10 novembre 2014

Strozzapreti, maccheroni e pasta al sugo per frati e preti ingordi.

Monaci golosi caricatura T. Rowlandson, satira The Holy Friar 1807
La figura del grasso religioso indolente, ingordo e schiavo del ventre – frate, prete, parroco, monsignore, vescovo, cardinale, fino allo stesso Papa – che nel chiuso del convento, in canonica, in sacrestia o nell’appartamento privato si abbandona a ogni sorta di ghiottoneria, è entrata nell’iconografia letteraria italiana fin dall’alto Medio Evo e in quella moralistica e anti-cattolica europea dalla Riforma in poi e soprattutto nel Settecento e Ottocento, occupando una parte rilevante dell’immaginario collettivo, tanto da essere quasi passata in proverbio, alimentando una colorita satira anticlericale che non è solo anglosassone e protestante, ma tipicamente italiana: si pensi solo alle figure tipiche di preti e frati nel Boccaccio. Preti avidi – scrive il Belli – che perfino la notte di Natale, tra una salmodia e l’altra, corrono a turno in sacrestia per vedere a che punto è il loro ricco brodo di petti di cappone che in cucina bolle da ore in un grande pentolone per il pranzo dell’indomani (Er giorno de Natale, 30 novembre 1832):

ccerto callaro
pieno d’acquaccia e petti de cappone.


Gli ecclesiastici aristocratici, di solito grandi proprietari terrieri – vescovi e cardinali – non avevano problemi nel fornirsi di leccornie, ma i meno ricchi esibivano il proprio potere imponendo ai sudditi non solo “mazzette” di vile denaro, ma anche regali in natura, cibi costosi o prelibati su cui il Belli ironizza spesso. E più alto in grado era l’ecclesiastico goloso, più infrangeva le regole di morigeratezza e i digiuni imposti ai poveri e ignoranti dalla Chiesa, come nel sonetto Er pranzo der Vicario (17 novembre 1834), in cui non c’è vigilia o Tempora che tenga. Altro che mangiare “di magro”, qui siamo al più spudorato mangiare grasso e ricco: c’è chi può.

Nun è er primo Vicario né er ziconno
che dde viggijj’e ttempora se sbajja,
e cconfonne er merluzzo co la quajja,
l’arenga e ’r porco, la vitella e ’r tonno.


E il basso clero? I frati erano talmente ghiotti di maccheroni da essere entrati nei luoghi comuni popolari e perfino nelle testimonianze letterarie fin dall’alto Medio Evo. Nella Cronaca di fra’ Salimbene da Parma, del Duecento, si parla di un altro frate, tale Giovanni da Ravenna, di cui non si era visto l’eguale in quanto al gusto con cui divorava lasagne al formaggio, come riporta E. Sereni: “nunquam vidi hominem, qui ita libenter lagana cum caseo comederet sicut ipse”. I monaci arrivavano al punto da farsi installare direttamente nella cucina conventuale il torchio per fare la pasta (“torculum pro formandis macaronis”). Perfino i monaci del convento benedettino di Disentis in Svizzera (1731). Notoriamente golosi e avidi di ogni ghiottoneria, godendo di rendite e quindi d’un regime alimentare ricco, i frati dei conventi potevano permettersi a tavola praticamente di tutto.

Nel poemetto satirico The Holy Friar (1807), il celebre disegnatore inglese Thomas Rowlandson rappresenta più volte il tipico frate cattolico romano in modo ributtante: coi tratti del viso marcati e volgari, naso grosso e labbra sensuali, seduto a tavola tra porcellini arrosto e piatti che traboccano di vermicelli. Invece, i preti secolari, cittadini soggetti alle elemosine e più poveri, disdegnando il caviale dei cardinali e non avendo le prebende di certi conventi, si “limitavano” a essere ingordi di carni arrosto, pesci e soprattutto di maccheroni.

Era talmente risaputa l’avidità senza limiti di preti e frati, golosi specialmente di pasta, i quali soprattutto nello Stato del Papa (Lazio, Umbria, Marche, Emilia-Romagna) cercavano con ogni pretesto di mangiare a sbafo, che le massaie chiamavano con ironia strozzapreti certi rozzi e pesanti cannolicchi o cavatelli aperti, impastati senza uova, grossi di spessore e lunghi un pollice, difficilmente mangiabili in un sol boccone, che perciò sembravano fatti apposta per le larghe bocche di quei voraci e instancabili trangugiatori di ogni ben di Dio che erano gli uomini in tonaca. (Non che le monache fossero meno golose – specie di dolci – ma di solito erano relegate nei conventi). Preti e frati, invece, erano sempre in mezzo, si intrufolavano di continuo nella vita delle famiglie, e avevano la faccia tosta di chiedere di essere invitati nella case dei fedeli di cui apprezzavano la cucina, bevendo e divorando senza ritegno tutto il possibile, specialmente queste rustiche paste condite.

Anche se – commenta da par suo il Belli dopo un pranzo ricchissimo coronato da un’enorme zuppiera di strozzapreti – ci vuole ben altro che gli strozzapreti per mettere a repentaglio le smisurate fauci d’un religioso di Santa Madre Chiesa con forchetta in mano. Altro che strozzarsi: con quell’aria da sempliciotto sarebbe capace di ingoiare in un sol boccone perfino l’uomo più grasso di Roma:.

LA SCAMPAGGNATA
Nun pòi crede che ppranzo che ccià ffatto
Quel’accidente de Padron Cammillo.
Un pranzo, ch’è impossibbile de díllo:
Ma un pranzo, un pranzo da restacce matto.
Quello perantro c’ha mmesso er ziggillo
A ttutto er rimanente de lo ssciatto,
È stato, guarda a mmé, ttanto de piatto
De strozzapreti cotti cor zughillo.
Ma a pproposito cqui de strozzapreti:
Io nun pozzo capí ppe cche rraggione
S’abbi da dí cche strozzino li preti:
Quanno oggni prete è un sscioto de cristiano
Da iggnottisse magara in un boccone
Er zor Pavolo Bbionni sano sano. 

16  novembre 1834

Versione. La scampagnata [eufemismo per “pranzo fuori porta”]. Non puoi credere che pranzo che ci ha preparato quel diavolo [“accidente” ha qui senso elogiativo, di valore, precisa in nota il Belli] di padron Camillo. Una cosa impossibile a dirsi: da restarci matti. Ma quello che ha messo il sigillo a tutta quella gran profusione, è stato, senti a me, un enorme piatto di strozzapreti cotti col “sughillo”. Ma a proposito di strozzapreti, io non posso capire per quale ragione si debba dire che strozzano i preti, quando ogni prete, con tutta la sua aria ingenua, è in grado di inghiottire in un solo boccone pure il signor Paolo Biondi [il più corpulento a Roma, ai tempi del Belli].

Gli strozzapreti sono un tipo di pasta grossa lunga un pollice ancor oggi presente in tutta l’Italia Centrale, soprattutto in Umbria, Lazio, Marche ed Emilia-Romagna (l’antico Stato della Chiesa), ma con altri nomi anche in Abruzzo e Italia Meridionale, sia come pasta fresca fatta in casa (l’ideale è farli di farina integrale e di forma rozza e irregolare aiutandosi con uno spiedo di ferro), sia come pasta secca prodotta e diffusa da artigianato e industria pastaria.
Nel primo Ottocento gli strozzapreti con sugo di carne – dice il Belli – erano diffusi a Roma perfino nella classe popolare benestante? Buono a sapersi, è una testimonianza di prima mano di storia sociale della gastronomia. Il Belli era figlio di una napoletana, e a Napoli  aveva dovuto trascorrere qualche anno della drammatica adolescenza. Cosicché, quegli strozzapreti tipici della cucina romana della festa, da lui descritti in nota come “cannelletti di pasta prosciugata, lunghi un pollice”, dovevano piacergli ancor di più grazie al nuovo “sughillo alla napolitana”, che altro non era – aggiunge – che “sugo di stufato” di carne nel quale erano verosimilmente ripassati in un secondo tempo dopo essere stati regolarmente bolliti in acqua. (“Cotti cor zughillo”, come dice il sonetto, è scorretto gastronomicamente o approssimativo).

Ma il Belli doveva sapere che nella sua Roma si producevano maccheroni che nulla avevano da invidiare a quelli di Napoli. Basta dire che sono stati trovati dei prezzari d’epoca appena pre-belliana, del 1752, quindi ancora compatibile coi Sonetti, che provano che la pasta di Roma era rinomata ed esportata perfino a Napoli (G.Buitoni 1938). Anzi, la corporazione dei Vermicellari romani era molto più antica di quella napoletana, visto che risaliva al Cinquecento e ai grandi cuochi della Corte pontificia, essendo la pasta un cibo tipicamente aristocratico e costoso, tant’è vero che in origine si condiva con zucchero e cannella. Infatti, oltre alle ricette di pastasciutta dolce del Rinascimento, le laganae della festa di Etruschi e Romani antichi oggi sopravvivono a Viterbo e in Umbria come “maccheroni dolci con le noci”, originalissimo e squisito dolce tipico delle feste tra Natale ed Epifania, che è proprio il periodo degli antichi Saturnali.

E dunque deve essere solo per amor di battuta (che, si sa, più è cinica, meglio riesce) o di rima, quando scoppia il colera a Napoli, il Belli si lascia scappare un commento ironico che oltre a essere incongruente è “socialmente scorretto: ”Ora tocca a quei poveri cafoni”, scrive. “E fino a quando avranno questo morbo addosso, noi romani non mangeremo più per niente maccheroni! (Er còllera mòribbus, 1° novembre 1836):

Mó ttocca a cqueli poveri cafoni,
e inzin che ccianno
sta pietanza addosso
nun ze
maggna ppiú un cazzo maccaroni.


E quando un marchese napoletano impazzisce, il Belli descrive Napoli come una città unica, che nessun Paese può imitare, in quanto a mostaccioli, balli, pazzie, maccheroni, sifilide, trippa cotta e facce gialle (Er matto da capo, 3 ottobre 1831).

Eh, ggià sse sa cc’a mmostaccioli, a bballi,
mattería, maccaroni e mmal francese,
se sa che a ttrippa verde e a ggruggni ggialli
nun c’è da stacce appetto antro paese.


La Roma del Belli, però, che ancora condisce i propri maccheroni con solo formaggio grattugiato, pepe e butirro, è ingolosita dai nuovi condimenti per maccheroni inventati dai napoletani. Così, se non i popolani, almeno la loro parte più abbiente (i “minenti”), e naturalmente la borghesia, l’aristocrazia e il clero medio-alto, sono subito pronti a provare il nuovo condimento up to date: il “sughillo” napoletano. Sugo che, però, pretende anche un arrosto, pietanza che a quei tempi davvero pochi e solo in eventi eccezionali possono permettersi tra i non ricchi.

Ecco perché i popolani se li sognano i “maccaroni cor zughillo”, e i preti poveri e i frati golosi si precipitano ovunque una massaia benestante e di manica larga li versi fumanti nei piatti. In un sonetto del 26 dicembre 1844 (La mojjetta de bbon core) un popolano disperato promette che se avrà la grazia farà vere e proprie pazzie, come dar fuoco alla casa e gustare finalmente due piatti da sempre sognati: una ricca frittata “rognosa”, cioè farcita di prosciutto e guanciale (Ravaro, Diz Roman. 2005), e un piatto di “maccaroni cor zughillo”:

Si Ddio me fa sta grazzia, senti, sposa,
do ffoco a ccasa: vojjo fà uno strillo.
Vojjo maggnà ’na frittata roggnosa
e bbravi maccaroni cor zughillo.


