17 marzo 2013

Habemus Papam nell’Ottocento. E che Dio ce la mandi buona!

gregorio xvi (stampa a colori) "Questo è ben più interessante che l’estrazione del lotto!" È il commento di un "elegantissimo spettatore" riferito da uno Stendhal presente in Piazza Montecavallo in attesa del nuovo Papa la mattina del 31 Marzo 1829. Marie-Henri Beyle, alias Stendhal, che soggiornò a Roma contemporaneo del Belli, descrive un "habemus Papam" visto dai ricchi e colti pellegrini del "viaggio in Italia", da una privilegiata prima fila sotto il balcone del palazzo del Quirinale, da cui il decano dei Cardinali annunciava l'elezione di Pio Ottavo. Un contrasto quasi violento con la cronaca Belliana, che racconta le disperazioni, le passioni e la satira del volgo romano.

Scrive Stendhal: «Pioveva a torrenti, una vera pioggia tropicale, quando questa mattina un parrucchiere al quale avevamo promesso una mancia è arrivato ansante e completamente fuor di sé nella sala dove facciamo colazione. Signori, non c’è fumata!". Ecco le sole parole che è riuscito a pronunciare. Dunque lo scrutinio di questa mattina non è stato bruciato: vuol dire che il papa è stato eletto!Siamo stati colti di sorpresa; proprio come Cesare Borgia avevamo tutto previsto per il giorno della nomina del pontefice, meno che piovesse a dirotto. Abbiamo sfidato l’acquazzone. Abbiamo avuto la costanza di restare tre ore sulla piazza di Montecavallo. In capo a dieci minuti eravamo bagnati come se ci fossimo gettati nel Tevere. I nostri mantelli di taffetà impermeabile cercavano di proteggere le nostre compagne, intrepide quanto noi. Avremmo potuto guardare la scena da certe finestre che danno sulla piazza, che erano a nostra disposizione, ma desideravamo restare proprio di fronte alla porta del palazzo, davanti al finestrone murato, in modo da non perdere le parole del cardinale che avrebbe proclamato il nuovo papa. Non ho mai visto una folla simile: una spilla non sarebbe caduta a terra, e pioveva a catinelle.

Pio VIII (Stampa. Museo Centrale del Risorgimento)«Alcuni bravi soldati svizzeri, coi quali eravamo già d’accordo, ci hanno aiutato a raggiungere i posti conservatici vicino alla porta del palazzo. Uno dei nostri vicini, un tipo elegantissimo che stava sotto la pioggia da più di un’ora, ci ha detto: «Questo è ben più interessante che l’estrazione del lotto! Pensate che il nome del nuovo papa influirà direttamente sulla fortuna e sull’avvenire di tutti i romani che portano abiti di buona stoffa». A poco a poco la penosissima attesa ha fatto incollerire il popolo, e in queste circostanze tutti diventano popolo. È impossibile descrivere l’empito di gioia e di impazienza che d’un colpo ci ha tutti agitati quando una prima, piccola pietra si è staccata dalla finestra murata sul balcone. Tutti gli occhi erano fissi lassù. Un urlo immenso ci ha rintronato nelle orecchie. L’apertura si è ingrandita rapidamente: in pochi minuti la breccia era abbastanza larga da permettere di affacciarsi al balcone.

«È uscito un cardinale. Ci è parso fosse l’Albani. Ecco però che spaventato dal terribile rovescio d’acqua che vien giù dal cielo, egli ha un istante di esitazione e poi si ritrae. Evidentemente non osava affrontare di colpo tutto quel freddo, dopo tanti giorni di reclusione. Come descrivere il furore del popolo a quella vista, le sue grida di collera, le sue imprecazioni volgarissime? Le nostre compagne ne furono spaventate. Già i più furiosi urlavano che volevano invadere il conclave per eleggere loro stessi il papa nuovo. La incredibile scena è durata più di mezz’ora. Alla fine, a forza di gridare, la gente non aveva più voce.

«A questo punto la pioggia è diminuita per un istante. Il cardinale Albani si è avanzato di nuovo sul balcone: dall’immensa folla è venuto come un gran sospiro di gioia. Poi un silenzio che si sarebbe sentita volare una mosca. Il cardinale ha detto: “Adnuntio vobis gaudium magnum, papam habemus eminentissimum et reverendissimum dominum...” Qui l’attenzione della folla è raddoppiata. “Franciscum Xaverium, episcopum tusculanum Sacrae Romanae Ecclesiae cardinalem Castiglioni, qui sibi nomen imposuit Pius VIII”. Alle parole Franciscum Xaverium quelli che conoscono i nomi di battesimo dei cardinali hanno subito indovinato che si trattava di Castiglioni. Ho sentito parecchia gente intorno a me mormorare subito quel nome. Alle parole episcopum tusculanum altre venti persone hanno pronunciato il nome del Castiglioni, ma a voce bassissima, in modo da non perdere niente di ciò che diceva il cardinale Albani. Alla parola Castiglioni c’è stato come un grido soffocato, subito seguito da un movimento di gioia profonda.

Papa Pio IX appena eletto (incisione)«Si dice che questo papa sia davvero colmo di virtù; di certo non sarà cattivo. Prima di lasciare il balcone, il cardinale Albani ha gettato alla folla un foglio di carta contenente le stesse parole che aveva pronunciato poco prima. Poi si è messo a battere le mani. Un grande, unanime applauso gli ha risposto dalla piazza: nello stesso istante il cannone di Castel Sant’Angelo annunciava il grande evento al popolo della città e della campagna.

«Ho visto le lacrime brillare in molti occhi: erano il frutto di una semplice reazione emotiva dinanzi a un avvenimento atteso tanto a lungo? Oppure erano davvero un segno di felicità per aver ottenuto un così buon sovrano, dopo tante paure? La gente, mentre sfollava, canzonava allegramente quei due o tre cardinali la cui nomina l’avrebbe costernata. Siamo tornati a casa di corsa per asciugarci. In vita nostra non eravamo mai stati così zuppi di pioggia.

«Ecco qualche altro particolare fra quelli che la prudenza mi permette di rendere noti. I tre o quattro voti che hanno deciso l’elezione sono andati a Pio VIII grazie a una predizione di Pio VII. Si racconta che Pio VII, quando nominò cardinale l’attuale pontefice, dicesse che egli sarebbe stato il suo successore» (Stendhal, Les Promenades dans Rome).

Un pezzo da cronista d'altri tempi, compreso dalla grandiosità dell' evento ma attento ai più minuti particolari. Uno scrittore di cultura illuministica che affermava fra l'altro: "Dio ha una sola scusa: quella di non esistere".

Mentre Stendhal commenta, in fondo alla sua dettagliata cronaca, le qualità morali del nuovo pontefice, il Belli, nel brevissimo spazio del sonetto che segue, ne tratteggia solo i segni atroci di una vecchiaia ormai devastante.

PIO OTTAVO

Che fior de Papa creeno! Accidenti!
Co rispetto de lui pare er Cacamme.
Bella galanteria da tate e mamme
pe fà bobo a li fiji impertinenti!
Ha un erpeto pe tutto, nun tiè denti,
è guercio, je strascineno le gamme,
spènnola da una parte, e buggiaramme
si arriva a fà la pacchia a li parenti.
Guarda lí che ffigura da vienicce
a fà da Crist’in terra! Cazzo matto
imbottito de carne de sarcicce!
Disse bene la serva de l’Orefice
quanno lo vedde in chiesa: «Uhm! cianno fatto
un gran brutto strucchione de Pontefice».
1° aprile 1829

Versione. Che fior di Papa hanno creato! Accidenti! Con rispetto per lui sembra il Cacamme (storpiatura da haham, autorità ebraica nel Ghetto). Bell' atteggiamento da padri e madri che vogliano spaventare i figli impertinenti! Ha un erpete dapertutto, non ha denti, è cieco da un occhio, cammina trascinando le gambe, pende da una parte e scommetto che non farà in tempo ad arricchire i parenti (il nepotismo dei Papi). Guarda che razza di figura da fare il Cristo in terra! Un cazzo matto (stupidone da mandare in manicomio) imbottito di carne da salsicce! Disse bene la serva dell'orefice quando lo vide in chiesa "Uhm! ci hanno fatto un gran brutto omaccione mal tagliato come Pontefice".

In realtà Pio Ottavo, appoggiato dalla Francia, fu un Papa si vecchio e malandato ma buono e "liberale". Si adoperò fra l'altro per contrastare il nepotismo, piaga che accomunava da secoli pontefici e cardinali della chiesa di Roma. Fu inevitabilmente di transizione, vista la sua età avanzata governò per soli due anni. In attesa dell' austriacante Gregorio XVI, originario di Belluno nelle terre dell' Impero Austro-ungarico.

Papa Gregorio, che fu il secondo papa del Belli, è stato oggetto di un gran numero di sonetti. Spesso con una satira feroce contro un pontefice illiberale, vizioso, intemperante e nepotista. Ma il buongiorno si vede dal mattino, e quando è abbattuto il muro che chiudeva i Cardinali nel conclave (da cui uscirà Gregorio XVI) il Belli è pessimista: sarà sicuramente un'altra "faccia amara".

L’UPERTURA DER CONCRAVE

Senti, senti castello come spara!
Senti montescitorio come sona!
È seggno ch’è finita sta caggnara,
e ’r Papa novo già sbenedizziona.
be’? che Papa averemo? È cosa chiara:
o più o meno la solita-canzona.
Chi vôi che sia? quarc’antra faccia amara.
Compare mio, Dio ce la manni bona.
Comincerà cor fà aridà li peggni,
cor rivôtà le carcere de ladri,
cor manovrà li soliti congeggni.
Eppoi, doppo tre o quattro sittimane,
sur fà de tutti l’antri Santi-Padri,
diventerà, Dio me perdoni, un cane.
2 febbraio 1831

Versione. L'apertura del conclave (demolizione del muro del conclave). Senti, senti il cannone di Castel Sant'Angelo come spara! Senti le campane di Montecitorio (palazzo di polizia) come suonano! È segno che è finita questa cagnara e il Papa nuovo già impartisce le benedizioni. Allora che Papa avremo? È chiaro, più o meno la solita canzone. Chi vuoi che sia? Qualche altra faccia amara. Compare mio. Che Dio ci assista. Comincerà con restituire i pegni (di piccolo importo) gratuitamente dal Monte di Pietà, vuoterà di nuovo le carceri dai ladri (amnistia) ed altri simili provvedimenti. Poi dopo tre o quattro settimane, come hanno fatto tutti gli altri Santi Padri, diventerà, Dio mi perdoni, un cane.

Povero Gregorio XVI! Non possiamo sapere se fu meglio o peggio di tanti altri papi che ridussero Roma una piccola città popolata da mendicanti, servi dei preti e delle cento famiglie nobili. Certo la presenza di un cronista attento e spietato come il Belli lo ha condannato, attraverso il "monumento al volgo romano", ad una eterna derisione e disprezzo. " A Papa Gregorio je volevo bene perché me dava er gusto de potenne dì male", da un appunto trovato fra le sue carte.

Celebre e durissima verso le istituzioni del Papa Re anche la frase di Stendhal, grande appassionato di Roma, dei suoi monumenti e delle sue donne. "Della patria di Cicerone, Cesare e Virgilio rimangono solo le spoglie esteriori; il suo spirito è morto per sempre e sono i preti e le superstizioni cristiane che l'hanno ucciso".

