3 luglio 2011

Confidenze delle ragazze: è vera ignoranza del sesso o malizia?

Ragazze all'altalenaLa sessualità è un aspetto importante dell’affresco dal vivo che il Belli dipinge dei popolani romani nell’ultimo secolo dello Stato della Chiesa. Ai nomi stessi (numerosi e coloriti i sinonimi romaneschi) dell’organo maschile (“Il padre de li Santi”) e dell’organo femminile (“La madre de le Sante”), il Belli dedica due separati sonetti, preziosi per la storia del lessico, che riferiscono anche nomi oggi sconosciuti. Noi, da parte nostra, abbiamo presi a pretesto quei due sonetti osé, partendo proprio da quei nomi impronunciabili in un salotto “perbene”, per ricercare nella storia della lingua italiana (e perfino nel teatro inglese elisabettiano) sia l’antichissima, strana origine, sia le alterne fortune e gli usi, addirittura presso i più insospettabili personaggi della cultura, da Machiavelli a Leopardi!

Ecco qui, intanto, un’eccezionale suite di otto sonetti (Le confidenze de le regazze), un divertissement, una sorta di gioco o scherzo in otto quadri scritto di getto con la frenesia nevrotica del rimatore seriale, il 10 dicembre 1832, giornata di furia compositiva senza pari, visto che oltre agli otto sonetti il Belli ne scrisse altri tre di argomento diverso:  dunque ben 11 sonetti in un solo giorno.

E’ il racconto, non facile da interpretare oggi, delle prime curiosità sessuali e addirittura anatomiche di due ragazze molto giovani, poco più che bambine all’inizio dell’adolescenza, che pone al lettore moderno qualche problema di comprensione, vista l’incredibile ignoranza dell’anatomia sessuale maschile manifestata da almeno una delle due ragazze.

In tempi e luoghi (l’ottusa e reazionaria Roma papalina) in cui, d’accordo, l’unica educazione delle fanciulle era il catechismo, unici maestri erano preti e suore, ma, insomma, le bambine dovevano pur giocare tra loro in casa e in strada, e in tutte le abitazioni povere – e non solo – la promiscuità era un dato costante, a cominciare dal rituale bagno una tantum (c’è chi dice mensile…) e coram populo, cioè di fronte a tutti, nella tinozza… Senza contare l’osservazione dei tanti animali.

Insomma, stavolta il Belli non può darcela a bere con tanta facilità. A meno che non si fosse imbattuto in un caso limite degno di essere riferito ai posteri, la gustosissima serie di sonetti risponde subito al dilemma solo teorico se fosse credibile davvero una simile ignoranza tra ragazzine perfino impuberi in piena città, sia pure la più arretrata, oppure se l’autore – come è altamente probabile – abbia voluto giocare sul presunto candore infantile per imbastire maliziosamente una storiella grottesca di grassa e irresistibile comicità, ad uso dei vecchi monsignori e marchesi amici dell’Accademia Tiberina, suoi ascoltatori privilegiati.

In altre parole, il gioco intrigante tra ingenuità e malizia esibizionistica c’è, eccome, ma a giocare è il Belli col lettore di ieri e di oggi, non sono le due ragazze. Un pretesto letterario geniale, il suo, anzi, un invito a nozze per la sua vena comica sempre a caccia di temi nuovi, che faceva sghignazzare l’uditorio – come ricorda il testimone Gogol – al quale l’autore recitava nei salotti con un’aria di seriosa gravità che aumentava l’effetto umoristico i sonetti prodotti giorno dopo giorno. 

Giovane italiana con melangole (K.Makovskij, dopo 1870)La facilità stessa, l’immediatezza, diremmo, con cui la più ingenua o la più bambina delle due ragazze trova subito il giovane più grande e furbo pronto a darle dimostrazione anatomica e a soddisfare immediatamente la sua curiosità sessuale, è la dimostrazione di quanto al contrario erotismo e sesso fossero quotidianamente presenti e diffusi – sarà stato per compensazione naturale della povertà e della oppressione dei preti? - nella Roma papalina poverissima dove non si produceva nulla, dove tutto era corrotto, dove soprattutto i preti pensavano solo al sesso, anzi, dove solo i migliori di loro “andavano a donne” (i peggiori preferendo il sedere dei bambini). Una città insomma in cui la vendita del proprio corpo doveva essere una scelta presa in considerazione – visti i tanti esempi che offriva la realtà del vicinato – da molte donne giovani, e neanche belle, fin dalla primissima adolescenza. Nonostante l’occhiuto controllo del parroco, il vero commissario del Buon Costume nel rione, le tante spie dislocate in ogni vicolo e le possibili denunce al monsignor Vicario.

Tutto ha inizio dal candore di Tuta (diminutivo di Geltrude), probabilmente una bambina, che si rivolge all’amica del cuore Agata, forse poco più grandicella. Della serie di otto è il sonetto I:

Aghita, senti: da un par d’anni bboni
l’ommini io ppiú li guardo e mmeno pòzzo
arrivajje a ccapì cche ssii quer bozzo
che ttiengheno tramezzo a li carzoni.
Pare, che sso... ’na provatura... er gozzo
che cciànno drent’ar petto li capponi...
o cquer coso che ppènne a li craponi...
oppuro er piommo de la molla ar pozzo...
Ma appena viè er cugnato de la sposa
a accompaggnà la sora Bbeatrisce,
propio je vojjo domannà sta cosa.
Ccusí bbon giuvenotto è cquer Felisce,
che, vvedennome a mmé ttanta curiosa,
si cquarche ccosa sc’è, llui me la disce.

Versione. Agata, senti, da più di due anni più guardo gli uomini e meno riesco a capire che cosa sia quel bozzo che hanno in mezzo ai calzoni. Pare, che so, come una scarmorza, il gozzo che hanno nel petto i capponi, o quel coso che pende ai caproni, oppure il piombo della corda al pozzo. Ma appena viene il cognato della sposa ad accompagnare la signora Beatrice, proprio gli voglio domandare questa cosa. E’ così bravo giovane quel Felice che vedendomi tanto curiosa se qualche cosa c’è lui me la dice.

La risposta del Felice, ovviamente, arriva subito, col sonetto II:

Àghita, sai? je l’ho ggià detto a cquello:
e llui s’è sbottonato li carzoni,
e mm’ha ffatto vedé ccome un budello
attaccato a ddu’ ova de piccioni.
Quer coso disce che sse chiama uscello,
oppuro cazzo, e ll’antri dua cojjoni.
Io je fesce: «E cch’edè sto ggiucarello?
E sti du’ pennolini a cche ssò bboni?».
Mo ssenti, Àghita mia, quello che rresta.
Disce: «Fa ddu’ carezze a sto pupazzo».
Io je le fesce, e cquello arzò la testa.
Perantro è un gran ber porco sto sor cazzo,
perché ppoi, strufinannome la vesta,
ce sputò ssopra, e mme sce fesce un sguazzo.

Madre con due bambini e una ragazzetta (part)Versione. Agata, sai, io l’ho già detto a quello, e lui si è sbottonato i calzoni e mi ha fatto vedere come un budello attaccato a due uova di piccioni. Quel coso dice che si chiama uccello, o cazzo, e gli altri due coglioni. E io dissi: è che cos’è questo giocarello, e questi altri pendolini a che servono? Ora senti, Agata mia, quello che resta [da dirti]. Dice: fa due carezze a questo pupazzo. Io le feci, e quello alzò la testa. Peraltro è un gran porco questo signor cazzo, perché poi strofinandomi la veste ci sputò sopra e mi ci fece uno sguazzo.

Dopo l’incidente-rivelazione Agata così risponde all’amichetta Agata (sonetto III):

Tuta, io da un pezzo lo sapevo quello
c’all’omminì je sta nne li carzoni,
pe vvia che ttra li vetri e lo sportello
li guardavo piscià pe li cantoni.
Oh, cche ppoi se chiamassi o ccazzo, o uscello;
che cciavessi attaccati sti cojjoni;
e cche sti cazzi sò ttanti porconi,
io nun potevo, Tuta mia, sapello.
Come torna Felisce, dijje, Tuta,
pe cche raggione quanno se strufina
sto cazzo o uscello su le veste, sputa.
Perch’io stanno a gguardalli la matina
piscià ar cantone, nun j’ho mmai viduta
sta sputarella, ma ’ggnisempre urina.

Versione. Tuta, io già da un pezzo sapevo quello che gli uomini hanno nei calzoni, perché tra i vetri della porta li vedevo urinare ai cantoni [delle strade]. Oh, che poi si chiamasse cazzo o uccello, che ci avesse attaccati questi coglioni, e che questi cazzi sono tanto porconi, io non potevo, Tuta mia, saperlo. Quando torna Felice, digli, Tuta, per quale ragione quando si strofina questo cazzo o uccello sulle vesti sputa. Perché io stando a guardarli la mattina pisciare al cantone, non gli mai vista questa sputarella, ma sempre orina.

Naturalmente Felice vista l’ingenuità di Tuta passa al contrattacco, come riferisce la ragazzina (sonetto IV):

Àghita, senti: jjeri ch’era festa
tornò Ffelisce, er cavajjer zerpente,
pe ddimme s’io sciavevo puramente
er gallo com’er zuo c’arza la cresta.
Io je disse de no, ma ffinarmente,
pe llevajje sti dubbi da la testa,
ridennome de lui m’arzai la vesta
pe ffà vvedé cche nun ciavevo ggnente.
«E cch’edè Ttuta? cqui cce tienghi un buscio»,
me disse lui: «viè un po’ in nell’antra stanza
ch’io co un aco che cciò tte l’aricuscio».
Poi me porta de llà ddove se pranza,
cava er zu’ bbúschero, e a ffuria de struscio
me lo ficca pe fforza in de la panza.

Versione. Agata, senti, ieri che era festa, tornò Felice, il cavalier servente, per chiedermi se avevo anch’io il gallo come il suo che alza la cresta. Io gli dissi di no, ma alla fine per levargli questi dubbi dalla testa ridendomi di lui mi alzai la veste, per far vedere che non ci avevo niente. “E che cos’è, Tuta? qui hai un buco”, mi disse lui. “Vieni un po’ nell’altra stanza che con un ago che ho te lo ricucio”. Poi mi porta si là, dove si pranza, tira fuori il suo arnese, e a furia di strusciare me lo ficca per forza nella pancia.

A questo punto l’amica vuol saperne di più e la incalza di domande (sonetto V):

«E cche ssentissi, Tuta, in ner momento
che Ffelisce te fesce quer lavore?»
«Cominciai a ssentí ttanto dolore,
che vvolevo scappà ppe lo spavento».
«Eppoi?» «M’intese come un svenimento
e inzieme a bbatte presto-presto er core».
«Bbè, ttira avanti». «Eppoi un gran brusciore».
«E allora?» «E allora er coso m’annò ddrento».
«E llui tratanto?» «Se pijjava gusto
de metteme la lingua in de la bbocca,
e ccacciamme le zinne for der busto».
«E ttu?» «E io, si mmaippiú llui me tocca,
nun vojjo ppiú ste bbrutte cose». «Eh ggiusto!».
«No, nu le vojjo ppiú». «Quanto sei ssciocca!»