Si festeggia a maccheroni anche dopo un’operazione riuscita per opera d’un bravo chirurgo: quando vi mette lui “le mani addosso”, fate pure servire i maccheroni (L’operazzione da la parte der cortile, 7 novembre 1838):

Quanno ve mette lui le man’addosso
fate puro ammanní li maccaroni


E che i maccheroni per i poveri fossero non un piatto reale, ma un’utopia, quasi un modo di dire proverbiale, lo prova anche quest’invettiva (Le grazziette de mamma, 23 febbraio 1837): quando muori voglio festeggiare con un pasticcio di maccheroni e un triduo a sant’Anna:

Quanno che schiatti vojjo fà un pasticcio
de maccaroni, e un triduvo a ssant’Anna


Il sugo di stufato di manzo, di origine napoletana testimoniato dal Belli nel 1834, quindi, viene a rivoluzionare la pastasciutta, che in precedenza era condita solo con formaggio e-o burro, e per gli aristocratici più tradizionalisti con zucchero e cannella. Ora comincia a popolarizzarsi, e pur essendo il sugo di carne alla portata solo di nobili e – ma solo nei giorni festivi – anche di piccolo-borghesi e “minenti”, entra nell’immaginario collettivo dei romani, tanto che perfino i popolani ormai si permettono di desiderarlo. Ancora di là da venire la salsa di pomodoro, i maccheroni col sughillo entrano nei sogni dei popolani romani, non solo come cibo “squisito” ma soprattutto come piatto della festa, simbolo evidente di un nuovo status sociale faticosamente raggiunto.

IMMAGINI. Religiosi avidi e golosi (si noti, insieme con porcello arrosto, anche il piatto debordante di maccheroni) in un disegno di T. Rownaldson in The Holy Friar (1807). Immagini di strozzapreti crudi integrali (fatti in casa e industriali), di strangolapreti e di strangozzi conditi.

AGGIORNATO IL 5 APRILE 2015

11 aprile 2014

Altro che “madre delle Sante”: la fica è il vero motore del Mondo!

Origine du Monde. Museo d'Orsay (picc.) (G.Courbet 1866) Tre anni dopo la morte di G.G. Belli (1863), che nel 1832 aveva scritto il famoso sonetto La Madre de le Sante, il pittore francese Gustave Courbet dipinge un piccolo quadro a olio che rappresenta il soggetto considerato da secoli il più “osceno” di tutti, anche se, viste le statuette della Grande Madre, primordiale divinità femminile comune a tutte le culture, e le numerose raffigurazioni nella cultura Indu della yoni o “vulva sacra” (v. immagine in basso), è paradossalmente – perdonate il calembour – “il mito più antico della Storia dell’Uomo: il pube della donna”.

Fatto sta che Courbet intitola il quadro “L’origine du Monde(v. immagine qui sopra). Siamo nel 1866, e per la prima volta quello che sta tra le gambe d’una donna diventa notizia pubblica, e fa scandalo grazie alla morbosità diffusa dalla malizia cattolica (al tema sono dedicati parecchi Sonetti del Belli: si pensi solo alla Confessione. Ma ancor oggi una pittura del genere non la passerebbe liscia, e sicuramente qualche gruppo di bigotti “padri di famiglia” o associazione cattolica denuncerebbe l’evento come “osceno”.

Lontani i tempi (XII sec.) in cui uno scultore popolare poteva raffigurare in un bassorilievo esposto alla vista di tutti, col consenso di popolo, aristocratici e preti, una donna (influente: ha la corona) – forse la moglie del Barbarossa – che allarga le gambe e mostra un foltissimo pube, con in mano una cesoia allo scopo di tosarlo (statua di Porta Tosa, v. immagine in basso, e qualche notizia in più in Giustizia a Milano). Che fosse giusta vendetta dopo la distruzione di Milano da parte del Barbarossa o che avesse uno scopo apotropaico, cioè secondo le superstizioni popolari beneaugurante e scaccia-guai, resta il fatto che ancora nell’Alto Medioevo il pube femminile era alla portata visiva di chiunque. D’altra parte, ammettiamolo, gli organi genitali hanno sempre avuto una grande importanza nella vita dei popoli latini, e specialmente nella vita del popolo italiano, come ha scritto Curzio Malaparte.

Ma torniamo a L’Origine du Monde del Courbet. Come per i Sonetti erotici del Belli, vergognose autocensure si accaniscono sull’opera per più d’un secolo. Dipinto su commissione del diplomatico ottomano Khalil Bey, il quadro divenne subito clandestino anche tra galleristi e collezionisti, tra cui si nascondevano non pochi erotomani. Rivenduto più volte, nascosto dalle mogli dei vari proprietari con ridicole tendine o pannelli dipinti sovrapposti, trafugato, ricercato dai nazisti e dai sovietici, poi miracolosamente recuperato, approdò infine alle pareti di casa del celebre psicanalista francese Jacques Lacan, che poi lo lasciò al museo parigino d’Orsay, dove tuttora è stabilmente esposto.

Eppure, se nell’atavico immaginario maschile il desiderio ha un organo bersaglio, si concentra e si simbolizza da milioni di anni proprio lì. La “topa”, insomma, è anche un topos. Simbolo primigenio, perché nonostante la quotidianità e banalità del corpo umano è stato rappresentato nei miti ancestrali della fertilità (Grande Madre), quando il matriarcato voleva che prima ancora dell’organo fecondatore maschile, come poi accadde per millenni, quello fecondato femminile fosse dominante, visto che “misteriosamente” coincideva con il luogo da cui originava una nuova vita. Fu così che una divinità femminile col pube in evidenza s’imponeva nei miti pagani delle Origini, e la vulva scoperta ha sempre una funzione beneaugurante. Fertilità per gli Antichi voleva dire figli numerosi, perciò lavoro, ricchezza, felicità.

Porta Tosa (Milano) bassorilievo (picc.) Ma il Cristianesimo, negando corpo e sessualità e fondando ordini monastici e sacerdozio sulla castità, fa sì che la rappresentazione realistica della vulva sia vietata o considerata molto sconveniente. Tanto che ancor oggi l’angolo visuale del quadro di Courbet, che coincide col tema del sonetto del Belli, è considerato “di cattivo gusto” perfino in ambienti non religiosi e “progressisti”, come se fosse tipico dell’ominide, del ginecologo e del maniaco, a quanto pare tre gradi successivi di abiezione.

Certo, rappresentare il ventre femminile da un’angolazione visiva impossibile alla donna stessa, ma tipicamente maschile, e per di più identificarlo tout-court con “la donna” (la sineddoche o parte per il tutto è del resto una figura retorica antica), urta nello stesso tempo contro la Chiesa, che quella parte ha sempre umiliato tirando in ballo una presunta “anima”, e contro il femminismo che quella parte ha sempre esaltato, opponendo al posto dell’anima il cervello e dipingendo ogni sua ingiustificata esibizione da parte dei maschi (fica=donna) come o giovanile fissazione goliardica o volgare provocazione maschilista.

Ma né il Courbet, né il Belli cadono nel tranello maschilista: la parola “donna” hanno il buongusto di non scriverla, e così si salvano, a futura memoria, dalle femministe d’oggi. Il primo, infatti, intitola il ritratto di quella piccola parte anatomica ripresa dalla sua modella, con ironica metafora, L’Origine du Monde (l’origine del mondo), volendo significare quello degli esseri umani. Ma perché “mondo”? Meglio avrebbe fatto a intitolarla L’Origine de l’Homme, cosa biologicamente più sensata, visto che perfino un bambino sa che da quell’orifizio, temuto neanche si trattasse delle gole dell’Ade o desiderato come il giardino dell’Eden, non nascono fiumi, montagne o pesci, e neanche solo donne, ma nientedimeno il genere umano tutto.

Più bravo titolista, certamente, il Belli nel suo sonetto, famoso tra i cultori belliani e i collezionisti di letteratura “vietata”, La madre de le Sante. Anche qui è in primo piano l’organo femminile, ma solo linguisticamente, cioè con i suoi quaranta sinonimi. Il sonetto diventa, così, una mirabile esercitazione acrobatica e virtuosistica, un capolavoro di ricerca nel linguaggio popolare, che fa il paio col sonetto "gemello" sul nome dell' organo maschile, a cui abbiamo dedicato un articolo ancora pià curioso e interessante: Il Padre de li Santi.

Yoni o vulva sacra Anche qui, come nella Origine du Monde, una metafora forte nel titolo, col medesimo artificio semantico, ma con qualche differenza. Non potendo essere chiamato col proprio nome, il sesso della donna viene accreditato o di aver generato il Mondo (che esagerazione!), dal Courbet, o di aver dato origine alle Sante (più vero, anche se paradossale). Che cosa non si fa per essere inattaccabili dalla censura sessuofobica o ecclesiastica! Due diverse strategie: la prima scientista e laicista, tutta esterna alla Chiesa, secondo il costume francese adatto agli eredi della Rivoluzione borghese (Courbet); la seconda religiosa e tutta interna alla Chiesa, secondo il costume cattolico adatto alla beghina Roma dei Papi.

Insomma, due trovate geniali, ma la palma del titolo più ironico spetta al Belli. E in effetti – sembra sfidare beffardamente l’autore – signori papi, cardinali, vescovi, monsignori e preti, è inutile che mi scomunichiate: la vulva della donna che voi considerate strumento del Demonio è la stessa che hanno avuto le Sante (e che le ha generate), senza contare le vostre nonne, madri e sorelle. E allora, vogliamo almeno chiamarla col suo nome, anzi con tutti e quaranta i suoi nomi, dotti, familiari e popolari?

LA MADRE DE LE SANTE
Chi vvò cchiede la monna a Ccaterina,
pe ffasse intenne da la ggente dotta
je toccherebbe a ddí vvurva, vaccina,
e ddà ggiú co la cunna e cco la potta.
Ma nnoantri fijjacci de miggnotta
dìmo scella, patacca, passerina,
fessa, spacco, fissura, bbuscia, grotta,
fregna, fica, sciavatta, chitarrina,
sorca, vaschetta, fodero, frittella,
ciscia, sporta, perucca, varpelosa,
chiavica, gattarola, finestrella,
fischiarola, quer-fatto, quela-cosa,
urinale, fracoscio, ciumachella,
la-gabbia-der-pipino, e la-bbrodosa.
E ssi vvòi la scimosa,
chi la chiama vergogna, e cchi nnatura,
chi cciufèca, tajjola, e ssepportura. 
6 dicembre 1832

Versione. La madre delle Sante. Chi vuol chiedere sesso a Caterina, per farsi capire dalla gente dotta, dovrebbe dire vulva, vagina, e seguitare con cunna e potta. Ma noi altri figliacci di mignotta [semplici e duri, gente del popolo che parla come mangia, NdR] diciamo cella, patacca, passerina, fessa, spacco, fessura, bugia, grotta, fregna, fica, ciabatta, chitarrina, sorca, vaschetta, fodero, frittella, cicia, sporta, parrucca, varpelosa, chiavica, gattarola, finestrella, fischiarola, quel-fatto, quella-cosa, orinale, fracoscio, lumachella, la gabbia-dell’uccello, e la brodosa. E se vuoi la cimosa [l’aggiunta], chi la chiama vergogna e chi natura, chi ciufèca, tagliola e sepoltura.