Il Belli doveva commentare, con i suoi sonetti, ben tre pontificati. L'ultimo Papa Pio IX accese nei cittadini di Roma e dell' Italia intera grandi speranze di rinnovamento liberale. Speranze che dovevano via via affievolirsi per poi spegnersi del tutto. Il nostro poeta, all' indomani della sua elezione, gli dedica un primo sonetto di speranza, non tralasciando però un' ultima satirica frecciata agli eccessi del defunto Gregorio.

ER PAPA NOVO

Che ce faressi? è un gusto mio, fratello:
su li gusti, lo sai, nun ce se sputa.
Sto Papa che c’è mó rride, saluta,
è giovene, è a la mano, è bono, è bello...
Eppuro, er genio mio, si nun ze muta,
sta piú p’er papa morto, poverello!:
nun fuss’antro pe avé mess’in castello,
senza pietà, quella ginía futtuta.
Poi, ve pare da papa, a sto paese,
er dà contro a prelati e a cardinali,
e l’uscí a piede e er risegà le spese?
Guarda la sù cucina e er rifettorio:
sò propio un pianto. Ah queli bravi sciali,
quele belle maggnate de Grigorio!
21 ottobre 1846

Versione. Il Papa nuovo. Che vorresti dire? È un mio gusto: e sui gusti non si discute (gioco sulla frase latina "de gustibus non est disputandum").Questo Papa di adesso ride, saluta, è giovane, è alla mano, è buono, è bello ... eppure il gusto mio, se non cambia, sta più per il Papa morto, poverello! non fosse altro per aver messo in prigione, senza pietà, quella categoria maledetta (i liberali rivoluzionari). Poi vi pare un comportamento da Papa, in questo paese, il dare contro a prelati e cardinali, l' uscire a piedi e il ridurre le spese? Guarda la sua cucina e il refettorio: sono proprio un pianto. Ah quelle grandi abbondanze, quelle belle mangiate di Gregorio!

IMMAGINI. 1. Papa Gregorio XVI, contro cui il Belli si scaglia in numerosi sonetti, in una rara stampa popolare. 2. Un “santino” di papa Pio VIII, che non era affatto brutto e ripugnante come dice il Belli, almeno nelle stampe e nei ritratti che abbiamo. Che poi fosse malfermo in salute, tanto da morire due anni dopo (il popolino disse avvelenato…), è un altro discorso (Roma, Museo Centrale del Risorgimento). 3. Il giovane papa Pio IX appena insediato.

11 marzo 2013

Il Conclave visto dal ciabattino saggio: «Io Papa? Fossi matto!»

Porta Cappella Sistina Secondo voi, un ciabattino, uno dei mestieri più umili nella ottocentesca Roma papalina, se glielo chiedessero per un miracolo dello Spirito Santo i cardinali riuniti in Conclave, cappello in mano, vorrebbe fare il Papa? Macché, manco morto. A un uomo, argomenta il calzolaio del Belli, levategli tutto, ma non l’uso dell’uccello, l’osteria o il gioco! Inchiodatelo su un seggiolone, mandatelo in giro in processione, e lo avrete ammazzato! No, meglio un tozzo di pane e continuare a rattoppare ciabatte:

LA VITA DER PAPA
Io Papa?! Papa io?! fussi cojjone!
Sai quant’è mmejo a fà lo scarpinello?
Io vojo vive a modo mio, fratello,
e nò a mmodo de tutte le nazzione.
Lèveje a un Omo er gusto de l’uscello,
inchiodeje le chiappe s’un zedione,
mànnelo a spasso sempre in priscissione
e cco le guardie a vista a lo sportello:
chiudeje l’osteria, nègheje er gioco,
fàllo sempre campà cco la pavura
der barbiere, der medico e der coco:
è vita da fà gola e lusingatte?
Pe mé, inzin che nun vado in zepportura,
maggno un tozzo e arittoppo le ciavatte.
16 novembre 1833

Versione. La vita del Papa. Io Papa?! Papa io?! Neanche fossi coglione! Sai quanto è meglio fare il ciabattino? Io voglio vivere a modo mio e non come vivono negli altri Paesi. Leva a un uomo il piacere dell'uccello (in senso osceno), inchiodagli le natiche sul trono papale, mandalo a spasso sempre in processione e con le guardie accanto allo sportello [della carrozza]: vietagli l'osteria e il gioco, fallo vivere sempre con la paura del barbiere, del medico e del cuoco [tutti potenziali attentatori della vita del Papa]: è vita da piacere e da invidiare? Per me, fino a che non vado in sepoltura, [più volentieri] mangio un tozzo di pane e rattoppo le ciabatte.

Infatti, non è detto che la vita del Papa sia poi tutta rose e fiori, cioè tanto invidiabile. Sembra quasi che nella sua ignoranza il ciabattino sapesse che, soprattutto nei primi secoli, quando i cristiani erano sotto l’Impero Romano e agivano da cospiratori e rivoluzionari, un Papa poteva anche essere incarcerato e morire, come accadde a papa Fabiano, uno qualunque del popolo (v. oltre). Neanche sul piano politico, come possono testimoniare le cronache delle ricorrenti ribellioni scoppiate a Roma e nelle provincie dello Stato della Chiesa, che negli anni in cui G.G. Belli scriveva i suoi sonetti mettevano in serio pericolo il Potere Temporale. E quando ci furono i moti nelle Romagne e nelle Marche e il papa Gregorio XVI dovette ricorrere agli Austriaci. “Tempo di carestia pane de veccia” diceva il Belli in un altro sonetto. E certo il Papato aveva alti e bassi, con gli agi e gli sfarzi dei regimi assolutistici, ma anche coi terribili pericoli che la recente esperienza della Rivoluzione francese aveva prospettato ai regnanti di tutta Europa. Insomma, tempi duri per un Papa, soprattutto se “scacarcione” (cioè cacasotto, pauroso), come lo definisce il Belli in un sonetto:

Povero frate! è ttanto scacarcione
Che ssi una rondinella passa e ffischia
La pijja pe 'na palla de cannone.

Eppure, qualche popolano, tra una fojetta [misura caratteristica del vino su caraffe graduate dello Stato pontificio, pari a circa ml. 500] e l’altra di vino dei Castelli, quando la mente gli si annebbia, fantastica di essere lui, vestito di bianco, a comandare e a essere riverito in Vaticano, e dare così una svolta alla propria vita di stenti. Perché no, in fin dei conti, visto che per Santa Romana Chiesa qualunque cristiano, anche laico, può diventare Papa?

Altro che giornalista, pilota, medico, cantante, attore o calciatore, le professioni più gettonate dai ragazzi di oggi. A Roma ai tempi del Belli, prima metà dell'800, non esisteva quasi nessuno di questi mestieri. Del resto, quasi non esistevano istruzione, borghesia o arti liberali. Il nulla, o meglio un regime assolutistico dove cento famiglie nobili avevano quasi tutto, e al popolino andavano solo le briciole.
Ma non era proibito sognare, o parlarne sottovoce e di nascosto, naturalmente. Nei sonetti del Belli, di tanto in tanto, affiorano in superficie i desideri segreti e improponibili del volgo romano. Soprattutto in occasione della morte di un Papa. Allora ci si sfogava a sbeffeggiarlo, a commentarne le ricchezze accumulate o sperperate, ma anche a sognare, molto, molto in grande.

Quando il Conclave si riuniva, gli allora settanta i cardinali si palleggiavano i nomi dei papabili, che provenivano spesso da queste 100 famiglie, fino a che lo “Spirito Santo” non faceva individuare il futuro pontefice. Che poteva però essere, in teoria, un uomo di fede al di fuori della ristretta cerchia della Curia e del mondo che gravitava intorno al Vaticano.

Ma poteva anche essere un cristiano qualunque, come il pellegrino appena arrivato dalla campagna, tale Fabiano, che nel 236 d C trovatosi in mezzo alla folla di cristiani che doveva eleggere il successore di papa Antero sentì posarsi sulla testa un colombo. Il popolo decise che quel colombo era lo Spirito Santo e il villico fu fatto Papa per acclamazione (A. Paravicini Bagliani, Morte ed elezione del papa: norme, riti e conflitti. 2013).  Chissà, forse aveva appena seminato nel proprio campo, oppure odorava di stallatico, fatto sta che attirava i piccioni. Del resto è lo stesso Belli che insinua questa cattiveria, quando in un sonetto su papa S.Gregorio che aveva fama di ricevere direttamente all’orecchio la voce dello Spirito Santo, spiega la cosa “scientificamente”: forse il furbo sant’uomo si era ficcato nelle orecchie dei “vaghi [chicchi] d’orzo”, per attirare i piccioni! Comunque il destino di Fabiano è quello sognato dal sor Titta, il fornaciaro romano, mentre si sputa i polmoni per “abbottare”, cioè dare forma a un fiasco di vetro:

LA SCERTA DER PAPA
Sò fornasciaro, sí, sò fornasciaro,
sò un cazzaccio, sò un tufo, sò un cojone:
ma la raggione la capisco a paro
de chiunque sa intenne la raggione.
Scejenno un Papa, sor dottor mio caro,
drent’a ’na settantina de perzone,
e manco sempre tante, è caso raro
che s’azzecchino in lui qualità bone.
Perché s’ha da creà sempre un de loro?
perché oggni tanto nun ze fa filisce
un brav’omo che attenne ar zu’ lavoro?
Mettémo caso: io sto abbottanno er vetro?
entra un Eminentissimo e me dice:
«Sor Titta, è Papa lei: vienghi a San Pietro».
22 dicembre 1834

Versione. La scelta del Papa. Sono fornaciaro, sì, sono fornaciaro, sono un cazzaccio, un tufo, un coglione [un sempliciotto, uno stupido]: ma la ragione la capisco al pari di ognuno che la sa intendere. Scegliendo un Papa, caro il mio dottore, fra una settantina di persone, e non sempre così numerose, è un caso raro che si trovino in lui qualità buone. Perché si deve creare [il Papa] sempre fra uno di loro? Perché ogni tanto non si fa felice un brav’uomo lavoratore? Mettiamo il caso: io sto abbottando il vetro? Entra un Eminentissimo [cardinale] e mi dice: «Signor Titta [diminutivo di Giovanbattista] è Papa lei: venga a San Pietro».

