “trenta volte al mese” come spiffera il domestico, voleva dire che il signor Cardinale di Santa Madre Chiesa di fatto conviveva con la signora Marchesa. E che il signor Marchese, pace all’anima sua, lungi dall’essere volgarmente un cornuto, era forse, più astutamente di un diplomatico, capace di assentarsi nei momenti opportuni, insomma un “marito della moglie del cardinale” (v. sonetto).
.
IMMAGINI. 1. La prima ascensione in pallone aerostatico documentata in Italia è quella di Paolo Andreani e dei fratelli Gerii a Brugherio (Milano) nel 1784 (stampa da M.Majrani, Aerostati, Edizioni dell'Ambrosino, Milano). Il governatore austriaco e l'imperatore Giuseppe II d'Austria, pur presente in città, si rifiutarono di assistervi, perché uno spettacolo così "ardito", quasi una sfida alle leggi della Natura, lo ritenevano moralmente riprovevole. 2. La caotica "ripresa" dei cavalli selvaggi (berberi o barbari) alla fine del Corso, a piazza Venezia (A.Pinelli, 1835 ca).

30 giugno 2010

Commetti un reato? Rifùgiati in Chiesa e nessuno ti toccherà

"Manco li giacubbini!", disse il card. Bernetti, segretario di Stato di papa Gregorio XVI, tradotto nella lingua del Belli. "Peggio dei regimi comunisti!", ha detto il card. Bertone, segretario di Stato di papa Benedetto XVI. Cambiano i papi e i loro primi ministri, ma non le invettive contro chi si permette di accusare la Chiesa, fossero pure i giudici.
La legge del contrappasso vuole che la Chiesa che ha inventato l’Inquisizione e gli "interrogatori stringenti" sempre sul punto di trasformarsi in tortura psicologica e fisica, ora si trovi male sul banco degli imputati. Chi di spada ferisce, di spada perisce.
De Troy come anti-Bellarmino? Be’, non esageriamo. Quest’ultimo, accusatore del Santo Uffizio, fece condannare ingiustamente Giordano Bruno e Galileo ("reo di aver visto la Terra girare attorno al Sole", recita ironicamente la famosa targa accanto a Villa Medici). Invece, il procuratore belga che ha duramente inquisito l’arcivescovado di Bruxelles arrivando perfino a far aprire una tomba, voleva rompere l’omertà cattolica e costringere i vescovi a fare i nomi dei tanti religiosi che con la scusa del messaggio cristiano "sinite parvulos venire ad me" (lasciate che i bambini vengano da me) avevano commesso gravi violenze su minori e atti di pedofilia. Chiesa, letteralmente, "refugium peccatorum"?
.
La giustizia in un Paese cattolico ma laico, in cui cioè lo Stato – a differenza dell’Italia – è totalmente separato dalla Chiesa e dalle religioni, e i sacerdoti sono considerati cittadini qualunque, ha finalmente lanciato un "segnale chiaro: la Chiesa non è al di sopra della legge" (De Morgen, quotidiano fiammingo). E il quotidiano francofono Le Soir ha intitolato: "I religiosi, una casta superiore". "A quale gioco sta giocando la Chiesa quando sostiene che nel cercare di identificare i preti che hanno abusato di minori, la giustizia si rende colpevole di una doppia violenza?" Ma forse, aggiunge, "il Vaticano preferisce le tombe alle vittime".
E a proposito di tombe scoperchiate, il Belli si rivolterà nel suo loculo al Verano, e quasi quasi ritroverà la voglia di scrivere versi satirici sulla corruzione della Chiesa, come ai bei tempi (che poi sono i sette anni dal 1830 al 1837), se gli farete leggere i giornali del giugno 2010 che parlano del cardinal Segretario di Stato che dà dei "comunisti", cioè – tradotto in linguaggio belliano – dei "giacubbini", ai giudici di Bruxelles che indagano sui reticenti monsignori pedofili, e del cardinale del Pontificio Collegio urbano "de Propaganda Fide", coinvolto in un’oscura vicenda di appalti, mazzette e appartamenti di lusso concessi gratis ai potenti, che per non essere interrogato dai magistrati romani si rifugia sotto la protezione di Santa Madre Chiesa, con la scusa del Concordato. Stiamo tornando al "diritto di asilo" delle chiese, anzi, della Chiesa?
.
Al povero Belli tutta la faccenda sembrerà un déja vu. Lui queste cose le ha già denunciate nei sonetti. A suo modo, ovviamente: coprendosi dietro una presunta "voce del popolo". L'immorale morale della favola è: se vuoi fare quello che vuoi, devi indossare un abito talare, meglio se rosso. Il rosso, rubato come tante altre cose alla Roma pagana, per la Chiesa è il Potere, l'Autorità. E a proposito, vi ricordate il cardinale sorpreso in incognito nel casino, come mette in riga il poliziotto, semplicemente sostituendo lo zuccotto nero con quello violetto?
Insomma, direbbe il Grande Scorbutico e Misantropo, "si ci hai quarche viziaccio d’annisconne", insomma qualche reato grave, la Chiesa (con la maiuscola, com'è infatti nel nostro titolo) ti difenderà. Solo che a quei tempi serviva, almeno una chiesa (con la minuscola) o un convento, meglio se fuori mano. Oggi neanche più la fatica di salire a perdifiato i gradini del sagrato con la forza pubblica alle calcagna. Si fa tutto col telefonino: "pronto, Eminenza?". Tutti ricorderanno la figura di fra’ Cristoforo nei Promessi Sposi. Il Manzoni racconta che quando il cappuccino era solo il ricco mercante Lodovico, un giorno ebbe la sventura di non cedere la strada in uno stretto vicolo ad un nobile arrogante e attaccabrighe. Insomma, direbbe il cronista oggi, "una tragedia originata da futili motivi di viabilità". Apostrofato come "vil meccanico!" (cioè, uomo di bassa condizione) dovette difendersi dalla sua spada. Oggi i criminali del volante ricorrerebbero al cacciavite. Ucciso il suo famiglio e amico Cristoforo che si era generosamente interposto, Lodovico uccise a sua volta il signorotto (v. sopra, il particolare di un’antica incisione dei Promessi Sposi: Lodovico è lo spadaccino piumato a destra). Per sfuggire all'inevitabile giustizia ingiusta che avrebbe dato ragione al nobile, si rifugò in un vicino convento di cappuccini, dove fu indotto a pentirsi e a divenire monaco.
Ma, come mostrano le cronache giudiziarie di oggi, questo celebre esempio di "asilo", cioè di impunità per i criminali non ecclesiastici concessa da chiese e conventi, non deve far pensare che come fra’ Cristoforo gli odierni peccatori ecclesiasticii in abito talare nero, violetto, rosso o bianco, quelli cioè che nella Chiesa già ci sono e quindi non devono ricorrere all'asilo, si pentano allo stesso modo, e anzi diventino migliori. Tutt’altro, sembrano conservare la loro abituale arroganza, e chi con documenti alla mano li accusa si becca l'epiteto di "giacobino", "laicista", "illuminista", "liberale", "relativista", se non ateo o "senza Dio".
