22 gennaio 2016

Se bancarelle e ignobili taverne deturpano le bellezze di Roma.

Che fare se una città con bellezze e monumenti unici, che per essere ammirati vogliono attorno spazio libero e una prospettiva sgombra, è ostruita, involgarita, resa caotica, imbruttita da bancarelle, tendoni, negozi turistici con insegne esagerate di plastica e colori vivaci, con mostre fin sul marciapiedi, dove tavolini, sedie, ombrelloni, cartelli pubblicitari, venditori di caldarroste, e una marea di procacciatori di bar e ristoranti, venditori ambulanti, questuanti fastidiosi travestiti da legionari romani, non solo distraggono la vista dalla bellezza originaria dei luoghi e deturpano il paesaggio urbano, ma ostacolano perfino il normale passaggio delle persone?

Neanche più una fotografia “pulita” (ecco il test più efficace sull’impatto paesaggistico) si può prendere di una piazza famosa, un palazzo storico o un monumento, senza che in primo piano o sullo sfondo prevalgano – vero pugno in un occhio – le pacchianerie di plastica colorata di chi si attacca parassitariamente alle bellezze artistiche per fare soldi: dalla bancarella di orribili ricordini kitsch al camion-bar con bibite e panini, fino al chiosco per le foto-tessera. Bellezze rese irrimediabilmente meno belle da queste presenze invadenti e fastidiose, com’è il caso, uno tra tanti, di piazza della Rotonda, davanti al Pantheon.
      Pantheon? Anche ai tempi dei Papi era un problema. La piazza della Rotonda (così detta perché lo stupendo tempio pagano, il romano “Pantheum”, una volta diventato chiesa cristiana è stato rinominato dal popolo “Rotunda”, Rotonda, Ritonna, per la sua curiosa e originale pianta circolare) era letteralmente ostruita da bancarelle, soprattutto di generi alimentari, salumi e perfino friggitorie all’aperto, fin dentro il porticato del tempio.
      Per quanto spogliato da fregi (una grande aquila e varie statuette e decorazioni sul timpano, di cui restano i fori), copertura di bronzo dorato sul tetto e marmi tutt’intorno alle pareti esterne, il Pantheon è l’unico tempio dell’antica Roma sopravvissuto quasi intatto come edificio di culto, sia pure per una religione diversa. Ha anche il primato ingegneristico di avere una copertura molto ardita, la cupola di solo calcestruzzo senza armatura più grande al Mondo. Questo essere diventato abusivamente “cristiano”, l’ha salvato, visto che il fanatismo della Chiesa Cristiana di quei tempi, non troppo diverso da quello dell’Islam, distrusse o spogliò tutta la stupenda architettura d’arte dell’antica Roma, ricca di migliaia di monumenti, statue e palazzi strabilianti. Certo, fecero di tutto per rovinarlo esteticamente sovrapponendogli due campanili (e questo lavoraccio lo commissionarono al Bernini, nientemeno), che bisognò aspettare alla fine dell’Ottocento l’arrivo dei piemontesi e il buonsenso dello Stato liberale per vedere abbattuti, insieme alle casupole addossate al tempio.
      Già papa Eugenio IV (1431-1447), in occasione d’un restauro del tempio, lo aveva liberato dalle botteghe che negli anni erano state costruite intorno (Squadrilli T., Roma: storia e monumenti, Rusconi 1997). Fu costruita in due occasioni un’alta cancellata di ferro (e due volte, purtroppo, rimossa: che ne dice oggi l’inefficiente Soprintendenza?), per liberare almeno di notte lo spazio tra le colonne del portico. C’era perfino povera gente che dentro la “baraccopoli” della Rotonda passava la giornata, viveva, dormiva, come “La poverella” del sonetto del Belli del 13 novembre 1832, “co ttre ffijji e ’r marito a lo spedale”, che chiede a un passante l’elemosina perché è senza casa e soldi, e così si lamenta:
ste crature sò iggnude tal’e cquale
ch’er Bambino la notte de Natale:
dormímo sott’un banco a la Ritonna.
[Queste creature sono nude proprio come Gesù bambino la notte di Natale: dormiamo sotto un banco alla Rotonda]
E tutto questo degrado umano, sociale, etico ed estetico era davanti agli occhi di tutti, compresi i turisti stranieri (c’erano già nell’Ottocento, pochi ma ricchi, per lo più tedeschi e inglesi, in minor misura francesi, nel tipico “Tour d’Italie”), nell’indifferenza levantina, nel lassismo più accidioso e fatalista del Governo dei preti. Non molto diverso dalle amministrazioni comunali clericali della Roma dall’ultimo Dopoguerra a oggi, attente più a non inimicarsi la canaglia reprimendo piccoli e grandi favoritismi, che a dare soddisfazione ai cittadini.