Un sogno troppo grande, anche perché nell'assemblea che elegge il Papa si giocava (e si gioca tuttora) un braccio di ferro fra diverse fazioni della Curia in obbedienza a complesse strategie locali e internazionali. Tant’è che da sempre, per cercare di sottrarre i Cardinali alle lusinghe e ai suggerimenti mondani, li si chiude, quasi murati vivi, in una specie di serraglio nel quale non possa giungere altro suggerimento che dallo “Spirito Santo”. Nessuna comunicazione con l'esterno. Un piccolo nucleo di inservienti: moltissimi scopatori, famosi gli scopatori segreti del Palazzo del Papa, qualche medico e qualche prete e prelato per dire le messe. E i famosi pranzi di prelati e Cardinali? Da dimenticare durante il conclave, quasi solo “fast food” da recapitare in ceste sottoposte a controlli meticolosi per impedire missive clandestine. Questo ai tempi in cui il Belli scriveva il sonetto, ma anche oggi poco è cambiato:

ER CONCRAVE
Ganassa, hai visto mai queli casotti
dove se fanno vede l’animali?
Cusí in concrave, in tanti cammerotti,
sò obbrigati de stà lli Cardinali.
Da pertutto ferrate, bussolotti,
rôte, cancelli, sguizzeri, uffizziali,...
e inzino le cassette e ll’orinali
hanno d’avé li su’ sarvi-condotti.
Je se porta er magnà ’n una canestra,
e ppe ppaura de quarche bbijjetto
se visita inzinent’a la minestra.
Quarche vorta però, tra tant’impicci,
poterebbe passà p’er vicoletto
un pasticcio ripieno de pasticci.
25 novembre 1832

Versione. Il Conclave. Ganassa [mandibola, soprannome per forte mangiatore], hai visto mai quelle gabbie dove si fanno vedere gli animali? Cosi nel Conclave, in tante stanzette sono costretti a stare i Cardinali. Dappertutto inferriate, controporte, ruote [come nei conventi di clausura, dispositivi in forma di cilindro che ruota su un asse, per consegnare cose senza vedere o essere visti], cancelli guardie svizzere, ufficiali [della Guardia nobile], e perfino le sedie stercorarie e gli orinali debbono avere i loro salvacondotti. Gli si porta il cibo in una canestra e per paura di qualche biglietto si controlla pure la minestra. Qualche volta però pur con tanti controlli potrebbe passare di nascosto un pasticcio [pietanza di pasta] con ripieno di pasticci [imbrogli].

24 dicembre 2012

Natale, un ben di Dio di cibarie. Ma per monsignori e cardinali.

Prete a tavola. Solo un digiuno parziale (part.) 1879 L’avidità e golosità degli ecclesiastici di ogni epoca, ordine e grado è ben nota, e specialmente nell’Ottocento era uno dei motivi di maggiore indignazione popolare. Erano tempi quelli in cui la quasi totalità della popolazione era povera, se non poverissima, e perciò appariva una beffarda e atroce contraddizione che proprio i preti di quella Chiesa che a parole predica e quasi santifica la povertà avessero un comportamento parassitario verso i “fedeli”, e che con la scusa di “doni”, “lasciti” e “regalie” approfittassero del proprio stato per incamerare beni di ogni tipo e vivere tra gli agi in spregio della ostentata scelta di povertà.
      Lo stesso Stato della Chiesa, del resto, aveva avuto origine da una finta “Donazione”, quella attribuita a Costantino, e poi aveva sempre fatto mostra di mantenersi in gran parte con le offerte in denaro o beni – vere o estorte che fossero – da parte dei fedeli (“Obolo di S. Pietro” era l’ipocrita definizione). Figuriamoci quando le donazioni, grandi e piccole, erano e sono indirizzate ai singoli prelati! Sono considerate “manna che piove dal Cielo”, quasi provenienti da Dio!
      A Natale, tra i meno poveri, come fattori, contadini, artigiani, frati e suore, c’era l’abitudine di ingraziarsi i potenti ecclesiastici con doni e omaggi, per lo più alimentari, con la convinzione, spesso vana, che poiché cardinali e monsignori non avrebbero saputo resistere al vizio della gola, nel momento del bisogno qualche magnanima elargizione, qualche licenza, qualche affaruccio, qualche privilegio, qualche raccomandazione o comunque qualche vantaggio sarebbe pur ritornato al donante. Ma spesso non era così: il clero era avido, e prendeva soltanto. Al contrario, i clientes dei patrizi dell’antica Roma, che erano un’istituzione sociale alla luce del sole e con una sua dignità (anche di “comitato elettorale”), dimostrarono che doni e regalie dovevano rispondere a requisiti ben precisi, ed erano legate ad una vera e propria controprestazione, spesso assistenziale e di rappresentanza politica, da parte del potente dominus.
Monsignore e cardinale corrotti. Vignetta satirica (NV 2010)      La satira del Belli riprende, perciò, con mano leggera e felice, senza strafare, un motivo popolare diffusissimo e lo situa abilmente alla vigilia di Natale, quando per una delle tipiche contraddizioni cattoliche, una giornata tutta dedicata ufficialmente al “quasi digiuno”, cioè al mangiare “di magro” (astrazione paradossale per cui ci si poteva abbuffare di pesce, anche il più costoso e pregiato, ma non di carni, anche le più povere…), si traduce per i potenti della Chiesa dall’abito rosso o nero, in una occasione d’oro per avere regali e ogni genere di squisitezze e golosità. E sul “quasi digiuno” si veda anche la caustica didascalia della stampa vittoriana qui riprodotta (“Only a partial fast”).
      Ad ogni modo, basta appostarsi davanti al portone dell’abitazione d’un monsignore o cardinale – suggerisce l’io narrante del sonetto al sor Eustachio – per vederne arrivare di tutti i colori, sapori e odori, dal rustico cappone all’aristocratico caviale. Una “processione” – e il Belli usa appositamente questo termine – ben diversa da quelle che dovrebbero interessare il clero, che denota una “devozione” pelosa.
      E a proposito di caviale, che molti credono una specialità soltanto russa, va precisato che allora in Italia era meno raro e molto meno costoso di oggi. Era prodotto perfino a Roma, dato che nel Tevere era possibile pescare in alcuni periodi dell’anno anche lo storione, come testimoniato da alcuni vecchi pescatori romani “de fiume” fino ad oltre il 1950. Lo “sturione”, d’altra parte, è raffigurato in un famoso bassorilievo in S.Angelo in Pescheria Nova (Ghetto), che imponeva a scopo fiscale ai “pesciaroli” (venditori di pesce) del locale mercato ittico – dove proprio l’anti-vigilia di Natale si svolgeva un animatissimo cottìo (vendita all’asta) di pesce per la cena rituale – di inviare ai conservatori (consiglieri) in Campidoglio, le teste dei pesci che superavano una certa lunghezza. E chissà a quante zuppe di pesce saranno servite quelle teste, in epoche in cui non si buttava nulla, una volta arrivate nelle mani delle mogli dei consiglieri!
      Che, in particolare, il pesce di pregio fosse un regalo tipico per monsignori, vescovi e cardinali lo dimostra anche il sonetto Er cottivo (il “cottìo” è a Roma la grande vendita del pesce ai Mercati Generali all’anti-vigilia di Natale). Un popolano chiedendo a un amico commerciante “pesciarolo” com’è andato il mercato, alla fine arriva al pesce di lusso:

«E, ddi’ un po’, lo sturione quanto vale?»
«Ne sò vvenuti dua, ma ppiccinini,
e ssò iti in rigalo a un Cardinale».

Versione. E dimmi un po’, lo storione quanto costa? Ne sono arrivati due, ma piccoli, e sono andati in regalo a un cardinale.

Ma ecco il sonetto sui regali della Vigilia agli ecclesiastici:

LA VIGGIJA DE NATALE
Ustacchio, la viggija de Natale
tu mmettete de guardia sur portone
de quarche mmonziggnore o ccardinale,
e vvederai entrà sta priscissione.
Mo entra una cassetta de torrone,
mo entra un barilozzo de caviale,
mo er porco, mo er pollastro, mo er cappone,
e mmo er fiasco de vino padronale.
Poi entra er gallinaccio, poi l’abbacchio,
l’oliva dorce, er pesce de Fojjano,
l’ojjo, er tonno, e l’inguilla de Comacchio.
Inzomma, inzino a nnotte, a mmano a mmano,
tu llí tt’accorgerai, padron Ustacchio,
cuant’è ddivoto er popolo romano.

30 novembre 1832


Versione. La vigilia di Natale. Eustachio, la vigilia di Natale mettiti di guardia sul portone di qualche monsignore o cardinale, e vedrai entrare una processione. Ora entra una cassetta di torrone, ora un barilotto di caviale, ora il maiale, ora il pollastro, ora il cappone, e ora il fiasco di vino padronale. Poi entra il gallinaccio, poi l’abbacchio [agnello giovane. NdT], le olive dolci, il pesce di Fogliano, l’olio, il tonno, e l’anguilla di Comacchio. Insomma, fino a notte, a poco a poco, tu lì ti accorgerai, padron Eustachio, quanto è devoto il popolo romano.

IMMAGINI. 1. Monsignore servito a tavola, riccamente imbandita e in una dimora di lusso, da un’elegante cameriera, alla presenza del prete-segretario. Stampa satirica inglese del 9 agosto 1879 (“The Illustrated Sporting and Dramatic News”) contro i viziosi preti della Chiesa di Roma amanti del lusso e del cibo, molto più della religione. La didascalia è caustica: “Only a partial fast” (Solo un digiuno parziale). 2. Vignetta satirica di Nico Valerio.

AGGIORNATO IL 30 APRILE 2016

7 aprile 2012

Maramao perché sei morto? Il gatto anti-Papa e poi anti-Duce.

Gatto nero di notte con luna piena stilizzata (piccolo)D’accordo, il gatto è quanto di meno raccomandabile esista sull’arca di Noè, sia nella simbologia antica dotta, sia nell’immaginario popolare. Specialmente nei secoli della povertà: immaginate che cosa voleva dire per una famiglia povera il furto da parte del gatto dell’ultimo pezzo di lardo. Insomma, ladro e traditore, imbroglione e infingardo, strega e demonio. Tutto quello che volete, ma può la storia d’un gatto un po’ lestofante, che non impressiona neanche un bambino, impensierire i gendarmi del Papa, tanto da far finire qualcuno in galera, e un secolo dopo allarmare la polizia fascista? No, eppure è quello che è accaduto. A proposito: e se non fosse neanche un gatto? Oddio che mal di testa….

Dunque, siamo a Livorno nel 1939, imperante il Duce del Fascismo. E’ morto il gerarca livornese Costanzo Ciano, consuocero di Mussolini, presidente di quella parodia di Parlamento che è la Camera dei Fasci e delle Corporazioni. E il Regime gli sta erigendo un monumento. Ma nella notte studenti burloni vi affiggono un foglio con questi versi:

Maramao perché sei morto?
Pan e vin non ti mancava,
l’insalata era nell’orto,
Maramao, perché sei morto?

Per gli inquirenti si tratta dei versi d’una canzone uscita proprio in quell’anno, Maramao, perché sei morto?, di tale Panzeri, sospetta di alludere alla morte di Ciano, implicato in scandali e arricchimenti illeciti (“pan e vin non ti mancava…”). Apriti cielo! Le dittature, si sa, non brillano per senso dell’humour, e vigili urbani, poliziotti, carabinieri, questore, prefetto ecc., prendono tutto drammaticamente sul serio, subodorando chissà quale complotto, congiura, cospirazione (termini usati abitualmente in questi casi). “Un ennesimo episodio di fronda, un’opposizione nascosta e sotterranea, col dire e non dire, allo scopo di diffondere il discredito sul Regime”.

Maramao perché sei morto, canzone di Panzeri-Consiglio 1939Il capo della censura, Criscuolo, convoca immediatamente il Panzeri. “Ancora voi!”. Il paroliere è già nella lista nera come autore di Crapa pelada (1936), tradizionale filastrocca infantile milanese ora musicata dal jazzista Gorni Kramer, altamente sospetta perché si adatta a meraviglia al più noto dei calvi, il Duce. E così l’hanno capita gli Italiani.

Il paroliere, però riesce a dimostrare che Maramao è stata scritta prima della morte di Ciano. Fatto sta che interpretato genialmente dal trio Lescano e da una orchestra quasi jazz, diventa popolare in tutte le case italiane, e continua per anni ad essere trasmessa dall’EIAR, la radio di Stato. Anzi, torna di moda qualche anno più tardi, nel 1940, alla morte di un altro “fascistone”: Italo Balbo.