E allora su questi tanti furbi potenti per i quali la Chiesa cattolica è connivente e omertosa, con la comoda scusa del "refugium peccatorum", ci va benissimo il sonetto Er rifuggio:
.
ER RIFUGGIO
A le curte: te vòi sbrigà d'Aggnesa
Senza er risico tuo? Be', tu pprocura
D'ammazzalla vicino a quarche chiesa:
Poi scappa drento, e nun avé ppavura.
In zarvo che tu ssei dopo l'impresa,
Freghete del mandato de cattura;
Ché a chi tte facci l'ombra de l'offesa
Una bona scomunnica è ssicura.
Lassa fà: staccheranno la licenza:
Ma ppe la grolia der timor de Dio,
C'è sempre quarche pprete che ce penza..
Tu nun ze' un borzarolo né un giudìo,
Ma un cristiano c'ha perzo la pacenza:
Dunque, tu mena, curri in chiesa, e addio.
Roma, 5 dicembre 1832
.
Versione. Il rifugio. Alle corte: ti vuoi liberare di Agnese senza rischiare di persona? Be’, tu fai in modo di ucciderla vicino a qualche chiesa: poi scappa dentro e non aver paura. Una volta in salvo dopo l'impresa, non preoccuparti del mandato di cattura, perché a chi ti facesse anche l'ombra di un'offesa una buona scomunica è assicurata. Lascia fare: spiccheranno il mandato: ma per la gloria del timor di Dio, c'è sempre qualche prete che ci pensa. Tu non sei nè un borseggiatore nè un ebreo, ma un uomo che ha perso la pazienza: dunque, tu colpisci, corri in chiesa, e addio.
.
Ai tempi del Belli, però, questa scappatoia che la Chiesa cattolica offriva ai delinquenti rispondeva ad una logica cinicamente classista, di cui pochi parlano. I nobili che si erano macchiati di omicidio con l’asilo nelle chiese la facevano franca, ma il popolo quasi mai riusciva ad evitare la giustizia. A meno che, appunto, il reo non avesse scelto addirittura di farsi monaco per tutta la vita. E allora, prigione per prigione, meglio il chiostro.
L’assurdo e immorale privilegio della extraterritorialità rispetto alle leggi civili di cui godevano per disposizione della Chiesa conventi e chiese fu cancellato per la prima volta in Italia dal cattolicissimo "regno di Sardegna" (chiamato così perché i Savoia erano solo principi del Piemonte) con le leggi con cui il cattolico conte Siccardi abolì nel 1850 il diritto d’asilo, insieme con altri privilegi ecclesiastici. Manzoni, d’Azeglio e i tanti cattolici – veri cattolici – liberali che c’erano allora in Italia, furono contentissimi: la Chiesa doveva ritornare ad essere "morale", a distinguere gli onesti dai disonesti, ad occuparsi solo delle cose spirituali. La città di Torino eresse per gratitudine un obelisco alle leggi Siccardi. Inutile dire che, per aver eliminato le ingiustizie più odiose legate al potere e al Mondo dell’aldiquà, di chi andava dicendo invece - e dice tuttora - di occuparsi solo dell’anima e dell’Aldilà, tutti i politici coinvolti nella legge furono scomunicati dal "papa buono" Pio IX, a lungo ritenuto "liberale" dai liberali disinformati o ingenui.
In tempi più recenti, solo in casi eccezionali (antisemitismo, dittature, guerre civili) il diritto d'asilo è stato usato dalla Chiesa per salvare intere categorie di ricercati, spesso di opposte tendenze: come gli ebrei a Roma, nel convento di via Sicilia. Lo stesso convento - ha rivelato F.Nirenstein - dove dopo la guerra furono ospitati molti gerarchi nazisti prima di munirli di passaporti del Vaticano e farli espatriare in Argentina.
Ad ogni modo, a parte rari provvedimenti "umanitari", talvolta discutibili (SS e nazisti), certo, la Chiesa è stata ed è un "refugium peccatorum" anche per molti suoi papi, cardinali e vescovi – e il Belli ce lo dice in quasi ogni sonetto – ma questo lato nero, quasi un B side, della Chiesa cattolica, nonostante tutto è utile. Meno male che la Chiesa c’è: così può esistere questo blog. Un disegno machiavellico della Provvidenza. Se, infatti, si fosse sempre comportata bene, come sta scritto sul Vangelo, il Belli avrebbe scritto al massimo un quinto dei suoi sonetti, o forse non li avrebbe scritti affatto. Grazie proprio alle carognate di papi, cardinali, vescovi, monsignori, preti, frati, monache, sacrestani e chierichetti, l’Arte e la Letteratura hanno opere che si ricordano, dalla pittura, alla satira del Belli..
Grazie, perciò, Chiesa Cattolica, Apostolica e Romana! Grazie di esistere! Malgrado il "diritto di asilo" che offri ai criminali (anzi, scusaci, ai "peccatori") esterni e soprattutto interni. Questo blog ti deve la sua esistenza. Senza i tuoi errori grandiosi, i tuoi peccati grandiosi, i tuoi ladrocini grandiosi (tutto in Te è grandioso), papi, cardinali, vescovi, monsignori, preti, monache e frati, grandiosamente prepotenti ed ottusi, Giuseppe Gioachino Belli non avrebbe scritto i migliori suoi sonetti, e sarebbe tutt’al più un autore minore, locale, e il presente sito non esisterebbe. Mentre molti tuoi antichi nemici ti debbono la morte, noi ti dobbiamo la vita.
E’ per questo che, neanche paradossalmente in fondo, ti vogliamo bene. Sei stata, sei e sarai sempre – i fatti di oggi lo dimostrano – una miniera inesauribile di spunti felici per la satira e la critica.
Un po’ quello che il Belli diceva del bruttissimo papa Gregorio XVI, monaco dei Camaldolesi, di Belluno e dunque all'epoca cittadino austriaco, che fu per decenni il "suo" papa di riferimento, criticato aspramente in ben 273 sonetti, considerato la causa dell’estendersi del malcostume morale, del dissesto economico, sociale e politico del Regno Pontificio, accusato di aver reso Roma una vera "stalla e chiavica der monno".
.
E Rroma, indove viengheno a ddà ffonno,
e rrinnegheno Iddio, rubben’e ffotteno,
è la stalla e la chiavica der Monno.
(Li prelati e li cardinali, 27 maggio 1834) .
.
[E Roma, dove vengono a depredare, e rinnegano Dio, rubano e scopano, è la stalla e la fogna del mondo].
.
A questo Papa, quando morì, Belli dedicò un epigramma fulminante, tipicamente condotto sul gioco di parole, da geniale linguista qual era, ancor più che poeta:
.
A Papa Gregorio je volevo bene
perché me dava er gusto de potenne dì male.

