7 aprile 2012

Maramao perché sei morto? Il gatto anti-Papa e poi anti-Duce.

Gatto nero di notte con luna piena stilizzata (piccolo)D’accordo, il gatto è quanto di meno raccomandabile esista sull’arca di Noè, sia nella simbologia antica dotta, sia nell’immaginario popolare. Specialmente nei secoli della povertà: immaginate che cosa voleva dire per una famiglia povera il furto da parte del gatto dell’ultimo pezzo di lardo. Insomma, ladro e traditore, imbroglione e infingardo, strega e demonio. Tutto quello che volete, ma può la storia d’un gatto un po’ lestofante, che non impressiona neanche un bambino, impensierire i gendarmi del Papa, tanto da far finire qualcuno in galera, e un secolo dopo allarmare la polizia fascista? No, eppure è quello che è accaduto. A proposito: e se non fosse neanche un gatto? Oddio che mal di testa….

Dunque, siamo a Livorno nel 1939, imperante il Duce del Fascismo. E’ morto il gerarca livornese Costanzo Ciano, consuocero di Mussolini, presidente di quella parodia di Parlamento che è la Camera dei Fasci e delle Corporazioni. E il Regime gli sta erigendo un monumento. Ma nella notte studenti burloni vi affiggono un foglio con questi versi:

Maramao perché sei morto?
Pan e vin non ti mancava,
l’insalata era nell’orto,
Maramao, perché sei morto?

Per gli inquirenti si tratta dei versi d’una canzone uscita proprio in quell’anno, Maramao, perché sei morto?, di tale Panzeri, sospetta di alludere alla morte di Ciano, implicato in scandali e arricchimenti illeciti (“pan e vin non ti mancava…”). Apriti cielo! Le dittature, si sa, non brillano per senso dell’humour, e vigili urbani, poliziotti, carabinieri, questore, prefetto ecc., prendono tutto drammaticamente sul serio, subodorando chissà quale complotto, congiura, cospirazione (termini usati abitualmente in questi casi). “Un ennesimo episodio di fronda, un’opposizione nascosta e sotterranea, col dire e non dire, allo scopo di diffondere il discredito sul Regime”.

Maramao perché sei morto, canzone di Panzeri-Consiglio 1939Il capo della censura, Criscuolo, convoca immediatamente il Panzeri. “Ancora voi!”. Il paroliere è già nella lista nera come autore di Crapa pelada (1936), tradizionale filastrocca infantile milanese ora musicata dal jazzista Gorni Kramer, altamente sospetta perché si adatta a meraviglia al più noto dei calvi, il Duce. E così l’hanno capita gli Italiani.

Il paroliere, però riesce a dimostrare che Maramao è stata scritta prima della morte di Ciano. Fatto sta che interpretato genialmente dal trio Lescano e da una orchestra quasi jazz, diventa popolare in tutte le case italiane, e continua per anni ad essere trasmessa dall’EIAR, la radio di Stato. Anzi, torna di moda qualche anno più tardi, nel 1940, alla morte di un altro “fascistone”: Italo Balbo.

Questo Panzeri è recidivo. Nel 1940 scrive Pippo non lo sa, musicato da Kramer, mettendo alla berlina un buffo personaggio che "quando passa, ride tutta la città". E tutti vi riconoscono il fanatico e ridicolo Starace, segretario del Partito Fascista, odiatissimo dagli Italiani per il suo integralismo (è lui a ordinare il “voi” e la camicia nera, e a costringere gerarchi con la pancia a fare ginnastica e a gettarsi nel cerchio di fuoco), che ama esibirsi passeggiando sul Corso impettito in divisa. In realtà lo stesso Kramer in un’intervista del 1962 smentisce la diceria: era solo uno scherzo all’amico musicista Pippo Barzizza, “reo” di non essersi pronunciato nel 1939 (“Non lo so e non lo voglio sapere!”) alla domanda sui gusti musicali del pubblico: jazz americano o tradizione italiana? Ad ogni modo, Panzeri e Kramer le coincidenze sembrano andarsele a cercare. Infatti, un’altra loro canzone, La Banda d’Affori (1943), ha due versi micidiali: “Il tamburo principal della Banda d’Affori / che comanda cinquecentocinquanta pifferi”. Ebbene, 550 è proprio il numero dei membri della Camera dei Fasci, e il loro capo-tamburo – così pensa la Censura – non può che essere il Duce!

“Quanti guai per una canzone, ma vi pare sensato?” lamenta un secolo prima della vicenda, il nostro G.G.Belli in un sonetto che la censura fascista non poteva conoscere (l’edizione completa di Giorgio Vigolo, che rese finalmente noto a tutti gli Italiani tutto il Belli, è del 1952). Perché altrimenti non avrebbe convocato il povero Panzeri. Ebbene, il sonetto Er canto provibbito è quello che rivela l’origine antica della filastrocca di Maramao, trasportandoci dunque al 1833.

Strega e gatto che strimpella il violino nel Sabba (antica stampa, part)Lo scrittore Vitaliano Brancati incorre in un errore quando, in Ritorno alla censura (Bompiani), facendo quasi la versione in prosa del sonetto belliano Er canto provibbito scrive: "La notte del 10 febbraio 1831 un povero storpio arrancava per le vie di Roma cantando: Maramao, perché sei morto? Pane e vin non ti mancava, l'insalata avevi all'orto… Subito venne arrestato, sotto l'imputazione di alludere al recente funerale del papa. Ma perché doveva alludere al papa? Quale riferimento poteva esserci fra l'insalata all'orto e i giardini vaticani? Queste domande, prima di noi, se le fece Gioacchino Belli, in uno dei sonetti rimasti inediti sino a pochi anni fa”.

Doppio errore di Brancati, che crede ingenuamente che il Belli avesse scritto di un episodio accaduto la notte precedente. Innanzitutto, il sonetto del Belli è stato scritto l’11 febbraio del 1833, non del 1831. Ma anche se lo avesse scritto nel 1831, non poteva narrare un episodio accaduto la notte precedente, visto che il sonetto si riferisce al periodo immediatamente successivo alla morte di papa Pio VIII (“recente funerale”), che avvenne il 1 dicembre 1830. Il funerale, quindi, deve essersi tenuto pochi giorni o settimane dopo, entro dicembre o gennaio, mentre l’11 febbraio 1831 (data del Brancati) era già regnante il nuovo papa Gregorio XVI (si insediò il 2 febbraio 1831). Ecco il sonetto del Belli:

ER CANTO PROVÌBBITO
Sta in priggione, ggnorzí, ppovero storto!
Io da l’abbíle sce faría la bbava.
Sta in priggione: e pperché? pperché ccantava
jer notte: Maramào, perché ssei morto.
Ebbè? ssi è mmorto er Papa? e cche cc’entrava
de dì cche ccojjonassi er zu’ straporto?
E cché! ttieneva l’inzalata all’orto
er Zanto-Padre? e cché! fforze maggnava?
Teste senza merollo: idee brislacche.
Duncue puro a ccantà cce vò er conzenzo
de sti ssciabbolonacci a ttricchettracche!
Io me sce sento crèpa da la rabbia.
«Ma», ddisce, «è bben trattato»: eh, bber compenzo
d’avé la canipuccia e dde stà in gabbia.
Roma, 11 febbraio 1833

Versione. Il canto proibito. Sta in prigione, sissignore, povero storpio! Io dalla bile farei la bava. Sta in prigione e perché? Perché cantava ieri notte “Maramao perché sei morto”. E con questo? Se è morto il Papa? E che c’entrava dire che schernisce il suo funerale? E che? Forse aveva l’insalata nell’orto il Santo Padre, e che, forse mangiava? Teste senza midollo, idee bislacche! Dunque, anche per cantare ci vuole il permesso di questi sciabolonacci da marionette! Io mi sento morire dalla rabbia. Ma, dice, è ben trattato. Eh, bel compenso avere la canapuccia e stare in gabbia.