Questo Panzeri è recidivo. Nel 1940 scrive Pippo non lo sa, musicato da Kramer, mettendo alla berlina un buffo personaggio che "quando passa, ride tutta la città". E tutti vi riconoscono il fanatico e ridicolo Starace, segretario del Partito Fascista, odiatissimo dagli Italiani per il suo integralismo (è lui a ordinare il “voi” e la camicia nera, e a costringere gerarchi con la pancia a fare ginnastica e a gettarsi nel cerchio di fuoco), che ama esibirsi passeggiando sul Corso impettito in divisa. In realtà lo stesso Kramer in un’intervista del 1962 smentisce la diceria: era solo uno scherzo all’amico musicista Pippo Barzizza, “reo” di non essersi pronunciato nel 1939 (“Non lo so e non lo voglio sapere!”) alla domanda sui gusti musicali del pubblico: jazz americano o tradizione italiana? Ad ogni modo, Panzeri e Kramer le coincidenze sembrano andarsele a cercare. Infatti, un’altra loro canzone, La Banda d’Affori (1943), ha due versi micidiali: “Il tamburo principal della Banda d’Affori / che comanda cinquecentocinquanta pifferi”. Ebbene, 550 è proprio il numero dei membri della Camera dei Fasci, e il loro capo-tamburo – così pensa la Censura – non può che essere il Duce!

“Quanti guai per una canzone, ma vi pare sensato?” lamenta un secolo prima della vicenda, il nostro G.G.Belli in un sonetto che la censura fascista non poteva conoscere (l’edizione completa di Giorgio Vigolo, che rese finalmente noto a tutti gli Italiani tutto il Belli, è del 1952). Perché altrimenti non avrebbe convocato il povero Panzeri. Ebbene, il sonetto Er canto provibbito è quello che rivela l’origine antica della filastrocca di Maramao, trasportandoci dunque al 1833.

Strega e gatto che strimpella il violino nel Sabba (antica stampa, part)Lo scrittore Vitaliano Brancati incorre in un errore quando, in Ritorno alla censura (Bompiani), facendo quasi la versione in prosa del sonetto belliano Er canto provibbito scrive: "La notte del 10 febbraio 1831 un povero storpio arrancava per le vie di Roma cantando: Maramao, perché sei morto? Pane e vin non ti mancava, l'insalata avevi all'orto… Subito venne arrestato, sotto l'imputazione di alludere al recente funerale del papa. Ma perché doveva alludere al papa? Quale riferimento poteva esserci fra l'insalata all'orto e i giardini vaticani? Queste domande, prima di noi, se le fece Gioacchino Belli, in uno dei sonetti rimasti inediti sino a pochi anni fa”.

Doppio errore di Brancati, che crede ingenuamente che il Belli avesse scritto di un episodio accaduto la notte precedente. Innanzitutto, il sonetto del Belli è stato scritto l’11 febbraio del 1833, non del 1831. Ma anche se lo avesse scritto nel 1831, non poteva narrare un episodio accaduto la notte precedente, visto che il sonetto si riferisce al periodo immediatamente successivo alla morte di papa Pio VIII (“recente funerale”), che avvenne il 1 dicembre 1830. Il funerale, quindi, deve essersi tenuto pochi giorni o settimane dopo, entro dicembre o gennaio, mentre l’11 febbraio 1831 (data del Brancati) era già regnante il nuovo papa Gregorio XVI (si insediò il 2 febbraio 1831). Ecco il sonetto del Belli:

ER CANTO PROVÌBBITO
Sta in priggione, ggnorzí, ppovero storto!
Io da l’abbíle sce faría la bbava.
Sta in priggione: e pperché? pperché ccantava
jer notte: Maramào, perché ssei morto.
Ebbè? ssi è mmorto er Papa? e cche cc’entrava
de dì cche ccojjonassi er zu’ straporto?
E cché! ttieneva l’inzalata all’orto
er Zanto-Padre? e cché! fforze maggnava?
Teste senza merollo: idee brislacche.
Duncue puro a ccantà cce vò er conzenzo
de sti ssciabbolonacci a ttricchettracche!
Io me sce sento crèpa da la rabbia.
«Ma», ddisce, «è bben trattato»: eh, bber compenzo
d’avé la canipuccia e dde stà in gabbia.
Roma, 11 febbraio 1833

Versione. Il canto proibito. Sta in prigione, sissignore, povero storpio! Io dalla bile farei la bava. Sta in prigione e perché? Perché cantava ieri notte “Maramao perché sei morto”. E con questo? Se è morto il Papa? E che c’entrava dire che schernisce il suo funerale? E che? Forse aveva l’insalata nell’orto il Santo Padre, e che, forse mangiava? Teste senza midollo, idee bislacche! Dunque, anche per cantare ci vuole il permesso di questi sciabolonacci da marionette! Io mi sento morire dalla rabbia. Ma, dice, è ben trattato. Eh, bel compenso avere la canapuccia e stare in gabbia.

Il Belli, come si vede, riporta in modo sbrigativo la filastrocca, come cosa popolare nota e risaputa da tutti. Segno, dunque, che era molto più antica del suo secolo. E infatti lo stesso Belli annota sotto questo sonetto: «Antica canzone volgare: Maramao, perché sei morto? / Pane e vin non ti mancava: / L’insalata avevi all’orto: / Maramao, perché sei morto?»

Gatto sacro statuetta divinità egiziaUn gatto, certo. Del resto basta vedere come l’interpreta il disegnatore sulla copertina dello spartito musicale del Panzeri nel 1939. L’autorevole Vigolo, nell’edizione del 1952, scrive in nota: “La voce maramao accompagnata col gesto delle cinque dita sgranate a ventaglio vuol dire anche “rubare” e forse deriva da un’onomatopea del miagolio de’ gatti”.

Però aggiunge, a scanso di ulteriori scoperte: “Non è nemmeno da escludere qualche possibile attinenza col nome di Fabrizio Maramaldo, tanto più che il nome Maramau si incontra già alla fine del ‘500 nelle maschere della Commedia dell’Arte, raffiguranti simili tipi di spacconi, quali i capitani Bombardone, Malagamba, Francatrippa ecc.”

Questo Maramaldo era un capitano di ventura napoletano al servizio dei Medici contro l'esercito della Repubblica Fiorentina. Nel 1530, alla battaglia di Gavinana, trafisse a morte un suo prigioniero ferito e inerme, il capitano Francesco Ferrucci che gli gridò: "Maramaldo, tu uccidi un uomo morto!". Teoricamente possibile e suggestivo che, riportato di bocca in bocca, l’aneddoto possa essere diventato per ottusa assonanza popolare "Maramao perché sei morto". Oppure, seconda ipotesi, ucciso vilmente il suo nemico, Maramaldo torna a Napoli a gozzovigliare ed è colto da morte improvvisa tra i bagordi. E allora il popolino: "Avevi tutto, cibo, vino, donne… Maramaldo, perché sei morto?".

E, a proposito di spacconi, nel sonetto belliano i gendarmi con gli sciaboloni, proprio come Maramaldo, fanno una brutta figura, e lo stesso Belli in un altro sonetto, Er venardi ecc. (10 febbraio 1833) spiega che i tricchettracche sono gli “strumenti coi quali i fanciulli fanno un fragore per le vie della città”, “e anche uno strumento di legno di suono strepitoso che si suona la settimana santa invece delle campane”. “Qui, satiricamente – specifica il Vigolo – per indicare il falso fragore a vuoto delle sciabole pontificie, quasi fossero di legno”, come quelle dei burattini.

Altro che 1939, fascismo, Panzeri e Ciano! Quel che è certo (nell’incerto) è che la filastrocca di Maramao è antichissima e si perde nei secoli della tradizione popolare italiana. Una tradizione popolare dove il gatto è molto più diffuso e radicato di un Maramaldo.

Cavour Il gatto cavorrese, satira Pedrini, Il Fischietto (part, picc) 21 dic 1848Tanto più che il gatto è altamente simbolico, e dopo essere stato considerato addirittura un Dio dagli Egizi, dopo essere stato creduto dal popolino e dai preti che lo aizzavano protagonista dei sabba delle streghe, anzi, l’immagine stessa della strega, e comunque rappresentando secondo i pregiudizi popolari l’indole maligna e la falsità per eccellenza (Alfred Brehm), viene utilizzato proprio nell’Ottocento del Belli dalla satira politica, allo scopo di graffiare i politici troppo furbi, agili, imprendibili, che ne sanno una più del diavolo. Come il diabolico e felino Cavour, velocissimo e astutissimo, pronto a mutare posizione e a balzare sul topo avversario – fosse l’Austria, la Francia, l’estrema Destra o l’estrema Sinistra – e a farne un sol boccone. Qui è raffigurato in una vignetta satirica del suo tempo (che, insistiamo, era anche il tempo del Belli), come un gatto, appunto (“il gatto cavorrese”), nella sua tipica posa di difesa (Pedrini sul Fischietto, 21 dic.1848).

Ma il gatto-strega del sabba impersonava anticamente anche “lo spirito del Carnevale”. Si noti l’analogia tra sabba e orgia carnevalesca: entrambe infrazioni della norma e forme di follia collettiva: l’una ritenuta dalla Chiesa illecita, l’altra tollerata come sfogo popolare. Fatto sta, riferisce qualcuno, che in alcune località durante la Quaresima al gatto veniva fatto il funerale, con tanto di bara e corteo. Come a dire: è finita la pazzia, torniamo alla vita perbene, normale.

Anche per i popolani romani ai tempi del Papa-re, il gatto è dunque visto come l’animale più ladro e inaffidabile che ci sia, dopo la gazza, ovviamente. Nel Dizionario romanesco del Ravaro (2 voll., ed. Newton Compton, 2005) alla voce gatto si legge: ladro, sornione, dissimulatore. Riferendosi agli uomini, ovviamente. Scrive il Belli in un verso: “Che casa! Er padre e du’ fratelli gatti!”.

Gatto fulvo testa (picc)E il Belli sul gatto, che una ne fa e cento ne pensa, costruisce su misura un altro sonetto, Er gatto girannolone (24 dicembre 1834), in cui il gatto, ladro domestico per eccellenza, in questo caso chiamato “Roscio”, quindi un gatto di pelo fulvo, ha il viziaccio di andarsene sempre in giro, come tutti i veri gatti. E quando tutti lo cercano senza trovarlo, quando non si sa proprio dov’è, quando ormai è dato per perso, indovinate dov’è? In Curia. Ma sì, secondo la maldicenza del suo padrone (in realtà del Belli), è andato sicuramente a trovare, per consultazioni, i suoi amici naturali in Santa Romana Chiesa:

Un giorno Rosscio nun tornava
e llui sai cosa disse? «Starà ar Vaticano
a cconzurtà cco li compaggni sui».