.
Ecco, appunto, lo stesso sentimento che molti, noi compresi, provano per la SS (Santa Sede) e la SCCAR (Santa Chiesa Cattolica Apostolica Romana.
.
IMMAGINI: 1. Particolare da un'illustrazione delle prime edizioni dei Promessi Sposi. Ludovico (è lo spadaccino piumato a destra, il futuro fra' Cristoforo) uccide il signorotto prepotente che gli ha ucciso un amico. 2. Fra' Cristoforo nel drammatico incontro con Don Rodrigo. 3. Il segretario di Stato card. Bertone. 4. Il gerente di Propaganda Fide card. Sepe. 5. Papa Gregorio XVI, che non era proprio un Adone, in un dipinto recentemente messo all'asta.

23 giugno 2010

La notte delle streghe a San Giovanni. E il popolo si scatena.

Chiasso, tumulto e baldoria senza freni. «Tra donne e uomini poteva accadere di tutto...» 
      Tra il 23 (la "vigilia") e il 24 giugno, la festa di San Giovanni Battista, grandissima era la partecipazione popolare, da piazza San Giovanni a Santa Croce in Gerusalemme era tutto un "gioioso baccanale" (Gregorovius, "Passeggiate Romane"). Si mangiava, si beveva e si gozzovigliava a più non posso, tra grandi addobbi di fiori, musica, fuochi d’artificio, dolci, piatti di lumache, luci. Non solo i falò, ma anche i lumini, con cui era addobbata la via Appia appena fuori la Porta SanGiovanni.
      E si doveva far rumore con trombe, trombette, tamburelli, petardi e campanacci (si vendevano apposite campanelle di coccio), per allontanare le streghe e impedir loro di cogliere erbe che se sbocciate e còlte in quella notte erano la materia prima per pozioni magiche. Si accendevano falò intorno ai quali si ballava e si beveva. In questa allegria sfrenata, erano inevitabili risse e coltellate.
      Poi venne l’usanza di bagnarsi, nella notte di San Giovanni, dentro la fontana proprio sotto l’obelisco. Ma la gente esagerava, e i giovani non si limitavano a gettarsi nudi nelle fontane. Fin dal 1753 l’autorità ecclesiastica aveva proibito, ma senza risultati, "a qualsiasi persona dell’uno o dell’altro sesso, che in detta notte veruno ardisca accostarsi alle vasche, ai rigagnoli, alle fontane, togliendosi le brache ed accucciandosi sull’erba, pena gli uomini tre tratti di corda da darsi in pubblico e scudi 50 di multa, e per le donne tre colpi di frusta a posteriori in pubblico, e sia per gli uni come per gli altri senza alcuna remissione". Divertente il doppio senso - non del popolino, si badi, ma proprio dello scrivano ecclesiastico - del latinorum filosofico "a posteriori" usato per dire "sul posteriore"...
      Ma con la scusa di andare alla salita degli Spiriti, appena fuori porta, i giovani e le coppie di fidanzati andavano "per fratte" a sbaciucchiarsi o ad accoppiarsi. "Sotto lo specioso pretesto di prendere il bagno, uomini e donne unitamente, si recano fuori le porte, in luoghi reconditi, celandosi tra i cespugli o dietro le siepi, e liberamente compiono atti osceni…" (da un editto del Cardinal Vicario, 1744). Ma papa Benedetto XIV era di manica larga, e così rispose alle lamentele dei prelati: "Nasca quel che ha da nascere: nascerà qualche altro suddito allo Stato".
      Quando poi nel 1845 circolarono a Roma i primi omnibus a cavalli, carrozze pubbliche antenate dei nostri autobus e tram, nell'affollato pigia pigia dei passeggeri, potete immaginare se eccitati dalla festa di San Giovanni, giovani uomini e giovani donne (che allora erano la maggioranza della popolazione romana) non si concedessero tutte le libertà dalla "mano morta" in giù. "Tra donne e uomini - recita una didascalia che abbiamo trovato sotto una vecchia foto color seppia - accadeva di tutto". Tanto più, notano i cronisti maliziosi, che le donne popolane "per bene" ai tempi del Belli sotto l'ampia gonna non portavano mutande. A differenza delle prostitute di lusso.