Il Belli, come si vede, riporta in modo sbrigativo la filastrocca, come cosa popolare nota e risaputa da tutti. Segno, dunque, che era molto più antica del suo secolo. E infatti lo stesso Belli annota sotto questo sonetto: «Antica canzone volgare: Maramao, perché sei morto? / Pane e vin non ti mancava: / L’insalata avevi all’orto: / Maramao, perché sei morto?»

Gatto sacro statuetta divinità egiziaUn gatto, certo. Del resto basta vedere come l’interpreta il disegnatore sulla copertina dello spartito musicale del Panzeri nel 1939. L’autorevole Vigolo, nell’edizione del 1952, scrive in nota: “La voce maramao accompagnata col gesto delle cinque dita sgranate a ventaglio vuol dire anche “rubare” e forse deriva da un’onomatopea del miagolio de’ gatti”.

Però aggiunge, a scanso di ulteriori scoperte: “Non è nemmeno da escludere qualche possibile attinenza col nome di Fabrizio Maramaldo, tanto più che il nome Maramau si incontra già alla fine del ‘500 nelle maschere della Commedia dell’Arte, raffiguranti simili tipi di spacconi, quali i capitani Bombardone, Malagamba, Francatrippa ecc.”

Questo Maramaldo era un capitano di ventura napoletano al servizio dei Medici contro l'esercito della Repubblica Fiorentina. Nel 1530, alla battaglia di Gavinana, trafisse a morte un suo prigioniero ferito e inerme, il capitano Francesco Ferrucci che gli gridò: "Maramaldo, tu uccidi un uomo morto!". Teoricamente possibile e suggestivo che, riportato di bocca in bocca, l’aneddoto possa essere diventato per ottusa assonanza popolare "Maramao perché sei morto". Oppure, seconda ipotesi, ucciso vilmente il suo nemico, Maramaldo torna a Napoli a gozzovigliare ed è colto da morte improvvisa tra i bagordi. E allora il popolino: "Avevi tutto, cibo, vino, donne… Maramaldo, perché sei morto?".

E, a proposito di spacconi, nel sonetto belliano i gendarmi con gli sciaboloni, proprio come Maramaldo, fanno una brutta figura, e lo stesso Belli in un altro sonetto, Er venardi ecc. (10 febbraio 1833) spiega che i tricchettracche sono gli “strumenti coi quali i fanciulli fanno un fragore per le vie della città”, “e anche uno strumento di legno di suono strepitoso che si suona la settimana santa invece delle campane”. “Qui, satiricamente – specifica il Vigolo – per indicare il falso fragore a vuoto delle sciabole pontificie, quasi fossero di legno”, come quelle dei burattini.

Altro che 1939, fascismo, Panzeri e Ciano! Quel che è certo (nell’incerto) è che la filastrocca di Maramao è antichissima e si perde nei secoli della tradizione popolare italiana. Una tradizione popolare dove il gatto è molto più diffuso e radicato di un Maramaldo.

Cavour Il gatto cavorrese, satira Pedrini, Il Fischietto (part, picc) 21 dic 1848Tanto più che il gatto è altamente simbolico, e dopo essere stato considerato addirittura un Dio dagli Egizi, dopo essere stato creduto dal popolino e dai preti che lo aizzavano protagonista dei sabba delle streghe, anzi, l’immagine stessa della strega, e comunque rappresentando secondo i pregiudizi popolari l’indole maligna e la falsità per eccellenza (Alfred Brehm), viene utilizzato proprio nell’Ottocento del Belli dalla satira politica, allo scopo di graffiare i politici troppo furbi, agili, imprendibili, che ne sanno una più del diavolo. Come il diabolico e felino Cavour, velocissimo e astutissimo, pronto a mutare posizione e a balzare sul topo avversario – fosse l’Austria, la Francia, l’estrema Destra o l’estrema Sinistra – e a farne un sol boccone. Qui è raffigurato in una vignetta satirica del suo tempo (che, insistiamo, era anche il tempo del Belli), come un gatto, appunto (“il gatto cavorrese”), nella sua tipica posa di difesa (Pedrini sul Fischietto, 21 dic.1848).

Ma il gatto-strega del sabba impersonava anticamente anche “lo spirito del Carnevale”. Si noti l’analogia tra sabba e orgia carnevalesca: entrambe infrazioni della norma e forme di follia collettiva: l’una ritenuta dalla Chiesa illecita, l’altra tollerata come sfogo popolare. Fatto sta, riferisce qualcuno, che in alcune località durante la Quaresima al gatto veniva fatto il funerale, con tanto di bara e corteo. Come a dire: è finita la pazzia, torniamo alla vita perbene, normale.

Anche per i popolani romani ai tempi del Papa-re, il gatto è dunque visto come l’animale più ladro e inaffidabile che ci sia, dopo la gazza, ovviamente. Nel Dizionario romanesco del Ravaro (2 voll., ed. Newton Compton, 2005) alla voce gatto si legge: ladro, sornione, dissimulatore. Riferendosi agli uomini, ovviamente. Scrive il Belli in un verso: “Che casa! Er padre e du’ fratelli gatti!”.

Gatto fulvo testa (picc)E il Belli sul gatto, che una ne fa e cento ne pensa, costruisce su misura un altro sonetto, Er gatto girannolone (24 dicembre 1834), in cui il gatto, ladro domestico per eccellenza, in questo caso chiamato “Roscio”, quindi un gatto di pelo fulvo, ha il viziaccio di andarsene sempre in giro, come tutti i veri gatti. E quando tutti lo cercano senza trovarlo, quando non si sa proprio dov’è, quando ormai è dato per perso, indovinate dov’è? In Curia. Ma sì, secondo la maldicenza del suo padrone (in realtà del Belli), è andato sicuramente a trovare, per consultazioni, i suoi amici naturali in Santa Romana Chiesa:

Un giorno Rosscio nun tornava
e llui sai cosa disse? «Starà ar Vaticano
a cconzurtà cco li compaggni sui».

Perché? I monsignori di Curia, i cardinali (“ladri cani” dice altrove il Belli un feroce anagramma), sono, proprio come i gatti, famigerati per avidità, ingordigia, ladrocinio. Con l’aggravante che qui trattandosi d’un gatto dal pelo rosso – nota il Vigolo – “c’è doppio senso: l’uomo di pelo rosso era visto dal popolino come di carattere cattivo, e si riteneva che Giuda Iscariota fosse di chioma e barba rossa. Da cui il detto popolare “Rosso malpelo schizza veleno”. Come se non bastasse – il Belli è sempre più malizioso di quanto appaia – qui il gatto è appositamente scelto di colore rosso, come l’abito dei principi della Chiesa. Ci sarà un perché, visto che “Roscio” non serve per la rima. Soccorre il Vigolo in nota: “Per l’analogia con la porpora dei cardinali v. sonetto Com’ar mulo (“sta covata d’arpie de pelo rosso è ccome la padella: o tigne o scotta”).