Versione. «E che cosa sentisti, Tuta, nel momento che Felice ti fece quella cosa?» «Cominciai a sentire tanto dolore, che volevo scappare per lo spavento». «E poi?» «Mi prese come uno svenimento e insieme un batticuore». «Bene, và avanti». «E poi un gran bruciore». «E allora?» «E allora il coso mi andò dentro». «E lui intanto?» «Se prendeva gusto a mettermi la lingua in bocca, e a tirarmi fuori le mammelle dal busto». «E tu?» «E io, se mai più lui mi dovesse toccare, non voglio più queste brutte cose». «Eh, giusto!». «No, non le voglio più». «Quanto sei sciocca!»

Madre sculaccia figlia a lettoQuesto “Quanto sei sciocca!” detto a sorpresa in fine sonetto dalla più esperta Agata, serve al Belli per creare un ponte di suspence, di attesa, che lega il V al VI sonetto. Agata prende le distanze dall’ingenua amichetta Tuta, e infatti si farà avanti al posto suo per restare sola con Felice, allo scopo di godersi anche lei il di lui “arnese”.

Ma qui a sorpresa il Belli, ai versi 5, 6-7 e 14, fa un colpo di teatro. Con l’imprevedibile accusa di scivettola (civettuola, ragazza che si mette in mostra, disponibile) fatta da Tuta ad Agata, fa cadere il castello di carte faticosamente costruito sulla ingenuità totale, infantile, di Tuta. Che maliziosamente fa anche dell’ironia sulla battuta evasiva della “tela fina” dell’amica più esperta, addirittura la accusa di volere anche lei il “coso lungo che gli scola”, e alla fine rimette in discussione perfino il suo no al sesso. Insomma, si instaura una concorrenza tra le ragazzine. E anche la piccola Tuta, dunque, dopo il primo approccio sessuale, come Eva dopo il peccato, sembra acquisire di colpo acume psicologico e malizia. Anche lei è dunque in grado di capire che l’amica più esperta “ci sta”, è disponibile al sesso. E diventa realistica ed esplicita. Un dietro-front, però, troppo repentino e inesplicabile. Una malizia improvvisa che appare in contrasto col personaggio improbabile costruito dal Belli nei sonetti precedenti. Una sceggiatura veloce e incalzante, con svolte continue, a rischio di qualche discrepanza logica, ma con l’effetto sicuro di dare ritmo e interesse al racconto. Ecco il sonetto VI:

«Tuta, si vviè Ffelisce stammatina,
dijje che all’ora ch’io torno da scòla
guardi quanno che Mmamma sta in cantina,
e entri, c’ho da dijje una parola».
«E cche ccosa vòi dijje, scivettola?»
«Ciò da parlà dde scerta tela fina...».
«Ma ppropio propio tela, eh Aghitina?
no de quer coso longo che jje scola?»
«E ssi ffussi accusí, cche cc’è dde male
de vedé si er giuchetto de Felisce
fascènnolo co un’antra è ttal’e cquale,
o ssi ttu mme sciai fatto la cornisce?
Eppoi tu ttanto ggià cciai messo er zale,
e nnu lo vòi ppiú ffà». «Chi tte lo disce?».

Versione. Tuta, se viene Felice stamattina, digli che all’ora in cui torno dalla scuola [di sarta o cuffiaia], quando mamma sta in cantina, entri [in casa mia], perché devo dirgli una parola. “E che cosa vuoi dirgli, civettuola?” “Ho da parlare di certa tela fina…” [modo proverbiale per non rispondere e alludere a qualcosa che non si può dire]. “Ma proprio tela, eh Agatina? Non quel coso lungo che gli scola?” “E se fosse così, che c’è di male a vedere se il giochetto di Felice focandolo con un’altra è tale e quale, o se tu ci hai aggiunto del tuo? E poi tu non lo vuoi fare più, ci hai già messo sopra il sale [modo di dire antichissimo: i Romani sparsero sale sulle rovine di Cartagine, perché mai più risorgesse]. “Chi te lo dice?”

Ma per le due ragazze ecco un’amara sorpresa. Quel lavorio (er zugna’) del furbo Felice su di loro ha prodotto su entrambe conseguenze gravi: la perdita delle mestruazioni, segno evidente che sono incinte. Prima parla Tuta (sonetto VII):

Aghita mia, e cche vorà ddí adesso
ch’è ggià er ziconno e mmommò er terzo mese
che nun vedo ppiú ssegno de marchese?
Aghita, di’, che mme sarà ssuccesso?
Oggnuna de l’amiche che cciò intese
disce: «Vierà sta sittimana appresso»:
ma er pannuccio io però nun l’ho ppiú mmesso;
e lloro stanno a ride a le mi’ spese.
Ch’edè?! ttu ppuro nun t’è ppiú vvienuto?!
Da cuanno, Aghita?, di’... Ppropio è un veleno
duncue er zugnà dde quer baron futtuto!
Oh cche llusce de Ddio! Mo l’ho ccapito
quer lavore ch’edè: ggnente de meno
che cquello che ppò ffa mmojje e mmarito!

Versione. Agata mia, e ora che vorrà dire che è già il secondo e quasi il terzo mese che non vedo più segno di mestruazioni? Agata, dì, che mi sarà successo? Ogni amica a cui l’ho detto dice: “Verrà la settimana prossima”, ma il panno io non l’ho più messo, e loro ridono a mie spese. Che cos’è?! Neanche a te sono più venute? Da quando, Agata, dì… e’ proprio un veleno dunque il lavorio di quel baron fottuto! Oh luce di Dio! Ora capisco che cos’è: niente di meno quello che fanno moglie e marito!

Anche Agata è nei guai, e così risponde all’amica (sonetto VIII, l’ultimo):

Tuta mia cara, come Mamma ha vvisto
ch’io nun davo ppiú ppanni cor rossetto,
m’è vvienuta a gguardà ddrento in ner letto,
m’ha ddetto vacca, e ppoi m’ha ddato un pisto.
Sia tutto pe l’amor de Ggesucristo:
ha vvorzuto accusí Ddio bbenedetto.
Tutti guadagni de quer ber giuchetto
che cc’è vvienuto a ffà vvedé cquer tristo.
Tratanto io sto accusí: vvommito e ttosso;
sino er pane, ch’è ppane, nu lo tocco,
e ppe la vita nun ciò ssano un osso.
Mamma spaccia ch’è stato lo scirocco
che ha ffatto diventamme er corpo grosso;
ma ppoi me manna a vvilleggià a Ssan Rocco.

Versione. Tuta mia cara, appena mamma ha visto che non davo più panni sporchi di rosso, è venuta a guardarmi sotto le lenzuola, m’ha detto “vacca!” e poi mi ha pestata di percosse. Sia tutto per l’amore di Geù Cristo: ha voluto così Dio benedetto. Tutte conseguenze di quel bel giochetto che ci è venuto a far vedere quel tristo. Intanto io sto così: vomito e tossisco; e perfino il pane, che è il pane, non lo tocco, e dappertutto semto le ossa doloranti. Mamma va dicendo in giro ch’è stato lo scirocco a farmi ingrossare; ma poi mi manderà a villeggiare a San Rocco [“l’ospizio – nota il Belli – dove si ricoverano le donne che vogliono sgravarsi segretamente”].

Così si concludono gli otto sonetti. Con la doppia morale cattolica, severissima in teoria (le percosse della madre alla figlia sono come la sfuriata di prammatica d’un predicatore dal pulpito), proprio perché poi sarà di manica larga nella pratica (il perdono della madre come quello del confessore). La mamma, come la Chiesa, è attentissima a evitare lo scandalo, tentando di nascondere la gravidanza ai vicini.

E una ragazza-madre – ulteriore contraddizione, tipica del costume dell’epoca, e della stessa Chiesa romana – nessun parroco l’avrebbe accolta alla Messa. Eppure, suore e medici cattolici la accoglievano, eccome, e su raccomandazione dello stesso parroco, nell’apposito ospizio di S.Rocco – tenuto da suore e preti – che nascondeva, appunto, la madre non sposata, perciò “peccatrice”, agli occhi del mondo, e la faceva comodamente “sgravare”. Roba da far impazzire un protestante!

A questo si aggiunga la discriminazione contro la donna, tipica dei tempi, per cui per il medesimo atto, la ragazza è colpevole, anzi è una puttana (“vacca”, dice la madre), mentre l’uomo non è neanche nominato, ricercato o tantomeno punito. A meno che la giovane popolana “sedotta” non sia così coraggiosa da denunciare al parroco il “seduttore”, affrontando possibili ritorsioni della famiglia del giovane e la sgradita notorietà nel rione. L’uomo, in tal caso, sarebbe costretto, purché non nobile, a sposarla.

Una filosofia di vita pessimistica e anti-edonistica, tipicamente cattolica, incombe sulla conclusione di questo racconto, nato come divertimento e finito nel dramma familiare: il binomio sesso e punizione, che è una riduzione alla romana di Eros e Thanatos, magnificamente interpretato dal Belli, di cui è ben nota l’ambivalenza psicologica e culturale. «Uomini, e soprattutto donne – sembra voler dire la “morale della favola” – non peccate, non abbandonatevi al piacere, perché questo è inevitabilmente legato alla sua naturale punizione: il dolore». Che in questo caso è anche la malattia, i fastidi, le busse, la derisione delle amiche, la delusione, la predica, la vergogna. Insomma, una sorta di legge sadica del contrappasso – sembra volerci dire il grande moralissimo Immoralista – che ci portiamo dietro dal cosiddetto giardino dell’Eden.

IMMAGINI. 1. Ragazze popolane romane dell’Ottocento sull’altalena (“canofiena”). Part. da B.Pinelli. 2. Giovane italiana con melangole (K.Makovskij). 3. Madre popolana con tre figli: al centro la ragazza adolescente, la più grande (part. da B.Pinelli). 4. Madre che alza le coltri e sculaccia la figlia colpevole. Una scena classica in altri tempi.

AGGIORNATO IL 15 GIUGNO 2021

21 giugno 2011

Conquista il mondo la bellezza della donna. Ma quanto dura?

Donna, elaboraz. da Bathsheba di W.Drost Me so ffatto, compare, una regazza
bianca e roscia, chiapputa e bbadialona,
co ’na faccia de matta bbuggiarona,
e ddu’ brocche, pe ddio, che cce se sguazza.

Versione. Ho preso per amante, compare, una ragazza bianca e rossa, chiapputa e prosperosa, con una faccia da matta  malandrina, e due poppe, per Dio, che ci si perde.

Tutti i poeti, da che mondo è mondo, hanno cantato la bellezza, e il Belli non si sottrae al tema. In uno dei suoi primissimi sonetti romaneschi, A ccompar Dimenico [Domenico Biagini, amico del poeta], del 14 febbraio 1830, la bellezza di una ragazza viene sintetizzata in modo brutale ma essenziale: petto, “chiappe” e faccia da malandrina. Anche se in un romanesco un po' acerbo, il sonetto introduce  due  termini pittoreschi: "badialona" da badiale, attinente a badia, abbazia, un tempo con grandi proprieta' terriere, perciò donna opulenta, prosperosa.