Perché? I monsignori di Curia, i cardinali (“ladri cani” dice altrove il Belli un feroce anagramma), sono, proprio come i gatti, famigerati per avidità, ingordigia, ladrocinio. Con l’aggravante che qui trattandosi d’un gatto dal pelo rosso – nota il Vigolo – “c’è doppio senso: l’uomo di pelo rosso era visto dal popolino come di carattere cattivo, e si riteneva che Giuda Iscariota fosse di chioma e barba rossa. Da cui il detto popolare “Rosso malpelo schizza veleno”. Come se non bastasse – il Belli è sempre più malizioso di quanto appaia – qui il gatto è appositamente scelto di colore rosso, come l’abito dei principi della Chiesa. Ci sarà un perché, visto che “Roscio” non serve per la rima. Soccorre il Vigolo in nota: “Per l’analogia con la porpora dei cardinali v. sonetto Com’ar mulo (“sta covata d’arpie de pelo rosso è ccome la padella: o tigne o scotta”).

Il gatto, cioè il tipico ladro, va in Vaticano a trovare i pari suoi! Ecco nella solita sorpresa dell’ultimo verso, il motivo sotterraneo che il Belli, recidivo nell’arte sopraffina di dire e non dire, o di svelare in nota quello che lui stesso cela nei versi, aveva dato nelle intenzioni al suo sonetto: Vaticano, covo di ladri e profittatori.

E un’antica stampa francese, qui raffigurata per il particolare che ci interessa, per descrivere tutta la doppiezza, la furbizia, l’inaffidabilità, del potere del Papa, l’incisore lo disegna nientedimeno come un grande gatto ritto sulle zampe posteriori, con tanto di tiara pontificia sulla testa. Più che “cani ladri”, quindi, “gatti ladri”, questi ecclesiastici di Santa Romana Chiesa, secondo una satira plurisecolare, sia gallicana che anglosassone. Altro che orto e insalatina, pane e vino. Per il vero Maramao, quello in lungo abito color porpora, ci sono ori e gioielli, tenute e castelli.

Papa con Triregno come gatto furbo e inaffidabile (stampa francese)Ma allora, se il gatto era stato utilizzato dalla satira per secoli contro il Potere, come le stampe antiche e la malizia dei diversi sonetti belliani dimostrano, se tutto il quadro semantico-psicologico combacia nel dare un’immagine simbolicamente anti-Potere e irriguardosa del gatto, specialmente nell’800, sempre ammesso secondo il Vigolo e altre fonti che Maramao sia un gatto, ma allora, Signori della Corte, le conseguenze sono drammatiche e aberranti: i gendarmi del Papa, che di solito erano romani della peggiore feccia, e anche la polizia e la censura fascista un secolo dopo, non meno rozze e ottuse, avevano capito tutto. Anzi, paradossalmente, pur sbagliando in senso liberale, avevano filologicamente “ragione”. E in base non alla libertà e alla dignità dell’uomo, ma della semantica, dell’antropologia e della psicologia popolare, dal loro punto di vista ignorante, fecero “bene” ad arrestare il povero storpio che canticchiava “Maramao perché sei morto” nel 1831, e a sospettare dell’omonima canzone di Panzeri nel 1939. Scherzi da prete? No, scherzi da gatti. Sempre colpa loro!

IMMAGINI. 1. Un gatto stilizzato con lo sfondo della luna piena. 2. Lo spartito originale della canzone Maramao, perché sei morto?, di Panzeri-Kramer. 3. Gatto che suona il violino in un sabba di streghe (antica stampa). 4. Il Dio-Gatto degli antichi Egizi. 5. Una caricatura di Cavour, definito “Il gatto cavorrese” dal disegnatore Pedrini sul giornale satirico torinese Il Fischietto (21 dic.1848). 6. Un bel gatto dal pelame fulvo, più o meno come “Roscio” del sonetto del Belli. 7. Il Papa (o la Chiesa di Roma) sotto forma di gatto disonesto e inaffidabile, in un’antica stampa francese.

AGGIORNATO IL 17 FEBBRAIO 2015

8 febbraio 2012

Freddo, neve e gelo? Ma l’altro ieri l’inverno era peggio di oggi.

Colosseo sotto la neve Reumatico, “malato di petto”, metereopatico, sofferente vero o immaginario di tutti i possibili mali invernali, compresi i dolorosissimi geloni (che erano la dannazione anche del Leopardi, e di tutti i nostri antenati, che d’inverno vivevano al freddo anche dentro casa), il Belli era freddoloso per paura, più che per natura. E infatti morì, nella casa di via Monti della Farina, guarda caso, in pieno inverno, un 21 dicembre, con uno scaldino portatile in mano. Oggetto di coccio o di rame che si reggeva grazie ad un apposito manico, come nelle immagini 5 e 8.

Ecco, se non fosse stato di umore così cupo, se tutta la sua vis comica non l’avesse messa solo nei sonetti, e neanche in tutti, Giuseppe G. Belli (a proposito, il suo primo nome era solo Giuseppe: Gioachino lo aggiunse dopo, ma era solo il 3.o o 4.o della sfilza dei nomi anagrafici, secondo l’uso d’un tempo) si sarebbe accorto di soffrire in realtà di una sola malattia: la “sindrome Jerome”. In Tre uomini in barca (per tacer del cane” lo scrittore inglese Jerome K. Jerome narra di quando, commesso il grave errore di leggere un libro di medicina dei sintomi, si rese conto con terrore di avere tutte le malattie possibili, tranne una: il “ginocchio della lavandaia”.
Foro Romano sotto la neve (febbr 2012) “Sono tremante di freddo per una improvvisa tramontana, sbucata dall'inferno [freddo e caldo: tipico ossimoro belliano, NdR] dopo la caduta di copiosissima neve…” scrive in una lettera. Molti suoi Sonetti rappresentano – anche in un solo verso o un aggettivo – il freddo, il gelo, il vento, la tempesta, la pungente e sibilante tramontana o “giannetta” (detta così dal sibilo di una lancia leggera o del frustino di canna d’India degli ufficiali del Seicento), la neve ed altri per lui nefasti e terribili eventi invernali, come un concentrato di sofferenza, quasi il massimo della condanna umana.

L’INVERNO
Sì, ppe vvoantri è un’invernata bella
ma ppe mmé ’na gran porca de staggione.
Io so cche co sto freddo bbuggiarone
nun me pòzzo fermà lla tremarella.
Fischia scerta ggiannetta ch’er carbone
se strugge come fussi carbonella.
E annate a vvede un po’ cche bbagattella
de zazzera c’ha mmesso Tiritone.
Sempre hai la goccia ar naso, e ’r naso rosso:
se sbatte le bbrocchette che ttrabballi:
tramontane, per dia, ch’entreno all’osso:
stai ar foco, t’abbrusci e nnun te scalli:
se’ iggnudo avessi un guardarobba addosso...
E cchiameno l’inverno? bbuggiaralli! 


Roma, 7 febbraio 1833

Fontana del Tritone ghiacciata. 1864Versione. Per voi sarà pure una bella invernata, ma per me è una stagione pessima. Io che con questo freddo dannato non posso fermare i brividi. Fischia una certa tramontana, e il carbone frigge come carbonella. E andate a vedere che razza di parrucca ha messo il Tritone [della fontana del Bernini, in piazza Barberini]. Hai sempre la goccia al naso e il naso rosso: sbatti le gambe e traballi: tramontane, per dio, che entrano nelle ossa: stai vicino al focolare, ti scotti ma non ti riscaldi: ti senti nudo anche se hai un intero guardaroba addosso… E desiderano l’inverno? Ma vadano alla malora!

Un’esagerazione ridicola, visto il carattere ipocondriaco del Belli? Certamente, ma c’erano anche ragioni obiettive. Meteorologia a parte, la vita privata e pubblica a Roma a quel tempo era, non solo d’inverno ma anche in autunno e primavera, molto più fredda di oggi, quando si vive dentro casa e fuori (automobile, metropolitana, autobus, uffici, negozi) in ambienti riscaldati e resi piacevoli da un perenne tepore.

Il popolano, all’opposto, viveva più spesso all’aria aperta, e talvolta all’aria aperta lavorava, per le necessità del suo lavoro o per sfruttare la luce del giorno. E negli spostamenti di lavoro, ovviamente, andava a piedi o su un carrettino trainato da un mulo, sotto la pioggia la neve e il vento di tramontana. Si salvavano quelli che lavoravano come domestici o cuochi nelle case patrizie, certamente molto meglio riscaldate dei tuguri dei poveri, ma nulla a che vedere con il caldo uniforme, d’estate e d’inverno delle case di oggi. Le abitazioni e le botteghe d’allora, tutte, nel pieno dell’inverno tendevano ad essere fredde e umide, non bastando un braciere, gli scaldini personali, e neanche un focolare, piccolo o grande che fosse, a riscaldare in modo efficace. Solo le osterie si salvavano: ma per il calore… umano.

braciere povero con catino smaltato e protezione in legnoE poi si sa qual è il difetto dei focolari: ti scotti mani e viso, e rischi pure le vene varicose alle gambe, però ti ritrovi sempre la schiena o la testa gelida! E a Roma, a differenza delle case di campagna e del Nord, erano  rarissimi i focolari che davvero riscaldano, quelli da campagna: così grandi e profondi da poter contenere addirittura una panca per lato, per un totale di quattro persone! Perciò, il mezzo di riscaldamento più popolare ed efficiente per le case, sia per i ricchi sia per i poveri, erano i larghi scaldini da pavimento.  

Per fortuna nel mercato dell’usato a piazza Navona o a Campo de’ Fiori o in Ghetto si trovavano relativamente a poco delle pesanti stufe di ghisa, utili anche per l’acqua calda e per una cucina elementare. Ma i poveri mancavano talvolta anche di legna adatta a produrre buon calore, perché si accontentavano di racimolare legni di scarto, mobili rotti e rami d’albero caduti. E avevano poco spazio. Perciò si dovevano trascinare per casa e talvolta, come gli anziani, perfino fuori casa con un piccolo scaldino portatile di terracotta o ottone da tenersi tra le mani. Aveva la forma di un secchiello panciuto, con un coperchio forato, era portatile e poteva contenere brace di carbonella che durava ore, La brace si ravvivava con un soffietto (Chiappini). Era il mezzo migliore per scaldarsi le mani. Le donne usavano tenerlo in grembo o posato a terra sotto le sottane: forse per questo era chiamato maliziosamente marito (Ravaro). Il Belli scrive in un sonetto: “… e già m’ha rotto / tre o quattro vorte er manico ar marito”.

Donna romana con scaldino (1858) (part) www.lanternamagica.euNel sonetto, Una ne fa e ccento ne penza, una madre rimprovera la figlia perché sta sempre col "marito" "tra le cosce", cioè con lo scaldino sotto la veste, fino al punto – non si sa se più stupida o pigra – da approfittare per farci arrostire nel frattempo... una salsiccia. Naturalmente il fatto è del tutto improbabile, ma permette alla maliziosa comicità del Belli un salace doppio senso sessuale. Se le donne di Roma stanno sempre col marito tra le cosce, non ci sta male una adeguata salsiccia (il riferimento al membro maschile è evidente).

Chissà quante risa, quei monsignori, borghesi e patrizi dell'Accademia Tiberina, mentre l'autore leggeva, anzi recitava, questo sonetto con la sua ben nota maestria, avvalendosi di una compunta, esagerata, seriosità (riferita da Gogol), oggi diremmo “alla Buster Keaton”.