Questo vizio tipico dei luoghi bui o affollati, di palpeggiare le donne, che del resto accettavano volentieri, viene documentato dal Belli in più d’un sonetto come cosa frequente perfino in chiesa e addirittura dentro i confessionali (v. il sonetto "L'Ingegno dell'omo", 18 dicembre 1832). Era talmente radicata l'idea che durante la notte di San Giovanni si potesse fare qualsiasi cosa che perfino nel '900, a festa ormai imborghesita, le cronache dell'epoca parlano di assembramenti corpo a corpo sul famoso omnibus a cavalli che portava il popolo festaiolo alla piazza della basilica.
      Nell'immaginario collettivo un po' morboso che aleggiò a lungo tra i romani, perfino il tram elettrico che dagli anni '20 sostituì l'omnibus fu abbinato ad epiche imprese erotiche, non si sa se reali o ingigantite dal ricordo degli anziani. Certo, doveva esserci qualcosa di vero se la serissima Illustrazione Italiana, per sintetizzare la festa mise in copertina i suoi cinque elementi salienti: le tenerezze degli amanti, la facciata della basilica, i chioschi delle lumache, la banda popolare e, appunto, l'omnibus preso d'assalto dalla folla.
      Questo, insomma, era il grande baccanale della notte di San Giovanni nella Roma dei Papi. Ma poiché, si sa, tutti i salmi finiscono in gloria, la festa finiva all'alba quando il Papa dopo lo sparo del cannone di Castel S.Angelo celebrava la messa, e poi dalla loggia della basilica gettava monete d'oro e argento al popolo. Con altre inevitabili risse del popolino per accaparrarsele (Nico Valerio).

Origini pagane, ma la Chiesa gli appioppa il nome d'un santo
      Gli astronomi dell'antichità avevano individuato i giorni più lunghi e più corti dell'anno e insieme a sciamani e sacerdoti vi avevano piazzato delle grandi feste. Quella del solstizio d'estate, quando la durata della luce del giorno è massima, è stata trasformata dalla chiesa in festa di San Giovanni Battista; quella in prossimità del solstizio d'inverno, il 27 dicembre è dedicata all'altro San Giovanni, l' Evangelista. Ma le antiche tradizioni pagane legate al movimento degli astri, sono durate a lungo e durano ancora. Il Belli, ai tempi del Papa Re, tratteggia i connotati stregoneschi e diabolici della festa di San Giovanni Battista, quella del 24 giugno, che sono solo alcuni della tradizione ultramillenaria del giorno più lungo dell'anno.
.
SAN GIUVAN-DE-GGIUGGNO
Domani è Ssan Giuvanni? Ebbè ffío mio,
cqua stanotte chi essercita er mestiere
de streghe, de stregoni e ffattucchiere
pe la quale er demonio è er loro ddio,
se straformeno in bestie; e tte dich’io
c’a la finosomia de quelle fiere,
quantunque tutte-quante nere nere
ce pòi riffigurà ppiú dd’un giudio.
E accusì vvanno tutti a Ssan Giuvanni,
che llui è er loro Santo protettore,
pe la meno che ssia, da un zeimilanni.
Ma a mmé, cco ’no scopijjo ar giustacore
e un capo-d’ajjo o ddua sott’a li panni,
m’hanno da rispettà ccome un Ziggnore.
15 marzo 1834
.
      Versione. San Giovanni di giugno (San Giovanni Battista). Domani è San Giovanni? Ebbene, figlio mio, questa notte coloro che esercitano il mestiere di streghe, stregoni e fattucchiere e per i quali il demonio è il loro dio, si trasformano in bestie, e ti dico anche che la fisionomia di queste fiere, quantunque tutte quante nere nere, rassomiglia a più di un giudeo [gli ebrei, nell’immaginario dell’ignorante popolino romano, passavano per abilissimi incantatori]. E poi vanno tutti a San Giovanni che è il loro santo protettore da almeno seimila anni. Ma a me con uno scopiglio al giustacuore e una o due teste d'aglio sotto i panni, mi devono rispettare come un signore [alla scopa e all'aglio si attribuivano facoltà protettive contro streghe e stregonerie].
   
      In un altro sonetto, " La strega", il Belli approfondisce il tema delle streghe, che si manifestano durante la notte di San Giovanni, e abitualmente si riuniscono con i diavoli per il sabba sotto il noce di Benevento..