E "buggiarona"? Questo termine non è facile da spiegare, perché è usato in mille significati, sia dal Belli, sia da altri autori italiani dell’Ottocento. Ancora oggi si dice: è una buggeratura, l'ho buggerato, nel senso di un imbroglio. Ma i dizionari storici ed etimologici, e il Belli stesso in un altro sonetto, rivelano una complessa radice semantica. “Buggerare” era in origine l’atto carnale del sodomita attivo, per cui venivano accusati dalla Chiesa nel Medioevo certi eretici bulgari, grandi e grossi (infatti, da bulgaroni deriva buggeroni, detto anche di cose o persone grosse). E proprio i preti di Roma, inclini fin da allora alla pedofilia, accusavano i preti e fedeli dissidenti di essere pederasti? Senti chi parla! Ad ogni modo, che l’etimologia sia questa lo provano decine di altri dialetti italiani e lingue straniere. Per cui l’esclamazione molto volgare (in un altro sonetto), "e buggerà Santaccia", nota prostituta romana (come dire “in culo a Santaccia”), era nel romanesco dell’Ottocento un modo proverbiale, un intercalare ricorrente. Ma qui, riferito ad una donna, un termine maschile per eccellenza come buggerone? Va inteso secondo noi per analogia come aggressiva, malandrina, o sessualmente attiva, “scopatrice” ecc. Chi vuole sapere di più della curiosa origine e della strana evoluzione di queste parole, trova un dotto e divertente articolo dedicato, ricco di sorprese.

Ragazza al Carnevale (part) (A.Mokrizkij)Comunque, tornando al sonetto, niente di nuovo sotto il sole, ieri come oggi i canoni della bellezza  femminile non sono poi tanto cambiati.

Ma il Belli  approfondisce il tema della bellezza in modo moderno e molto attuale quando, in un altro sonetto, chiarisce che la bellezza vale più dei quattrini, perché il denaro non può dare la bellezza ma con questa si acquista la ricchezza. E le donne lo sanno bene, come si narra nel sonetto La bbellona de Trestevere:

. . . E' superbiosa come un accidente,
più che si fussi de cristal de monte.
Gran brutto fa' co lei da pretennente!
Lei nun vo pe marito antro ch' un conte . . .

Versione.  E' superba da non dire, neanche fosse di cristallo di rocca. Gran brutto impegno farle la corte! Lei non vuole per marito altro che un conte…

Tipico delle donne belle che oggi come ieri cercano di darsi solo agli altolocati, spesso in cambio di denaro o favori, come la recente cronaca politico-rosa ci ha insegnato.
Ed ecco il primo dei sonetti intitolati

LA BBELLEZZA
Che ggran dono de Ddio ch’è la bbellezza!
Sopra de li quadrini hai da tenella:
pe vvia che la ricchezza nun dà cquella,
e cco cquella s’acquista la ricchezza.
Una cchiesa, una vacca, una zitella,
si è bbrutta nun ze guarda e sse disprezza:
e Ddio stesso, ch’è un pozzo de saviezza,
la madre che ppijjò la vorze bbella.
La bbellezza nun trova porte chiuse:
tutti je fanno l’occhi dorci; e ttutti
vedeno er torto in lei doppo le scuse.
Guardàmo li gattini, amico caro.
Li ppiú bbelli s’alleveno: e li bbrutti?
E li poveri bbrutti ar monnezzaro.
20 ottobre 1834

Italiana con fiori (part.,P.Orlov 1812-1865)Versione. Che gran dono di Dio è la bellezza! Devi considerarla più importante del denaro: perché la ricchezza non dà la bellezza, ma con la bellezza si acquista la ricchezza. Una chiesa, una vacca, una ragazza, se è brutta non si guarda e si disprezza: e Dio stesso che è un pozzo di saggezza, la madre che si scelse la volle bella. La bellezza non trova porte chiuse, tutti le fanno gli occhi dolci; ma tutti vedono in lei il torto dopo le scuse. Guardiamo i gattini, amico caro. I più belli si allevano: e i brutti?  I poveri brutti nell’immondezzaio.

E’ uno dei celebrati sonetti del Belli. Inno alla bellezza che si chiude con la solita sorpresa, un po' brutale, ma velata di commiserazione per i poveri brutti gattini, condannati dal loro aspetto. Una specie di soluzione finale un po' hitleriana nei confronti di chi non fa parte della razza eletta dei belli. Ci ricorda anche qualche episodio del film "Siamo uomini o caporali?", quando Totò, povero e brutto, si presenta per fare teatro, con la sua bella partner, agli americani liberatori nel 1945, e viene ripetutamente rifiutato, maltrattato e quasi cacciato dal "caporale" di turno,  che invece fa gli occhi dolci alla bellona che ottiene immantinente la scrittura.

Non può mancare nel Belli una serie interminabile di accostamenti tra la classe dominante dei preti e la bellezza delle donne. Uno per tutti è il sonetto:

LA BBELLEZZA DE LE BBELLEZZE 
Ce ponn’èsse in ner monno donne bbelle,
ma un pezzetto de carne apprilibbato
come la serva nòva der Curato
nun ze trova, per dio, drent’a le stelle.
Nun te dico er colore de la pelle
piú ttosta assai d’un tamburro accordato:
nun te parlo de chiappe e dde senato
che tt’appicceno er foco a le bbudelle.
Quer naso solo, quela bbocca sola,
queli du’ occhi, sò rrobba, Ggiuvanni,
da fàtte restà llí ssenza parola.
Si è ttanta bella a vvédela vistita,
Cristo, cosa sarà sott’a li panni!
Bbeato er prete che sse l’è ammannita!
11 dicembre 1834

Vera trasteverina (B.Pinelli, elaboraz computer N.Valerio)Versione. Ci possono essere al mondo donne belle, ma un pezzetto di carne prelibato come la serva nuova del curato non si trova, per Dio, nel firmamento. Non ti dico il colore della pelle più soda assai di un tamburo accordato: non ti dico delle natiche e del seno, che ti accendono il fuoco alle budella. Quel naso solo, quella bocca sola, quei due occhi, sono cose, Giovanni, da farti restare senza parola. Se è tanto bella a vederla vestita, Cristo, cosa sarà sotto i panni! Beato il prete che se la gode!

Da notare che il soggetto che si pappa una tale bellezza non è un monsignore o un cardinale, ma un semplice curato, che nell’esercito della teocrazia che comandava a Roma nel regno del Papa poteva essere tutt’al più un “caporalmaggiore”, Notiamo anche che il Belli si concede, nella lode per la bellezza della serva nuova, un paio di bestemmie, tipico riempitivo entusiastico nel parlare del popolino di Roma e anche del suo contado.

Ma poi il nostro poeta, per tragico contrappasso, fa un uso antifrastico della bellezza in un altro sonetto con lo stesso titolo:

LA BBELLEZZA
Viè a vvéde le bbellezze de mi’ Nonna.
Ha ddu’ parmi de pelle sott’ar gozzo:
è sbrozzolosa come un maritozzo
e trittica ppiú ppeggio d’una fronna.
Nun tiè ppiú un dente da maggnasse un tozzo:
l’occhi l’ha pperzi in d’una bbúscia tonna,
e er naso, in ner parlà, ppovera donna,
je fa cconverzazzione cor barbozzo.
Bbracc’e ggamme sò stecche de ventajjo:
la vosce pare un zon de raganella:
le zinne, bborze da colacce er quajjo.
Bbe’, mmi’ nonna da ggiovene era bbella.
E ttu dda’ ttempo ar tempo; e ssi nun sbajjo,
sposa, diventerai peggio de quella.
2 novembre 1833

Italiana (Michail Scotti 1814-1861)Versione. Vieni a vedere le bellezze di mia nonna. Ha due palmi di pelle sotto il mento: è bernoccolosa come un maritozzo [tipico panino lievitato romano con uvetta] e tremola peggio che fosse una fronda [mossa dal vento]. Non ha più un dente per mangiare un tozzo di pane: gli occhi sono persi dentro occhiaie profonde, e il naso nel parlare gli fa  conversazione con il mento. Braccia e gambe sono stecche di ventaglio: la voce sembra quella di una ranocchia: le mammelle borse da colarci il quaglio. Ebbene, mia nonna da giovane era bella. E tu dà tempo al tempo e se non sbaglio, donna, diventerai peggio di quella.

Altro che bellezza ! Spietato commento sulla sua caducità, vedi l'articolo sul sonetto "L'eta' delle donne". Riprendiamo per analogia una quartina del sonetto Madama Lettizzia sulla decadenza del potere e della bellezza. Letizia Bonaparte era la madre di Napoleone e viveva a Roma, quasi in esilio, dopo i fasti dell'impero napoleonico, ridotta ad una specie di larva umana.

MADAMA LETTIZZIA 
. . . sta sopr'a un canape', povera vecchia,
impreciuttita lì peggio d' un osso;
e ha più carne sto gatto in d'un orecchia
che tutta quella che lei porta addosso . . .
8 settembre 1835

Versione. Sta sopra un divano, povera vecchia, rinsecchita peggio di un osso; e ha piu carne questo gatto in un'orecchio che tutta quella che lei ha addosso…

Ritratto di vecchia (elaboraz. da P.Vergine 1800-1863)Ma torniamo ai canoni della bellezza, che non sono cambiati molto dai tempi del Belli ad oggi. Allora la moda imponeva alle donne borghesi e aristocratiche, da una parte sederi finti e dall'altra stecche di balena per stringere la "guépière" e tirar sù il seno. Oggi c’è il chirurgo estetico che taglia e cuce a seconda delle esigenze.
Allora come oggi la bellezza serve alle donne per fare carriera, o meglio, un tempo la bellezza muliebre poteva servire al marito per fare carriera, mentre l'emancipazione femminile oggi consente di mercanteggiare direttamente la bellezza e la giovinezza del corpo con la carriera in politica, all'Università, in grandi aziende di Stato, dove talvolta mogli e mariti occupano in modo un po' spregiudicato le posizioni di vertice.

IMMAGINI. 1. Giovane donna (libera elaboraz da Bathsheba di Drost). 2. Giovane donna romana al Carnevale (part., A.Mokeizkij). 3. Italiana con fiori (part., P.Orlov). 4. Giudicata con gli occhi di oggi la popolana romana dell’800 forse non era propriamente una “bella donna”. Ecco lo sguardo fiero e superbo di una “vera trasteverina”, come riporta l titolo dell’incisione, probabilmente una minente con i suoi tipici orecchini vistosi o “scioccaje” (elaboraz. da B.Pinelli). 5. Per contrasto, l’ideale romantico ed elevato di bellezza toccò nell’800 le donne dell’aristocrazia e dell’alta borghesia (Michail Scotti, 1814-1861). 6. Ritratto di vecchia (elaboaz. da P.Vergine). Anche lei, come madama Letizia, è stata giovane e bella!

AGGIORNATO IL 17 FEBBRAIO 2015

12 aprile 2011

Santaccia di piazza Montanara, la mitica puttana di buon cuore.

Ogni ragazza è seduta sulla sua fortuna, e non lo sa", sosteneva con capitalistico senso pratico e un po’ di ingenua eleganza verso il suo sesso Nell Kimball, autrice di Memorie di una maitresse americana, che di giovani prostitute ne aveva allevate migliaia. E, come vedete, non parlava del viso o della bellezza delle ragazze.