Insomma, è un tipico sonetto-elenco del Belli. Colpisce che i sinonimi dell’organo della donna sono solo 40, mentre quelli dell’organo maschile (“Il padre de li santi” già citato), più polisignificante, arrivano a 53. Non meraviglia, invece, che l’opportunista Belli, rimatore spregiudicato, non fa qui alcuna gerarchia tra i sinonimi in base a popolarità e frequenza d’uso, ma li mescola a caso come più gli torna comodo per comodità di metrica e rima. Ha scritto un noto critico: «A Belli piacevano gli elenchi. Elencava nomi, sinonimi: li metteva in fila, ritmandoli in splendidi endecasillabi, disegnandoli nell'arco di un sonetto che – scrisse Gadda – “sgorga di vena e chiude di necessità”» (Enzo Siciliano, Corriere della Sera, 15 marzo 1984). A noi appaiono “pezzi di bravura”, scommesse acrobatiche con la metrica e con se stesso, ma già il grande belliano GiorgioVigolo aveva espresso qualche riserva: «La mania del catalogo era latente nel Belli, sempre pronta a venir fuori nei Sonetti, non appena il tessuto si allentasse. Si pensa che, anche dormendo, continuasse a fare sonetti con la testa ronzante di endecasillabi e di sostantivi in elenco. Sempre che gli se ne presenti il destro, ecco che apre il rubinetto dei nomi e se ne serve per rincalzo ritmico o piú semplicemente per riempitivo. Si può affermare a ogni modo, fin d'ora, che il Sonetto a catalogo, o i versi di molti nomi in fila, denunciano sempre una mi­nore presenza di autentico parlato popolaresco e uno schema di origine letteraria in cui può andare a defluire una ricchezza lessicale, ma non sintattica. È insomma l'equivalente del gusto per i sinonimi del Tommaseo che qui si traspone al vernacolo e arriva a comporsi in sonetti che sono articoli di vocabolario romanesco messi in rima» (Giorgio Vigolo, Saggio sul Belli).

Paradossale, piuttosto, che nella lunga elencazione belliana i due sinonimi più comuni nella lingua popolare romanesca, fregna e fica, appaiono come nascosti. Eppure lo stesso Belli li usa molte volte. Io vorrei tanto, dice p.es. l’innamorato pazzo di Geltrude, che noi due amanti fossimo “Giartruda tutta sorca, io tutt’uscello” (L’incisciature). Del resto il popolino non diceva anche di Santaccia, famosa prostituta di piazza Montanara, che “ddiventava fica da ogni parte”, grazie alle sue ben note virtù acrobatiche per accontentare insieme anche quattro clienti per volta?

E la fica poteva anche essere vantata come intatta, non si sa se in modo veritiero, da qualche ragazza denunciata al capo rione per condotta immorale da una gelosa concorrente. Con argomentazioni difensive geniali, degne del più capzioso degli avvocati. Non solo, e va bene, “sta fica è ancora sana”, ma “io sò zzitella ppiú de la Madonna, perché llei, nun fuss’antro, ha ffatto un fijjo” (Er presidente dell’Urione, 26 giugno 1832).

Ma perché “fica”? Per la vaga somiglianza dell’esterno dell’organo sessuale, dicono gli etimologi, almeno in molte donne, col frutto del fico, che nell’italiano delle origini doveva per forza essere sostantivo femminile (“fica”), come tutti i frutti (la mela, la pera, la susina), mentre maschili sono gli alberi corrispondenti (il melo, il pero, il susino). Questa è la regola ancor oggi. Perciò se fico è l’albero, fica era e dovrebbe essere il frutto. E tale è ancora presso sempre più rari contadini laziali e venditori di frutta del Centro-Italia e del Sud (p.es. a Lecce e nel Salento qualche banco di fruttivendoli vende “le fiche bone”), cioè dove le tradizioni del latino volgare si sono conservate meglio. Ma ben presto, dato il diffondersi della metafora anatomico-sessuale “fica” nel linguaggio popolare, per evitare confusioni si fece eccezione solo per il frutto del fico, e così fu volto al maschile. Fatto sta che fica o figa come organo sessuale appare già nell’Alto Medioevo ed è presente nelle Trecentonovelle del fiorentino Sacchetti (1393 circa). Invece, dove fica vuol dire solo il frutto, il nome è rimasto tuttora al femminile, come nei dialetti ligure, napoletano, leccese ecc. e nelle lingue neolatine (francese: la figue). Eppure, nella Roma di ieri ancora qualche venditrice di frutta urlava: «quant’è bbona la fica mia» (Zanazzo), e il medesimo invito, per niente sessuale, è stato ascoltato di recente al mercato Trionfale da più d’una venditrice “rustica”, cioè di quelle venute dalla campagna, che con astuzia commerciale faceva leva sulla sua esibita rusticità linguistica per dare a intendere che anche il frutto fosse rustico e genuino.

Fica, dunque, come organo sessuale della donna, ma anche come attività sessuale in generale. Nel sonetto La vita dell’omo che cosa di male e di bene deve attendersi dalla vita l’uomo adulto? “Lo spedale, li debbiti, la fica...” E qual è il problema principale dei monaci in convento, per dirla con Er Padre Suprïore (14 marzo 1834)? “So’ ddisperati pe la fica”. Dura, infatti, è la vita del prete: può e non può, vuole e non vuole. D’altra parte – argomenta il popolano del Belli con eversivo ma stringente sillogismo – “ssi vvoleva Iddio dajje er cappello / a lluminetto, e llevajje la fica / l’averebbe creato senz’uscello” (se Dio avesse voluto un prete immune dalla tentazione del sesso lo avrebbe fatto senza organo maschile). E, in effetti, allargando la visuale all’uomo in genere, è tale il brulicare di donne facili che “diteme cuale cazzo nun z’addrizzi / fra ttanto pipinaro de miggnotte”, cioè ditemi quale uccello non vada in erezione tra tanto brulicare di donne facili (Li preti maschi, 11 gennaio 1833).

Ma sì, lo sanno tutti: alla fin fine, che cosa muove l’universo Mondo? Non i potenti, ma la fica e i soldi. I soldi e la fica. Due cose che vanno sempre insieme: tanto la fica attira i quattrini, quanto i quattrini attirano la fica (Un indovinarello, 8 novembre 1832):

UN INDOVINARELLO
Sori dottori, chi ssa ddimme prima
come se chiama chi ggoverna er monno?
Cuello che mmanna tanta ggente in cima,
cuello che mmanna tanta ggente in fonno?
Er Papa? er Re? - De cazzi, io ve risponno:
sete cojjoni, e vve lo dico in rima.
Er pelo e er priffe è cquer che ppiú se stima
pe cquanto è llargo e llongo er mappamonno.
Er priffe e ’r pelo sò ddu’ cose uguale,
der pelo e 'r priffe sò ttutti l'inchini,
p'er priffe e 'r pelo se fa er bene e 'r male.
E una cosa dell'antra è tanta amica
cuanto la fica tira li cudrini,
e li cudrini tireno la fica.
8 novembre 1832

Versione. Un indovinarello [gioco infantile dell’indovinare]. Signori sapienti, chi sa dirmi prima che cosa governa il mondo, che manda tanta gente in cima, e manda tanta gente in fondo? Il Papa? Il Re? Nient’affatto, vi rispondo: siete degli stupidi e ve lo dico in rima. La fica e il denaro è quel che più si stima per quanto è largo e lungo il mappamondo. Il denaro e la fica sono due cose uguali [per potere], per la fica e il denaro sono tutti gli inchini, per il denaro e la fica si fa il bene e il male. E una cosa dell'altra è tanto amica che tanto la fica attira i quattrini, quanto i quattrini attirano la fica.

Anche la fica, ma meno dell’organo maschile, ha anche altri significati traslati, tra cui anche ozio, nel senso che una donna che non ha niente da fare che fa? “Si gratta la fica” (Er lavore, 30 gennaio 1833):

Cuanno che fussi dorce la fatica,
La voríano pe ssé ttanti pretoni
Che jje puncica peggio de l'ortica.
Va' in paradiso se cce sò mminchioni!
Le sante sce se gratteno la fica,
E li santi l'uscello e li cojjoni.

Versione. Se la fatica fosse piacevole, la vorrebbero per sé tanti preti furbi, a cui punge più dell’ortica. Guarda in Paradiso, se ci sono gli stupidi: le sante si grattano la fica [stanno in ozio] e i santi l’uccello e i coglioni

Ma è anche la parte per il tutto, specialmente una parte anatomica per l’intero corpo (sineddoche), cioè una bella donna. In questo caso la regina è Anna Bolena in un’opera del Donizetti vista a teatro (La ssedia de Tordinone): Ierassera cuer bon pezzo de fica de la reggina,

E fica e fregna sono sinonimi, proprio come la Roma di ieri e la Roma di oggi sarebbero la stessa cosa, secondo la singolare tesi storica del Belli, che si finge popolano ma in realtà è un piccolo-borghese ultraconservatore (Rom’antich’e mmoderna, 23 marzo 1834):

Bbravi! Roma moderna, e Rrom’antica!
Sarebbe com’a ddí: «Vostra sorella
lo pijja ne la freggna e nne la fica».

Ma fregna vuol dire anche capriccio o fisima, tanto che ancor oggi nel raro parlare romanesco delle donne più anziane resiste l’espressione “Ci ha le fregne”, riferita a una donna un po’ svitata, con la luna storta. E il Belli infatti riporta: Chi lo sa cc’antra fregna j’ha ppijjata? (Chi s’impicca se spicca, 24 novembre 1831).

E fregna, alla fin fine, non sembra anche un peggiorativo di fica? In alcuni casi, sì. Infatti è anche usato nel significato di cosa da nulla, bazzecola. Non per caso fregnaccia è una stupidaggine. Figuriamoci, poi, quando due uomini si litigano una fregna senza valore [anche qui sineddoche per donna], che per essere rimasta senza peli non dà neanche la dote, per riferirsi a un antico e oggi sibillino proverbio romano poco chiaro anche per lo stesso Belli, come ammette in nota: “Peli e fregna so’ la dote de Carpegna” (La donna liticata, 21 dicembre 1832). Che questa famiglia entrata nel proverbio fosse così povera o avara da dare in dote solo la “fregna” delle proprie donne? Non lo sapremo mai. Fatto sta che il concetto è ribadito qui:

E accusì in dua se litica una freggna
che pper èsse arimasta senza peli
nun dà mmanco la dota de Carpeggna

AGGIORNATO IL 6 NOVEMBRE 2014

3 novembre 2013

Non c’è più religione: anche lo Stato del Papa ricorda il Belli.

IL 150° ANNIVERSARIO DELLA SCOMPARSA (21 DICEMBRE 1863).

Se è vero che il Belli patì i guai suoi più da vivo che da morto, è ancor più vero che le sue “fortune” le sta godendo, poveretto, più da morto che da vivo. Del resto, tranne Victor Hugo che ebbe in vita perfino una strada col suo nome (e immaginiamo che dovesse sentirsi più morto che vivo quando vi passeggiava), tutti i Grandi sono “postumi”, cioè riconosciuti grandi dopo la morte. E il Belli parecchi decenni dopo la morte. Ma come, in Italia non bastava morire per diventare qualcuno? Come un tempo in Unione Sovietica e oggi nella Chiesa. Nel primo caso il dittatore di turno faceva celebrare come “eroe della Rivoluzione” i suoi predecessori. Nel secondo caso i Papi di oggi stanno prendendo il vizio di fare Beati e Santi, spesso a furor di popolo (v. il famigerato grido “Santo sùbito”), quasi tutti i loro colleghi trapassati. Cose che neanche sotto i Borgia...