Il gatto, cioè il tipico ladro, va in Vaticano a trovare i pari suoi! Ecco nella solita sorpresa dell’ultimo verso, il motivo sotterraneo che il Belli, recidivo nell’arte sopraffina di dire e non dire, o di svelare in nota quello che lui stesso cela nei versi, aveva dato nelle intenzioni al suo sonetto: Vaticano, covo di ladri e profittatori.

E un’antica stampa francese, qui raffigurata per il particolare che ci interessa, per descrivere tutta la doppiezza, la furbizia, l’inaffidabilità, del potere del Papa, l’incisore lo disegna nientedimeno come un grande gatto ritto sulle zampe posteriori, con tanto di tiara pontificia sulla testa. Più che “cani ladri”, quindi, “gatti ladri”, questi ecclesiastici di Santa Romana Chiesa, secondo una satira plurisecolare, sia gallicana che anglosassone. Altro che orto e insalatina, pane e vino. Per il vero Maramao, quello in lungo abito color porpora, ci sono ori e gioielli, tenute e castelli.

Papa con Triregno come gatto furbo e inaffidabile (stampa francese)Ma allora, se il gatto era stato utilizzato dalla satira per secoli contro il Potere, come le stampe antiche e la malizia dei diversi sonetti belliani dimostrano, se tutto il quadro semantico-psicologico combacia nel dare un’immagine simbolicamente anti-Potere e irriguardosa del gatto, specialmente nell’800, sempre ammesso secondo il Vigolo e altre fonti che Maramao sia un gatto, ma allora, Signori della Corte, le conseguenze sono drammatiche e aberranti: i gendarmi del Papa, che di solito erano romani della peggiore feccia, e anche la polizia e la censura fascista un secolo dopo, non meno rozze e ottuse, avevano capito tutto. Anzi, paradossalmente, pur sbagliando in senso liberale, avevano filologicamente “ragione”. E in base non alla libertà e alla dignità dell’uomo, ma della semantica, dell’antropologia e della psicologia popolare, dal loro punto di vista ignorante, fecero “bene” ad arrestare il povero storpio che canticchiava “Maramao perché sei morto” nel 1831, e a sospettare dell’omonima canzone di Panzeri nel 1939. Scherzi da prete? No, scherzi da gatti. Sempre colpa loro!

IMMAGINI. 1. Un gatto stilizzato con lo sfondo della luna piena. 2. Lo spartito originale della canzone Maramao, perché sei morto?, di Panzeri-Kramer. 3. Gatto che suona il violino in un sabba di streghe (antica stampa). 4. Il Dio-Gatto degli antichi Egizi. 5. Una caricatura di Cavour, definito “Il gatto cavorrese” dal disegnatore Pedrini sul giornale satirico torinese Il Fischietto (21 dic.1848). 6. Un bel gatto dal pelame fulvo, più o meno come “Roscio” del sonetto del Belli. 7. Il Papa (o la Chiesa di Roma) sotto forma di gatto disonesto e inaffidabile, in un’antica stampa francese.

AGGIORNATO IL 17 FEBBRAIO 2015

8 febbraio 2012

Freddo, neve e gelo? Ma l’altro ieri l’inverno era peggio di oggi.

Colosseo sotto la neve Reumatico, “malato di petto”, metereopatico, sofferente vero o immaginario di tutti i possibili mali invernali, compresi i dolorosissimi geloni (che erano la dannazione anche del Leopardi, e di tutti i nostri antenati, che d’inverno vivevano al freddo anche dentro casa), il Belli era freddoloso per paura, più che per natura. E infatti morì, nella casa di via Monti della Farina, guarda caso, in pieno inverno, un 21 dicembre, con uno scaldino portatile in mano. Oggetto di coccio o di rame che si reggeva grazie ad un apposito manico, come nelle immagini 5 e 8.

Ecco, se non fosse stato di umore così cupo, se tutta la sua vis comica non l’avesse messa solo nei sonetti, e neanche in tutti, Giuseppe G. Belli (a proposito, il suo primo nome era solo Giuseppe: Gioachino lo aggiunse dopo, ma era solo il 3.o o 4.o della sfilza dei nomi anagrafici, secondo l’uso d’un tempo) si sarebbe accorto di soffrire in realtà di una sola malattia: la “sindrome Jerome”. In Tre uomini in barca (per tacer del cane” lo scrittore inglese Jerome K. Jerome narra di quando, commesso il grave errore di leggere un libro di medicina dei sintomi, si rese conto con terrore di avere tutte le malattie possibili, tranne una: il “ginocchio della lavandaia”.
Foro Romano sotto la neve (febbr 2012) “Sono tremante di freddo per una improvvisa tramontana, sbucata dall'inferno [freddo e caldo: tipico ossimoro belliano, NdR] dopo la caduta di copiosissima neve…” scrive in una lettera. Molti suoi Sonetti rappresentano – anche in un solo verso o un aggettivo – il freddo, il gelo, il vento, la tempesta, la pungente e sibilante tramontana o “giannetta” (detta così dal sibilo di una lancia leggera o del frustino di canna d’India degli ufficiali del Seicento), la neve ed altri per lui nefasti e terribili eventi invernali, come un concentrato di sofferenza, quasi il massimo della condanna umana.

L’INVERNO
Sì, ppe vvoantri è un’invernata bella
ma ppe mmé ’na gran porca de staggione.
Io so cche co sto freddo bbuggiarone
nun me pòzzo fermà lla tremarella.
Fischia scerta ggiannetta ch’er carbone
se strugge come fussi carbonella.
E annate a vvede un po’ cche bbagattella
de zazzera c’ha mmesso Tiritone.
Sempre hai la goccia ar naso, e ’r naso rosso:
se sbatte le bbrocchette che ttrabballi:
tramontane, per dia, ch’entreno all’osso:
stai ar foco, t’abbrusci e nnun te scalli:
se’ iggnudo avessi un guardarobba addosso...
E cchiameno l’inverno? bbuggiaralli! 


Roma, 7 febbraio 1833

Fontana del Tritone ghiacciata. 1864Versione. Per voi sarà pure una bella invernata, ma per me è una stagione pessima. Io che con questo freddo dannato non posso fermare i brividi. Fischia una certa tramontana, e il carbone frigge come carbonella. E andate a vedere che razza di parrucca ha messo il Tritone [della fontana del Bernini, in piazza Barberini]. Hai sempre la goccia al naso e il naso rosso: sbatti le gambe e traballi: tramontane, per dio, che entrano nelle ossa: stai vicino al focolare, ti scotti ma non ti riscaldi: ti senti nudo anche se hai un intero guardaroba addosso… E desiderano l’inverno? Ma vadano alla malora!

Un’esagerazione ridicola, visto il carattere ipocondriaco del Belli? Certamente, ma c’erano anche ragioni obiettive. Meteorologia a parte, la vita privata e pubblica a Roma a quel tempo era, non solo d’inverno ma anche in autunno e primavera, molto più fredda di oggi, quando si vive dentro casa e fuori (automobile, metropolitana, autobus, uffici, negozi) in ambienti riscaldati e resi piacevoli da un perenne tepore.