In realtà, diciamocelo in un orecchio, quale giovane donna, sia pure abitante nel più sperduto villaggio, ignora che il suo corpo, per quanto imperfetto, è capace di accendere il desiderio di qualche uomo, e che da questo desiderio può trarre facilmente vantaggio? Le elegantissime "hostess", le diciottenni "escort" alla moda che oggi riempiono le cronache perfino politiche e che, se incontrano il ricco imprenditore o il vecchio politico, riescono a guadagnare in una notte anche centinaia di migliaia di euro, addirittura un appartamento, non l’hanno saputo certo dalla Befana che il proprio sesso può fare miracoli, più d’un lungo e aleatorio cursus honorum.

"Tira più un pelo di fica che un carro di cento buoi" disse un contadino volgare ma sapiente. In mancanza di altre doti, s’intende, che però hanno il difetto di richiedere lunghe e opinabili dimostrazioni. Se poi la ragazza è anche bella, il colpo d'occhio, la valutazione estetica ictu oculi, hanno la meglio sempre: sono una eccellenza evidente. E sì, perché la sottile arte del piacere, l’abilità di conservare o migliorare la sensualità nel tempo, sono spesso doti superiori alla capacità di tradurre dal greco antico o di imparare a memoria qualche libro, segno indubbio di intelligenza, del "divino" che è in noi, come avevano capito bene i giudici di Atene davanti alla etèra Frine nuda. Giustamente, avevano la prova provata che un Logos, un Dio era dalla sua parte. Ecco perché in un articolo ho sostenuto che una modella, una cover-girl, una escort, è molto meglio, perfino sul piano etico ed intellettuale, dell’arcigna professoressa moralista che la critica.

Ma la prostituta non è certo più bella delle altre donne, anzi. E il suo mestiere in una città poverissima, com’era Roma al tempo dei Papi-re, non era tutto rose e fiori, come quello di certe escort di oggi. Altro che "filles de joie", ragazze di gioia. Forse la davano, ma non la ricevevano. I parroci, che nel ‘700 tenevano l’anagrafe, schedavano i neonati lasciati dalle meretrici alla ruota dei conventi o sul sagrato delle chiese, come "f. di m. ignota". Da cui la deformazione latino-romanesca di "mignotta". Neanche passeggiatrici, tantomeno peripatetiche, termine colto e filosofico (che la dice lunga su chi era in grado di andare a puttane) visto che nel Peripatos passeggiavano Aristotele e i suoi allievi! Infatti alle ragazze "facili" era vietatissimo deambulare mettendosi in mostra, e perfino, in certi periodi, affacciarsi alla finestra.

A Roma fare la puttana era spesso la scelta obbligata di povere ragazze senza arte né parte, talora bruttine di viso ma forti e grandi di corpo, con grandi sederi e grosse cosce (questi i gusti della clientela dell’epoca), immigrate dalla campagna, schedate fin da quando varcavano le porte di Roma, sottoposte dagli uffici del Vicario a mille restrizioni e umiliazioni, ma tutto sommato tollerate con benevolenza visto che i loro più assidui e generosi clienti erano monsignori e cardinali. Era grazie a loro, oltre ai pochi e danarosi turisti stranieri (Montaigne e Goethe, però, scrissero che le romane erano brutte) e a qualche commerciante di passaggio, che riuscivano ad evitare di morire di fame. Non tutte avevano la fortuna di poter vivere o lavorare, sia pure in una stanzetta, che spesso era una stamberga, nel privilegiato" quartiere delle luci rosse", come abbiamo scritto in un articolo su piazza di Spagna.

Santaccia, mitica figura di prostituta popolare, personaggio reale di cui il popolino romano conservava ancora memoria ai tempi del Belli, doveva essere, appunto, una di queste ex-giovani immigrate dal circondario (era di Corneto, come si chiamò fino al secolo scorso Tarquinia) che non avevano mai fatto fortuna.

Condannata, o perché poco bella o troppo rustica, a frequentare piazza Montanara, la piazza più colorita e animata di Roma, tra le pendici del Campidoglio e i resti del Teatro Marcello, Santaccia era – scrive il Vigolo – "un'infima Taide, che esercitava il suo commercio en plein air, sulla piazza presso il teatro di Marcello". Ma era diventata così abile con i suoi clienti che il Belli la definisce una che sa "dare il resto", cioè sa trattare, sa dire il fatto suo a chiunque.

Altro che piazza, era un vero théatre de vie, piazza Montanara, così chiamata per una nobile famiglia Montanari. Ogni mattina si trasformava in un brulicante e maleodorante ritrovo di braccianti agricoli, giardinieri, operai a giornata, servette contadine, venditori ambulanti, cavalli, ortaggi, carri di merci, carretti a mano, legumi secchi, formaggi, balle di fieno, letame, scrivani, artigiani, curiosi, preti, nullafacenti, giocatori di "tre carte", truffatori, e bellimbusti rugantini "in cerca di rogna". Le guardie dei Capo-rioni dovevano starsene ben lontane, se tenevano al quieto vivere.

Di questa piazza, non bella ma tipica della Roma dei Papi, distrutta per aprire la via del Mare negli anni ’20, di cui resta il toponimo nel brevissimo "vicolo Montanara" che immette in piazza Campitelli, pubblichiamo qui due belle immagini.

Ma in piazza Montanara, con i poveri prestatori "d’opera", come li chiama il fotografo e pittore E. Roesler Franz, la povera anche se esperta Santaccia non poteva certo sperare di arricchirsi. Aveva perciò inventato un singolare e perfino acrobatico metodo industriale, una letterale "catena di montaggio" – passateci il doppio senso – di stampo taylorista, per poter fornire a quattro clienti tutt’insieme, ad un prezzo pro-capite molto basso, quelle prestazioni che se concesse ad un cliente solo per volta sarebbero state troppo care e quindi fuori mercato.

Oggi c’è il car sharing: perché una sola automobile per un solo passeggero, quando potrebbe soddisfarne quattro con minima spesa e inquinando meno? Ecco, col medesimo senso del risparmio, con la stessa logica ecologica, la Santaccia, antesignana senza saperlo delle attuali donne laureate alla Bocconi in economia e psicologia del mercato, aveva inventato il "sex sharing" intelligente. Il suo slogan avrebbe potuto essere: "perché far godere uno solo ad alto prezzo, quando si può, col medesimo ricavo totale, far godere quattro persone a basso prezzo?" Grande copywriter. Che poi, se ci pensate bene, è stata per decenni la logica della Ford negli Stati Uniti e della Fiat in Italia.

Vista la povertà dei suoi frequentatori, piazza Montanara era dunque un mercato economicissimo, frequentato anche dai romani degli altri rioni che qui convenivano per risparmiare. Tra le tante osterie, per esempio, la locanda "der Bujaccaro" offriva per un baiocco un minestrone fumante che rinvigoriva. E un baiocco appena vi sarebbe costata anche la Santaccia, se vi foste adattati a condividerla per dividere le spese con altri tre rozzi sconosciuti, sicuramente non olezzanti di menta e rosmarino, dietro un muro, una colonna romana, o nella penombra aleatoria d’un sottoscala o cortile. Che tempi:

SANTACCIA DE PIAZZA MONTANARA
Santaccia era una dama de Corneto
da toccà ppe rrispetto co li guanti;
e ppiú cche ffussi de castagno o abbeto,
lei sapeva dà rresto a ttutti cuanti.
Pijjava li bburini ppiú screpanti
a cquattr’a cquattro cor un zu’ segreto:
lei stava in piede; e cquelli, uno davanti
fasceva er fatto suo, uno dereto.

Tratanto lei, pe ccontentà er villano,

a ccorno pístola e a ccorno vangelo
ne sbrigava antri dua, uno pe mmano.
E ppe ffà a ttutti poi commido er prezzo,
dava e ssoffietto, e mmanichino, e ppelo
uno pell’antro a un bajocchetto er pezzo.
12 dicembre 1832

Versione. Santaccia di piazza Montanara. Santaccia era una donna di Corneto [ora Taquinia, ma anche nel doppio senso popolaresco di paese di chi "mette le corna" e di prostitute] da trattare per rispetto con i guanti, e più ancora che fosse di castagno o abete [legni molto resistenti] sapeva trattare chiunque. Prendeva i villani più spacconi a quattro a quattro, con un suo segreto: lei stava in piedi, e quelli, uno davanti faceva il fatto suo, uno dietro. Nel frattempo, per accontentare il villano, a cornu epistulae e a cornu evangeli [il lato dell’Epistola e il lato del Vangelo, i due lati dell’altare della Messa dove legge il sacerdote officiante: come dire destra e sinistra] ne sbrigava altri due, uno per mano. E per fare a tutti un prezzo basso dava didietro, mani e pelo, uno per l’altro, a un baiocchetto al pezzo.

Bellissimo quel verso che volgarizza il linguaggio ecclesiale, e dice "destra" e "sinistra" come li direbbe sull’altare un prete che dice messa. Molto apprezzato dai sacerdoti romani che amano il Belli, visto che l’abbiamo trovato commentato nel sito "Messa in latino". Sempre nel gioco comico belliano di passare rapidamente dal basso all’alto, e viceversa.

Ma nel mito di Santaccia, come per molte prostitute, c’è la pietà umana, oltre alla religione superstiziosa e al rito dei defunti. Generosa del suo corpo fino al punto di darlo (di darne una parte, magari piccolissima) gratis, per pietà tipicamente femminile, anche al giovane così povero da non potersi permettere neanche un baiocco. E con una motivazione "pia" che sorprende, e fa da acme, in un crescendo umoristico, proprio alla conclusione del sonetto.

SANTACCIA DE PIAZZA MONTANARA

A pproposito duncue de Santaccia
che ddiventava fica da ogni parte,
e ccoll’arma e ccor zanto e cco le bbraccia
t’ingabbiava l’uscelli a cquarte a cquarte;
è dda sapé cc’un giorno de gran caccia,
mentre lei stava assercitanno l’arte,
un burrinello co l’invidia in faccia
s’era messo a ggodessela in disparte.
Fra ttanti uscelli in ner vedé un alocco,
"Oh", disse lei, "e ttu nun pianti maggio?"
"Bella mia", disse lui, "nun ciò er bajocco".
E cqui Ssantaccia: "Aló, vvièccelo a mmette:
sscéjjete er búscio, e tte lo do in zoffraggio
de cuell’anime sante e bbenedette".
12 dicembre 1832

Versione. Santaccia di piazza Montanara. A proposito, dunque, di Santaccia, che diventava fica da ogni parte, e con un lato e con l’altro [arma e santo erano per tradizione il dritto e rovescio delle monete dei Papi, come testa o croce per le monete dei Savoia, con cui giocavano in strada i ragazzi del popolo] e con le mani, prendeva uccelli a quattro a quattro, bisogna sapere che un giorno che aveva grande lavoro, mentre stava esercitando l’arte, un burinello col desiderio in faccia si era messo a godersela in disparte. Tra tanti uccelli, nel veder un allocco lei disse: "Oh, e tu non pianti maggio?" ["piantar maggio": antica tradizione di piantare a maggio nel terreno, come simbolo beneaugurante di fertilità, un albero nudo, o meglio un lungo tronco vivo ma senza foglie. Chiara allusione sessuale, sia nella tradizione che qui]. "Bella mia", disse lui, "non ho un bajocco". E Santaccia: "Sù, vieni a mettercelo: scegliti un buco, e te lo dò in suffragio di quelle anime sante e benedette" [dei defunti].