Visto, dunque, che in Italia diventa un Grande, una volta nella tomba, qualunque personaggio appena noto, quando ormai sigillato nella bara e oppresso da tonnellate di marmo è finalmente in condizioni di non nuocere e quindi non dà più fastidio ai concorrenti, agli invidiosi o al Potere, figuriamoci se non meritava onoranze, e coi fiocchi, il grande Giuseppe Gioachino Belli, unico, vero cantore del popolo di Roma, i cui bozzetti di carattere e d’ambiente restano tuttora ineguagliati, e ridicolizzano perfino nella lingua e nella tecnica del verso i suoi inadeguati e tardi epigoni Trilussa e Pascarella, che hanno grazie al finto romanesco all’acqua di rose molti più lettori.

L’ITALIA UNA MONETA, IL VATICANO UN FRANCOBOLLO.

Perciò, anche se siamo abituati ai 100 e 200 anni, e le mezze misure dei 50 e 150 anni ci emozionano poco, siamo lieti che lo Stato italiano si sia ricordato del 150.o anniversario della scomparsa del Belli, tanto da organizzare un “Anno belliano”. E’ noto che nelle ricorrenze i burocrati della cultura, incerti se essere intellettuali critici o impiegati dell’Anagrafe, indugiano morbosamente sulle date come vecchie zie di provincia, e anzi ricordano morbosamente più il momento della morte che quello della nascita, sorvolando magari sull’intera lunga vita – peggio se imbarazzante, drammatica e contraddittoria – come fu quella del Belli.

Fatto sta che la cosa più preziosa di questo “ricordo” statale è stata una moneta celebrativa d’argento (valore facciale 5 euro; venduto dalla Zecca di Stato a 43,50 euro, spedizione esclusa), formalmente a corso legale ma in realtà per collezionisti numismatici e investitori, che ha un dritto bello ma un rovescio brutto e irriconoscibile (v. sotto): un pezzo del tempio di Vesta con un campanile sullo sfondo. Risultato: primo premio del peggior panorama di Roma d’ogni tempo! E poi, perché “G. Gioachino Belli” anziché G. G. Belli, o al limite Giuseppe G. Belli, cioè mettere in risalto il secondo nome, quando lui stesso firmava per scherzo i primi sonetti “Peppe er tosto”? Insipienza di burocrati ed “esperti”. In più, è stata organizzata una serie di Convegni.

Moneta 5 euro 150.o scomparsa GG Belli Zecca Italia,dritto 2013

Il Vaticano, invece, sorprendendo quasi tutti, soprattutto i conoscitori superficiali dei Sonetti, ha stampato un francobollo, ovviamente brutto (famigerata è ormai l’estetica della Chiesa oggi) e con un valore inesistente tra le tariffe postali (1 euro). Come a dire: vabbe’, il dovere nostro lo abbiamo fatto, ma ‘sto francobollo non lo vogliamo vedere mai sulle buste della Posta vera, reale: resti un valore virtuale, nascosto nelle raccolte segrete dei collezionisti filatelici.

IL VATICANO SCEGLIE IL SONETTO SUL GIUDIZIO UNIVERSALE.

Come è stato presentato ai filatelici? Un foglietto di sei francobolli da 1 euro, reso più elegante dalla stampa in corsivo, al centro della composizione, d’un sonetto. Immaginiamo il dramma dei funzionari delle poste: quale scegliere tra i tanti, molti dei quali di argomento “religioso” o “ecclesiastico”, sì, ma fortemente critici e satirici? Probabilmente dopo aver sentito – vista la delicatezza del caso – il cardinale Governatore e forse anche qualche prelato esperto “belliano” (ce ne sono, ce ne sono), hanno optato per Er giorno der Giudizzio, un sonetto di argomento biblico tra i più innocui, dal sapore caricaturalmente michelangiolesco, ma sconclusionato e comico come un tema di bambini alle elementari. Certo, complimenti all’autoironia dei prelati del Vaticano, ma si sa che loro, come diceva il perfido matematico Odifreddi, alle interpretazioni infantili delle Sacre Scritture sono abituati. Non è forse la religione, e quella cristiana con dichiarata consapevolezza, tanto più se cattolica, una narrazione fantasiosa adatta a coloro che non usano il senso critico, cioè per dirla col migliore eufemismo possibile, i “semplici di spirito”?

ER GIORNO DER GIUDIZZIO

Cuattro angioloni co le tromme in bocca
Se metteranno uno pe cantone
A ssonà: poi co ttanto de voscione
Cominceranno a ddì: ffora a cchi ttocca.
Allora vierà ssù una filastrocca
De schertri da la terra a ppecorone,
Pe rripijjà ffigura de perzone
Come purcini attorno de la bbiocca.
E sta bbiocca sarà ddio bbenedetto,
Che ne farà du' parte, bbianca, e nnera:
Una pe annà in cantina, una sur tetto.
All'urtimo usscirà 'na sonajjera
D'angioli, e, ccome si ss'annassi a lletto,
Smorzeranno li lumi, e bbona sera.

25 novembre 1831

Versione. Il giorno del Giudizio [Universale]. Quattro angioloni con le trombe in bocca si metteranno uno per cantone a suonare; poi con tanto di vocione cominceranno a dire: Fuori a chi tocca. Allora verrà fuori dalla terra una fila di scheletri a pecoroni [“camminando, cioè, con mani e piedi”, spiega il Belli in nota] per riprendere l’aspetto di persone, come pulcini attorno alla chioccia. E questa chioccia sarà Dio benedetto, che ne farà due parti, bianca e nera. Una per andare in cantina, una sul tetto. Alla fine uscirà un formicaio [è il Belli stesso che suggerisce la traduzione, anche se non ci convince] d’angeli e, come se si andasse a dormire, spegneranno i lumi e buona notte! 

Foglietto Poste Vaticane 150.o scomparsa GG Belli (2013) MORI’ CON LO SCALDINO IN MANO.

L’anniversario del 150.o della scomparsa cade pochi giorni prima di Natale. Il Belli, freddoloso com’era, neanche a farlo apposta morì in pieno inverno, nel gelo del 21 dicembre 1863, alle ore 20 e 30, simbolicamente con uno scaldino in mano, per un colpo apoplettico – come riferì il figlio – a quanto si legge nel bellissimo e introvabile libro di S. Rebecchini, ingegnere-umanista e già sindaco di Roma, Giuseppe Gioachino Belli e le sue dimore (Palombi ed. 1987), ristampa rara e numerata di quella del 1970, di cui l’editore ha voluto farci dono della copia n.177.

ANNO “BELLIANO”? MA IL BELLI, ANCHE PER COLPA DEI “BELLIANI”, E’ ANCORA UN ILLUSTRE SCONOSCIUTO.

Fatto sta che l’anniversario è stata una sorpresa innanzitutto per i “belliani”. E’ stato accompagnato da un mediocre e clandestino “Anno belliano” di Convegni, noto solo ai pochissimi che lo hanno organizzato, ai relatori, e ai funzionari che per lavoro ricevono i comunicati ufficiali. L’iniziativa di Marcello Teodonio, a cui, certo, siamo grati per l’inserimento, anni fa, del Belli e della letteratura romanesca nei programmi dell’Università di Roma Tor Vergata, e per l’acquisizione filologica del testo originale dei Sonetti, che ora una redazione specializzata in informatica ha riversato su internet, non ha purtroppo avuto successo, cioè risonanza sulla stampa e presenza popolare, sia perché egli stesso appare inadatto alla divulgazione, mantenendosi volutamente lontano da internet (basta dire che non siamo neanche riusciti a trovare il suo indirizzo email per fargli conoscere il presente sito!), sia perché anche gli altri organizzatori degli eventi belliani non sono all’altezza del compito o non vogliono comunicare al largo pubblico. Insomma, come sempre in Italia: sono gli “specialisti” o gli accademici, in questo caso i “belliani”, i primi responsabili dell’incultura del pubblico. Perciò, se questi sono gli “amici” del Belli, figuriamoci i nemici!

Infatti, perdura, fino a essere ormai cronica, l’ignoranza dei Sonetti, l’unica opera geniale del Belli di cui valga occuparsi, in Università, accademie, associazioni culturali, scuole, giornali, televisione, internet e perfino in singoli “uomini di cultura” della stessa Roma. Non meravigliamoci, perciò, se non a Torino o a Trento, ma proprio a Roma, l’uomo della strada o non li conosce affatto, ricordando semmai in alternativa qualche facile banalità di Trilussa o Pascarella, oppure, quando li ricorda, li orecchia in modo superficiale, impreciso, volgare, equivoco, puramente salace e sottoculturale. E, da parte loro, gli intellettuali e studiosi belliani, a forza di scoprire “altri aspetti” o “angoli nascosti” nella vita e nella caotica produzione belliana, come se gli sembrasse banale e ovvio continuare a riferirsi ai Sonetti, ormai finiscono per darli per scontati, risaputi, e perciò ne parlano poco. Basta vedere il brutto sito della Associazione belliana.

Risaputi un corno! Benché bisognosi di revisioni e correzioni che l’autore non ebbe mai il tempo e la volontà di fare, i Sonetti sono, a nostro parere, l’unica cosa valida del Belli. Ebbene, nessuno li divulga correttamente, con la grafia giusta, e soprattutto li spiega, traduce, analizza, commenta, critica e inquadra nel loro tempo, usando un buon italiano, tantomeno li riferisce all’oggi per le eventuali coincidenze d’attualità. I Sonetti sono difficili, spesso molto difficili e di non chiara interpretazione, e con titoli quasi sempre fuorvianti. Non possono, quindi, essere soltanto pubblicati e basta, senza analisi e commento, spesso anche in modo scorretto, come fanno praticamente tutti i siti di internet. Perciò siamo stati costretti ad aprire questo sito-blog.

SORPRESA: L’ANTIPAPALINO CELEBRATO DALLO STATO DEL PAPA.

Ma l’anniversario ha avuto almeno il merito di mettere per la prima volta d’accordo lo Stato italiano e quello della Città del Vaticano. E già, quando gli “eroi postumi” sono indigesti, in Italia devono fare i conti anche con una Nemesi crudele, quella dell’ottusità della burocrazia o dei bozzetti mediocri che dovrebbero celebrarli. Così il Caso si vendica non facendo sapere quel poco che accade, contando anche sull’ignoranza dei giornalisti e del pubblico, e soprattutto facendolo eseguire male.

Moneta 5 euro 150.o scomparsa GG Belli Zecca Italia, rovescio 2013Ha sorpreso tutti i giornalisti che la Chiesa, attraverso il suo braccio secolare, lo Stato della Città del Vaticano, abbia finalmente celebrato l’autore dei sonetti più virulenti contro  Papi, Curia romana, cardinali, vescovi, monsignori, parroci, preti, monaci, e la Chiesa stessa, autore che in qualche sonetto fa satira troppo acidula perfino sulla religione, però ipocritamente, sempre facendo parlare il popolo plebeo. Ecco, per esempio, quello che il tipico popolano del Belli pensa dei Papi in genere (e si potrebbero trovare versi ancora più duri): Er Papa, 26 novembre 1831, incipit:

Iddio nun vô cch’er Papa pijji mojje
pe nnun mette a sto monno antri papetti:
sinnò a li Cardinali, poverelli,
je resterebbe un cazzo da riccojje.

Versione. Iddio non vuole che il Papa prenda moglie, per non mettere al mondo altri papetti. Se no, ai Cardinali, poverelli, non gli resterebbe nulla da raccogliere.