Il popolano, all’opposto, viveva più spesso all’aria aperta, e talvolta all’aria aperta lavorava, per le necessità del suo lavoro o per sfruttare la luce del giorno. E negli spostamenti di lavoro, ovviamente, andava a piedi o su un carrettino trainato da un mulo, sotto la pioggia la neve e il vento di tramontana. Si salvavano quelli che lavoravano come domestici o cuochi nelle case patrizie, certamente molto meglio riscaldate dei tuguri dei poveri, ma nulla a che vedere con il caldo uniforme, d’estate e d’inverno delle case di oggi. Le abitazioni e le botteghe d’allora, tutte, nel pieno dell’inverno tendevano ad essere fredde e umide, non bastando un braciere, gli scaldini personali, e neanche un focolare, piccolo o grande che fosse, a riscaldare in modo efficace. Solo le osterie si salvavano: ma per il calore… umano.

braciere povero con catino smaltato e protezione in legnoE poi si sa qual è il difetto dei focolari: ti scotti mani e viso, e rischi pure le vene varicose alle gambe, però ti ritrovi sempre la schiena o la testa gelida! E a Roma, a differenza delle case di campagna e del Nord, erano  rarissimi i focolari che davvero riscaldano, quelli da campagna: così grandi e profondi da poter contenere addirittura una panca per lato, per un totale di quattro persone! Perciò, il mezzo di riscaldamento più popolare ed efficiente per le case, sia per i ricchi sia per i poveri, erano i larghi scaldini da pavimento.  

Per fortuna nel mercato dell’usato a piazza Navona o a Campo de’ Fiori o in Ghetto si trovavano relativamente a poco delle pesanti stufe di ghisa, utili anche per l’acqua calda e per una cucina elementare. Ma i poveri mancavano talvolta anche di legna adatta a produrre buon calore, perché si accontentavano di racimolare legni di scarto, mobili rotti e rami d’albero caduti. E avevano poco spazio. Perciò si dovevano trascinare per casa e talvolta, come gli anziani, perfino fuori casa con un piccolo scaldino portatile di terracotta o ottone da tenersi tra le mani. Aveva la forma di un secchiello panciuto, con un coperchio forato, era portatile e poteva contenere brace di carbonella che durava ore, La brace si ravvivava con un soffietto (Chiappini). Era il mezzo migliore per scaldarsi le mani. Le donne usavano tenerlo in grembo o posato a terra sotto le sottane: forse per questo era chiamato maliziosamente marito (Ravaro). Il Belli scrive in un sonetto: “… e già m’ha rotto / tre o quattro vorte er manico ar marito”.

Donna romana con scaldino (1858) (part) www.lanternamagica.euNel sonetto, Una ne fa e ccento ne penza, una madre rimprovera la figlia perché sta sempre col "marito" "tra le cosce", cioè con lo scaldino sotto la veste, fino al punto – non si sa se più stupida o pigra – da approfittare per farci arrostire nel frattempo... una salsiccia. Naturalmente il fatto è del tutto improbabile, ma permette alla maliziosa comicità del Belli un salace doppio senso sessuale. Se le donne di Roma stanno sempre col marito tra le cosce, non ci sta male una adeguata salsiccia (il riferimento al membro maschile è evidente).

Chissà quante risa, quei monsignori, borghesi e patrizi dell'Accademia Tiberina, mentre l'autore leggeva, anzi recitava, questo sonetto con la sua ben nota maestria, avvalendosi di una compunta, esagerata, seriosità (riferita da Gogol), oggi diremmo “alla Buster Keaton”.

Comune a tutti, ricchi e poveri, era il braciere, un largo e stabile recipiente di metallo, con treppiedi o senza, posto al centro della stanza o sotto il tavolo, capace di conservare e diffondere il calore delle braci di carbonella. I poveri usavano un semplice catino di ferro leggero smaltato, di quelli per lavarsi, mentre i più abbienti lo avevano in ottone o rame, con maniglie e perfino decorazioni. Il braciere da pavimento era spesso fornito di un ampio bordo di legno sul quale si potevano poggiare i piedi (ecco perché a Pinocchio, burattino di legno ideato nell’Ottocento da Collodi, si bruciarono i piedi) e protetto al di sopra, talvolta, da una gabbia di giunchi.

Ma in mancanza di meglio, per farsi una specie di braciere economico, molti ricorrevano al tipico secchio di ferro da muratore che si ritrovavano in casa per mestiere o potevano avere gratis o acquistare a poco prezzo: la còfana, un “recipiente basso, a due manici e base quadrangolare, nel quale i muratori trasportano la malta” (Diz. Hoepli). E in effetti a contenere o trasportare braci (anche se non a diffonderne al meglio il calore) la còfena era adattissima perché munita di due lunghi manici fini che permettevano di non scottarsi le dita. E doveva essere una soluzione molto popolare, se ce l’ha tramandata quasi come un modo proverbiale il più grande scrittore, testimone e studioso di usi romaneschi (“Co ‘na cofena piena de carbonella”, Zanazzo).

Braciere da ambiente  in ottone Ottocento con due maniglieIl braciere e lo scaldino, quindi, non certo il focolare, la stufa o la cucina a legna in muratura con caldaia incorporata, erano il tipico modesto riscaldamento della gente comune di città. Che, perciò, dentro casa soffriva il freddo più dei contadini.
Altro che vita beata, “semplice, povera, ma sana”,  prima della industrializzazione e dell’Unità d’Italia! Dobbiamo immaginare al contrario, anche nel modesto inverno di Roma, una durissima vita per tutti, non solo per i vecchi, ma anche per i bambini piccoli, che nella poverissima Roma papalina, in case insalubri addossate l’una all’altra in vicoli in cui non batte mai il sole, morivano letteralmente di freddo, malattie e fame, nell’indifferenza e nel fatalismo generale (La mojje disperata).

…st’anime innoscente
che spireno de freddo e dde bisoggno


Le stanze da letto, quasi sempre prive di focolare, erano le più gelide e umide: in caso di freddo erano anche di vari gradi sottozero. Entrare in un letto, poi, come sanno perfino oggi tutti coloro che hanno una casa in montagna o in campagna senza i termosifoni, era impresa eroica. Le lenzuola non erano solo ghiacciate, ma anche umide. E i nostri antenati, che pure avevano la scorza del contadino, furono costretti a inventare il geniale braciere da letto che si lasciava per molti minuti sotto le coltri. Un’intelaiatura di legno impediva al braciere di bruciare le lenzuola. A Roma e in tutto il Lazio, da ben prima dei tempi del Belli fino al 1960 e oltre, questo scalda-letto si chiamò popolarmente “prete”.

Bracere dei  muratori (www.liberoricercatore.it)Perché si chiamava “prete”? Non è chiaro. Il nome sembra un’allusione diretta, specie nei villaggi laziali dove più capillare e invadente era la presenza e prepotenza pretesca, a chissà quanti aneddoti, diventati poi mito e infine allusione o scherzo ironico, alimentati evidentemente dall’abitudine di non poche donne locali di accettare preti e frati, viste le loro ben note insistenze, come scaldaletto naturale. Malignità anticlericali? Ma no. C’è il sonetto in cui perfino un vecchio sacerdote chiede alla donna che gli rammendava le pianete di sostituirsi al prete-scaldino che vede troneggiare nel letto (“Sò prete anch’io”). Ma la risposta della sposa all’80nne religioso in fregola è fulminante: io non faccio insieme “peccato e penitenza”. Risposta pronta e bellissima.