La caratteristica di piazza della Rotonda, più ancora dello stesso Pantheon, era la sovrabbondanza di bancarelle di cibarie, soprattutto di salumi e formaggi, per cui la piazza era famosa. Lungo i tre lati della piazza si aprivano antiche e ingombranti botteghe di salumeria o “norcineria” (da Norcia, cittadina umbra famosa per i suoi salumi), che avevano l’abitudine durante le festività di allestire a gara mostre spettacolari, vere e proprie cornucopie barocche che attiravano folle di curiosi e “visitatori” più che compratori, vista la povertà del popolino romano: colonne di formaggi, teste di cinghiali, archi di prosciutti e festoni di salsicce, come descrive Giggi Zanazzo nelle sue "Tradizioni popolari romane":
"Ne le du’ sere der gioveddì e vennardi ssanto, li pizzicaroli romani aùseno a ffa’ in de le bbotteghe la mostra de li caci, de li preciutti, dell’òva e dde li salami. Certi ce metteno lo specchio pe’ ffa’ li sfonni, e ccert’antri cce fanno le grotte d’òva o dde salami, co’ ddrento er sepporcro co’ li pupazzi fatti de bbutiro, che sso’ ‘na bbellezza a vvedesse. E la ggente, in quela sera, uscenno da la visita de li sepporcri, va in giro a rimirà’ le mostre de li pizzicaroli de pòrso [i più in vista], che ffanno a ggara a cchi le pò ffa’ mmejo".
Proverbiali in tutta Roma e nell’intero Stato della Chiesa erano questi macellai “norcini”, per la loro abilità chirurgica nelle più disparate lavorazioni della carne di maiale (e all’occorrenza – diceva il popolino – anche umana). Infatti, due norcini, marito e moglie, erano stati giustiziati per aver macinato per farne salsicce anche carni di clienti grassi attirati in cantina con un pretesto. Mandare qualcuno a farsi castrare da un norcino della Rotonda era un topos delle comiche invettive da osteria. Il Belli vi ricorre per enfasi retorica nel “Er deserto” (26 marzo 1836), quando giura di non avventurarsi mai più nella campagna romana (resa desolata e desertica dalla pastorizia senza limiti): prima, piuttosto, si farebbe castrare da un norcino della Rotonda!
Dio me ne guardi, Cristo e la Madonna
d’annà ppiù ppe ggiuncata a sto precojjo.
Prima… che pposso dì?… pprima me vojjo
fà ccastrà dda un norcino a la Ritorna.
Fà ddiesci mijja a nun vedé una fronna!
[Dio me ne guardi, e invoco Cristo e la Madonna, dall’andare ancora a cercare la giuncata [tipico latte cagliato da mangiarsi col cucchiaino, considerato una delizia a Roma] in quell’ovile. Che posso dire? Preferirei piuttosto farmi castrare da un norcino di piazza della Rotonda. Percorrere dieci miglia e non vedere un albero!]
Va detto che “pizzicagnolo” e “pizzicheria” erano e sono tuttora i nomi, desueti, dell’italiano antico (cfr Coletti, voce del XVII sec.), sopravvissuti oggi solo nella parlata romana, rispettivamente del venditore e della bottega di prodotti alimentari che si vendono “a spizzico”, cioè in piccole quantità, ma anche presi o tagliati a mano (alici, tonno, sale, fette di salami, ricotta, formaggi ecc.). Oggi potrebbee corrispondere al raro “salsamenteria” (dal lat. sal, salsum, salsa, salsamenta: tutto ciò che ha a che fare col sale o si conserva sotto sale) e in minima parte a negozio di alimentari e drogheria.
      Ecco il Belli nel sonetto “Er giro de le pizzicarie”, dove sull’elemento gastronomico sembra prevalere quello spettacolare, se non addirittura artistico delle composizioni delle botteghe di salumi, e bene è descritto lo stupore del popolano romano per quella piccola festa per gli occhi, più che per il palato:
ER GIRO DE LE PIZZICARIE
De le pizzicarie che ttutte fanno
la su’ gran mostra pe ppascua dell’ova,
cuella de Bbiascio a la Ritonna è st’anno
la ppiú mmejjo de Roma che sse trova.
Colonne de casciotte, che ssaranno
scento a ddí ppoco, arreggeno un’arcova
ricamata a ssarcicce, e llí cce stanno
tanti animali d’una forma nova.
Fra ll’antri, in arto, sc’è un Mosè de strutto,
cor bastone per aria com’un sbirro,
in cima a una Montaggna de presciutto;
e ssott’a llui, pe stuzzicà la fame,
sc’è un Cristo e una Madonna de bbutirro
drent’a una bbella grotta de salame.