E un Papa vale l’altro, tanto si sa, pensa il Belli-popolano, in fondo è solo un politico (L’upertura der Concrave, 2 febbraio 1831):

Bbe’? cche Ppapa averemo? È ccosa chiara:
o ppiù o mmeno la solita-canzona.
Chi vvôi che ssia? quarc’antra faccia amara.
Compare mio, Dio sce la manni1 bbona.
Comincerà ccor fà aridà li peggni,
cor rivôtà le carcere de ladri,
cor manovrà li soliti congeggni.
Eppoi, doppo tre o cquattro sittimane,
sur fà de tutti l’antri Santi-Padri,
diventerà, Ddio me perdoni, un cane.

Versione. Be’, che Papa avremo [dopo il Conclave]? E’ chiaro: più o meno la solita canzone. Chi vuoi che sia? Qualche altra faccia amara. Compare mio, Dio ce la mandi buona. Comincerà col restituire i pegni [del Monte di Pietà], collo svuotare di nuovo le carceri dei ladri, col manovrare i soliti congegni [del consenso popolare, della demagogia]. E poi, dopo tre o quattro settimane, come hanno fatto tutti gli altri Santi Padri, diventerà, Dio mi perdoni, un cane.

E altro che “Belli liberale”. Se il Papa è debole, senza idee né azione, insomma visibilmente inadatto al ruolo, come Gregorio XVI, nel Momoriale ar Papa (4 febbraio 1832), il Belli lo incita a essere più duro e autoritario, a usare l’arma della scomunica contro i furbi e prepotenti, fossero pure aristocratici e cardinali. Stavolta una posizione “di Destra”, diremmo oggi:

MOMORIALE AR PAPA
Papa Grigorio, nun fà ppiù er cazzaccio:
Svejjete da dormì Ppapa portrone.
San Pavolo t'ha ddato lo spadone,
E ssan Pietro du' chiave e un catenaccio?
Duncue, a tté, ffoco ar pezzo, arza cuer braccio
Su ttutte ste settacce bbuggiarone:
Di' lo scongiuro tuo, fajje er croscione,
Serreje er paradiso a ccatenaccio.
Mostra li denti, caccia fora l'oggne,
Sfodera una scommunica papale
Da fàlli inverminì ccom'e ccaroggne.
Scommunica, per cristo e la madonna!
E ttremeranno tutti tal e cquale
Ch'er palazzo der prencipe Colonna.
4 febbraio 1832

Versione. Il memoriale al Papa. Papa Gregorio, non fare più il buono a nulla: svegliati, Papa poltrone. San Paolo t’ha dato lo spadone e San Pietro due chiavi e il catenaccio? Dunque, a te, dà fuoco al cannone, alza quel braccio contro tutte queste brutte sètte del cavolo: dì il tuo scongiuro, fagli il segno della croce, chiudigli il paradiso a catenaccio. Mostra i denti, tira fuori le unghie, sfodera una scomunica papale da farli ricoprire di vermi come carogne. Scomunica, per Cristo e la Madonna! E tremeranno tutti, come il palazzo del principe Colonna [che tremava, secondo il popolino, a ogni scomunica papale.

SBAGLIANO I GIORNALISTI A GRIDARE ALLO SCANDALO.

Non c’è teologo che non potrebbe sottoscrivere questi e infiniti altri versi di denuncia contro la religione che diventa politica, demagogia, gusto per il potere, avidità di beni e corruzione, ma anche mollezza e pigrizia, anche e soprattutto nelle alte sfere della Chiesa. Perciò i commentatori sbagliano, mostrando incultura, superficialità davvero grossolana, e soprattutto una madornale incapacità di distinguere in modo critico concetti, idee e psicologia del Belli. Insomma, sapevamo che il Belli è poco letto, ma non credevamo che perfino i lettori del Belli equivocassero sul significato e il senso di molti Sonetti, scambiando magari anticlericalismo e critica moralistica di costume per agnosticismo. Noi che conosciamo un pochino il Belli, invece, non ci siamo meravigliati più di tanto. E la Chiesa, una volta tanto, ha ragione: ha fatto benissimo a celebrare il suo Dr. Jekyll-Mr Hyde, l’oscuro impiegato di giorno baciapile e di notte verseggiatore sferzante e diabolico.

MA LA CHIESA OGGI E’ D’ACCORDO CON LA CRITICA MORALISTICA DEL BELLI.

A leggere e interpretare correttamente i Sonetti, anche i più anticlericali e anti-ecclesiastici, si scopre che il pessimista Belli, che mette sempre in bocca al popolino il proprio pensiero, potrebbe essere considerato o un cattolico fondamentalista vecchio stile o un moderno moralista ecclesiale, un giansenista si sarebbe detto nell’800, in qualche caso addirittura un cristiano protestante. Più che anti-cattolico, anti-cristiano, o tanto meno ateo. Vero è, però, che il pessimismo dei suoi personaggi spesso sembra tendere a negare la verità stessa della religione. Infatti il Samonà propende per un dissidio tra ragione e religione che nel Belli sfocia alle volte in una sorta di negatività quasi materialistica, fino a punte di vera e propria miscredenza. Insomma questo aspetto del Belli appare contraddittorio e non facile da studiare.

Certo, sarebbe stato scomunicato e i suoi Sonetti sarebbero stati messi all’Indice, se fossero stati integralmente pubblicati sotto papa Pio IX. Ma perché la Chiesa dell’800 – tentano di spiegare oggi i cattolici – era ancora fondata sul braccio secolare, autoritario e armato, e non poteva ammettere il dissenso o il dubbio. Infatti, per i grandi cattolici liberali che fecero il Risorgimento, a partire dal romano Massimo d’Azeglio, la perdita del Potere temporale avrebbe giovato alla stessa religione cattolica riportandola a una dimensione più spirituale, oltre che alla libertà delle coscienze. Era questa anche l’idea di papa Montini, Paolo IV, che elogiava Porta Pia. E nei Sonetti il Belli, o da destra o da sinistra, è sempre contro il potere temporale dei Papi.

Del resto, pur nella satira più sferzante, non attacca mai la figura di Gesù in quanto tale o i fondamenti della fede cristiana (salvo descriverli in modo scanzonato e ironico, insieme con gli altri personaggi del Vecchio e Nuovo Testamento), ma le degenerazioni, l’incoerenza e i vizi dei cattolici in carne e ossa, con o senza l’abito talare. Ecco perché mette alla berlina preti, monaci, vescovi e papi che hanno tralignato, tradito, ingannato sia il popolo sia la stessa Chiesa (intesa come religione), quando questa proclama – se è in buona fede – il messaggio di Dio.

G.G.Belli, in fondo, visto in modo intelligente e paradossalmente laico da Oltre-Tevere, non ha fatto altro che puntare l’occhio sulla contraddizione aspra tra teoria e realtà nella Chiesa (Curia, sacerdoti e fedeli), tra missione originaria affermata e condizione effettiva, tra povertà asserita e ricchezza praticata, tra altruismo predicato ed egoismo concreto, tra bontà auspicata e cattiveria manifestata, tra buone pratiche e superstizione, tra semplicità ostentata (la rinuncia al mondo dai sacri Testi) e il formalismo, la pompa e le cerimonie dell’apparato della Chiesa. Sono proprio gli argomenti di qualsiasi buon parroco. E non da oggi.

Temi sui quali, a parole, tutti i “veri” o i “nuovi” cattolici erano e sono d’accordo, salvo poi non trarre le conclusioni da un fallimento durato due millenni. Un tempo, forse, erano cose da protestanti, ma oggi no. Perfino il mensile cattolico 30 Giorni (sottotitolo eloquente: Nella Chiesa e nel Mondo), diretto dal cattolicissimo Giulio Andreotti, commentò favorevolmente a firma di S. Ravaglioli i quattro sonetti satirici del Belli in occasione del Giubileo straordinario del 1832. L’autrice, che si capisce essere una buona conoscitrice del poeta romano, sottoscrive pienamente fino a usarla come titolo l’efficace conclusione del III sonetto della serie di quattro: “un Giubbileo ppe ttanti ladri è ppoco”.

MONTINI: IL FUMO DI SATANA. FRANCESCO: NO AL DENARO E SI’ ALLA COERENZA.

Dice: va be’, ma “in alto loco”? Lo stesso, anzi, meglio. Non solo l’ultimo papa, Francesco, ma perfino i suoi predecessori, soprattutto Benedetto XVI e Paolo VI hanno preso posizioni che qualcuno potrebbe definire “belliane”. Papa Montini addirittura scandalizzò qualche vecchio prelato di Curia (e ancor più i giornalisti) denunciando chiaro e tondo: «Attraverso qualche fessura, il fumo di Satana è entrato nella Chiesa» (29 giugno 1972). Cose simili ha detto e ridetto con parole di fuoco papa Ratzinger, contro i preti pedofili e non solo. E non parliamo di papa Francesco! Non solo contro l’accumulazione e ostentazione della ricchezza da parte dei religiosi, ma sull’esistenza stessa di una banca vaticana (a proposito, era stato proprio Pio IX, uno dei papi del Belli, a creare lo IOR), e perfino contro – udite, udite – l’ossessione del proselitismo, da sempre una costante della Chiesa, e la poca coerenza morale dei cristiani, clero e laici. E così via. Insomma, altro che Belli: sembra di sentir parlare un pastore protestante.

E allora, dov’è lo scandalo, signori commentatori e giornalisti laici che andate scrivendo che questo francobollo vaticano sul Belli è “rivoluzionario”? Semplice: scrivete così perché siete ignoranti della materia. Belli è sfaccettato e difficile, va letto, riletto e interpretato, anche perché usa una lingua complessa, e non basta conoscere due o tre sonetti scorrendo distrattamente gli altri titoli.

Non solo il Belli, dunque (se avesse fatto pubblicare i Sonetti in vita), ma se fossero stati semplici preti o vescovi, anche i gli stessi Papi che abbiamo detto avrebbero passato i guai loro a dire quelle cose alcuni secoli o decenni fa, perfino ai tempi di Gregorio XVI, Pio IX e Pio XII. Sarebbero stati scomunicati e ridotti allo stato laicale, come pochi anni fa toccò al domenicano Dom Franzoni, reo di aver detto e scritto cose simili a quelle del Belli, di papa Paolo e di papa Francesco.

IL VERO SCANDALO, PIUTTOSTO: DIVULGATORI INADEGUATI E SONETTI DIMENTICATI.

Quindi, nessuno scandalo ideologico. Semmai di deficit culturale. «In un Paese dove “s'incavajjèra mó cqualunque vizzio” (Li cavajjeri), non si è trovato un onorevole ministro né uno straccio di burocrate che abbia avuto il senno di celebrare l'anniversario della morte di Belli, genio incontrastato e universale, di cui ancor oggi si traduce in tutto il mondo la sublime invenzione, il sarcasmo e l'ironia», ha scritto in un’accorata lettera alla redazione romana del Corriere della Sera il poeta romano Lucio Mariani, cultore del Belli. A cui il cronista P. Conti ha risposto in modo evasivo evitando accuratamente di prendere posizione e di condividere la minima critica. Tipico della stampa italiana.

Un neo organizzativo e comunicativo, ripetiamo dopo averlo accennato sopra, e quindi anche culturale. E’ che un francobollo e una moneta, e perfino una serie di Convegni – dai temi un po’ troppo laterali ed eccentrici, però, rispetto ai Sonetti belliani – vista l’assoluta mancanza di pubblicità e di partecipazione popolare, non servono a nulla e a nessuno, e che niente si fa in pratica per diffondere tra i giovani, perfino a Roma, la lettura e l’esegesi critica dei Sonetti belliani. Anzi, sul testo vero e proprio dei Sonetti, neanche ci sono più gli studiosi che se ne occupano in modo critico, magari mettendo a disposizione del pubblico informatico quello che studiano. Addirittura dal testo “definitivo” a cura di Teodonio, riportato su Wikisource, sono state espunte le note aggiuntive del Vigolo, che almeno servivano a riempire sul web qualcuna delle numerose mancanze esplicative ai lemmi più oscuri, costringendoci così a fare spesso ricorso all’insostituibile opera del Vigolo, che risale al 1952, e ad altre opere cartacee.