Certo, di giorno si poteva far ricorso a vari tipi di scaldini portatili e semi-fissi (da tavolo), ma di notte – nota  il Belli maliziosamente terminando a sorpresa il sonetto dedicato – il miglior scaldino a letto resta pur sempre quello atavico usato dal vecchio re David che, come dice la sacra Bibbia, riscaldava il freddo della vecchiaia portandosi a letto donne giovani, e magari più d’una. E così – è proprio il caso di dirlo (e il Belli non si lascia scappare l’occasione – re David con una fava (in romanesco anche organo sessuale maschile) prendeva due piccioni, cioè l’utile (il caldo) e il dilettevole (il sesso). Inutile dire che piccione in molti dialetti, non solo nel romanesco, è anche l’esterno, il triangolo pubico, del sesso femminile.
Un’indicazione, come dire, “termologica” che indirizziamo volentieri a lettrici e lettori “ecologici” al puro scopo dell’autoproduzione di calore nelle fredde notti d’inverno.

Scaldino ottone decorato con protezione e manico legnoQui, però, il freddoloso Belli, a sorpresa, critica un imprecisato conoscente un po’ snob che recita da delicato e si lamenta del freddo. Ma, se fate attenzione, la satira è rivolta più all’affettazione del soggetto che alla sua presunta sensibilità al gelo. Che d’inverno faccia freddo – ironizza – è normale, Milord! Questo snobismo il Belli lo rende con una esclamazione forse proverbiale al suo tempo, ma oggi intraducibile: “prugna”. Pronunciata, però, in modo deformato come il popolino romano d’allora immaginava che parlassero i signori, con la medesima translitterazione – per esempio – che c’è tra il popolare toscano cignale e l’italiano colto cinghiale. E’ come se un popolano romano pensasse che questa regola debba valere in tutti i casi in cui c’è una gn. “Questa interiezione – scrive in nota l’autore col suo abituale linguaggio affettato da ‘700 che contrappone al romanesco – si adopera allorché alcuno si pone in sullo squisito. Il vocabolo è così alterato sulla stessa alterazione volgare di bruggna (prugna) per imitare la ricercatezza o la pretensione del beffeggiato”.

LI SCARDINI
Brungia! E cco cquella pelle de somaro,
che sséguiti a ddormí ssi tte s’inchioda,
fai tanto er dilicato? Ih, un freddo raro!
nun ze trova ppiú un cane co la coda!
Ma ccazzo! Semo ar mese de ggennaro:
che spereressi? de sentí la bbroda?
L’inverno ha da fà ffreddo: e ttiell’a ccaro
ch’er freddo intosta l’omo e ll’arissoda.
E ss’hai ’r zangue de címiscia in der petto,
de ggiorno sce sò bbravi scardinoni
da potette arrostí ccome un porchetto;
e dde notte sce sò ll’antri foconi
c’addoprava er re Ddàvide in ner letto
pe ppijjà cco ’na fava du’ piccioni. 


Roma, 21 febbraio 1833

Versione. Gli scaldini. Milord, con quella pelle d’asino che ti ritrovi, tanto che continui a dormire anche se ti inchiodano, ora fai tanto il delicato? Ih, un freddo raro, non si trova più per strada un cane con la coda! Ma, diamine, siamo nel mese di gennaio, forse speravi di trovare l’aria calda estiva? D’inverno deve far freddo: e tientelo caro, perché il freddo rafforza l’uomo e lo rassoda. Ma se hai sangue di cimice nel petto, di giorno ci sono ottimi grandi scaldini da poterti arrostire come un porchetto; e di notte c’è un altro genere di focolare, quello che usava il re David nel letto, prendendo così con una fava due piccioni [cioè l’utile e il dilettevole, il calore e il sesso].

Non fatichiamo, perciò, ad immaginare le donne di casa dell’epoca che si apprestano al cambio di stagione. In ritardo sul passaggio autunno-inverno dei nostri tempi, era d’uso a Roma, ogni 25 novembre (S. Caterina) togliere dai letti la copertina leggera per sostituirla con una o più coperte di lana. Poiché è escluso che allora facesse più caldo, è che gli abitanti di allora erano più abituati a convivere fatalisticamente col freddo. Anche nelle case borghesi e patrizie a fine novembre ci si apprestava per l’inverno con tutta una serie di cambi e di operazioni delegate alla servitù. Una ricorrenza quasi rituale, moltiplicata oralmente tra tutte le casalinghe e serve del vicinato, che faceva da scansione tra estate e inverno, tepore e gelo, godimento e patimento. E così la vita cambiava, e non certo in meglio. Qui, però, il Belli riporta stranamente, accanto a credenze popolari, anche usi da case ricche e nobili, perché probabilmente il suo “popolano narrante” in questo caso è una anziana domestica al servizio di una dimora di borghesi benestanti, monsignori o patrizi.

LI VENTISCINQUE NOVEMMRE
Oggiaotto ch’è Ssanta Catarina
se cacceno le store pe le scale,
se leva ar letto la cuperta fina,
e ss’accenne er focone in de le sale.
Er tempo che ffarà cquela matina
pe Nnatale ha da fàllo tal’e cquale.
Er busciardello cosa mette? bbrina?
La bbrina vederai puro a Nnatale.
E ccominceno ggià li piferari
a ccalà da montagna a le maremme
co cquelli farajôli tanti cari!
Che bbelle canzoncine! oggni pastore
le cantò spiccicate a Bbettalemme
ner giorno der presepio der Zignore. 


18 novembre 1831

Scaldino da letto o preteVersione. Il 25 novembre. Tra otto giorni è S. Caterina: si tolgono le stuoie dalle scale [per evitare che scarpe bagnate o fangose le sporchino, NdR], si toglie dal letto la coperta leggera, si accende il focolare nelle sale. Il tempo che fa quella mattina lo farà tale e quale a Natale. Il bugiardello [lunario, che evidentemente non indovinava spesso: nome simile al bugiardino, il foglietto illustrativo dei medicinali di oggi, NdR] che cosa dice, brina? E brina vedrai anche a Natale. E cominciano già i pifferai [zampognari abruzzesi] a calare dalla montagna o dalle Maremme, con quei ferrajoli [mantelli corti e rattoppati, nota il Belli] tanto cari! Che belle canzoncine! [“Niuno può vantarsi – nota l’autore ironicamente – di aver mai inteso ciò che essi cantano”] Ogni pastore le cantò tali e quali a Betlemme nel giorno del presepio del Signore.

Comunque, se avessimo vissuto nella Roma papalina dell’inizio dell’Ottocento, da novembre fino a tutto febbraio avremmo visto lo stesso Belli e tutti i suoi personaggi trascinarsi mani in “saccoccia” lungo i muri per le strade e piazze ventose e gelide, bene intabarrati a seconda del sesso in ferrajoli o mantelli più o meno rattoppati, lisi e sdruciti, o in grandi vesti lunghe di lana grezza, cappucci e grandi scialli, tentando di sopportare l’aria gelida insopportabile.

Scaldino chiuso da letto con manicoBelli e, a sua immagine, tutti i popolani descritti nei Sonetti odiano perciò il freddo, specialmente quand’è pungente e penetrante (“un freddo da cannisse [candirsi, cioè cuocersi: solito ossimoro belliano, NdR] li cojoni”). Basta dire che quando il poeta, in cerca di “aria buona” per curare i suoi molti malanni veri e immaginari, si prende una vacanza nel borgo antico di Veroli, vicino ai freschi monti Ernici, con tutto che si era nella “bella stagione”, trova la temperatura troppo fredda – come scrive nelle sue lettere – e non esce di casa per l’intera vacanza. E del resto quando è a letto malato – come leggiamo nel suo ultimo sonetto E a cche sserveno poi tante parole? (1849) – mal sopporta con pazienza o rabbia il gelo. Si rimetterà in piedi – così spera – nella bella stagione, quando il sole sarà caldo:
Pascenza o rrabbia sin ch’er freddo dura:
staremo in cianche quanno scotta er zole.