LA STREGA
Sta vecchiaccia cqua in faccia è er mi’ spavento:
nun fa antro che incanti e inciarmature,
fattucchierie, stregonerie, fatture,
sortileggi e mmaggie, oggni momento.
Smove li fattijjoli a le crature,
e oggni notte, sopr’acqua e ssopr’a vvento
er demonio la porta a Bbenevento
sotto la nosce de le gran pavure.
Llí cco le streghe straformate in mostri
bballa er fannango, e jje fanno l’orchestra
li diavoli vestiti da Cajjostri.
Tutte le sere, io e lla Maestra,
ar meno pe ssarvà lli fijji nostri,
je mettémo la scopa a la finestra.
3 febbraio 1833
.
      Versione. La strega. Questa vecchiaccia qua di fronte mi mette paura: non fa altro che incantesimi, inciarmature e fattucchierie (tre parole con lo stesso significato) stregonerie, fatture, sortilegi e magie in ogni momento. Fa ammalare i bambini di convulsioni (infantijoli. voce popolare dell' Umbria), e ogni notte, sopracqua e sopr' a vento (formula di scongiuro delle streghe al diavolo) il demonio la trasporta a Benevento sotto l'albero di noce delle grandi paure( dove si crede abbia luogo il sabba infernale). Li con le streghe trasformate in esseri mostruosi balla il fandango e gli fanno da orchestra i diavoli vestiti come Cagliostri ( Giuseppe Balsamo, detto il Cagliostro, era ritenuto dal popolino l'incarnazione del diavolo). Tutte le sere io e la maestra, almeno per salvare i nostri figli, mettiamo una scopa alla finestra( la scopa era creduta una protezione contro le streghe).

La caccia alle donne sapienti, ovvero le "streghe". 
      Il Belli si abbandona in questi sonetti alla credenze popolari più lugubri in tema di streghe e stregonerie. Aiutato in questo dalla Chiesa cattolica, che ancora oggi attribuisce ad alcune figure del clero, gli esorcisti, poteri di contrasto alle forze del male, per allontanare il diavolo che si sia impossessato delle persone. All'epoca del potere temporale dei Papi, le donne riconosciute come streghe venivano interrogate dalla Santa Inquisizione, per conoscere il loro rapporto con il demonio, torturate come era l'uso, per far confessare i presunti peccati e poi condannate a morte e arse sul rogo. Ai tempi del Belli, in effetti, era molto diffusa la pratica, antichissima, riconducibile agli sciamani di epoca protostorica, di rivolgersi a persone sensitive per incantesimi ed altre attività esoteriche. I maghi o presunti tali, sappiamo tutti, esistono anche oggi, ma non vengono più bruciati vivi, al massimo passano qualche periodo nelle patrie galere per abuso di credulità popolare, circonvenzione di incapace, truffa ecc.
      Ma sulla festa di San Giovanni Battista diamo la parola a Gigi Zanazzo, un altro grande testimone, sia pure del periodo tardo, delle tradizioni popolari romane (che riporta in lingua, la più corretta dopo quella del Belli). Le sue cronache ci raccontano le scampagnate, le mangiate di lumache, il libero sfogo dell' erotismo e della sessualità che tradizionalmente accompagnavano una festa, ufficialmente religiosa, ma in realtà festa della luce – è il giorno più lungo dell'anno – della gioia e della riconciliazione con il prossimo (Paolo Bordini).