Il Belli, insomma, tra tanti siti internet sottoculturali, volgari e di basso livello che si limitano a copiare – pure malamente – alcuni suoi sonetti senza tradurli, spiegarli e commentarli (anche perché così i loro autori rivelerebbero la loro bassa cultura, cioè di averli capiti poco o nulla), è ancora sconosciuto in Internet – che ormai è la Biblioteca d’Alessandria dei nostri tempi – come fenomeno culturale, e con un minimo di apparato interpretativo. I Sonetti del Belli, ripetiamo, per essere divulgati non possono essere copiati e incollati da qualunque becero, né fatti leggere da un attore qualsiasi, quasi sempre con pessima pronuncia e spelling incomprensibile, ma vanno sempre trascritti con la grafia corretta e “accettata”, tradotti, inquadrati, spiegati verso per verso e complessivamente, e infine commentati. Un lavorone. Quello che, seppure con pigrizia, fa il presente sito. Insomma, i Sonetti non solo sono cultura, ma pretendono anche molta cultura. Hanno come oggetto il volgo, è vero, ma vogliono fior d’intellettuali muniti di competenze plurime per essere capiti e divulgati. Passi per il largo pubblico, ma è grave che burocrati della Cultura e appassionati del Belli non lo capiscano. Questo, sì, il vero scandalo.

AGGIORNATO IL 10 APRILE 2014

2 novembre 2013

E se la zitella dice no? Perdo la testa e me la sbatto in un portone

Jane Austen scrittrice zitellaUna “bella zitella” un po’ sfiorita ma appetitosa, una di quelle procaci quarantenni che oggi in fatto di forme possono dare dei punti alle adolescenti smunte e dalla pelle grigia (a forza di notti in bianco, sigarette e alcol), ma che nonostante i suoi apparenti “trent’anni”, per niente offuscati da qualche ruga, ha lo sguardo triste che le risa sforzate non riescono a nascondere, e qualcosa dentro che la appesantisce, la invecchia. E quante ce ne stanno! Ma stiamo parlando di oggi.

Invece, ai tempi del Belli, quando le donne si sposavano prestissimo, ancora adolescenti, la zitella più comune era un’altra: qualsiasi ragazza vergine o anche donna non vergine “in età da marito”. E’ lo stesso poeta a chiarirlo (sonetto Er zitellesimo, in nota): “zitella, presso il popolo è tanto la non maritata, quanto la vergine, cose fra loro differentissime”. E già. Ma su questo equivoco le ragazze vivevano e prosperavano, il vicinato spettegolava, ma la morale del vicolo era ufficialmente salva. Impossibile sapere la verità. Dopotutto che è la verità? si chiederebbe Pirandello. Bisognerebbe chiederlo a “padron Bebberebbè” (personaggio caricaturale, di fantasia – nota il Vigolo – tanto la domanda è assurda per il Belli):

ER ZITELLESIMO
È zzitella la fijja de Chichì?
Indovinela-grillo si sse pò.
Ce sò cquelli che ddicheno de sì,
Ce sò cquelli che ddicheno de no.
Io mo in cusscenza nu lo posso dì,
Da cristian battezzato nu lo so.
Sò ggabbole, Andrea mia, cueste che cquì
Che bbisogna vedelle ar Pagarò.
Si tte discessi cuer che ppare a mmé,
Io saría d’oppignone che la dà,
Co tuttosciò che ll’ha nnegata a tté.
Ma ssi tte preme sta materia cquà,
Dimànnelo a ppadron Bebberebbè:
Lui solo te pò ddì la verità.
28 gennaio 1832

Versione. La verginità. E’ zitella la figlia di Chichì [diminutivo di Francesco]? Indovinala-grillo se si può. Ci son quelli che dicono di sì, ci son quelli che dicono di no. Io ora in coscienza non lo posso dire, da cristiano battezzano non lo so. Sono cabale, Andrea mio [una stranezza dell’uso popolare romano, qui e in altri sonetti, l’aggettivo al femminile per assonanza con un sostantivo che finisce in a...], queste qui, che bisogna vedere al pagherò [cioè alla fine, al momento cruciale]. Se ti dicessi quel che pare a me, io sarei dell’opinione che la dà [che si concede sessualmente], con tutto che l’ha negata a te. Ma se ti preme questo argomento, domandalo a padron Bebberebbè [personaggio immaginario, impossibile da trovare]. Solo lui ti può dir la verità.

Donna setina tonda e zitellaIl nome zitella (cittella al Nord Italia, registrato anche dal Tommaseo) è il diminutivo alla latina di zita (v. cita e cittina, in toscano), cioè fanciulla, ragazza vergine, che è anche un nome proprio femminile persiano. Ma la perfidia delle madri ne fa uno spauracchio. «Tu, col carattere che hai, mi sa tanto che non ti mariti: vuoi restare zitella?» predica la madre alle figlie più grandi. E così entriamo nella seconda categoria della “zitella”, quella un po’ denigratoria che è stata ed è tuttora in provincia e nei paesi del sud l’incubo di tante ragazze non più giovanissime. E a furia di prefigurare un futuro maligno e solitario, ecco che il vaticinio della madre o della nonna si avvera.

Fatto sta che tempo dopo la scomparsa del Belli, nel Novecento, il popolino romano prende a usare la parola “zitella” da sola e unicamente nel secondo significato, bollando come epiteto offensivo, lontano dall’uso del Belli e del popolo romano dell’Ottocento, tutte quelle donne ormai nella tarda giovinezza o addirittura nella maturità, irrimediabilmente non fidanzate né sposate, o perché brutte o con qualche difetto fisico o di cattivo carattere o anche riluttanti per predisposizione al maschio, e per questo – riteneva il popolino – un po’ lunatiche, scostanti, piene di manie, talvolta isteriche, ma comunque vogliose. Insomma, si arriva a una sorta di incivile discriminazione che mette alla berlina le malcapitate dipingendole come votate a una vita di privazioni sessuali e affettive. Perfino papa Francesco, scherzando, ha detto alle 800 rappresentanti delle suore di tutto il mondo: «Non siate zitelle!». (8 maggio 2013).

Nel Belli questo tipo di zitella è presente, eccome, perché si presta magnificamente ai suoi bozzetti di satira di costume, ma in questi casi al sostantivo – che da solo, ripetiamo, ha valore neutro – è aggiunto un aggettivo esplicativo e peggiorativo. Come nel caso dello sfogo di auto-compatimento della donna ormai stagionata e senza speranza, forse non bella (La zitella ammuffita), che l’amica Nunziata tenta invano di rincuorare:

E’ inutile pe mmé, sora Nunziata
De dimannamme si mme faccio sposa

Perché io non sono né amata (bbenvorzùta), né richiesta (ariscercata), non ho un nome elegante e vistoso come Llutucarda (Lutgarda), e morirò zitella perché sono nata sfortunata:

Nun me so inzin adesso maritata
E ccreperò accusì; perch’io sò nata
Sott’a qquella stellaccia pidocchiosa.

Eppure, c’era quel cuoco che le stava dietro... Macché, “non c’è vverso de facce capitale” (affidamento): è più fermo di Castel S.Angelo. A meno che – spera la zitella stagionata – non incontri qualche “scarterello” (uomo di scarto, pretendente di mezza tacca) a Carnevale, che era il periodo più adatto alle nuove amicizie e ai fidanzamenti per le recluse donne romane in tempi di maschilismo e clericalismo dominanti. Come che sia, confidiamo nel Signore e in San Pasquale. Chi? Ma Pasquale Baylonne, protettore delle donne:

Bbasta, aspettamo un po’ sto carnovale,
Sì ccapitassi quarche scartarello:
Lassamo fa ar Ziggnore e a ssan Pasquale.

Naturale che poi le zitelle, riferiva l’immaginario delle malelingue del vicolo, fossero vogliose, anzi vogliosissime di sesso, e facciano qualunque cosa pur di maritarsi. Ma molte non si guardano allo specchio e ci provano anche quando appaiono rivoltanti e conciate come maschere orribili, che si esibiscono e si strofinano per accattare un marito (chiosa il Vigolo). Il che, però, contrasta con l’accusa già accennata di indifferenza. Insomma, ogni malignità, anche la più incoerente, poteva essere indirizzata alla povere zitelle.

Ma resiste lo stereotipo popolare della scarsa avvenenza della zitella stagionata, e il Belli non fa nulla per resistervi. Chi volete che se la pigli, così brutta, magra e curva? scrive impietoso nel crudele doppio sonetto che assomiglia a un’invettiva degna di Marziale e Giovenale(La zitella strufinata, I e II, 3 febbraio 1832)?

Tanta smania te viè de fatte sposa?
Ma cchi vvôi che tte pijji? Basciaculo?
O er zor Jaià: pe tté nun c’è antra cosa.
Cuanno vojji però ppropio l’assarto,
Pijja in affitto er buggero d’un mulo,
Cché ssi nnò, bbella mia, mori de parto.

Versione. Tanta smania ti viene di farti sposa? Ma chi vuoi che ti pigli, Baciaculo? [nome di spregio (Belli), o di chi “si suole nominare come soggetto di pretese impossibili o di azioni assurde (Vigolo)], oppure il sor Jaià [modo di dire per uno stupido (Belli)]: per te non c’è altra soluzione. Se però vuoi proprio l’assalto, prendi in affitto il membro d’un mulo [animale sterile], ché altrimenti muori di parto.

jane_austen scrittrice zitella (dis. modif NV sanguigna) Sposarla io? Neanche morto, conferma il presunto pretendente della “zitella strufinata” (parte II): non solo ha un pessimo umore (“tutto quer morzarzo”) ed è mutevole peggio del sol di marzo, non è bella, ed è pure zoppa (“co cquella scianca che tte bbutta in farzo”), ma per fortuna io sono vedovo, e non me la sento “de la padella de cascà a la bbrascia”, cioè di cadere dalla padella nella brace.

Ma un certo tipo di “zitella” giovane, col sesso aveva rapporti stretti. Com’è possibile? Ma sì, nella Roma papalina s’impone a un certo punto la curiosa figura della zitella-puttana, o quasi. E in questo caso, ovviamente, per “zitella” si intendeva soltanto “nubile”. Per questo, il moralismo dei preti, sempre morbosamente attenti alle cose del sesso, riteneva le giovanissime zitelle povere e abbandonate pericolanti”, cioè sempre a rischio di adulterio, prostituzione, accattonaggio e incesto («perfino nella propria casa la ragazza non maritata è considerata in pericolo»”, scrive G. Zarri *), e perciò ricoverate ogni notte in dormitori o alloggiate fino alla maggiore età in appositi Conservatori gestiti da suore. Come quello famoso al rione Regola dedicato ai SS. Clemente e Crescentino, istituito da papa Clemente XII «per le povere orfane comunemente denominate zoccolette» (v. la via omonima), vuoi perché per economia portavano le calzature più economiche, gli zoccoli di legno, vuoi perché una volta uscite di lì, essendo il matrimonio e il servire in case patrizie cose difficili, potevano solo sperare di fare la “zoccola”, cioè la pubblica prostituta. Il nome del resto deriva proprio dalla rozza calzatura, tipica allora di persone rozze, povere e ignoranti, da cui l’analogia con quella condizione (cfr. Ravaro, Diz. Rom.). Ciò non toglie che l’assistenza della Chiesa o di famiglie nobili provvedeva spesso a costituire doti per le zitelle povere o abbandonate più oneste, meritevoli e avvenenti, così da permetter loro di sposarsi. Era questo uno degli scopi del Conservatorio della Ss.Immacolata Concezione di Maria (noto come Monastero delle Viperesche, dal nome della nobildonna mecenate Livia Vipereschi) in via di S.Vito, ai Monti.