La dedica "in suffragio" che fa la sordida Santaccia, e proprio mentre vende il suo corpo nel modo più abietto, secondo l’uso cattolico delle "intenzioni" per alleviare le pene del Purgatorio dei defunti, o per invocare i Santi, qui mescolate, è un contrasto che più che muovere al riso commuove il lettore.

Insomma, nell’ambiguo e cattolicissimo Belli-dr.Jeckill, in cui il mister Hide segreto decide di incarnare tutte le geniali bassezze della plebe romana come rivalsa contro una vita mediocre e disperata, non deve stupire la compenetrazione tra sacro e profano, o comunque tra registro alto e basso. E’ uno dei filoni più efficaci dei Sonetti belliani. E qui, in particolare, a proposito dei due sonetti su Santaccia – scrive il Vigolo con la sua solita prosa romantica e oscura – "la contaminazione del sacro e dell'erotico raggiunge una specie di "ratto verso il basso" non altrove superato e che sarebbe intollerabile se non vi corresse attraverso come il guizzo di una ambigua illuminazione".

Ma se vi piace questo stile aulico e ottocentesco (ne dubitiamo) entro cui il Vigolo stringe la sua critica ai due sonetti di Santaccia, ce n’è ancora. Così finiamo in pieno neoclassicismo romantico: mai la povera Santaccia, e nemmeno il Belli, avrebbero immaginato di suscitare con le loro opere tali parole:

"È turpe e funebre ma patetico quanto non si può dire. "Un sacrifice à Priape sur un tombeau", dice Stendhal nelle Promenades dans Rome, a proposito di una scultura pagana ,"et de jeunes filles jouant avec le dieu! Il y a loin de là à l'idée d'une messe pour les morts".

"Il sonetto belliano di Santaccia – continua il Vigolo nella sua pesante prosa romantica - sembra indirettamente rispondere che, per quanto lontani, i due fatti possono essere avvicinati nell'insania satiresca del ditirambo comico: e per il suo miscuglio di sacro, di erotico e di funebre, come un nero vino conciato di elleboro e di incenso da versare in terra in un brindisi agli dei infernali, quante volte la poesia del Belli di questo periodo non fa pensare davvero a un "sacrifice à Priape sur un tombeau"!

"Ma qui il satiro romanesco sembra gareggiare con se stesso di empietà e di scurrilità, e si spinge tanto oltre da toccare un limite in cui i motivi piú opposti tendono a risolversi, a tramutarsi l'uno nell'altro in una identità primigenia, elementare.
"E non si può dire che questa Eva miseranda uscita dalla costola del poeta piombato nel piú profondo sonno, sia soltanto lubrica e blasfemante. V'è alla fine, e nel modo piú inaspettato, un improvviso sgorgare di pietà e di tenerezza. Invece che un sorriso tra le lagrime, diresti che una lagrima fugga via fra l'osceno riso del mascherone democritèo.

"Già l'apparire del "burrinello" ("burrini" chiamavano questi rozzi braccianti agricoli per lo piú romagnoli) che resta "in disparte" a guardare il piacere degli altri, porta nella scena una prima incrinatura dolorosa. L'espressione "in disparte" è struggente perché esprime il senso della esclusione e della malinconia.

"Da ciò la pietà della donna e insieme un intenerimento materno per il giovinetto, misto a una solidarietà, nella miseria, col piú povero, tuttavia celata, dissimulata - e questo è il tratto che va piú a dentro nella verità - sotto la meno consueta forma di pudore e dove tutto fuori che il pudore ci si aspetterebbe. Ma il pudore del sentimento, della pietà, dell'amore, è piú tenace, anche negli esseri piú avviliti e corrotti, ed anzi proprio in essi, che non il pudore fisico; e qui insieme al pudore vedrei anche l'onore, l'onore professionale della prostituta, alla quale parrebbe di essere da meno di se stessa e di mancare ai doveri di casta (noblesse oblige), se mostrasse di darsi per nulla a un ragazzotto.

"Perciò la soluzione di darsi in suffragio, che può vedersi anche dettata dall'abito di una sottile casistica e di una fede cieca nell'aldilà in una donna che per questo forse era chiamata Santaccia, e cioè una santa di mal affare, - una bizzoca pure nel mal costume, - questa soluzione per cui, rinunciando al compenso materiale, ella se lo accredita nei lucri spirituali delle opere buone nell'oltretomba, concilia con pratico senso di carità e di invincibile attaccamento al guadagno una quantità di cose, le permette di fare un contrabbando del suo stesso bisogno di amore, di affetto sotto una offerta pia; e infine, ciò che è piú singolare, fa approdare tutto questo groviglio di contraddizioni a un atto di fede, l'affermazione di una credenza assoluta nel mondo degli spiriti e dei compensi trascendenti.

"Certo in pochi sonetti del Belli si rimane alla fine così sconcertati: poiché il fondo demoniaco del poeta viene qui fuori in uno dei suoi aspetti piú sibillini e ambivalenti, lanciando attraverso il ditirambo comico e il distacco turpe dell'oggetto, un amo che pesca molto a fondo in quella infima materia e inferna sottorealtà, che è poi qui anche substantia: l'irrazionale, ma anche cosmica sostanza dell'umano”.

"Come nei vecchi drammi satireschi, una strana, irreale luce mistica si irraggia su codesto basso mondo del comico, caduto in pezzi nella atroce incoerenza; essa forma un'aureola intorno al deforme e barbuto viso del semidio con le cosce di capro, e gli occhi di santo - splendenti dell'amore immenso che vorrebbe ricostituire la spezzata, lacerata unità del mondo - gli si empiono di lagrime". (G. Vigolo, Saggio sul Belli. Introduzione ai Sonetti 1952)

IMMAGINI. 1. In mancanza di immagini plausibili, un ritratto femminile che esprime insieme carnalità, durezza di tratti e bonomia può ben essere assunto come simbolo analogico del personaggio del sonetto belliano (ritratto di F. de Nicola, elaborazione al computer di N.Valerio). 2. Attorno alla fontana di piazza Montanara brulicante di umanità (xilografia di A.Closs). 3. La piazza intera, con le rovine del teatro romano di Marcello in fondo (incisione di G.Vasi). 4. Alcuni "burini" o prestatori d'opera di piazza Montanara (da una foto di E.Roesler Franz).