Comune a tutti, ricchi e poveri, era il braciere, un largo e stabile recipiente di metallo, con treppiedi o senza, posto al centro della stanza o sotto il tavolo, capace di conservare e diffondere il calore delle braci di carbonella. I poveri usavano un semplice catino di ferro leggero smaltato, di quelli per lavarsi, mentre i più abbienti lo avevano in ottone o rame, con maniglie e perfino decorazioni. Il braciere da pavimento era spesso fornito di un ampio bordo di legno sul quale si potevano poggiare i piedi (ecco perché a Pinocchio, burattino di legno ideato nell’Ottocento da Collodi, si bruciarono i piedi) e protetto al di sopra, talvolta, da una gabbia di giunchi.

Ma in mancanza di meglio, per farsi una specie di braciere economico, molti ricorrevano al tipico secchio di ferro da muratore che si ritrovavano in casa per mestiere o potevano avere gratis o acquistare a poco prezzo: la còfana, un “recipiente basso, a due manici e base quadrangolare, nel quale i muratori trasportano la malta” (Diz. Hoepli). E in effetti a contenere o trasportare braci (anche se non a diffonderne al meglio il calore) la còfena era adattissima perché munita di due lunghi manici fini che permettevano di non scottarsi le dita. E doveva essere una soluzione molto popolare, se ce l’ha tramandata quasi come un modo proverbiale il più grande scrittore, testimone e studioso di usi romaneschi (“Co ‘na cofena piena de carbonella”, Zanazzo).

Braciere da ambiente  in ottone Ottocento con due maniglieIl braciere e lo scaldino, quindi, non certo il focolare, la stufa o la cucina a legna in muratura con caldaia incorporata, erano il tipico modesto riscaldamento della gente comune di città. Che, perciò, dentro casa soffriva il freddo più dei contadini.
Altro che vita beata, “semplice, povera, ma sana”,  prima della industrializzazione e dell’Unità d’Italia! Dobbiamo immaginare al contrario, anche nel modesto inverno di Roma, una durissima vita per tutti, non solo per i vecchi, ma anche per i bambini piccoli, che nella poverissima Roma papalina, in case insalubri addossate l’una all’altra in vicoli in cui non batte mai il sole, morivano letteralmente di freddo, malattie e fame, nell’indifferenza e nel fatalismo generale (La mojje disperata).

…st’anime innoscente
che spireno de freddo e dde bisoggno


Le stanze da letto, quasi sempre prive di focolare, erano le più gelide e umide: in caso di freddo erano anche di vari gradi sottozero. Entrare in un letto, poi, come sanno perfino oggi tutti coloro che hanno una casa in montagna o in campagna senza i termosifoni, era impresa eroica. Le lenzuola non erano solo ghiacciate, ma anche umide. E i nostri antenati, che pure avevano la scorza del contadino, furono costretti a inventare il geniale braciere da letto che si lasciava per molti minuti sotto le coltri. Un’intelaiatura di legno impediva al braciere di bruciare le lenzuola. A Roma e in tutto il Lazio, da ben prima dei tempi del Belli fino al 1960 e oltre, questo scalda-letto si chiamò popolarmente “prete”.

Bracere dei  muratori (www.liberoricercatore.it)Perché si chiamava “prete”? Non è chiaro. Il nome sembra un’allusione diretta, specie nei villaggi laziali dove più capillare e invadente era la presenza e prepotenza pretesca, a chissà quanti aneddoti, diventati poi mito e infine allusione o scherzo ironico, alimentati evidentemente dall’abitudine di non poche donne locali di accettare preti e frati, viste le loro ben note insistenze, come scaldaletto naturale. Malignità anticlericali? Ma no. C’è il sonetto in cui perfino un vecchio sacerdote chiede alla donna che gli rammendava le pianete di sostituirsi al prete-scaldino che vede troneggiare nel letto (“Sò prete anch’io”). Ma la risposta della sposa all’80nne religioso in fregola è fulminante: io non faccio insieme “peccato e penitenza”. Risposta pronta e bellissima.

Certo, di giorno si poteva far ricorso a vari tipi di scaldini portatili e semi-fissi (da tavolo), ma di notte – nota  il Belli maliziosamente terminando a sorpresa il sonetto dedicato – il miglior scaldino a letto resta pur sempre quello atavico usato dal vecchio re David che, come dice la sacra Bibbia, riscaldava il freddo della vecchiaia portandosi a letto donne giovani, e magari più d’una. E così – è proprio il caso di dirlo (e il Belli non si lascia scappare l’occasione – re David con una fava (in romanesco anche organo sessuale maschile) prendeva due piccioni, cioè l’utile (il caldo) e il dilettevole (il sesso). Inutile dire che piccione in molti dialetti, non solo nel romanesco, è anche l’esterno, il triangolo pubico, del sesso femminile.
Un’indicazione, come dire, “termologica” che indirizziamo volentieri a lettrici e lettori “ecologici” al puro scopo dell’autoproduzione di calore nelle fredde notti d’inverno.

Scaldino ottone decorato con protezione e manico legnoQui, però, il freddoloso Belli, a sorpresa, critica un imprecisato conoscente un po’ snob che recita da delicato e si lamenta del freddo. Ma, se fate attenzione, la satira è rivolta più all’affettazione del soggetto che alla sua presunta sensibilità al gelo. Che d’inverno faccia freddo – ironizza – è normale, Milord! Questo snobismo il Belli lo rende con una esclamazione forse proverbiale al suo tempo, ma oggi intraducibile: “prugna”. Pronunciata, però, in modo deformato come il popolino romano d’allora immaginava che parlassero i signori, con la medesima translitterazione – per esempio – che c’è tra il popolare toscano cignale e l’italiano colto cinghiale. E’ come se un popolano romano pensasse che questa regola debba valere in tutti i casi in cui c’è una gn. “Questa interiezione – scrive in nota l’autore col suo abituale linguaggio affettato da ‘700 che contrappone al romanesco – si adopera allorché alcuno si pone in sullo squisito. Il vocabolo è così alterato sulla stessa alterazione volgare di bruggna (prugna) per imitare la ricercatezza o la pretensione del beffeggiato”.

LI SCARDINI
Brungia! E cco cquella pelle de somaro,
che sséguiti a ddormí ssi tte s’inchioda,
fai tanto er dilicato? Ih, un freddo raro!
nun ze trova ppiú un cane co la coda!
Ma ccazzo! Semo ar mese de ggennaro:
che spereressi? de sentí la bbroda?
L’inverno ha da fà ffreddo: e ttiell’a ccaro
ch’er freddo intosta l’omo e ll’arissoda.
E ss’hai ’r zangue de címiscia in der petto,
de ggiorno sce sò bbravi scardinoni
da potette arrostí ccome un porchetto;
e dde notte sce sò ll’antri foconi
c’addoprava er re Ddàvide in ner letto
pe ppijjà cco ’na fava du’ piccioni. 


Roma, 21 febbraio 1833

Versione. Gli scaldini. Milord, con quella pelle d’asino che ti ritrovi, tanto che continui a dormire anche se ti inchiodano, ora fai tanto il delicato? Ih, un freddo raro, non si trova più per strada un cane con la coda! Ma, diamine, siamo nel mese di gennaio, forse speravi di trovare l’aria calda estiva? D’inverno deve far freddo: e tientelo caro, perché il freddo rafforza l’uomo e lo rassoda. Ma se hai sangue di cimice nel petto, di giorno ci sono ottimi grandi scaldini da poterti arrostire come un porchetto; e di notte c’è un altro genere di focolare, quello che usava il re David nel letto, prendendo così con una fava due piccioni [cioè l’utile e il dilettevole, il calore e il sesso].

Non fatichiamo, perciò, ad immaginare le donne di casa dell’epoca che si apprestano al cambio di stagione. In ritardo sul passaggio autunno-inverno dei nostri tempi, era d’uso a Roma, ogni 25 novembre (S. Caterina) togliere dai letti la copertina leggera per sostituirla con una o più coperte di lana. Poiché è escluso che allora facesse più caldo, è che gli abitanti di allora erano più abituati a convivere fatalisticamente col freddo. Anche nelle case borghesi e patrizie a fine novembre ci si apprestava per l’inverno con tutta una serie di cambi e di operazioni delegate alla servitù. Una ricorrenza quasi rituale, moltiplicata oralmente tra tutte le casalinghe e serve del vicinato, che faceva da scansione tra estate e inverno, tepore e gelo, godimento e patimento. E così la vita cambiava, e non certo in meglio. Qui, però, il Belli riporta stranamente, accanto a credenze popolari, anche usi da case ricche e nobili, perché probabilmente il suo “popolano narrante” in questo caso è una anziana domestica al servizio di una dimora di borghesi benestanti, monsignori o patrizi.

LI VENTISCINQUE NOVEMMRE
Oggiaotto ch’è Ssanta Catarina
se cacceno le store pe le scale,
se leva ar letto la cuperta fina,
e ss’accenne er focone in de le sale.
Er tempo che ffarà cquela matina
pe Nnatale ha da fàllo tal’e cquale.
Er busciardello cosa mette? bbrina?
La bbrina vederai puro a Nnatale.
E ccominceno ggià li piferari
a ccalà da montagna a le maremme
co cquelli farajôli tanti cari!
Che bbelle canzoncine! oggni pastore
le cantò spiccicate a Bbettalemme
ner giorno der presepio der Zignore. 


18 novembre 1831

Scaldino da letto o preteVersione. Il 25 novembre. Tra otto giorni è S. Caterina: si tolgono le stuoie dalle scale [per evitare che scarpe bagnate o fangose le sporchino, NdR], si toglie dal letto la coperta leggera, si accende il focolare nelle sale. Il tempo che fa quella mattina lo farà tale e quale a Natale. Il bugiardello [lunario, che evidentemente non indovinava spesso: nome simile al bugiardino, il foglietto illustrativo dei medicinali di oggi, NdR] che cosa dice, brina? E brina vedrai anche a Natale. E cominciano già i pifferai [zampognari abruzzesi] a calare dalla montagna o dalle Maremme, con quei ferrajoli [mantelli corti e rattoppati, nota il Belli] tanto cari! Che belle canzoncine! [“Niuno può vantarsi – nota l’autore ironicamente – di aver mai inteso ciò che essi cantano”] Ogni pastore le cantò tali e quali a Betlemme nel giorno del presepio del Signore.

Comunque, se avessimo vissuto nella Roma papalina dell’inizio dell’Ottocento, da novembre fino a tutto febbraio avremmo visto lo stesso Belli e tutti i suoi personaggi trascinarsi mani in “saccoccia” lungo i muri per le strade e piazze ventose e gelide, bene intabarrati a seconda del sesso in ferrajoli o mantelli più o meno rattoppati, lisi e sdruciti, o in grandi vesti lunghe di lana grezza, cappucci e grandi scialli, tentando di sopportare l’aria gelida insopportabile.

Scaldino chiuso da letto con manicoBelli e, a sua immagine, tutti i popolani descritti nei Sonetti odiano perciò il freddo, specialmente quand’è pungente e penetrante (“un freddo da cannisse [candirsi, cioè cuocersi: solito ossimoro belliano, NdR] li cojoni”). Basta dire che quando il poeta, in cerca di “aria buona” per curare i suoi molti malanni veri e immaginari, si prende una vacanza nel borgo antico di Veroli, vicino ai freschi monti Ernici, con tutto che si era nella “bella stagione”, trova la temperatura troppo fredda – come scrive nelle sue lettere – e non esce di casa per l’intera vacanza. E del resto quando è a letto malato – come leggiamo nel suo ultimo sonetto E a cche sserveno poi tante parole? (1849) – mal sopporta con pazienza o rabbia il gelo. Si rimetterà in piedi – così spera – nella bella stagione, quando il sole sarà caldo:
Pascenza o rrabbia sin ch’er freddo dura:
staremo in cianche quanno scotta er zole.