Ma nella Roma papalina gravata dall’opprimente controllo pretesco e sociale, le zitelle giovani meno povere, più abili o fortunate perché vivevano a casa propria, riuscivano a dare ad intendere al vicinato d’essere zitelle, solo per attrarre i clienti con la sbandierata“verginità” e poter fare i propri comodi, in realtà concedendosi a tutti. Fatto sta che qualche zitella faceva una vita un po’ troppo disinvolta. Come La zitella dell’omonimo sonetto (8 gennaio 1834), che evidentemente passa da un uomo a un altro, è spesso incinta (la luna che non esce sta per mestruazioni mancate), tanto che il suo amante di turno corre a depositare il neonato alla ruota dell’ospedale S. Spirito, installata apposta per ricevere i neonati abbandonati:

Peccato che la luna in mezz’ar mare
Quarche mmese nun essce, e vve cojjona;
E cche spesso, a Ssaspirito, er compare
Curre a una rota, mette drento, e ssòna.

E doveva pure sbrigarsi e fare tutto di nascosto dai vicini, perché il parroco avrebbe potuto obbligarlo a sposare la donna, com’era legge nella Roma papalina.

Altro che zitella, questa, piuttosto una Santaccia (la celebre puttana di piazza Montanara). Infatti...

... ve se vede in faccia
che vvoi sete zitella a bbocc’uperta
a un dipresso in zur gusto de Santaccia.

Perché a bocca aperta, lo spiega il Belli in nota: a Roma il popolino, quando una zitella non era vera, pronunciava la parola aprendo in modo esagerato la “a”, alludendo alla più nota delle prestazioni sessuali della famosa e popolarissima prostituta.

Comunque, il trucco della ragazza sedicente “zitella” è semplice: non prendere mai ufficialmente marito pur avendone tanti, per poter continuare a fare la “puttanella”. Però col diritto a essere chiamata “zitella”. Che in fondo era anche una salvaguardia di onorabilità pubblica. Dal che si deduce che le ragazze romane al titolo di zitella ci tenevano, eccome: ne andava della loro reputazione. Un po’ come il velo per le ragazze musulmane oggi. Ipocrisie della “morale” in tempi e luoghi arretrati!

E ffussivo magara puttanella,
Nun avenno marito è ccosa scerta
Che v’hanno da chiamà ssempre zitella.

Ma le altre, le vere zitelle? Speranzose e maliziose quanto volete, in apparenza civette, ardite, spesso disposte al gioco di parole e all’allusione, perfino di fervida e maniacale immaginazione (proprio come certe suore giovani fissate sul sesso). Ma poi? Al dunque restano indecise, bloccate, di fronte a un uomo reale. Sono le famose “signorine no” per cui nessun pretendente è adatto o all’altezza, perché loro, si sa, sono tutte principesse, mentre lui è “troppo ordinario”, “troppo basso”, “non si lava”, “ha la barba”, è “volgare” o “puzza di tabacco”. E così, quando sono al momento del dire sì – com’è, come non è – si tirano indietro all’ultimo. Oppure è il pretendente che non si fa più vivo all’improvviso, inspiegabilmente. Ma la vera zitella lascia, più che farsi lasciare.

E anzi, una delle tecniche più furbe per trovare scuse e mandare a monte sempre tutto, non è dire no a tutti, ma lasciar balenare un sì a tutti nello stesso tempo. E’ la sindrome “Mirandolina”, ben descritta dal Goldoni, un tipo di donna del “vorrei e non vorrei”, dell’amore in testa ma non tra le gambe, insomma d’una cosa e del suo contrario, sempre indecisa, o perché troppo ingenua o perché troppo scaltra. Proprio come la zitella Lucia del sonetto La scerta, ragazza da marito messa finalmente dai genitori spazientiti di fronte a due pretendenti molto diversi tra loro: un giovane prestante e un anziano dai capelli grigi, ma ricco. E chi sceglie Lucia? Non sceglie, proprio come una zitella inveterata. Al giovane che chiede di decidersi risponde con una terzina che vale tutto il sonetto, specialmente l’ultimo verso. “Per me – dice il sostanza la furba ragazza – prenderei tutti e due: l’uccello vostro e i quattrini suoi”:

LA SCERTA
Sta accusì. La padrona cor padrone,
Volenno marità la padroncina
Je portonno davanti una matina,
Pe sceje, du’ bravissime perzone.
Un de li dua aveva una ventina
D’anni, e du’ spalle peggio de Sanzone;
E l’antro lo diceveno un riccone
Ma aveva un po’ la testa cennerina.
Subbito er giuvinotto de quer paro
Se fece avanti a dì: “Sora Lucia,
Chi volete de noi? parlate chiaro”.
“Pe dilla, me piacete voi e lui”,
Rispose la zitella; “e ppijerìa
Er cicio vostro e li quadrini sui”.
Roma, 21 novembre 1832

Versione. La scelta. Andò così. La padrona col padrone, volendo maritare la padroncina una mattina le portarono davanti, per scegliere, due bravissime persone. Uno dei due aveva una ventina d'anni e spalle più larghe di quelle di Sansone; dell' altro si diceva che fosse un riccone, ma aveva i capelli un po' grigi. Subito il giovanotto si fece avanti a dire: Signora Lucia, chi volete di noi? parlate chiaro. “Per dire la verità, mi piacete voi e lui - rispose la zitella - e prenderei l'uccello vostro e i quattrini suoi”.

Ma il bel gioco dura poco. Tirarla troppo per le lunghe ha i suoi inconvenienti. Certe zitelle “signor no” finivano per spazientire molto gli uomini, specialmente nell’Ottocento maschilista e un po’ violento del popolino descritto dal Belli. Rapimenti e stupri erano all’ordine del giorno, e la morale chiesastica metteva tutto a tacere con “matrimonio riparatore”.

Venditrice (part. e modif) (B.Pinelli 1816-22)E poi, va’ a capire chi è zitella e chi no. Ed ecco che lo spasimante invaghito della procace venditrice ambulante che vede passare spesso per la via, dopo averla seguita con lo sguardo chissà quante volte, un bel giorno perde la testa e senza più freni inibitori fantastica di fermare per strada la bella paciocca (donna formosa e rotondetta) alla prossima occasione, di condurla a forza dentro un portone, magari di sera, spingerla contro un muro dove non arriva la fioca luce del lampione a petrolio, e “ingrufalla” dove tocca tocca. E’ l’oscuro desiderio minacciato dall’io narrante, il Belli in persona, nel sonetto La peracottara:

LA PERACOTTARA
Sto a ffà la caccia, caso che mmommone
Passassi pe dde cqua cquela pasciocca,
Che va strillanno co ttanta de bbocca:
Sò ccanniti le pera cotte bbone.
Ché la voría schiaffà ddrento a ’n portone
E ppo’ ingrufalla indove tocca, tocca;
Sibbè che mm’abbi ditto Delarocca,
C’ho la pulenta e mmó mme viè un tincone.
Lei l’attaccò ll’antr’anno a ccinqu’o ssei?
Dunque che cc’è dde male si cquest’anno
Se trova puro chi ll’attacca a llei?
Le cose de sto monno accusí vvanno.
Chi ccasca casca: si cce sei sce sei.
Alegria! chi sse scortica su’ danno.
Roma, 14 settembre 1830

Versione. La venditrice di pere cotte. Sto facendo la posta, caso mai proprio ora passasse di qui quella bella giovane che va strillando a bocca aperta “Sono canditi, le pere cotte buone!”(**). Perché la vorrei spingere dentro a un portone e poi penetrarla dove capita. Anche se m’ha detto [il dottor] Delarocca che ho la gonorrea e mi verrà un tincone [adenite inguinale, nota il Vigolo]. Lei l’attaccò l’anno scorso a cinque o sei? Dunque che c’è di male se queat’anno si trova pure chi l’attacca a lei? Le cose di questo mondo così vanno. Chi casca casca: se ci sei ci sei. Allegria! Chi si scortica [fa il] suo danno.

NOTE
(*) Zarri G., Monache e sante alla corte estense (XV-XVI) in Storia illustrata di Ferrara, 2, a cura di F. Bocchi, Milano, 1987. p. 418.
(**) Nota il Belli: “Grido de’ venditori di pere cotte al forno, i quali girano nelle ore più calde della stagione estiva, dette perciò a Roma: l’ore de peracottari”.

IMMAGINI. 1. Tipica eterna zitella, in questo caso borghese, figlia d’un pastore protestante, la scrittrice inglese Jane Austen (1775-1817, per alcuni decenni contemporanea del Belli), mi perdonerà se uso un suo ritratto come immagine tipica della zitella stagionata. 2. Zitella laziale con l’abito della festa ai tempi del Belli. 3. Zitella giovane (ritratto di Jane Austen, da me modif. a sanguigna). 4. Venditrice sulla pubblica via, come la “peracottara” che aveva attizzato il desiderio dell’io narrante del sonetto del Belli (dis. di B. Pinelli).

17 marzo 2013

Habemus Papam nell’Ottocento. E che Dio ce la mandi buona!

gregorio xvi (stampa a colori) "Questo è ben più interessante che l’estrazione del lotto!" È il commento di un "elegantissimo spettatore" riferito da uno Stendhal presente in Piazza Montecavallo in attesa del nuovo Papa la mattina del 31 Marzo 1829. Marie-Henri Beyle, alias Stendhal, che soggiornò a Roma contemporaneo del Belli, descrive un "habemus Papam" visto dai ricchi e colti pellegrini del "viaggio in Italia", da una privilegiata prima fila sotto il balcone del palazzo del Quirinale, da cui il decano dei Cardinali annunciava l'elezione di Pio Ottavo. Un contrasto quasi violento con la cronaca Belliana, che racconta le disperazioni, le passioni e la satira del volgo romano.

Scrive Stendhal: «Pioveva a torrenti, una vera pioggia tropicale, quando questa mattina un parrucchiere al quale avevamo promesso una mancia è arrivato ansante e completamente fuor di sé nella sala dove facciamo colazione. Signori, non c’è fumata!". Ecco le sole parole che è riuscito a pronunciare. Dunque lo scrutinio di questa mattina non è stato bruciato: vuol dire che il papa è stato eletto!Siamo stati colti di sorpresa; proprio come Cesare Borgia avevamo tutto previsto per il giorno della nomina del pontefice, meno che piovesse a dirotto. Abbiamo sfidato l’acquazzone. Abbiamo avuto la costanza di restare tre ore sulla piazza di Montecavallo. In capo a dieci minuti eravamo bagnati come se ci fossimo gettati nel Tevere. I nostri mantelli di taffetà impermeabile cercavano di proteggere le nostre compagne, intrepide quanto noi. Avremmo potuto guardare la scena da certe finestre che danno sulla piazza, che erano a nostra disposizione, ma desideravamo restare proprio di fronte alla porta del palazzo, davanti al finestrone murato, in modo da non perdere le parole del cardinale che avrebbe proclamato il nuovo papa. Non ho mai visto una folla simile: una spilla non sarebbe caduta a terra, e pioveva a catinelle.