3 marzo 2011

Quel pazzo Carnevale romano, amato da tutti, ma non dai Papi

“Il Carnevale a Roma non è una festa data al popolo, ma una festa che il popolo dà a se' stesso. Il Governo non
fa né preparativi né spese. Non illuminazioni, non fuochi artificiali, non processioni splendide, ma un semplice segnale che autorizza ciascuno ad essere pazzo e stravagante quanto gli pare e piace, ed annunzia che, salvo le bastonate, e le coltellate, tutto è permesso. . . Soprattutto le ragazze e le donne ne approfittano per spassarsela a loro gusto". Cosi scriveva il Goethe, poeta e romanziere germanico, alla fine del '700 durante il suo viaggio, e lunghissimo soggiorno, in Italia.
E' dalla notte dei tempi che il Carnevale romano rappresenta la festa piu' popolare e indiavolata del mondo. Il volgo si scatenava nella Roma antica quando i potenti dell'epoca concedevano che "semel in anno licet insanire" una volta nell'anno e' lecito folleggiare, pensiero espresso da Lucio Anneo Seneca nel "De Senectute". Il significato del verbo “insanire” sembra doversi rintracciare in quelle feste in cui si capovolgeva l'ordine gerarchico della vita normale, facendo servire i padroni e banchettare i servi.
Anche Orazio e perfino Sant' Agostino sottoscrivevano le follie del Carnevale. Nella Roma di 2.000 anni fa pero' il nome Carnevale non esisteva e questo "insanire" si scatenava durante le feste dei "Saturnalia" in onore di Saturno, il padre degli dei, alla fine del mese di Dicembre, periodo dell' attuale Natale.
Le alchimie della religione cristiana hanno poi rimescolato e rinominato tante se non tutte le feste pagane, declassato e appioppato l' "insanire" dei “Saturnalia” con il nome di Carnevale, a meta' dell'inverno con un farraginoso meccanismo che lo lega alla penitenza della Quaresima e quindi alla Pasqua che e' una ricorrenza mobile.
Il Papato ha comunque dovuto poi tollerare questa ricorrenza di origine pagana, che consentiva, ”semel in anno”, al popolo di esprimere la sua voglia di vivere in liberta', nell' anonimato delle maschere, quasi sempre con corredo di sberleffi e derisione contro il Governo teocratico.
Durante il Carnevale il Cardinale Vicario (che vigilava sui costumi con una lunga gerarchia di monsignori, preti, spie e sbirri, fino ai parroci che avevano funzioni di polizia) doveva "abbozzare" sulle liberta' sessuali che "semel in anno" si sfogavano a tutti i livelli sociali. Tanto che nove mesi dopo le mammane - le levatrici - non sapevano piu' a chi dare il resto, come descrive il Belli con l' istruttivo dialogo del sonetto:
LA MAMMANA IN FACCENNE
«Chi ccercate, bber fijjo?» «La mammana».
«Nun c’è: è ita a le Vergine a rriccojje».
«Dite, e cquanto starà? pperché a mmi’ mojje
je s’è rrotta mó ll’acqua ggiú in funtana».
«Uhm, fijjo mio, quest’è ’na sittimana
che jje se ssciojje a ttutte, je se ssciojje.
Tutte-quante in sti ggiorni hanno le dojje:
la crasse arta, la bbassa e la mezzana».
«E cche vvor dì sta folla?» «Fijjo caro,
semo ar fin de novemmre; e ccarnovale
è vvenuto ar principio de frebbaro.
Le donne in zur calà la nona luna
doppo quer zanto tempo, o bben’o mmale
cqua d’oggni dua ne partorissce una».
31 gennaio 1837
,
Versione. La levatrice affaccendata. "Chi cercate, bel figliolo?" La levatrice". "Non c'e': e' andata a via delle Vergini per un parto". "Dite, e quanto stara'? perche' a mia moglie si sono rotte le acque giu' in fontana". "Uhm, figlio mio, questa e' una settimana che si scioglie a tutte, si scioglie. Tutte quante in questi giorni hanno le doglie: la classe alta, la bassa e la media". "E che vuol dire questa folla (di partorienti)?" "Figlio caro, siamo alla fine di novembre; e carnevale e' venuto al principio di febbraio. Le donne alla fine del nono mese dopo quel santo tempo (del carnevale), o bene o male qua (a Roma) ogni due ne partorisce una.
.
E veramente in una societa' repressiva, pruriginosa e bigotta come quella imposta nel regno del Papa, era l' unica occasione di liberarsi per una settimana da tutte le regole, l'unica "vacanza" per il volgo romano. A cui partecipava pero' anche tutta la citta' con i nobili, i pochi borghesi e perfino il clero. Tutti, proprio tutti, partecipavano allo sfrenato carnevale romano, senza ritegno alcuno, nascosti dietro la maschera. Liberta' sessuale, sopratutto per le "zitelle", come erano dette le ragazze da marito e in presunto stato di verginita'. Storicamente verosimile il gustoso quadretto dipinto nel film "Il Marchese del Grillo" quando la giovane moglie di un nobile un po' debosciato, durante il carnevale per le strade di Roma si allontana dal suo gruppo per adescare un popolano e farsi una bella scopata in un portone. Nessuna meraviglia poi per la ressa di partorienti dopo i fatidici nove mesi.
Il momento culminante era comunque il martedì grasso al Corso, la strada era il palcoscenico del Carnevale romano, dal tramonto si accendeva “un fiume di fuoco” per l’esplodere della festa dei moccoletti. Alla luce di candele di tutte le fattezze e dimensioni, di lampioncini di carta trasparente accesi sui palchi, sulle finestre, sui balconi e tra carrozze illuminate da candelabri, un’enorme folla in maschera si riversava al Corso e nelle strade limitrofe per celebrare la fine del Carnevale in un crescendo indiavolato di balli, canti e scherzi che sovente si trasformavano per un nonnulla in liti e risse anche cruente.
Ogni romano in mezzo a una confusione indescrivibile, che annullava ogni differenza di classe e di censo, aveva tra le mani o sul cappello oppure in cima a una canna un lumino, cercando di mantenerlo acceso e nel contempo cercando di spegnere quello del suo vicino al grido: “Morammazzato chi non aregge il moccolo!”. Anche dalle finestre e dai balconi del Corso si partecipava a questa battaglia dei moccoletti calando dei panni bagnati con cui spegnere le candele della folla sottostante.
Giggi Zanazzo nelle "Tradizioni popolari romane" scriveva:
"L’urtimo ggiorno de Carnovale ammalappena sonava l’Avemmaria (anticamente sparava puro er cannone), tutti quelli che sse trovaveno p’er Corso, sii a ppiede, sii in carozza, sii a ccavallo, sii a le finestre, accennéveno li moccoletti. Poi co’ le svèntole, co’ li mazzettacci de fiori, o co’ le cappellate, ognuno cercava de smorza’ er moccolo all’antro, dicènno: - Er móccolo e ssenza er móccolo!- Avevi voja, pe’ ssarvallo, de ficcallo in cima a una canna o a un bastone, o a fficcatte in un portone! Era inutile. Tutti te daveno addosso; e o ccor un soffietto, o ccor una svèntola o cco’ ’na manata o ’na mazzettata te lo smorzaveno in ogni modo, urlanno: - Er móccolo e ssenza er móccolo; abbasso er móccolo!".
Il carnevale, che per secoli costituì motivo di ammirato stupore per gli stranieri del “Viaggio in Italia”, con tante bellissime immagini lasciate dai pittori in visita a Roma, moriva con l’ultimo moccolo che si spegneva, ma con la robusta appendice di una cena rigorosamente di grasso nelle osterie fino a mezzanotte in punto, una delle tante "cene a punta d' orloggio", come scriveva in un sonetto il Belli:
.
Pe’ mmé vvojjo annà a lletto a ppanza piena
e pprima me darìa la testa ar muro
che cchiude un carnovale senza scena
.
Ma prima della battaglia dei moccoletti si svolgeva la corsa dei barberi, cavalli senza cavaliere che dalla “smossa” a piazza del Popolo correvano fino alla “ripresa” di piazza Venezia. C'erano poi i carri allegorici che venivano allestiti dalla famiglie della nobilta' papalina, la cosidetta nobilta' nera, e talvolta anche a cura di famiglie di altri Stati d' Italia, con una ricchezza e uno sfarzo inimmaginabili ai giorni d'oggi, anche perche' spesso erano proprio i nobili stessi a impersonare il protagonista della allegoria prescelta. Grandissima era la partecipazione popolare con lucrosi affari per il noleggio di finestre, balconi e perfino sedie sui marciapiedi rialzati e negli affacci dei portoni sul Corso.
Storicamente il Carnevale romano dei tempi del Belli trae le sue origini dalle medioevali tauromachie e tornei di cavalieri a piazza Navona, allora platea in Agone.
Successivamente si hanno testimonianze de “la ruzzica de li porci” a Monte Testaccio, presso il confine sud-ovest dell'allora confine urbano; qui, oltre ai divertimenti già citati, si praticava una tradizione piuttosto cruenta. Dalla cima della collina artificiale venivano fatti rotolare carretti con a bordo maiali vivi. Nella corsa i carri si rovesciavano e si fracassavano, mentre a valle si radunava una gran folla che si contendeva gli animali in una gigantesca mattanza.
Si deve arrivare verso la meta' del '400 per la definitiva localizzazione del cuore del Carnevale romano al Corso, allora via Lata. Fu per iniziativa di Papa Paolo II, che essendo veneziano, colse l'occasione per inaugurare il suo nuovo Palazzo Venezia, appena terminato di costruire, dal quale poteva comodamente assistere alla “ripresa” della corsa dei cavalli barberi, beato lui!
E nel Corso si svolgeva una competizione bizzarra e decisamente crudele: una corsa lungo il rettifilo di via Lata a cui dovevano partecipare , di volta in volta, zoppi, deformi, nani, e anche ebrei anziani. Il popolo correva ad assistere e non risparmiava irriverenti battute ed il lancio di ogni sorta d'oggetti.
Clemente IX nel 1667 pose fine alla barbarie, che pero' fu sostituita dall'accollo a carico degli ebrei di gran parte delle spese del Carnevale insieme all'onta di una cerimonia ingiuriosa con la quale lo stesso si apriva. Il Rabbino Capo della comunità doveva andare in Campidoglio e inginocchiato davanti al Senatore e ai Conservatori di Roma, pronunciava un discorso di contrizione, al quale il Senatore rispondeva con le parole: “Andate! Per quest'anno vi sopportiamo”, rifilando al capo degli israeliti romani un calcio nel sedere.
I tempi erano decisamente cambiati all'epoca del Belli e l'occasione del Carnevale assumeva anche il ruolo di imprimere un enorme impulso all' asfittica economia della citta', con il noleggio delle maschere, la vendita dei confetti: piccoli proiettili di gesso colorato che si lanciavano reciprocamente le maschere e che si frantumavano creando variopinte macchie di colore un po' dapertutto e degli sbruffi, gli attuali coriandoli. Osti e locandieri poi erano indaffarati per le nominate cene pantagrueliche “a punta d'orloggio”, a cui nessun romano, o forestiero, voleva rinunciare. Le carrozze dei signori erano poi rivedute dal “facocchio” , l'antenato del moderno carrozziere, che le restaurava e addobbava per 'occasione, come recita il sonetto L’ordinazzione p’er Carnovale:
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J’ho da annà dar facòcchio sott’all’arco,
pe vvisità li leggni e accommodalli:
poi da padron Cremente er maniscarco
pe rrimette li ferri a li cavalli. . . .
poi ggiú pp’er corzo a accaparrajje un parco:
ortre un antro ar festino pe li bballi. . .
15 febbraio 1847
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Versione. Le ordinazioni per il Carnevale. Debbo andare dal carrozziere sotto l'arco per controllare le carrozze e aggiustarle: poi da padron Clemente il maniscalco per rimettere i ferri ai cavalli . . . poi giu' al Corso per prenotare un palco e anche un altro al festino per i balli...
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Insomma tutta l'economia romana subiva una benefica iniezione energetica dalle attivita' che ruotavano intorno al Carnevale.
Il Carnevale a Roma era dunque un momento di pura e costosa follia collettiva, del popolo come delle classi elevate. Ma anche in altri paesi era celebrato con feste e intemperanze talvolta estremamente pericolose, fin dalla notte dei tempi. Vediamo cosa avvenne al Carnevale di Carlo VI re di Francia nel gennaio 1393 allorché, durante I festeggiamenti il re mascherato da orso insieme ad altri cinque nobili, vestiti in costume da selvaggi e incatenati l'uno all'altro stavano ballando. Una torcia dette fuoco all'abito di uno di essi e in pochi istanti, narrano le cronache, le fiamme divamparono e bruciarono vivi gli sventurati, fortunato a salvarsi fu proprio il solo Carlo VI.
I festeggiamenti a Roma non erano pero' affatto garantiti: ogni anno si doveva attendere l' editto del Papa che concedeva la licenza del loro svolgimento. In genere negli anni di Giubileo l'intero programma veniva soppresso e sostituito da celebrazioni liturgiche. Anche la morte di un papa poteva far sospendere le feste (ad esempio quella di Leone XII, nel 1829, costò ai romani il Carnevale di quell'anno).
Inoltre durante questi giorni molti papi temevano rivolte, perché la possibilità di circolare col volto coperto da maschere creava problemi di ordine pubblico. Quindi ogni scusa era buona per abolire le feste in costume. Ad esempio nel 1837 Gregorio XVI vieto' il Carnevale per il pericolo del colera come il Belli scrisse nel sonetto Er carnovale der '37 :
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Oggi arfine per ordine papale
Cor protesto e la scusa der collèra,
Ma ppe un'antra raggione un po' ppiù vera
Er Governo ha inibbito er carnovale.
20 gennaio 1837
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Ancora Gregorio XVI, temendo la presenza di liberali, carbonari e framassoni con i loro ricorrenti tentativi rivoluzionari, arrivo' a eseguire arresti preventivi di massa per scongiurare che i piu' noti facinorosi potessero attizzare le fiamme della sommossa. Come racconta il Poeta in quest'altro sonetto:
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ER MEDICO DE ROMA
Un Medico bbruggnano ha vvisitati
scent’ommini, e ll’ha mmessi a lo spedale:
mica cche ssiino st’ommini ammalati,
ma ppe impedijje che nnun stiino male.
Potríano ammascherasse a ccarnovale,
e accusí, ddioneguardi, ammascherati
pijjasse una frebbaccia accatarrale,
e mmorí, ddioneguardi, accatarrati.
«Bbisoggna prevedelli li malanni»,
lui disce; «e a ttemp’e lloco un lavativo
conzerva er culo e ffa ccacà ccent’anni».
Sto dottore chi è? ccome se chiama?
Er nome nu lo so, ma sso cch’è vvivo
e sta ar Palazzo de Piazza Madama.
24 gennaio 1833
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Versione. Il medico di Roma. Un medico Browniano (un tipo di medicina alternativa in voga ai primi '800) ha visitato cento uomini e li ha messi all' ospedale: non perche' questi uomini siano ammalati, ma per impedire che stiano male. Potrebbero mascherarsi a Carnevale e cosi, dio ne guardi, mascherati prendersi una febbraccia catarrale e morire, dio ne guardi, accatarrati. "Bisogna prevederli i malanni", lui dice "e a tempo e a luogo una purga conserva il culo e fa cacare cento anni". Chi e' questo dottore? come si chiama? Il nome non lo so, ma so che e' vivo e sta al Palazzo di Piazza Madama (il Palazzo della Polizia).
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Strana consonanza, arresti preventivi e purghe, fra le procedure di polizia del Papa-re e del Duce del fascismo. E ancora nel 1834, quando si temevano divieti per le feste di Carnevale, (nell’anno precedente il Governo aveva vietato le maschere) in un altro sonetto il Poeta scrive:
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Ce saranno le maschere quest’anno?
A me me dice er mozzo de Caserta
Che lui ha inteso a dì ppe cosa certa
Da ‘na spia amica sua, che ce saranno.
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Poi, al solito, anche quell'anno ci furono limitazioni d'ogni tipo ai festeggiamenti. Con le consuete violente proteste del popolo.
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IMMAGINI. 1. Ultima sera di Carnevale. I moccoletti dovevano essere tenuti bene in alto, perché non venissero spenti per gioco dalle altre maschere (A.Pinelli). 2. Le maschere più popolari a Roma all'epoca del Belli in un'antica stampa. Si noterà che, come per le carte da gioco, Roma era ed è priva, o quasi (il Rugantino è una maschera piuttosto tarda), di maschere sue, ma doveva e deve ricorrere alle varie maschere regionali italiane. Chi dice oggi, mentendo, che in Italia non c'era un sentimento unitario prima della proclamazione dell'Unità nel 1861, e poi dell'entrata in Roma dell'esercito italiano nel 1870, è smentito se non altro dagli usi popolari. Nel suo piccolo, il Carnevale, per esempio, aveva già unificato l'Italia. 3. Carnevale al Corso in un dipinto dell'800.