La cronaca dal vivo riferita da Gigi Zanazzo. 
       "La viggija de San Giuvanni, si usa la notte d’annà, come sapete, a San Giuvanni Latterano a pregà er Santo e a magnà le lumache in de l’osterie e in de le baracche che se fanno appostatamente pe’ quela notte. For de la Porta, verso la salita de li Spiriti, c’era parecchi anni fa, l’osteria de le Streghe, indove quela notte ce s’annava a céna. A tempo mio, veramente, non se faceva tutta ’sta gran babbilonia che se fa adesso. Ce s’annava co’ le torcie accese o cco’ le lenterne, perchè era scuro scuro allora, pe’ divozzione davero, e pe’ vedè le streghe.
      Come se faceva pe’ vedelle? Uno se portava un bastone fatto in cima a forcina, e quanno stava sur posto, metteva er barbozzo drento a la furcina, e in quer modo poteva vede’ benissimo tutte le streghe che passàveno laggiù verso Santa Croce in Gerusalemme, e verso la salita de li Spiriti. Pe’ scongiuralle bastava de tienè in mano uno scopijo, un capodajo e la spighetta cor garofoletto. S’intenne che prima d’uscì’ da casa, de fôra de la porta, ce se metteva la scopa e er barattolo der sale. Accusì si una strega ce voleva entrà’ nu’ lo poteva, si prima che sonasse mezzanotte nun contava tutti li zeppi de la scopa e tutte le vaghe der sale. Cosa che benanche strega, nu’ je poteva ariuscì’; perchè, si se sbajava a contà’ aveva d’arincomincià’ da capo. Pe’ non faccele poi avvicinà pe’ gnente, bastava mettere su la porta de casa du’ scope messe in croce. Come la strega vedeva la croce, er fugge je serviva pe’ companatico! Presempio, chi aveva pavura che la strega j’entrassi a casa da la cappa der cammino, metteva le molle e la paletta in croce puro là, oppuramente l’atturava cor setaccio della farina.
      Un passo addietro. Er giorno se mannava in parocchia a pijà’ una boccia d’acqua santa fatta da poco, perchè l’acqua santa stantia nun è più bôna; e prima d’uscì da casa o d’annassene a letto, ce se benediveno li letti, la porta de casa e la casa. Prima d’addormisse se diceva er doppio credo, ossia ogni parola der credo si repricava du’ vorte: Io credo, io credo, in Dio padre, in Dio padre, ecc., e accusì puro se faceva de l’antre orazzioni. Nun c’è antra cosa come er doppio credo pe’ tienè’ lontane le streghe! Ammalappena, poi se faceva ggiorno, er cannone de Castel Sant'Angelo, che aveva incominciato a sparà’ da la viggija, sparava diversi antri cólpi, e allora er Papa, in carozza de gala, accompagnato da li cardinali e dar Senatore de Roma, annava a pontificà’, ossia a dì’ mmessa in de la chiesa. Detta messa, montava su la loggia che dà su la piazza de San Giuvanni Latterano, dava la benedizzione, e poi buttava una manciata de monete d’oro e d’argento.
      Quanno er giorno de San Giuvanni sorge er sole, s’arza ballando. A tempo mio, er giorno de San Giuvanni, usava de fa’ un pranzo fra li parenti, ossia fra compari e commari pe’ fa’ in modo che si c’era un po’ de ruggine fra de loro s’arifacesse pace co’ ’na bôna magnata de lumache" (G. Zanazzo, Usi, costumi e pregiudizi del popolo di Roma)..
Ma le "corna" a quei tempi erano una cosa più seria. .
      Quello che già il giorno prima della festa spiccava subito all'occhio erano i tanti banchetti di venditrici di lumache. La tradizione di mangiare le lumache, che hanno gli occhietti su lunghe protuberanze prese dal popolino per "corna", aveva in origine il significato di cancellare i tradimenti e i dissapori, non solo fra moglie e marito, ma con qualunque parente e socio. Insomma, tanti anni fa il significato delle corna era più ampio, e poteva includere dissapori con amici, parenti e vicini di casa. Mangiare le lumache significava eliminare queste "corna" e riconciliarsi col mondo.
     Un'altra tradizione della festa di San Giovanni era quella di scoprire chi avrebbero sposato le ragazze da marito. Questa la procedura secondo Zanazzo (Paolo Bordini):
.
Alle ragazze: ecco come trovare il fidanzato nella notte di S.Giovanni.
      "Aspettate che arivi er giorno de la festa de San Giuvanni. Arivato quer giorno, voi a mezzoggiorno in punto, pijate un pezzo de piombo, squajatelo sur fôco, e poi quann’è squajato, buttatelo in d’una scudella piena d’acqua. Allora vederete che quer piombo, in der gelasse che farà, formerà un sacco de giôcarèlli de tutte le specie. Si fra queli giôcarèlli ce ne vederete quarchiduno che rissomija a uno de li tanti utensili, che uno de li vostri protennenti addopra in der su’ mestiere, allora, state certa che quer tale, propio lui, sarà quello destinato a sposavve. Si pe’ ccombinazzione però, er piombo sciorto, in der gelasse in dell’acqua, nun facessi gnisun scherzo de quer genere, allora pijate quella stessa acqua, spalancate la finestra, e bbuttatela pe’ strada. Er primo de li vostri pretendenti che passerà sopra a quell’acqua, sarà er fortunato o lo sfortunato che ve sposerà" (G. Zanazzo).
..
IMMAGINI. 1. Copertina della Tribuna Illustrata dedicata alla notte di San Giovanni a Roma nel primo 900, quando ormai la festa era decaduta da decenni e imborghesita. Figuriamoci che baldoria dovesse esserci a metà '800. 2. Porta San Giovanni. Da qui uscivano i giovani popolani in coppie per andare, con una scusa o un'altra, al monte degli Spiriti, opportunamente fuori mano e lontano da occhi indiscreti. 3. L'assalto dei festaioli all'omnibus a cavalli già pieno era uno dei cinque classici elementi della tumultuosa festa di San Giovanni messi in copertina dalla Illustrazione Italiana4. La festa del 24 giugno vista dal grande Roesler Franz, che riunisce tutti i simboli: fiori di aglio e cipolla, trombette, fiaccole e petardi, l'acqua e sullo sfondo forse una processione religiosa e perfino la bandiera tricolore dell'Italia risorgimentale. 5.. Il sabba delle streghe (Goya). 6. L'attuale piazza San Giovanni, come si presentava ancora nel 1860: pur essendo dentro le mura, era coperta da vigne, cespugli e alberi da frutto. Questo era l'ambiente al centro della Festa. 7. Campanacci e campanelli di terracotta, tipici della notte delle streghe. 8. I banchetti delle contadine venditrici di lumache erano così importanti da stare fin quasi sul sagrato della basilica.  

AGGIORNATO IL 21 GIUGNO 2017

12 giugno 2010

La moltiplicazione di posti e pensioni, vero miracolo dei Papi.

COME "RISPARMIARE" MOLTIPLICANDO I POSTI. Sentite questa. Una legge istituisce a Roma 14 circoscrizioni comunali, insomma 14 municipi locali, corrispondenti ai rioni. Sono troppi per il costo che hanno e per quello che fanno? E’ vero: ecco che qualche anno più tardi arriva un’altra legge che accorpandoli a due a due riduce i municipi a 7. E’ un bel risparmio, direte voi.
Nient’affatto, perché gli impiegati delle 7 circoscrizioni soppresse continuano a fruire di stipendi, anzi di pensione.
      Ma non basta: un terzo Governo ci ripensa e ripristina la situazione quo ante dei 14 municipi locali.
      E va be’ - sbufferete, cominciando a perdere la pazienza - almeno siamo sicuri che saranno richiamati in servizio quei 7 funzionari già messi a riposo.
Ma neanche per sogno, si vede che venite dalla luna: il nuovo Governo, state pur sicuri, per motivi clientelari ed elettoralistici, assumerà 7 apparati burocratici del tutto nuovi, che addestrerà nuovamente da zero e pagherà con altri lauti stipendi. Eppure, avrebbe potuto utilizzare quelli in esubero che già pagava. Invece, così saranno a carico dello Stato ben 21 funzionari. "E’ il bello dell’impiego pubblico, bellezza!"
Insomma, è una legge inesorabile: il numero dei burocrati, qualunque siano le "riforme" o i "tagli" per risanare il bilancio, insomma qualsiasi cosa accada, tenderà sempre ad aumentare. Un po’ come il prezzo della benzina, che in mano agli oligopolisti del petrolio, nello zig-zag di rincari-riduzioni-rincari, tende comunque a salire.
      Una storia d'oggi? Macché, è un sonetto del Belli, attuale come pochi, in tempi di crisi economica, di velleitari "risparmi", di lotta puramente verbale e populistica agli sprechi pubblici, di tagli alle burocrazie elefantiache e parassitarie più minacciati che reali (e, se reali, effettuati in modo stupido). Insomma, l’eterno Gattopardo amministrativo: tutto cambia, perché nulla cambi. Ma leggiamo il sonetto:

.LI SPARAGGNI
Vivenno papa Pio messe uguarmente
a Rroma un Presidente per urione.
Come fu mmorto lui, papa Leone
ristrinze oggni du’ urioni un Presidente.
Ma a li sette scartati puramente
je seguitò a ffà ddà la su’ penzione.
Poi venne un antro Pio d’antra oppiggnone
c’arimesse cuer ch’era anticamente.
Però li sette Presidenti novi,
lui nu li ripijjò da li levati,
e pperò st’antri musi oggi sce trovi.
Nun c’è mmejjo che cquanno se sparaggna!
E accusí da cuattordisci pagati
mó ssò vventuno, e oggnun de cuesti maggna.
Roma, 
3 dicembre 1832.

Versione. I risparmi. Papa Pio (Pio VI) durante il suo pontificato mise a Roma un presidente per ognuno dei [quattordici] rioni (quartieri). Ma morto lui, papa Leone (Leone XII ) pose il limite di un presidente per ogni due rioni. Senonché ai sette presidenti scartati continuò a far versare la pensione. Poi arrivò un altro papa Pio (Pio VIII) , che aveva un’opinione diversa, e tornò al vecchio sistema. Però i sette presidenti nuovi non li ripescò da quelli messi a riposo. Fatto sta che oggi ci trovi queste altre facce. Non c’è cosa migliore che quando si risparmia! E così da quattordici pagati, ora sono diventati ventuno, e ognuno di loro mangia.

-CARRIERE LAMPO: DA BARBIERE A "MARITO DELLA MOGLIE DEL PAPA", A SCRITTORE. Le cariche municipali capitoline della Roma dei Papi sono poco note ai più. Ce ne parla il Dizionario di erudizione storico-ecclesiastica del 1841, poderoso lavoro collettivo a cura della stessa Curia romana, ma materialmente raccolto e compilato da quel famoso Gaetano Moroni che era stato beneficato da papa Gregorio XVI con elargizioni di denaro e con la carica di cameriere segreto, perché "marito della propria amante", come scrisse Stendhal, allora console francese a Civitavecchia. Il Belli allude al Moroni e alla di lui moglie, "puttana santissima", in alcuni sonetti: ne parliamo in altro articolo. Fatto sta che, ex giovane barbiere di Sua Santità, il Moroni fa una folgorante carriera, divenendo non solo ricco ma anche discretamente erudito. Tanto che ora siamo costretti a citare il "suo" dizionario, che consta di ben 103 volumi.

CAPORIONI DI IERI E CAPORIONI DI OGGI. Dunque, fin dal ‘400 i caporioni (poi presidenti dei rioni, le 14 tradizionali circoscrizioni di Roma) fecero i Conservatori nel Palazzo del Campidoglio. Esistevano anche un Priore dei caporioni, 14 vicepresidenti o capitani, 14 segretari, ispettori e portieri, più commessi e addetti (o esploratori). Tutti dipendevano dal Governatore di Roma, il cardinale camerlengo. E, altro che "auto blu": i caporioni di allora, ben diversamente dai caporioni di oggi, vestiti di anonimo blu come tanti autisti e senza decorazioni, ostentavano sull'abito da cerimonia del magistrato una croce di cavaliere con lo stemma d’oro del rione (p.es, quella del rione Pigna nella nostra immagine).
      I caporioni avevano diversi incarichi: ordine pubblico, controllo amministrativo e sul buoncostume, e consiglieri del cittadino (quasi degli ombundsman di quartiere), perfino giudici conciliatori fino a vertenze del valore di 5 scudi. Ogni caporione era assistito da vari constabili o capotori, con compiti di polizia urbana.


E LA NOBILTA'? DOVEVA ACCONTENTARSI DELLE FONTANE. Era la numerosa nobiltà disoccupata che viveva a Roma a dover prestare la corvée di caporioni e Priore dei caporioni, oltre alle più prestigiose cariche di Senatori e Conservatori in Campidoglio. Per esempio, solo per limitarsi ai marchesi Caucci, Lorenzo fu priore dei Caporioni nel 1805, e prima di lui Giovanni Battista era stato Conservatore nel 1725, 1749 e 1755.

      Questi incarichi municipali avevano un certo prestigio, e ne restano tracce, stranamente, sui bordi delle fontane monumentali. Su quella ora in piazza delle Cinque Scole, in Ghetto (1593, G. della Porta), p.es, sono scolpiti gli stemmi dei Conservatori e del Priore dei caporioni. Anche alla fontana di piazza S. Simeone, ugualmente del della Porta (in origine a piazza Montanara), modificata nel 1829, furono aggiunti gli stemmi dei magistrati capitolini (o conservatori), ed è proprio questo che ci ha permesso l'esatta datazione della modifica. Per la cronaca erano: Odoardo de’ Quintili, Paolo Carandini, Paolo Maretinez, Pietro de’ Vecchi (priore dei Caporioni).

LA PROCESSIONE PER LIBERARE I DETENUTI. Come retribuzione, more solito dei Papi, caporioni e priori avevano molto fumo e poco arrosto. Nel fumo c’era la prestigiosa messinscena barocca della processione in tempi di Sede vacante, cioè dopo la morte del papa, quando in pompa magna, preceduti da mazzieri e dall'intero capitolo dei capotori (oggi sarebbero i vigili urbani), a tamburo battente e col notaio capitolino, i caporioni di Campitelli e Regola, su incarico dei Senatori, si recavano a liberare i carcerati per reati lievi rinchiusi in Campidoglio e alle Carceri nuove di via Giulia. Non chiedeteci la ragione di tutto questo: ci sfugge. Anche perché era poi vanto demagogico di ogni papa appena eletto elargire condoni e liberare prigionieri. Insomma, anche allora, ogni pretesto, dal bianco al nero, era buono per svuotare le carceri affollate, luride e disumane.