Tanto il freddo e l’inverno erano temuti nella Roma del primo Ottocento, e con qualche ragione, che siamo sicuri che, potendo scegliere tra il fresco del Paradiso e il caldo delle fiamme dell’Inferno, il Nostro e tutti i romani d’allora avrebbero scelto senza esitazioni il secondo!

Ma sul caldo e il freddo conviene citare anche il curioso sonetto con gli strafalcioni della “scienza del popolano”, verosimilmente un padre che “insegna” alla figlia, con alcuni strepitosi nonsense.

ER CALL'E 'R FREDDO
Er callo che dd’istate ciariscalla
Dio fa cche dda la terra se sollevi
e ar tornà dde l’inverno l’ariscevi
la terra, c’ha la forma d’una palla.
Ecco spiegato perché vvedi, Lalla,
che ll’acqua ch’essce da Funtan-de-Trevi
e oggn’acqua che cce lavi e cche cce bbevi,
d’istate è ffredda, eppoi d’inverno è ccalla.
Tu discorri co mmé, fijja, discorri;
e ssappi c’ar bicchiere inummidito
j’intraviè ccom’a tté cquanno che ccorri.
Appena l’acqua fresca te l’ha empito
ar bicchiere je s’opreno li porri,
e ssuda: seggno che nnun è ppulito. 


Roma, 3 febbraio 1833

Versione. Il caldo e il freddo. Il caldo che d’estate ci riscalda, Dio fa che dalla terra si sollevi, cosicché la terra, che è a forma di palla, lo riceve poi al tornar dell’inverno. Ecco spiegato perché, Lalla [diminutivo romanesco di Adelaide], l’acqua di Fontan di Trevi e ogni acqua che bevi o usi per lavare, d’estate è fredda mentre d’inverno è calda. Tu parli con me, figlia, e sappi che al bicchiere inumidito accade quello che accade a te quando corri. Appena lo hai riempito di acqua fresca al bicchiere si aprono i pori e suda: segno che non è pulito.

Donna contadina con lattante dentro focolareMa un simile tormento di gelo avrà mai fine? Eh, bisognerà aspettare marzo, nientedimeno. Ma già a febbraio, nel colmo del freddo, sapremo se l’inverno è breve o prolungato. Sì, perché per fortuna anche per questo servizio c’è una apposita data “religiosa”, il 2 febbraio, rubata come sempre dai cristiani ad antichi riti pagani etrusco-romani: la Candelòra. Dice il proverbio romanesco con una tautologia che deve essere piaciuta a generazioni di popolani: “Candelòra: de l’inverno semo fòra. Ma si ppiove o tira vento de l’inverno semo drento”. Basta questo per far sperare i freddolosi patologici e i pigri cronici, come l’anziano servitore che è l’io narrante del prossimo sonetto. Che sembra proprio il Belli spiccicato.

ER TEMPO BBONO
Dimani, s’er Ziggnore sce dà vvita,
vederemo spuntà la Cannelora.
Sora neve, sta bbuggera è ffinita,
c’oramai de l’inverno semo fora.
Armanco sce potemo arzà a bbon’ora,
pe annà a bbeve cuer goccio d’acquavita.
E ppoi viè Mmarzo, e se pò stà de fora
a ffà ddu’ passatelle e una partita.
St’anno che mme s’è rrotto er farajolo,
m’è vvienuta ’na frega de ggeloni
e pe ttre mmesi un catarruccio solo.
Ecco l’affetti de serví ppadroni
che ccommatteno er cescio cor fasciolo,
sibbè, a sentilli, sò ricchepulloni. 


28 settembre 1831


Stufa legna ghisa Versione. La Candelora. Domani, se il Signore ci darà vita, vedremo spuntar la Candelora. Signora neve, questa dannazione è finità, perché ormai dall’inverno siamo fuori. Almeno ci potremo alzare tardi per andare a bere quel goccio di acquavite. E poi viene marzo, e si può stare fuori a fare due passatelle [gara o giri di bicchieri di vino in una combriccola di amici all’osteria, NdR] e una partita [a carte]. Quest’anno che mi si è rotto il ferrajolo mi sono venuti molti geloni e per tre mesi un solo catarruccio. Ecco le conseguenze di servire padroni che combattono il cece col fagiolo [cioè non ricchi, NdR], sebbene, a sentirli parlare, sono ricchi Epuloni.

IMMAGINI. 1. Grande freddo romano col Colosseo imbiancato di neve. E’ del febbraio 2012, ma potrebbe rappresentare idealmente anche un inverno dei tempi del Belli. 2. Foro Romano sotto la neve (febbraio 2012). 3. La statua della fontana del Tritone con ben altro che la sola “zazzera” di ghiaccio descritta dal Belli nel sonetto. 1865 circa. 4. Braciere povero in ferro smaltato con pedana in legno. 5. Popolana col “marito”, cioè lo scaldino personale da tenersi tra le mani in grembo o posato per terra sotto le sottane. In genere questi scaldini portatili erano di pesante ma economica terracotta, adatta a trattenere a lungo il calore, o di più costoso rame, l’ideale per diffondere subito il calore delle braci. Con uno di questi attrezzi in mano morì il Belli  6. Braciere di ottone con tre piedi. 7. Braciere poverissimo ricavato dalla tipica secchia di ferro con larghi manici dei muratori (còfena, in italiano còfana).  8. Scaldino di ottone decorato e con manico di legno. 9. Scalda-letto protetto di legno con un braciere chiuso sul pianale in basso, noto in tutto il Lazio come “prete” (v. testo). 10. Scaldino piccolo chiuso da letto in rame o ottone. Veniva passato sulle lenzuola gelide e umide come un ferro da stiro. Ma certo, il “prete” era un altra cosa! E meglio ancora il “focone” di re David (v. testo)! 11. Giovane madre contadina col proprio lattante seduta dentro il focolare. 12. Stufa di ghisa a legna.

AGGIORNATO IL 20 GENNAIO 2016

2 febbraio 2012

Perfino i santi ha generato. Ecco i 53 modi per denominarlo.