Pio VIII (Stampa. Museo Centrale del Risorgimento)«Alcuni bravi soldati svizzeri, coi quali eravamo già d’accordo, ci hanno aiutato a raggiungere i posti conservatici vicino alla porta del palazzo. Uno dei nostri vicini, un tipo elegantissimo che stava sotto la pioggia da più di un’ora, ci ha detto: «Questo è ben più interessante che l’estrazione del lotto! Pensate che il nome del nuovo papa influirà direttamente sulla fortuna e sull’avvenire di tutti i romani che portano abiti di buona stoffa». A poco a poco la penosissima attesa ha fatto incollerire il popolo, e in queste circostanze tutti diventano popolo. È impossibile descrivere l’empito di gioia e di impazienza che d’un colpo ci ha tutti agitati quando una prima, piccola pietra si è staccata dalla finestra murata sul balcone. Tutti gli occhi erano fissi lassù. Un urlo immenso ci ha rintronato nelle orecchie. L’apertura si è ingrandita rapidamente: in pochi minuti la breccia era abbastanza larga da permettere di affacciarsi al balcone.

«È uscito un cardinale. Ci è parso fosse l’Albani. Ecco però che spaventato dal terribile rovescio d’acqua che vien giù dal cielo, egli ha un istante di esitazione e poi si ritrae. Evidentemente non osava affrontare di colpo tutto quel freddo, dopo tanti giorni di reclusione. Come descrivere il furore del popolo a quella vista, le sue grida di collera, le sue imprecazioni volgarissime? Le nostre compagne ne furono spaventate. Già i più furiosi urlavano che volevano invadere il conclave per eleggere loro stessi il papa nuovo. La incredibile scena è durata più di mezz’ora. Alla fine, a forza di gridare, la gente non aveva più voce.

«A questo punto la pioggia è diminuita per un istante. Il cardinale Albani si è avanzato di nuovo sul balcone: dall’immensa folla è venuto come un gran sospiro di gioia. Poi un silenzio che si sarebbe sentita volare una mosca. Il cardinale ha detto: “Adnuntio vobis gaudium magnum, papam habemus eminentissimum et reverendissimum dominum...” Qui l’attenzione della folla è raddoppiata. “Franciscum Xaverium, episcopum tusculanum Sacrae Romanae Ecclesiae cardinalem Castiglioni, qui sibi nomen imposuit Pius VIII”. Alle parole Franciscum Xaverium quelli che conoscono i nomi di battesimo dei cardinali hanno subito indovinato che si trattava di Castiglioni. Ho sentito parecchia gente intorno a me mormorare subito quel nome. Alle parole episcopum tusculanum altre venti persone hanno pronunciato il nome del Castiglioni, ma a voce bassissima, in modo da non perdere niente di ciò che diceva il cardinale Albani. Alla parola Castiglioni c’è stato come un grido soffocato, subito seguito da un movimento di gioia profonda.

Papa Pio IX appena eletto (incisione)«Si dice che questo papa sia davvero colmo di virtù; di certo non sarà cattivo. Prima di lasciare il balcone, il cardinale Albani ha gettato alla folla un foglio di carta contenente le stesse parole che aveva pronunciato poco prima. Poi si è messo a battere le mani. Un grande, unanime applauso gli ha risposto dalla piazza: nello stesso istante il cannone di Castel Sant’Angelo annunciava il grande evento al popolo della città e della campagna.

«Ho visto le lacrime brillare in molti occhi: erano il frutto di una semplice reazione emotiva dinanzi a un avvenimento atteso tanto a lungo? Oppure erano davvero un segno di felicità per aver ottenuto un così buon sovrano, dopo tante paure? La gente, mentre sfollava, canzonava allegramente quei due o tre cardinali la cui nomina l’avrebbe costernata. Siamo tornati a casa di corsa per asciugarci. In vita nostra non eravamo mai stati così zuppi di pioggia.

«Ecco qualche altro particolare fra quelli che la prudenza mi permette di rendere noti. I tre o quattro voti che hanno deciso l’elezione sono andati a Pio VIII grazie a una predizione di Pio VII. Si racconta che Pio VII, quando nominò cardinale l’attuale pontefice, dicesse che egli sarebbe stato il suo successore» (Stendhal, Les Promenades dans Rome).

Un pezzo da cronista d'altri tempi, compreso dalla grandiosità dell' evento ma attento ai più minuti particolari. Uno scrittore di cultura illuministica che affermava fra l'altro: "Dio ha una sola scusa: quella di non esistere".

Mentre Stendhal commenta, in fondo alla sua dettagliata cronaca, le qualità morali del nuovo pontefice, il Belli, nel brevissimo spazio del sonetto che segue, ne tratteggia solo i segni atroci di una vecchiaia ormai devastante.

PIO OTTAVO

Che fior de Papa creeno! Accidenti!
Co rispetto de lui pare er Cacamme.
Bella galanteria da tate e mamme
pe fà bobo a li fiji impertinenti!
Ha un erpeto pe tutto, nun tiè denti,
è guercio, je strascineno le gamme,
spènnola da una parte, e buggiaramme
si arriva a fà la pacchia a li parenti.
Guarda lí che ffigura da vienicce
a fà da Crist’in terra! Cazzo matto
imbottito de carne de sarcicce!
Disse bene la serva de l’Orefice
quanno lo vedde in chiesa: «Uhm! cianno fatto
un gran brutto strucchione de Pontefice».
1° aprile 1829

Versione. Che fior di Papa hanno creato! Accidenti! Con rispetto per lui sembra il Cacamme (storpiatura da haham, autorità ebraica nel Ghetto). Bell' atteggiamento da padri e madri che vogliano spaventare i figli impertinenti! Ha un erpete dapertutto, non ha denti, è cieco da un occhio, cammina trascinando le gambe, pende da una parte e scommetto che non farà in tempo ad arricchire i parenti (il nepotismo dei Papi). Guarda che razza di figura da fare il Cristo in terra! Un cazzo matto (stupidone da mandare in manicomio) imbottito di carne da salsicce! Disse bene la serva dell'orefice quando lo vide in chiesa "Uhm! ci hanno fatto un gran brutto omaccione mal tagliato come Pontefice".

In realtà Pio Ottavo, appoggiato dalla Francia, fu un Papa si vecchio e malandato ma buono e "liberale". Si adoperò fra l'altro per contrastare il nepotismo, piaga che accomunava da secoli pontefici e cardinali della chiesa di Roma. Fu inevitabilmente di transizione, vista la sua età avanzata governò per soli due anni. In attesa dell' austriacante Gregorio XVI, originario di Belluno nelle terre dell' Impero Austro-ungarico.

Papa Gregorio, che fu il secondo papa del Belli, è stato oggetto di un gran numero di sonetti. Spesso con una satira feroce contro un pontefice illiberale, vizioso, intemperante e nepotista. Ma il buongiorno si vede dal mattino, e quando è abbattuto il muro che chiudeva i Cardinali nel conclave (da cui uscirà Gregorio XVI) il Belli è pessimista: sarà sicuramente un'altra "faccia amara".

L’UPERTURA DER CONCRAVE

Senti, senti castello come spara!
Senti montescitorio come sona!
È seggno ch’è finita sta caggnara,
e ’r Papa novo già sbenedizziona.
be’? che Papa averemo? È cosa chiara:
o più o meno la solita-canzona.
Chi vôi che sia? quarc’antra faccia amara.
Compare mio, Dio ce la manni bona.
Comincerà cor fà aridà li peggni,
cor rivôtà le carcere de ladri,
cor manovrà li soliti congeggni.
Eppoi, doppo tre o quattro sittimane,
sur fà de tutti l’antri Santi-Padri,
diventerà, Dio me perdoni, un cane.
2 febbraio 1831

Versione. L'apertura del conclave (demolizione del muro del conclave). Senti, senti il cannone di Castel Sant'Angelo come spara! Senti le campane di Montecitorio (palazzo di polizia) come suonano! È segno che è finita questa cagnara e il Papa nuovo già impartisce le benedizioni. Allora che Papa avremo? È chiaro, più o meno la solita canzone. Chi vuoi che sia? Qualche altra faccia amara. Compare mio. Che Dio ci assista. Comincerà con restituire i pegni (di piccolo importo) gratuitamente dal Monte di Pietà, vuoterà di nuovo le carceri dai ladri (amnistia) ed altri simili provvedimenti. Poi dopo tre o quattro settimane, come hanno fatto tutti gli altri Santi Padri, diventerà, Dio mi perdoni, un cane.

Povero Gregorio XVI! Non possiamo sapere se fu meglio o peggio di tanti altri papi che ridussero Roma una piccola città popolata da mendicanti, servi dei preti e delle cento famiglie nobili. Certo la presenza di un cronista attento e spietato come il Belli lo ha condannato, attraverso il "monumento al volgo romano", ad una eterna derisione e disprezzo. " A Papa Gregorio je volevo bene perché me dava er gusto de potenne dì male", da un appunto trovato fra le sue carte.

Celebre e durissima verso le istituzioni del Papa Re anche la frase di Stendhal, grande appassionato di Roma, dei suoi monumenti e delle sue donne. "Della patria di Cicerone, Cesare e Virgilio rimangono solo le spoglie esteriori; il suo spirito è morto per sempre e sono i preti e le superstizioni cristiane che l'hanno ucciso".

Il Belli doveva commentare, con i suoi sonetti, ben tre pontificati. L'ultimo Papa Pio IX accese nei cittadini di Roma e dell' Italia intera grandi speranze di rinnovamento liberale. Speranze che dovevano via via affievolirsi per poi spegnersi del tutto. Il nostro poeta, all' indomani della sua elezione, gli dedica un primo sonetto di speranza, non tralasciando però un' ultima satirica frecciata agli eccessi del defunto Gregorio.

ER PAPA NOVO

Che ce faressi? è un gusto mio, fratello:
su li gusti, lo sai, nun ce se sputa.
Sto Papa che c’è mó rride, saluta,
è giovene, è a la mano, è bono, è bello...
Eppuro, er genio mio, si nun ze muta,
sta piú p’er papa morto, poverello!:
nun fuss’antro pe avé mess’in castello,
senza pietà, quella ginía futtuta.
Poi, ve pare da papa, a sto paese,
er dà contro a prelati e a cardinali,
e l’uscí a piede e er risegà le spese?
Guarda la sù cucina e er rifettorio:
sò propio un pianto. Ah queli bravi sciali,
quele belle maggnate de Grigorio!
21 ottobre 1846

Versione. Il Papa nuovo. Che vorresti dire? È un mio gusto: e sui gusti non si discute (gioco sulla frase latina "de gustibus non est disputandum").Questo Papa di adesso ride, saluta, è giovane, è alla mano, è buono, è bello ... eppure il gusto mio, se non cambia, sta più per il Papa morto, poverello! non fosse altro per aver messo in prigione, senza pietà, quella categoria maledetta (i liberali rivoluzionari). Poi vi pare un comportamento da Papa, in questo paese, il dare contro a prelati e cardinali, l' uscire a piedi e il ridurre le spese? Guarda la sua cucina e il refettorio: sono proprio un pianto. Ah quelle grandi abbondanze, quelle belle mangiate di Gregorio!

IMMAGINI. 1. Papa Gregorio XVI, contro cui il Belli si scaglia in numerosi sonetti, in una rara stampa popolare. 2. Un “santino” di papa Pio VIII, che non era affatto brutto e ripugnante come dice il Belli, almeno nelle stampe e nei ritratti che abbiamo. Che poi fosse malfermo in salute, tanto da morire due anni dopo (il popolino disse avvelenato…), è un altro discorso (Roma, Museo Centrale del Risorgimento). 3. Il giovane papa Pio IX appena insediato.

 
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