14 febbraio 2011

“Sì, sono puttana, ma quante signore mi rubano il mestiere!”

Il sesso, insieme con la prostituzione (la sua applicazione commerciale) e il matrimonio (il suo lato ipocrita e istituzionale), muove da sempre le ruote del Mondo. Sia con uomini ricchi che poveri, sia con donne belle che brutte. Perché, come dice un proverbio contadino (e ai contadini non potete chiedere finezza), “tira più un pelo di fica che un carro di buoi”.
Recenti cronache dal Palazzo, riportano in auge l’antica supremazia di Eva sul povero Adamo, in quanto detentrice monopolistica d’un bene economico scarso: la fica. E il potente di turno, anche a volerlo (ma non lo vuole), non potrebbe neanche difendersi eccependo: “Vostro Onore, si sa, la carne è debole, fu lei a provocarmi…”
Eppure, gira e rigira è sempre la solita merce, cambia solo l’entità della retribuzione. Che però, noterebbe un economista, è congegnata curiosamente non come prezzo di mercato, ma come una specie di tassa. Colpisce, infatti, con maggior durezza impositiva i ricchi e i potenti, mentre è dolce coi poveri. La prostituta d’alto bordo (“escort”), può chiedere ad un Capo di Governo anche centinaia di migliaia di euro, mentre se la medesima battesse nei vicoli maleodoranti d’un angiporto, malgrado la biancheria firmata, racimolerebbe a malapena pochi euro. Solo 3 giuli, infatti, chiede la simpatica e umanissima “puttana sincera” così efficacemente descritta di G.G.Belli. Compresa l’assicurazione “religiosa” dalle malattie, da cui si diceva esente grazie ad un lumino acceso alla Madonna. Altri tempi: altro “scortico” (puttaneria), altre escort:
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LA PUTTANA SINCERA
Io pulenta? Ma llei me maravijjo!
Io sò ppulita com’un armellino.
Guardi cquà sta camiscia ch’è de lino
si ppe bbianchezza nun svergogna un gijjo!
Da sí cche cquarc’uscello io me lo pijjo
io nun ho avuto mai sto contentino,
perché accenno ogni sabbito er lumino
avanti a la Madon-der-bon-conzijjo.
Senta, nun fò ppe ddillo, ma un testone
lei nu l’impiega male, nu l’impiega,
e ppò rringrazzià Ccristo in ginocchione.
Lei sta cosa che cqui nun me la nega,
che invesce de bbuttalli a ttordinone
tre ggiuli è mmejj’assai si sse li frega.
28 gennaio 1832
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Versione. La puttana sincera. Io non ho la gonorrea, mi meraviglio di lei: sono pulita come un ermellino. Guardi questa camicia, che è di lino, se per biancore non fa vergognare un giglio. Da quando piglio qualche uccello, non ho mai avuto questo regalo, perché accendo ogni sabato un lumino alla Madonna del Buon Consiglio. Senta, non fo per dirle, ma un testone [moneta di tre paoli] lei non l’impiega male davvero, e può ringraziare Cristo in ginocchio. Lei non mi può negare che invece di buttarli a Tor di Nona [un teatro dove si davano cattive opere], tre giuli è molto meglio se se li frega [gioco di parole per: li usa per fregare, cioè scopare].
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Fatto sta, che anche nei Governi, non solo nei racconti polizieschi, vale il detto “cherchez la femme”. Lontani i tempi (acrobatici) in cui da sotto una scrivania una stagista lavorando efficacemente di labbra quasi fece dimettere e porre sotto accusa di impeachment un Presidente degli Stati Uniti d’America, oggi nella più tradizionale Italia alle benefiche “escort” da beneficare lautamente si chiede anche di saper ballare discinte, sia pure il bunga-bunga.
Senonché, il presidente americano, venendo da una rigorosa morale protestante, finì sotto processo non per aver fatto sesso (come il rigore degli Antichi avrebbe voluto), ma solo per essersi ostinato a negarlo (ipocrisia dei Moderni).
Ma quelle erano sottili distinzioni etiche degne d’un grande Paese liberale. Da noi, invece, la rozzezza del Potere non si nutre né di filosofia politica né di Bibbia (del Libro, semmai, prende quando fa comodo la parte peggiore, quella del Nuovo Testamente, laddove si parla d’una certa Maddalena, presunta amante poco di buono del leader Joshua il Nazareo, cioè il rivoltoso…), ma si limita a negare l’evidenza, a mentire spudoratamente, certo della comprensione corriva e dell’assoluzione d’un Grande Paese Cattolico, cioè peccatore.
Però, al dunque, nell’Occidente cristiano le due anime, protestante e cattolica, si riuniscono nella scandalosa prassi che si riassume nel motto di comodo: puoi fare quello che vuoi, basta che poi lo confessi e ti dichiari pentito. In pubblico (Paesi anglosassoni e protestanti) o nel segreto del confessionale (Paesi latini e cattolici). In entrambi i casi, un po' peggio nel secondo, è la morale di Pulcinella.
Ma nel sonetto del Belli neanche il giudice del severissimo Vicario della Roma papalina, supremo censore, riesce a far ammettere ad una donna che fa “il mestiere” di essere una puttana. Quella ha più parlantina e dialettica di lui, e nega l'evidenza, però contraddicendosi. E, sicura di sé, finisce l’autodifesa con una comica contraddizione: lo invita addirittura a casa sua, perché provi se è vero che è ormai così virtuosa da avercela "quasi richiusa”, insomma come quando era vergine. Una faccia tosta irresistibile:
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ER GIUDISCE DER VICARIATO
Senta, sor avocato, io nun zò mmicca
da nun intenne cuer che llei bbarbotta.
Lei me vò ffà sputà ch’io sò mmignotta:
ma sta zeppa che cquà nun me la ficca.
La verità la dico cruda e ccotta,
ma cquesta nu la sgozzo si mm’impicca.
S’io me fesce sfasscià ffu pe una picca,
pe ffà vvedé cche nu l’avevo rotta.
D’allor’impoi sta porta mia nun usa
d’oprisse a ccazzi: e ssi llei vò pprovalla,
sentirà cche mme s’è gguasi arichiusa.
...Bbè, rrestamo accusí: su un’ora calla
lei me vienghi a bbussà co cquarche scusa,
e vvederemo poi d’accommodalla.
26 gennaio 1832
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Versione. Il giudice del Vicariato. Senta, signor avvocato, io non sono stupida da non capire quel che lei borbotta. Lei mi vuole far sputare che io sono mignotta, ma questo tranello lei non me lo gioca. La verità la dico cruda e cotta, ma questa non la tiro fuori neanche se m’impicca. Se io mi feci sverginare fu per ripicca, per far vedere che non ce l’avevo rotta. Ma da allora in poi questa porta non ha l’abitudine di apirsi ai cazzi: e se lei vuole provarla sentirà che mi si è quasi richiusa. Va bene, restiamo d’accordo così: verso un’ora calda [nel pomeriggio] lei venga a bussarmi con qualche scusa, e vedremo poi di accontentarla.
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Proprio come la puttana interrogata dal giudice del Vicariato, con la stessa improntitudine, i nostri politici non confessano mai, ma si affidano a “Santa Nega”, come dice il Belli, cioè dicono no su tutta la linea, negando anche l’evidenza. Che dire, infatti, d’una ministra accusata dalla vox populi e da intercettazioni illegali di aver guadagnato la carica per la sua abilità, diciamo così, oro-genitale, cioè di aver praticato quella che i preti maliziosi e causidici hanno classificato in latino come fellatio in ore (vulgo: "pompino") ad un Capo del Governo? E potremmo continuare in un lunghissimo, interminabile elenco, dalla A della prima Ava (Eva) alla Z dell’ultima Zhara della Terra.
E la Chiesa, così severa su cose “di pensiero”, che dice di questo peccato così materiale, “di carne”, come quello di una prostituta e del suo cliente? Poco o nulla, è di manica larga, al solito. Il sesso non generativo e non matrimoniale è catalogato tra i “peccati minori”. E ci sembra logico, dal loro punto di vista. Anche perché il cristianesimo, o peggio il cattolicesimo, non è dei virtuosi, dei buoni, degli onesti, degli asceti – ripete un mio amico prete che la sa lunga – ma è la comoda e consolatoria religione dei peccatori, dei cattivi, dei corrotti, dei lascivi. E così, grata di questa benevolenza inaspettata da parte del Divino, una puttana lercia come poche (v. il famoso sonetto belliano "Santaccia di piazza Montanara"), offre sotto forma di pia beneficienza, “in zuffraggio di quell’anime sante benedette”, non so più quale parte del corpo ad un povero ragazzo senza il becco d’un quattrino che sta in disparte a guardarla. O generosità delle prostitute d'un tempo! Altro che quelle avide di oggi, che per un semplice pompino o un balletto da niente, se sei per sventura Capo di Governo, sono capaci di chiederti anche 500 mila euro. Che tempi!
Dignità e umanità nella figura della zoccola di ieri (contrapposta alla escort di oggi) che traspare anche da un altro bel sonetto belliano, quasi femminista, tutto scritto “dalla parte di una mignotta”, che non nega nulla della sua professione, anzi tiene a ricordare che si è fatta da sé e non deve nulla a nessuno, e si permette alla fine una frecciata moralistica, lei puttana, contro le “dame”, le “signore per bene” dell’aristocrazia o le mogli dei professionisti, che consapevoli di quanto rende la puttaneria, ben nascoste nei salotti eleganti e nei talami a baldacchino, la danno a tutti, proprio come fa lei, facendole una concorrenza sleale.
La satira contro le donne, del resto è ricca di accuse velenose. Ma le stesse donne, specie le femministe, hanno più volte preso le distanze (anche ieri, alla grande adunata delle donne a piazza del Popolo, a Roma, che verteva proprio su questo tema) dalle solite segretarie, stagiste, hostess, massaggiatrici, ma perfino docenti universitarie, giornaliste, attrici, deputate e presidentesse di enti e società, che vanno avanti nella vita grazie al sesso. Per colpa degli uomini, che non antepongono certo il merito. E non parliamo dei matrimoni di convenienza, così antichi che sono all’origine stessa del matrimonio. Quando mai una donna - ribattono gli uomini - non mette nel conto delle nozze anche professione, soldi e conto in banca del futuro marito? Come credete che molte signore si “innamorino”, facciano carriera, conquistino fidanzati, amanti, soldi, agguantino mariti (spesso vecchi), raggiungano status sociale, mettano le mani su cospicue eredità – direbbe la moralissima puttana del Belli – se non vendendo furbescamente pezzo a pezzo, cioè a più caro prezzo di lei, il proprio corpo?
Ma certo. Anzi, è la vita stessa una puttaneria (uno "scortico"), e per tutti, donne e uomini. Che altro fa, in fondo, un impiegato, un manager, un pubblicitario, un politico, un professore o un giornalista, se non vendere pro quota il proprio cervello? E non è più grave, addirittura, vendere la propria intelligenza che un organo sessuale?
E se così va il mondo, allora, a conti fatti, che differenza pratica c’è tra una prostituta professionista e una donna qualunque? Nessuna o quasi. Chi disse che il matrimonio stesso è la forma più antica e istituzionalizzata di prostituzione? Il che porterebbe a due conseguenze: stimare un po’ di più la prostituta e un po’ meno la “signora per bene”.
E se così è, se dunque per il maschilista nascosto nell’uomo di ogni tempo e Paese tutte le donne sono puttane, perché mai una puttana patentata dovrebbe vergognarsi? Anzi, dovrebbe prendersela a morte per la concorrenza illecita che le “donne per bene”, le “dame virtuose”, borghesi, aristocratiche o popolane, le fanno. Senza pagare neanche le tasse e senza neanche farsi prima la dovuta visita medica. Che vergogna!
Come non dare ragione alla buona mignotta del Belli? La sua filosofia, la sua ritrovata “dirittura” morale si rivolta contro il senso comune, ma resta perfettamente dentro il buon senso. L’anticonformismo morale ed esistenziale del Belli si diverte perciò a sorprednere il lettore con un impensato e paradossale ribaltamento di fronte: è la puttana, in qualche modo “moralista”, a mostrarsi orgogliosa e dignitosa nel suo essere e nella sua dichiarata professione, mentre è la donna comune ipocrita, la signora “per bene”, la vera mignotta, senza perdono e senza scuse:

ER COMMERCIO LIBBERO
Bbe’! Ssò pputtana, venno la mi’ pelle:
fo la miggnotta, sí, sto ar cancelletto:
lo pijjo in cuello largo e in cuello stretto:
c’è ggnent’antro da dí? Che ccose bbelle!
Ma cce sò stat’io puro, sor cazzetto,
zitella com’e ttutte le zitelle:
e mmó nun c’è cchi avanzi bajocchelle
su la lana e la pajja der mi’ letto.
Sai de che mme laggn’io? nò dder mestiere,
che ssaría bbell’e bbono, e cquanno bbutta
nun pò ttrovasse ar monno antro piascere.
Ma de ste dame che stanno anniscoste
me laggno, che, vvedenno cuanto frutta
lo scortico, sciarrubbeno le poste.
16 dicembre 1832.
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Versione. Ebbene, sì, sono puttana, vendo il mio corpo, faccio la mignotta [ripetizione, v. l’etimologia nel Vocabolario minimo nel colonnino], sì, sto al cencelletto [le prostitute ricevevano in appartamenti al pianterreno muniti di cancelletto privato, per non far notare il via-vai dei clienti agli altri condomini]: lo prendo davanti e anche dietro. C’è qualcos’altro da dire? Che cose belle! Ma sono stata anch’io, signor babbeo, zitella come tutte le zitelle: ed ora non c’è chi possa rivendicare soldi sulla lana e la paglia del mio letto. Piuttosto, sai di che mi lagno? Non del mestiere, che sarebbe bello e buono, e quando va bene non si può trovare al mondo altro soddisfazione. Ma di tutte queste signore per bene che si nascondono, mi lagno, che vedendo quando frutta il puttaneggiare ci rubano i clienti.
IMMAGINI. Due fotogrammi tratti dal film "Il Marchese del Grillo", ambientato all'inizio dell'800, proprio gli anni della giovinezza e prima maturità del Belli.

1 febbraio 2011

Candelora. Dalla Madonna alla festa degli orsi e dei femminelli

Dimani, s’er Ziggnore sce dà vvita,
vederemo spuntà la Cannelora.
Sora neve, sta bbuggera è ffinita,
c’oramai de l’inverno semo fòra.

(dal sonetto Er tempo bbono)*
La festa religiosa cristiana delle candele, Candelòra o Candelaia, ricorda il rito di purificazione che la Madonna dovette seguire dopo aver dato alla luce Gesù Cristo, in conformità con la legge mosaica. Nel libro della tribu' di Levi, il Levitico, era infatti prescritto che ogni madre, che avesse dato alla luce un figlio maschio, sarebbe stata considerata impura per sette giorni, e che per altri trentatré non avrebbe dovuto partecipare a qualsiasi forma di culto. Il libro e' piu' noto per la sua condanna senza appello della omosessualita': Levitico 18,22 “Non avrai con maschio relazioni come si hanno con donna: è abominio”, e in 20,13: “Se uno ha rapporti con un uomo come con una donna, tutti e due hanno commesso un abominio; dovranno essere messi a morte; il loro sangue ricadrà su di loro”.
Per una strana legge del contrappasso ai nostri tempi si sta invece consolidando una vocazione della Candelora come festa anche dei "femminelli". Da qualche anno a Montevergine in Irpinia si celebra con una "tammurriata" cui ora e' ammessa a partecipare anche la comunita' degli omosessuali, discriminata a morte piu' di 2000 anni fa.
Ma torniamo alle origini di questa festa di mezzo inverno. Le popolazioni celtiche, a latitudini molto piu' elevate, parliamo degli irlandesi e di altre genti del nord Europa, la interpretavano come il passaggio dal culmine dell'inverno alla discesa verso la primavera. A meta' strada fra il solstizio d'inverno e l'equinozio di primavera. Un primo timido segnale del risveglio della natura.
Nella Roma del Belli, dove ogni festa era legata alla religione e percio' a qualche avvenimento della vita di profeti, santi e divinita', questa connotazione, di tipo astronomico, era stata completamente rimossa, cancellata, come ogni altro riferimento agli antichi rituali pagani.
Presso le popolazioni Celtiche del Nord Italia, e dell’Europa si celebravano festeggiamenti per una ricorrenza chiamata Imbolc (o anche Oimelc) o festa di mezzo inverno,
Il nome Imbolc è di origine irlandese.
La celebrazione di Imbolc iniziava al tramonto del sole, perché secondo il calendario celtico il giorno iniziava appunto dal quel momento. La traduzione del termine e' letteralmente "in grembo" e fa riferimento alla gravidanza delle pecore, cosí come Oimelc sta per "latte ovino", a indicare che in origine si trattava di una festa legata al latte dei greggi dei pastori. E’ in questo periodo, infatti, che nascevano gli agnellini, e di conseguenza le pecore avevano il latte. Era un momento importantissimo, poiché per le societa' dedite alla pastorizia la produzione del latte rappresentava il rinnovarsi di un ciclo vitale.
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Delle tradizioni legate alla Candelora presso le popolazioni alpine ci resta anche "La Festa dell’Orso", tipica delle zone di montagna. Anticamente, nelle zone dell’Arco Alpino, nel giorno di Candelora un montanaro-domatore girava per le piazze dei paesi facendo ballare un orso, simboleggiando il risveglio dal letargo della fiera e di tutta la natura.
Presso i Romani il risveglio dopo il periodo piu' freddo dell'inverno era celebrato con i Lupercalia.
La festività si svolgeva il 15 Febbraio (questo mese era il culmine del periodo invernale nel quale i lupi, affamati, si avvicinavano agli ovili minacciando le greggi) in onore del dio Fauno nella sua accezione di Lupercus cioè protettore del bestiame ovino e caprino dall’attacco dei lupi.
Secondo Ovidio i Lupercalia furono istituiti da Romolo per una grazia ricevuta da Giunone, dea della casa, della famiglia e della fertilità.
Al tempo di re Romolo si verifico' un periodo di sterilità che coinvolse tutte le donne, incapaci di procreare. Per questo Ovidio racconta che la popolazione si reco' al bosco sacro di Giunone, ai piedi dell’ Esquilino. Attraverso lo stormire delle fronde, la divinita' annuncio' che le donne dovevano essere penetrate da un sacro caprone.
Un àugure perspicace interpretò l’oracolo e fu sacrificato un capro. Quindi tagliò dalla sua pelle delle strisce con le quali colpí le terga delle donne e dopo dieci mesi lunari le donne partorirono. In latino le fruste sono "februa", da cui il nome di febbraio, il mese in cui si svolgevano questi rituali.
Nella notte dei tempi passati, la commemorazione del rituale di purificazione di rito ebraico, dal vicino Oriente passò a Roma e già dal VIII secolo d.C. la festa aveva raggiunto grande solennità e partecipazione popolare. A Roma, nel Medioevo, si svolgeva una processione che attraversava mezza citta', partendo da Sant'Adriano, per i fori di Nerva e di Traiano, il colle Esquilino, per raggiungere infine la basilica di Santa Maria Maggiore, dove avveniva il rito della benedizione e distribuzione delle candele. 

Con il cristianesimo, insomma, i tanti caratteristici antichi rituali metainvernali sono stati eliminati e sostituiti dalla ricorrenza della Candelora. Nella Roma dello Stato pontificio si celebrava (e ancora si celebra oggi) questa strana purificazione di origine inconfutabilmente ebraica, dove la Madonna veniva finalmente restituita, dopo 40 giorni, alla societa' tribale degli antichi giudei e il bambinello veniva circonciso e presentato al tempio. Ma in fondo per il popolino dei fedeli del Papa re questa ricorrenza si traduceva nella possibilita' di arraffare una candela, come spiega il Belli nel finale del sonetto:
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ER DUA DE FREBBARO
Uh! cch’edè ttanta folla a la parrocchia?
Perch’entri tutta eh! nunn j’abbasta un’ora.
E in sta cchiesa piú cciuca d’una nocchia
sai cuanti n’hanno da restà de fora!
Senti, senti la porta come scrocchia!
Guarda si ccome er gommito lavora!
Ma pperché ttanta ggente s’infinocchia
drento? Ah è vvero, sí, sí, è la cannelora.
Ecco perché er facchino e ffra Mmicchele
usscirno dar drughiere co una scesta
jeri de moccoletti e dde cannele.
Tra ttanta divozzione e ttanta festa
tu a ste ggente però llevejje er mele
de la cannela, eppoi conta chi rresta.
Roma, 2 febbraio 1833
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Versione. Il due di febbraio. Uh! che cos'e' tanta folla alla parrocchia? Perche' ci entri tutta eh! non basta un'ora. E in questa chiesa piu piccola di una nocciola sai quanti ne debbono restare di fuori! Senti senti come scricchiola la porta! Guarda come lavora il gomito (per cercare di entrare)! Ma perche' tanta gente si ficca dentro? Ah e vero, si, si, e' la candelora. Ecco perche' il facchino e frate Michele uscirono dal droghiere con una cesta di moccoletti e di candele. Tra tanta devozione e tanta festa tu a questa gente pero' leva il dolce (l'utile) della candela, e poi conta chi rimane.
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*Il tempo buono. Domani, se il Signore ci da' vita, vedremo spuntare la Candelora. Signora neve, questa fregatura e' finita (personificazione dell'inverno), che ormai dell'inverno siamo fuori . . .

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IMMAGINI. La festa delle candele ("Candelora") partiva in epoca cristiana dalla consacrazione rituale dei ceri, a cui seguivano di solito processioni, danze popolari e perfino il "ballo dell'orso" (stampa di B. Pinelli, 1809).
 
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