Panini fallici
E’ vero che “gli organi genitali hanno sempre avuto una grande importanza nella vita dei popoli latini, e specialmente nella vita del popolo italiano” e che “la vera bandiera italiana non è il tricolore, ma il sesso, il sesso maschile” (Curzio Malaparte). Ma stranamente il termine più usato e più antico (si trova già nel trecentesco Decamerone di Boccaccio, sec. XIV), d'uso popolare o no, per indicare l’organo sessuale maschile, cazzo, è stato ed è tuttora usato più come intercalare ossessivo, imprecazione e parola di irritazione e disappunto (come il francese merde), oppure per denotare una cosa da nulla, cioè come dispregiativo, che per denotare effettivamente l’organo sessuale. Ed è quindi un curioso paradosso: una parola bollata come "parolaccia" proprio perché strettamente collegata al sesso, quasi mai in realtà è usata in questo senso. Ben diverso è l'uso e l'origine dell'equivalente nome dell' organo femminile, come si può vedere in un interessante e colorito articolo dedicato.
      Nella tragedia del grande Marlowe, The Jew of Malta (L’Ebreo di Malta, 1589-90), che si ritiene abbia ispirato Il Mercante di Venezia di Shakespeare, e ricca anch’essa di antigiudaiche connotazioni di carattere, il protagonista Barabas, ricco ebreo che Marlowe fa apparire cinico e crudele aderendo allo stereotipo razzista, risponde irato al servo Ithamore che gli chiede (atto IV scena I): “Non sei addolorato per la morte di tua figlia” [che doveva morire con le altre monache del convento]? (Do you not sorrow for your daughter's death?). “No – risponde Barabas – mi addolora piuttosto che sia vissuta tanto a lungo. Una nata ebrea, diventata cristiana: cazzo, diavolo!” (“No, but I grieve because she liv'd so long, An Hebrew born, and would become a Christian: cazzo, diabolo!”). Queste due ultime parole sono in italiano.
      Parolacce globalizzate, anzi, intercalari popolari che escono dai confini nazionali, già allora, nel tardo Cinquecento, come il francese merde, l’inglese fuck you e, appunto, l’italiano cazzo. Da cui si ricava, con sorpresa di molti Italiani di oggi, che il membro maschile era ed è rimasto una vera fissazione nazionale, la più tipica “cattiva parola”, quella che meglio ci rappresenta.
      In una nota un commentatore inglese dell’epoca, il Gifford, spiega ai suoi connazionali che cazzo è da intendersi come “a petty oath, a cant exclamation, generally expressive, among the Italian populace, who have it constantly on their mouth, of defiance and contempt”, cioè, più o meno, “una volgare imprecazione o esclamazione di disprezzo e disappunto, espressiva per tutto il popolaccio italiano, che l’ha sempre sulla bocca”.
      Nulla di sessuale, quindi, eppure si era in pieno teatro elisabettiano, dove ne accadevano di cotte e di crude, sul palcoscenico, in platea e nei palchi. E comunque, altro che parola moderna!
      Ecco dunque, e di fonte inglese antica, il terzo significato, forse il più diffuso, quello del disappunto (come dire: “dannazione!”), fra i tre possibili, dell’italianissimo, antichissimo ma tuttora censuratissimo termine cazzo
      Il secondo significato, preceduto da “un”, equivale a “per niente”, “nient’affatto”, “nessuno” o anche “una nullità”, una cosa da nulla, “uno sciocco”, “un minchione”, appunto un cazzone (Cfr.: film Il Marchese del Grillo: “Perché io so’ io, e voi nun sete un cazzo”). Anche l'ironica espressione romanesca "'sti cazzi!" fa parte di questo secondo significato, volendo denotare sarcasmo, forte ironia, dileggio, presa in giro, massimo disinteresse per una vanteria o frase roboante nella quale non si crede minimamente o a cui non si dà la minima importanza. Come dire: "me cojioni!", "hai detto un prospero" (un fiammifero usato), "hai detto niente!"
      Il primo significato, invece, quello originario ma poi nell’uso (si pensi al Belli) decisamente secondario, è quello riferito all’organo sessuale maschile.
      E siamo alla fine del Cinquecento! Ma secoli prima, già nell’anno 1266, secondo gli etimologi Cortellazzo e Zolli, era presente nelle fonti come soprannome latino (medium cazum= “mezzo cazzo”, come dire “mezza cartuccia”) ad Arco (Trento).
      E ancora, il disinibito e geniale Leonardo da Vinci (1452-1519) lascia tra i suoi appunti privati una filastrocca infantile e scherzosa che suona così: “Nuovo cazzo, cazzuolo, cazzellone, cazzatello, cazzata, cazzelleria, cazzo inferrigno e cazzo erbato”.
      Negli stessi anni il grande diplomatico e scrittore Niccolò Machiavelli (1469-1527), si lamenta in una lettera all’Alemanni che l’Ariosto non lo abbia ricordato, addirittura, tra i poeti memorabili. Lui anche grande “poeta”? Che faccia tosta! “Ho letto l’ Orlando Furioso dello Ariosto et veramente il poema è bello tutto, et in molti luoghi è mirabile. Se si trova costì, raccomandatemi a lui, et ditegli che io mi dolgo solo che, havendo ricordato tanti poeti, mi habbi lasciato dietro come un cazzo.”
      E come un cazzo, cioè uno sciocco, un minchione, doveva restare, fuori della lista dei poeti, chi era invece un grande tra gli scrittori di storia, diplomazia, politica e – oggi diremmo – psicologia del Potere.
      Sorprende ancor di più che anche l’intimista, delicato, e – lui sì – grande poeta Giacomo Leopardi usasse il medesimo termine volgare proprio nel secondo significato sopra detto, cioè come rafforzativo e sinonimo di “niente”. Solo in uno scritto privato, s’intende, perché la parola era, com’è tuttora, vietata nei discorsi o testi formali e tra persone di riguardo: “Sono guarito [dai geloni, N.d.R.] in grazia dell’aver fatto a modo mio, cioè non aver usato un cazzo di medicamenti.” (in Epistolario).
Caos, vaso ceramica h30 cm portafortuna con falli (Angela Campanile 2010 picc.)      Ma la parola è chiaramente antica, come rivelano numerose fonti convergenti sullo stesso nome che riportano ai suoi vari significati. P.es. il latino cassus vuol dire vuoto, inutile. Plinio: cassi labores (lavori inutili, “lavori der cazzo” direbbe il Belli). E Plauto: cassa memorare, dire sciocchezze, ricordare cose inutili (“parlà a cazzo”). Saltando ai tempi moderni, è metafora di cazza (dal lat. cattia), termine dialettale lombardo che significa mestolo ma anche il caratteristico pentolino alto dal manico lungo eretto, da cui l’it. antico cazzarola e per curioso  eufemismo prude casseruola (dunque, è la seconda che deriva dalla prima, e non viceversa!). Anche cazzuola, spatola con manico eretto, conferma l’origine. Infatti nei versi del Pulci, “cazz e cuccé - quel primo in cul ti stia!” (mestolo e cucchiaio [in lombardo], e il primo ti entri in culo), si è in piena metafora oscena. Potrà sorprendere, dunque, ma in origine era sostantivo femminile: cazza e non cazzo. E in Rustico Filippi: Fastel, messer fastidio della cazza” (Prati1-2 e Sanga3) c’è anche l’origine dell'epiteto “rompicazzo” e dell’espressione “rompere il cazzo”. Una vicinanza semantica potrebbe avere anche il verbo (oggi solo marinaresco) cazzare (cfr it. cacciare, lat. càpere e captiare, spagn. cazar, ted. haz), cioè alzare, ma anche spingere con forza.
      Il Belli usa la parola in tutti i suoi significati, ma raramente nel significato di membro sessuale maschile. Cade, quindi, paradossalmente l’accusa di “parola oscena”, come nota giustamente il Ravaro nel Dizionario Romanesco. Più di frequente come interiezione, oppure col significato di “buono a nulla” o di “niente”, per esempio parlando del famoso teatrino delle marionette di Palazzo Fiano in piazza in Lucina:

ma cquer boccetto poi de Casandrino,
n’un c’è un cazzo da dì, ppare un cristiano! 

[ma quel vecchietto poi di Cassandrino, non c’è niente da dire, sembra un cristiano!]

Oppure nel significato di “sciocco”, usando per di più usando la desinenza accrescitiva-dispregiativa in –accio frequente nel popolino romano. Quindi “grande imbecille”, un “vero stupido”:

Papa Grigorio, nun fà ppiù er cazzaccio 
(primo verso del sonetto “Mormoriale ar Papa”).