PROVINCE, LEGAZIONI E CONSIGLI (NOMINATI). Se questa era, per sommi capi, l’organizzazione amministrativa e di ordine pubblico a Roma, figuratevi la complicazione e il sovrannumero delle cariche amministrative fuori Roma, sul territorio del Regno Pontificio. I mali attuali c’erano già tutti. La riforma del cardinal Consalvi aveva diviso il Regno in 20 province, 5 delle quali (Roma, Bologna, Ferrara, Ravenna e Forlì) governate da cardinali ("legazioni"), le altre 15 da monsignori ("delegazioni"). Per "risparmiare", il numero delle province fu poi ridotto. Ogni provincia era suddivisa in mandamenti, detti "governi", retti da un governatore. Ogni governo comprendeva diversi comuni retti da consigli comunali. Non certo eletti come in democrazia liberale, ma nominati dai cardinali legati o monsignori delegati tra i maggiorenti della città. A Roma, il comune era retto in Campidoglio da un senatore e 8 conservatori.

.UN'ECONOMIA DELL'ELEMOSINA. La Roma dei Papi, priva di industrie e di borghesia, ma zeppa di conventi e chiese, brulicante di preti, frati, monache, aristocratici ignoranti e nullafacenti, diseredati e questuanti, e per di più sede del Papato, era la città meno produttiva e più parassitaria d’Italia, come hanno scritto gli storici dell’economia. Lo Stato della Chiesa, il più arretrato d’Europa, aveva questa singolare caratteristica: quasi tutti i sudditi, in un modo o nell’altro, dai più poveri ai ricchi, vivevano di stipendi, rendite, elargizioni, prebende, spogli, regalie, elemosine e pensioni, spesso immeritate, elargite dalla Chiesa. Perfino il re del Portogallo, o meglio il pretendente al Regno rifugiato a Roma per questioni dinastiche, aveva conquistato il sua lauto assegno papale. Del che il popolino romano si lamentava, come riporta il Belli in un sonetto.

LE DUE PENSIONI DEL BELLI. Lo stesso Belli, pur sfortunato nel lavoro, ebbe però qualche piccolo, insperato colpo di fortuna, dovuto alle sue amicizie ecclesiastiche nella Curia. Si direbbe, anzi, assistito da un sindacalista geniale. E sì, perché aveva lavorato pochi anni in modo precario negli uffici statali (Spogli ecclesiastici e Demanio, da cui uscì nel 1810 con una pensione, sia pure irrisoria). Dal 1816 lavorò nell'Ufficio Bollo e Registro per essere collocato a riposo su sua richiesta nel 1826. "E' del 1841 la riammissione del Belli negli impieghi pontifici e del '42 la sua nomina a Capo della Corrispondenza." Ma ecco che "nel 1845, per diretta volontà del Papa, viene giubilato con una buona pensione" (L.De Bellis, Letteratura italiana). Fu poi anche censore teatrale, severissimo. Ma intanto, anche se piangeva spesso miseria, aveva lucrato due pensioni.

E I TEMPI NOSTRI? GLI SPRECHI DEGLI ENTI LOCALI. Insomma, la nostra attuale difficoltà a fare pulizia nel sottobosco delle rendite parassitarie e dei privilegi di questa o quella categoria, assemblea, provincia, regione, viene da lontano. Come per i capo-rioni o presidenti dei rioni del tempi del Belli, così ai giorni nostri neanche gli impiegati statali, le circoscrizioni comunali, i comuni stessi, le province, le regioni e gli enti inutili (o meglio, utili solo ai loro dirigenti e impiegati), si riesce ad eliminare o ridurre. Un esempio tra mille: la nuova provincia di Lecco, staccatasi da quella di Milano, doveva assorbire in teoria solo i preesistenti impiegati milanesi. Macché, di fronte all’offerta di un centinaia di impiegati provinciali meneghini, sta nicchiando. E’ chiaro che vuole scegliersi i propri, anche per far vedere alla popolazione locale che la nuova provincia serve a qualcosa: cioè ad impiegare qualche cittadino del luogo. Ecco a che servono in pratica gli enti locali. A creare una finta economia assistenziale e centralistica da stipendi, prebende e pensioni pubbliche. Che smentisce, oltretutto, qualsiasi localismo. Perché se davvero dobbiamo andare verso le autonomie locali – in un Paese così piccolo come l’Italia, che già è una piccola provincia dell’Europa (quindi è davvero "autonomia locale") – che almeno questi enti locali siano davvero autonomi e autosufficienti. Vedremmo allora veramente che cosa sanno fare da soli, senza l’assistenza pubblica, cioè lo sfruttamento dei cittadini delle altre province o regioni. Ma saprebbero fare poco o nulla. Come, appunto, ai tempi dei Papa-Re.

IMMAGINI. Governatore, nobili papalini, e stemma del rione Pigna.

AGGIORNATO IL 5 MAGGIO 2017
 
Creative Commons License
Il mondo del Belli di Nico Valerio & Paolo Bordini è protetto da licenza
Creative Commons Attribuzione 2.5 Italia License.
E' vietata la riproduzione senza riportare il nome dell'Autore dell'articolo, il titolo e il link del Blog. E' vietata la modifica, e l'utilizzazione per fini commerciali o per avvalorare tesi contrarie a quelle del mondodelbelli.blogspot.com.