5 aprile 1833
[Il giro delle salumerie. Tra le salumerie che fanno grande esposizione per la Pasqua, quella di Biagio a piazza della Rotonda è quest’anno la migliore a Roma. Colonne di caciotte, che saranno cento a dir poco, reggono un arco decorato a salsicce, e l’ ci sono tanti animali di forme nuove. Fra gli altri, in alto, c’è un Mosè di strutto, col bastone in aria come un poliziotto, in cima a una montagna di prosciutto; e sotto di lui, per stuzzicare la fame, ci sono un Cristo e una Madonna di burro dentro una bella grotta di salame]
Mostre simili a scenografie barocche da parte dei salumieri – e stiamo parlando di quelli fissi e regolari – ci sono state fino a pochi anni fa: oggi sono sempre più rare (a meno che l’esercente non paghi, anziché una multa, una tassa aggiuntiva per l’ulteriore “occupazione di suolo pubblico” (e non parliamo neanche degli ambulanti o degli abusivi).
      Nell’Ottocento a Roma c’era ancora il caos che aveva lamentano Marziale: banchi e strutture sia mobili che fissi, cioè addirittura appoggiati alle mura o propaggini di negozi, con uso non solo di tendoni, ma anche di legno, mattoni e calce, perfino dentro il porticato del Pantheon, che impedivano la libera prospettiva e il godimento della vista dell’antico tempio di Agrippa ai romani e ai turisti già nel primo Ottocento
Lo testimonia una targa in marmo del 1823 del Papa d’allora, Pio VII, apposta in piazza della Rotonda, ahimé, proprio sopra un ristorante turistico fast-food a cui insensatamente il Municipio ha concesso il permesso. Sotto uno stile ampolloso e antico rivela uno spirito modernissimo, perché tiene conto dell’estetica del paesaggio urbano come valore supremo in una città d’arte unica al Mondo come Roma. E usa un linguaggio spietato, lo stesso che usiamo noi conservazionisti ed esteti:

PIUS VII PONT. MAX. AN. PONTIFICATUS SUI XXIII
AREAM ANTE PANTHEON M. AGRIPPAE
IGNOBILIBUS TABERNIS OCCUPATAM
DEMOLITIONE PROVIDENTISSIMA
AB INVISA DEFORMITATE VINDICAVIT
ET IN LIBERUM LOCI PROSPECTUM PATERE IUSSIT

Su “providentissima" siamo incerti: si presta a diverse traduzioni; ma "deformitas” è proprio grande bruttezza, termine usato anche da Cicerone, come abbiamo trovato consultando un antichissimo vocabolario latino coevo del Belli, quello di Giuseppe Pasini, stampato a Bassano nel 1844:

PIO VII, NEL XXIII ANNO DEL SUO PONTIFICATO,
CON UN’ATTENTISSIMA DEMOLIZIONE
LIBERÒ DALL’INSOPPORTABILE BRUTTEZZA
L’AREA DAVANTI AL PANTHEON DI M. AGRIPPA
OCCUPATA DA VERGOGNOSE TAVERNE
E ORDINÒ CHE FOSSE APERTA
ALLA LIBERA VISUALE DEL LUOGO