Tanto il freddo e l’inverno erano temuti nella Roma del primo Ottocento, e con qualche ragione, che siamo sicuri che, potendo scegliere tra il fresco del Paradiso e il caldo delle fiamme dell’Inferno, il Nostro e tutti i romani d’allora avrebbero scelto senza esitazioni il secondo!

Ma sul caldo e il freddo conviene citare anche il curioso sonetto con gli strafalcioni della “scienza del popolano”, verosimilmente un padre che “insegna” alla figlia, con alcuni strepitosi nonsense.

ER CALL'E 'R FREDDO
Er callo che dd’istate ciariscalla
Dio fa cche dda la terra se sollevi
e ar tornà dde l’inverno l’ariscevi
la terra, c’ha la forma d’una palla.
Ecco spiegato perché vvedi, Lalla,
che ll’acqua ch’essce da Funtan-de-Trevi
e oggn’acqua che cce lavi e cche cce bbevi,
d’istate è ffredda, eppoi d’inverno è ccalla.
Tu discorri co mmé, fijja, discorri;
e ssappi c’ar bicchiere inummidito
j’intraviè ccom’a tté cquanno che ccorri.
Appena l’acqua fresca te l’ha empito
ar bicchiere je s’opreno li porri,
e ssuda: seggno che nnun è ppulito. 


Roma, 3 febbraio 1833

Versione. Il caldo e il freddo. Il caldo che d’estate ci riscalda, Dio fa che dalla terra si sollevi, cosicché la terra, che è a forma di palla, lo riceve poi al tornar dell’inverno. Ecco spiegato perché, Lalla [diminutivo romanesco di Adelaide], l’acqua di Fontan di Trevi e ogni acqua che bevi o usi per lavare, d’estate è fredda mentre d’inverno è calda. Tu parli con me, figlia, e sappi che al bicchiere inumidito accade quello che accade a te quando corri. Appena lo hai riempito di acqua fresca al bicchiere si aprono i pori e suda: segno che non è pulito.

Donna contadina con lattante dentro focolareMa un simile tormento di gelo avrà mai fine? Eh, bisognerà aspettare marzo, nientedimeno. Ma già a febbraio, nel colmo del freddo, sapremo se l’inverno è breve o prolungato. Sì, perché per fortuna anche per questo servizio c’è una apposita data “religiosa”, il 2 febbraio, rubata come sempre dai cristiani ad antichi riti pagani etrusco-romani: la Candelòra. Dice il proverbio romanesco con una tautologia che deve essere piaciuta a generazioni di popolani: “Candelòra: de l’inverno semo fòra. Ma si ppiove o tira vento de l’inverno semo drento”. Basta questo per far sperare i freddolosi patologici e i pigri cronici, come l’anziano servitore che è l’io narrante del prossimo sonetto. Che sembra proprio il Belli spiccicato.

ER TEMPO BBONO
Dimani, s’er Ziggnore sce dà vvita,
vederemo spuntà la Cannelora.
Sora neve, sta bbuggera è ffinita,
c’oramai de l’inverno semo fora.
Armanco sce potemo arzà a bbon’ora,
pe annà a bbeve cuer goccio d’acquavita.
E ppoi viè Mmarzo, e se pò stà de fora
a ffà ddu’ passatelle e una partita.
St’anno che mme s’è rrotto er farajolo,
m’è vvienuta ’na frega de ggeloni
e pe ttre mmesi un catarruccio solo.
Ecco l’affetti de serví ppadroni
che ccommatteno er cescio cor fasciolo,
sibbè, a sentilli, sò ricchepulloni. 


28 settembre 1831


Stufa legna ghisa Versione. La Candelora. Domani, se il Signore ci darà vita, vedremo spuntar la Candelora. Signora neve, questa dannazione è finità, perché ormai dall’inverno siamo fuori. Almeno ci potremo alzare tardi per andare a bere quel goccio di acquavite. E poi viene marzo, e si può stare fuori a fare due passatelle [gara o giri di bicchieri di vino in una combriccola di amici all’osteria, NdR] e una partita [a carte]. Quest’anno che mi si è rotto il ferrajolo mi sono venuti molti geloni e per tre mesi un solo catarruccio. Ecco le conseguenze di servire padroni che combattono il cece col fagiolo [cioè non ricchi, NdR], sebbene, a sentirli parlare, sono ricchi Epuloni.

IMMAGINI. 1. Grande freddo romano col Colosseo imbiancato di neve. E’ del febbraio 2012, ma potrebbe rappresentare idealmente anche un inverno dei tempi del Belli. 2. Foro Romano sotto la neve (febbraio 2012). 3. La statua della fontana del Tritone con ben altro che la sola “zazzera” di ghiaccio descritta dal Belli nel sonetto. 1865 circa. 4. Braciere povero in ferro smaltato con pedana in legno. 5. Popolana col “marito”, cioè lo scaldino personale da tenersi tra le mani in grembo o posato per terra sotto le sottane. In genere questi scaldini portatili erano di pesante ma economica terracotta, adatta a trattenere a lungo il calore, o di più costoso rame, l’ideale per diffondere subito il calore delle braci. Con uno di questi attrezzi in mano morì il Belli  6. Braciere di ottone con tre piedi. 7. Braciere poverissimo ricavato dalla tipica secchia di ferro con larghi manici dei muratori (còfena, in italiano còfana).  8. Scaldino di ottone decorato e con manico di legno. 9. Scalda-letto protetto di legno con un braciere chiuso sul pianale in basso, noto in tutto il Lazio come “prete” (v. testo). 10. Scaldino piccolo chiuso da letto in rame o ottone. Veniva passato sulle lenzuola gelide e umide come un ferro da stiro. Ma certo, il “prete” era un altra cosa! E meglio ancora il “focone” di re David (v. testo)! 11. Giovane madre contadina col proprio lattante seduta dentro il focolare. 12. Stufa di ghisa a legna.

AGGIORNATO IL 20 GENNAIO 2016

2 febbraio 2012

Perfino i santi ha generato. Ecco i 53 modi per denominarlo.

Panini fallici
E’ vero che “gli organi genitali hanno sempre avuto una grande importanza nella vita dei popoli latini, e specialmente nella vita del popolo italiano” e che “la vera bandiera italiana non è il tricolore, ma il sesso, il sesso maschile” (Curzio Malaparte). Ma stranamente il termine più usato e più antico (si trova già nel trecentesco Decamerone di Boccaccio, sec. XIV), d'uso popolare o no, per indicare l’organo sessuale maschile, cazzo, è stato ed è tuttora usato più come intercalare ossessivo, imprecazione e parola di irritazione e disappunto (come il francese merde), oppure per denotare una cosa da nulla, cioè come dispregiativo, che per denotare effettivamente l’organo sessuale. Ed è quindi un curioso paradosso: una parola bollata come "parolaccia" proprio perché strettamente collegata al sesso, quasi mai in realtà è usata in questo senso. Ben diverso è l'uso e l'origine dell'equivalente nome dell' organo femminile, come si può vedere in un interessante e colorito articolo dedicato.
      Nella tragedia del grande Marlowe, The Jew of Malta (L’Ebreo di Malta, 1589-90), che si ritiene abbia ispirato Il Mercante di Venezia di Shakespeare, e ricca anch’essa di antigiudaiche connotazioni di carattere, il protagonista Barabas, ricco ebreo che Marlowe fa apparire cinico e crudele aderendo allo stereotipo razzista, risponde irato al servo Ithamore che gli chiede (atto IV scena I): “Non sei addolorato per la morte di tua figlia” [che doveva morire con le altre monache del convento]? (Do you not sorrow for your daughter's death?). “No – risponde Barabas – mi addolora piuttosto che sia vissuta tanto a lungo. Una nata ebrea, diventata cristiana: cazzo, diavolo!” (“No, but I grieve because she liv'd so long, An Hebrew born, and would become a Christian: cazzo, diabolo!”). Queste due ultime parole sono in italiano.
      Parolacce globalizzate, anzi, intercalari popolari che escono dai confini nazionali, già allora, nel tardo Cinquecento, come il francese merde, l’inglese fuck you e, appunto, l’italiano cazzo. Da cui si ricava, con sorpresa di molti Italiani di oggi, che il membro maschile era ed è rimasto una vera fissazione nazionale, la più tipica “cattiva parola”, quella che meglio ci rappresenta.
      In una nota un commentatore inglese dell’epoca, il Gifford, spiega ai suoi connazionali che cazzo è da intendersi come “a petty oath, a cant exclamation, generally expressive, among the Italian populace, who have it constantly on their mouth, of defiance and contempt”, cioè, più o meno, “una volgare imprecazione o esclamazione di disprezzo e disappunto, espressiva per tutto il popolaccio italiano, che l’ha sempre sulla bocca”.
      Nulla di sessuale, quindi, eppure si era in pieno teatro elisabettiano, dove ne accadevano di cotte e di crude, sul palcoscenico, in platea e nei palchi. E comunque, altro che parola moderna!
      Ecco dunque, e di fonte inglese antica, il terzo significato, forse il più diffuso, quello del disappunto (come dire: “dannazione!”), fra i tre possibili, dell’italianissimo, antichissimo ma tuttora censuratissimo termine cazzo
      Il secondo significato, preceduto da “un”, equivale a “per niente”, “nient’affatto”, “nessuno” o anche “una nullità”, una cosa da nulla, “uno sciocco”, “un minchione”, appunto un cazzone (Cfr.: film Il Marchese del Grillo: “Perché io so’ io, e voi nun sete un cazzo”). Anche l'ironica espressione romanesca "'sti cazzi!" fa parte di questo secondo significato, volendo denotare sarcasmo, forte ironia, dileggio, presa in giro, massimo disinteresse per una vanteria o frase roboante nella quale non si crede minimamente o a cui non si dà la minima importanza. Come dire: "me cojioni!", "hai detto un prospero" (un fiammifero usato), "hai detto niente!"
      Il primo significato, invece, quello originario ma poi nell’uso (si pensi al Belli) decisamente secondario, è quello riferito all’organo sessuale maschile.
      E siamo alla fine del Cinquecento! Ma secoli prima, già nell’anno 1266, secondo gli etimologi Cortellazzo e Zolli, era presente nelle fonti come soprannome latino (medium cazum= “mezzo cazzo”, come dire “mezza cartuccia”) ad Arco (Trento).
      E ancora, il disinibito e geniale Leonardo da Vinci (1452-1519) lascia tra i suoi appunti privati una filastrocca infantile e scherzosa che suona così: “Nuovo cazzo, cazzuolo, cazzellone, cazzatello, cazzata, cazzelleria, cazzo inferrigno e cazzo erbato”.
      Negli stessi anni il grande diplomatico e scrittore Niccolò Machiavelli (1469-1527), si lamenta in una lettera all’Alemanni che l’Ariosto non lo abbia ricordato, addirittura, tra i poeti memorabili. Lui anche grande “poeta”? Che faccia tosta! “Ho letto l’ Orlando Furioso dello Ariosto et veramente il poema è bello tutto, et in molti luoghi è mirabile. Se si trova costì, raccomandatemi a lui, et ditegli che io mi dolgo solo che, havendo ricordato tanti poeti, mi habbi lasciato dietro come un cazzo.”
      E come un cazzo, cioè uno sciocco, un minchione, doveva restare, fuori della lista dei poeti, chi era invece un grande tra gli scrittori di storia, diplomazia, politica e – oggi diremmo – psicologia del Potere.
      Sorprende ancor di più che anche l’intimista, delicato, e – lui sì – grande poeta Giacomo Leopardi usasse il medesimo termine volgare proprio nel secondo significato sopra detto, cioè come rafforzativo e sinonimo di “niente”. Solo in uno scritto privato, s’intende, perché la parola era, com’è tuttora, vietata nei discorsi o testi formali e tra persone di riguardo: “Sono guarito [dai geloni, N.d.R.] in grazia dell’aver fatto a modo mio, cioè non aver usato un cazzo di medicamenti.” (in Epistolario).
Caos, vaso ceramica h30 cm portafortuna con falli (Angela Campanile 2010 picc.)      Ma la parola è chiaramente antica, come rivelano numerose fonti convergenti sullo stesso nome che riportano ai suoi vari significati. P.es. il latino cassus vuol dire vuoto, inutile. Plinio: cassi labores (lavori inutili, “lavori der cazzo” direbbe il Belli). E Plauto: cassa memorare, dire sciocchezze, ricordare cose inutili (“parlà a cazzo”). Saltando ai tempi moderni, è metafora di cazza (dal lat. cattia), termine dialettale lombardo che significa mestolo ma anche il caratteristico pentolino alto dal manico lungo eretto, da cui l’it. antico cazzarola e per curioso  eufemismo prude casseruola (dunque, è la seconda che deriva dalla prima, e non viceversa!). Anche cazzuola, spatola con manico eretto, conferma l’origine. Infatti nei versi del Pulci, “cazz e cuccé - quel primo in cul ti stia!” (mestolo e cucchiaio [in lombardo], e il primo ti entri in culo), si è in piena metafora oscena. Potrà sorprendere, dunque, ma in origine era sostantivo femminile: cazza e non cazzo. E in Rustico Filippi: Fastel, messer fastidio della cazza” (Prati1-2 e Sanga3) c’è anche l’origine dell'epiteto “rompicazzo” e dell’espressione “rompere il cazzo”. Una vicinanza semantica potrebbe avere anche il verbo (oggi solo marinaresco) cazzare (cfr it. cacciare, lat. càpere e captiare, spagn. cazar, ted. haz), cioè alzare, ma anche spingere con forza.
      Il Belli usa la parola in tutti i suoi significati, ma raramente nel significato di membro sessuale maschile. Cade, quindi, paradossalmente l’accusa di “parola oscena”, come nota giustamente il Ravaro nel Dizionario Romanesco. Più di frequente come interiezione, oppure col significato di “buono a nulla” o di “niente”, per esempio parlando del famoso teatrino delle marionette di Palazzo Fiano in piazza in Lucina:

ma cquer boccetto poi de Casandrino,
n’un c’è un cazzo da dì, ppare un cristiano! 

[ma quel vecchietto poi di Cassandrino, non c’è niente da dire, sembra un cristiano!]

Oppure nel significato di “sciocco”, usando per di più usando la desinenza accrescitiva-dispregiativa in –accio frequente nel popolino romano. Quindi “grande imbecille”, un “vero stupido”:

Papa Grigorio, nun fà ppiù er cazzaccio 
(primo verso del sonetto “Mormoriale ar Papa”).

Da registratore metodico e pignolo delle parole del volgo che raccoglieva nelle osterie, nelle botteghe, per strada o parlando con la servitù, il Belli doveva aver raccolto in qualche suo quadernetto anche tutti i sinonimi ed eufemismi della lingua romanesca per dire il membro maschile. E abilissimo nel mettere in rima perfino gli elenchi, lavorando di metrica e di rima, cercando musicalità e assonanze interne, o – com’è il caso di questo sonetto – finendo in Gloria con un exploit umoristico finale, ecco che si cimenta nell’acrobatico divertimento intitolato genialmente Er padre de li Santi, in cui adatta alla forma sonetto ben 52 sinonimi. "A Belli piacevano gli elenchi”, notava il critico Enzo Siciliano. “Elencava nomi, sinonimi: li metteva in fila, ritmandoli in splendidi endecasillabi, disegnandoli nell'arco di un sonetto che – scrisse Gadda – "sgorga di vena e chiude di necessità" (Corriere della Sera, 15 marzo 1984).
      E qui la “necessità” è comica: mettendosi come sempre dalla parte di un presunto e idealizzato “popolano”, spesso però troppo saggio e colto e curioso per essere realistico, il Belli conclude che di fronte alle rozze e cacofoniche definizioni del volgo, se il colto medico o farmacista, compresa la sua signora, chiamano il membro maschile “cotale”, “fallo” o “pene”, è segno per Dio che non gli tira bene! Che vuol dire la vendetta delle classi subalterne!
      Per inciso, va aggiunto che si tratta anche di uno dei migliori titoli, se non addirittura il migliore, dei Sonetti, col gemello La madre de le Sante, che merita un articolo a parte. Il Belli che, diciamolo, non è un felice titolista, e troppo spesso intitola in modo fuorviante o balzano, puntando magari su un particolare secondario (il che fa spazientire lettori e studiosi che si dannano l’anima per trovare un sonetto che hanno in mente), qui stranamente ha un irresistibile, felicissimo, colpo d’ala di fantasia e ironia. Ma è una occasione sprecata, che si risolve solo nel titolo, senza nessun riscontro al contenuto in versi. Come se gli servisse da puro lasciapassare preventivo, per parare il colpo di eventuali critiche di critici letterari o della Chiesa stessa, magari con l’accusa di scurrilità. Volgare – sembra voler mettere le mani avanti il Belli – parlare di un organo che ha generato anche i Santi? Quel titolo, insomma, lo mette in una botte di ferro…
      Andando ai sinonimi, è curioso, infine, che l’autore si dimentichi di un’ulteriore modo di dire, pinco, che poi userà in un altro sonetto, L’omo e la donna (v. nei tre versi più sotto), lasciando al lettore il compito di aggiungerla idealmente – come dice lui stesso espressamente in nota – alla lista. E quindi, in tutto, i sinonimi ed eufemismi usati dal Belli nei suoi sonetti per denominare Er Padre de li Santi arrivano, salvo errori, a 53.
 
ER PADRE DE LI SANTI
Er cazzo se pò ddí rradica, uscello,
ciscio, nerbo, tortore, pennarolo,
pezzo-de-carne, manico, scetrolo,
asperge, cucuzzola e stennarello.
Cavicchio, canaletto e cchiavistello,
er gionco, er guercio, er mio, nerchia, pirolo,
attaccapanni, moccolo, bbruggnolo,
inguilla, torciorecchio, e mmanganello.
Zeppa e bbatocco, cavola e tturaccio,
e mmaritozzo, e ccannella, e ppipino,
e ssalame, e ssarciccia, e ssanguinaccio.
Poi scafa, canocchiale, arma, bbambino:
poi torzo, crescimmano, catenaccio,
mànnola, e mmi’-fratello-piccinino.
E tte lascio perzino
ch’er mi’ dottore lo chiama cotale,
fallo, asta, verga, e mmembro naturale.
Cuer vecchio de spezziale
disce Priàpo; e la su’ mojje pene,
seggno per dio che nun je torna bbene.

Roma, 6 dicembre 1832

Due anni dopo, nel sonetto L’omo e la donna (30 aprile 1834) Belli inventa un dialogo in cui affida, come spesso gli accade, alla femmina l’effetto insieme di vivacità e ingenuità che è il sale del sonetto. L’uomo pretende di aver ragione, di comandarci, di fare i lavori più complicati, perfino la guerra. Ma, insomma, chiede la donna all’amico, che cos’ha l’uomo più di noi?

Cos’ha dde ppiú? una mano, un piede, un stinco,
una bbocca, un’orecchia, un occhio, un naso?».
Allora io: «Nu lo sapete? un
pinco4».


Lo scrittore inglese Anthony Burgess, spirito eccentrico che visse a Roma abbastanza per conoscere la lingua romanesca e i sonetti del Belli, tradusse in inglese vari sonetti belliani, tra cui Er Padre de li Santi, sostituendo sinonimi ed eufemismi con quelli popolari inglesi (in particolare – sostiene il Burgess – ricorrendo al dialetto di Manchester). Nel suo libro Abba Abba (1977), che conteneva The Father of The Saints, immagina un incontro tra il Belli e il poeta inglese John Keats:

THE FATHER OF THE SAINTS5
 Here ere some names, my son, we call the prick:
The chair, the yard, the nail, the kit, the cock,
The holofernes, rod, the sugar rock,
The dickory dickory dock, the liquorice stick,
The lusty Richard or the listless Dick,
The old blind man, the jump on twelve o’clock,
Mercurial finger, or the lead-fill’d sock,
The monkey, or the mule with latent kick.
The squib, the rocket, or the roman candle,
The dumpendebat or the shagging shad,
The love-lump or the hump or the pump-handle,
The tap of venery, the leering lad,
The handy dandy, stiff-proud or a-dandle,
But most of all our Sad Glad Bad Mad Dad.
And I might add
That learned pedants burning midnight tapers
Find Phallus, apt for their scholastic papers,
And one old man I know calls it Priapus.
His wife has no word for it but a sigh —
A sign that Joy has somehow past her by.


NOTE

1. A.Prati, "Vicende di parole", L'Italia Dialettale 13 (1937), 77-125; 15 (1939), 187-204.
2. A.Prati, Vocabolario Etimologico Italiano, Milano, Garzanti, 1951.
3. G.Sanga, "Postille gergali al DELI" [Diz Etim Lingua It], Atti Sodal. Glott. Mil. 27 (1986), pp. 30–39.
4. Nota il Belli: “Vedi il Sonetto... [Er padre de li Santi, N.d.R.], al quale questo vocabolo può servire di appendice”. Noi notiamo da parte nostra che questo uso belliano getta nuova luce sull’espressione, giunta fino a noi, “pinco pallino”.
5. Anthony Burgess, “Revolutionary Sonnets and Other Poems”, Carcanet Press 2003.

IMMAGINI. 1. Maritozzi di forma fallica fotografati di recente in una pasticceria francese. Segno che il dio Priapo non conosce epoche né confini. Il fallo nell’Antichità era considerato beneaugurante, secondo l’uso atavico che associava il fallo alla fecondità e alla prosperità. 2. Vaso beneaugurante con falli (“Caos”, ceramica h 30 cm, Angela Campanile 2010). “Potente amuleto contrastante gli effetti dell’invidia e propiziatore di prosperità – scrive l’autrice nella presentazione - il fallo si incontra in tutte le città antiche sulle mura, sui marciapiedi e sui basoli delle strade. A Pompei esso era spesso usato, scolpito su placche di tufo nei cantonali delle case, a proteggerle. Altrettanto tipica è la sua presenza sulle facciate delle botteghe e sui forni dei panifici”.

AGGIORNATO IL 7 GIUGNO 2025
 
Creative Commons License
Il mondo del Belli di Nico Valerio & Paolo Bordini è protetto da licenza
Creative Commons Attribuzione 2.5 Italia License.
E' vietata la riproduzione senza riportare il nome dell'Autore dell'articolo, il titolo e il link del Blog. E' vietata la modifica, e l'utilizzazione per fini commerciali o per avvalorare tesi contrarie a quelle del mondodelbelli.blogspot.com.