“Vergognose” o ignobili taverne, “bruttezza insopportabile” o molesta, “vendicò” che vuol dire anche “liberò”, “libera prospettiva” o visuale dei luoghi e delle bellezze della città. Sembrano parole nostre, di duri difensori del paesaggio, e invece è un Papa di ieri. Altro che "Grande Bellezza"!
      Pensiamo pure al povero sindaco di Roma, Marino, che soprattutto per lo scontento delle corporazioni interessate dopo lo sgombero delle bancarelle e degli ambulanti davanti ai monumenti (Colosseo, Pantheon, Trinità dei Monti ecc.), è stato fatto cadere. Anzi, è curiosissima e intrigante anche la data di questa lapide. 23 anni di pontificato vuol dire 1823, perché il romagnolo Barnaba Nicolò Chiaramonti era stato eletto Papa nel 1800. Ma il 1823 è anche l’anno della sua morte! Già così potente, fin da allora, la lobby dei commercianti romani?
      No, più probabile che, malato e sentendosi alla fine dei propri giorni, il Papa dopo aver a lungo sopportato abbia voluto finalmente togliersi quel sassolino dalla scarpa di velluto rossa. Basta – deve essersi detto – con le catapecchie che al Patheon impediscono la vista del bellissimo monumento.
      Certo, anche questi commerci anti-estetici assicurano una parte della ricchezza della città, pur essendo spesso sconosciuti al Fisco. Ma non si è “contro il progresso”, “contro la modernità” o addirittura “contro l’iniziativa privata” se si pretende che in caso di contrasto grave debba sempre prevalere l’estetica, l’armonia, l’originalità di monumenti e luoghi storici, insomma il Bello. Lo scriveva già nel 1920 il filosofo, non comunista ma liberale, Benedetto Croce presentando da ministro della Cultura del ministero Nitti la prima legge sulla tutela del Paesaggio in Italia (e nel presentarla cita anche il caso dei cartelloni stradali invadenti). Oltretutto, dovrebbe essere anche interesse dei commercianti più intelligenti: la bellezza in una città d’arte è la sua vera ricchezza principale, di lungo periodo. E invece oggi abbiamo perfino negozi mobili, i camion-bar, che si fermano un giorno qua e un giorno là, nei posti artisticamente più belli o panoramici, da Trinità dei Monti al piazzale del Gianicolo, liberi di deturpare tutti i panorami possibili, di “entrare” in tutte le fotografie dei turisti. E vigili poco vigili e poco urbani, quasi sempre assenti.
      Già 2000 anni fa, il poeta satirico Marziale in una satira molto attuale aveva avuto parole di fuoco contro non solo i venditori abusivi, come traducono tutti, ma i negozianti in quanto tali – come si vede da una nostra più corretta traduzione – colpevoli di allargarsi fuori del negozio con la mostra delle mercanzie e di ingombrare perfino la propria soglia, tanto da impedire addirittura l’ingresso dei propri stessi clienti. Allora bastò un editto dell’imperatore Domiziano per restituire la giusta visuale alle vie della città che erano ridotte dalle mercanzie a “stretti vicoli”. Ma oggi? Non basta un Sindaco. Anzi, un sindaco di Roma, Ignazio Marino, fu cacciato in realtà anche per aver liberato finalmente dagli ambulanti Colosseo, piazza di Spagna e Pantheon!

IMMAGINI. Due antiche incisioni che mostrano il livello di degrado di piazza della Rotonda già nei secoli passati. L'immagine della targa di Pio VII da noi faticosamente restaurata, perché quella esistente era poco leggibile.

AGGIORNATO IL 28 NOVEMBRE 2017

2 commenti:

Manuel De Silva Santos ha detto...

Moooolto interessante!

Ing. Peters ha detto...

Il Governatorato di Roma, sotto il Papa re, prima permetteva qualunque cosa, poi all'improvviso vietava. Un atteggiamento schizofrenico che è rimasto fino ai nostri giorni. E' chiaro che con questo modo di fare i cittadini non sono educati a rispettare le leggi.

 
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