Da registratore metodico e pignolo delle parole del volgo che raccoglieva nelle osterie, nelle botteghe, per strada o parlando con la servitù, il Belli doveva aver raccolto in qualche suo quadernetto anche tutti i sinonimi ed eufemismi della lingua romanesca per dire il membro maschile. E abilissimo nel mettere in rima perfino gli elenchi, lavorando di metrica e di rima, cercando musicalità e assonanze interne, o – com’è il caso di questo sonetto – finendo in Gloria con un exploit umoristico finale, ecco che si cimenta nell’acrobatico divertimento intitolato genialmente Er padre de li Santi, in cui adatta alla forma sonetto ben 52 sinonimi. "A Belli piacevano gli elenchi”, notava il critico Enzo Siciliano. “Elencava nomi, sinonimi: li metteva in fila, ritmandoli in splendidi endecasillabi, disegnandoli nell'arco di un sonetto che – scrisse Gadda – "sgorga di vena e chiude di necessità" (Corriere della Sera, 15 marzo 1984).
      E qui la “necessità” è comica: mettendosi come sempre dalla parte di un presunto e idealizzato “popolano”, spesso però troppo saggio e colto e curioso per essere realistico, il Belli conclude che di fronte alle rozze e cacofoniche definizioni del volgo, se il colto medico o farmacista, compresa la sua signora, chiamano il membro maschile “cotale”, “fallo” o “pene”, è segno per Dio che non gli tira bene! Che vuol dire la vendetta delle classi subalterne!
      Per inciso, va aggiunto che si tratta anche di uno dei migliori titoli, se non addirittura il migliore, dei Sonetti, col gemello La madre de le Sante, che merita un articolo a parte. Il Belli che, diciamolo, non è un felice titolista, e troppo spesso intitola in modo fuorviante o balzano, puntando magari su un particolare secondario (il che fa spazientire lettori e studiosi che si dannano l’anima per trovare un sonetto che hanno in mente), qui stranamente ha un irresistibile, felicissimo, colpo d’ala di fantasia e ironia. Ma è una occasione sprecata, che si risolve solo nel titolo, senza nessun riscontro al contenuto in versi. Come se gli servisse da puro lasciapassare preventivo, per parare il colpo di eventuali critiche di critici letterari o della Chiesa stessa, magari con l’accusa di scurrilità. Volgare – sembra voler mettere le mani avanti il Belli – parlare di un organo che ha generato anche i Santi? Quel titolo, insomma, lo mette in una botte di ferro…
      Andando ai sinonimi, è curioso, infine, che l’autore si dimentichi di un’ulteriore modo di dire, pinco, che poi userà in un altro sonetto, L’omo e la donna (v. nei tre versi più sotto), lasciando al lettore il compito di aggiungerla idealmente – come dice lui stesso espressamente in nota – alla lista. E quindi, in tutto, i sinonimi ed eufemismi usati dal Belli nei suoi sonetti per denominare Er Padre de li Santi arrivano, salvo errori, a 53.
 
ER PADRE DE LI SANTI
Er cazzo se pò ddí rradica, uscello,
ciscio, nerbo, tortore, pennarolo,
pezzo-de-carne, manico, scetrolo,
asperge, cucuzzola e stennarello.
Cavicchio, canaletto e cchiavistello,
er gionco, er guercio, er mio, nerchia, pirolo,
attaccapanni, moccolo, bbruggnolo,
inguilla, torciorecchio, e mmanganello.
Zeppa e bbatocco, cavola e tturaccio,
e mmaritozzo, e ccannella, e ppipino,
e ssalame, e ssarciccia, e ssanguinaccio.
Poi scafa, canocchiale, arma, bbambino:
poi torzo, crescimmano, catenaccio,
mànnola, e mmi’-fratello-piccinino.
E tte lascio perzino
ch’er mi’ dottore lo chiama cotale,
fallo, asta, verga, e mmembro naturale.
Cuer vecchio de spezziale
disce Priàpo; e la su’ mojje pene,
seggno per dio che nun je torna bbene.

Roma, 6 dicembre 1832

Due anni dopo, nel sonetto L’omo e la donna (30 aprile 1834) Belli inventa un dialogo in cui affida, come spesso gli accade, alla femmina l’effetto insieme di vivacità e ingenuità che è il sale del sonetto. L’uomo pretende di aver ragione, di comandarci, di fare i lavori più complicati, perfino la guerra. Ma, insomma, chiede la donna all’amico, che cos’ha l’uomo più di noi?

Cos’ha dde ppiú? una mano, un piede, un stinco,
una bbocca, un’orecchia, un occhio, un naso?».
Allora io: «Nu lo sapete? un
pinco4».


Lo scrittore inglese Anthony Burgess, spirito eccentrico che visse a Roma abbastanza per conoscere la lingua romanesca e i sonetti del Belli, tradusse in inglese vari sonetti belliani, tra cui Er Padre de li Santi, sostituendo sinonimi ed eufemismi con quelli popolari inglesi (in particolare – sostiene il Burgess – ricorrendo al dialetto di Manchester). Nel suo libro Abba Abba (1977), che conteneva The Father of The Saints, immagina un incontro tra il Belli e il poeta inglese John Keats:

THE FATHER OF THE SAINTS5
 Here ere some names, my son, we call the prick:
The chair, the yard, the nail, the kit, the cock,
The holofernes, rod, the sugar rock,
The dickory dickory dock, the liquorice stick,
The lusty Richard or the listless Dick,
The old blind man, the jump on twelve o’clock,
Mercurial finger, or the lead-fill’d sock,
The monkey, or the mule with latent kick.
The squib, the rocket, or the roman candle,
The dumpendebat or the shagging shad,
The love-lump or the hump or the pump-handle,
The tap of venery, the leering lad,
The handy dandy, stiff-proud or a-dandle,
But most of all our Sad Glad Bad Mad Dad.
And I might add
That learned pedants burning midnight tapers
Find Phallus, apt for their scholastic papers,
And one old man I know calls it Priapus.
His wife has no word for it but a sigh —
A sign that Joy has somehow past her by.


NOTE

1. A.Prati, "Vicende di parole", L'Italia Dialettale 13 (1937), 77-125; 15 (1939), 187-204.
2. A.Prati, Vocabolario Etimologico Italiano, Milano, Garzanti, 1951.
3. G.Sanga, "Postille gergali al DELI" [Diz Etim Lingua It], Atti Sodal. Glott. Mil. 27 (1986), pp. 30–39.
4. Nota il Belli: “Vedi il Sonetto... [Er padre de li Santi, N.d.R.], al quale questo vocabolo può servire di appendice”. Noi notiamo da parte nostra che questo uso belliano getta nuova luce sull’espressione, giunta fino a noi, “pinco pallino”.
5. Anthony Burgess, “Revolutionary Sonnets and Other Poems”, Carcanet Press 2003.

IMMAGINI. 1. Maritozzi di forma fallica fotografati di recente in una pasticceria francese. Segno che il dio Priapo non conosce epoche né confini. Il fallo nell’Antichità era considerato beneaugurante, secondo l’uso atavico che associava il fallo alla fecondità e alla prosperità. 2. Vaso beneaugurante con falli (“Caos”, ceramica h 30 cm, Angela Campanile 2010). “Potente amuleto contrastante gli effetti dell’invidia e propiziatore di prosperità – scrive l’autrice nella presentazione - il fallo si incontra in tutte le città antiche sulle mura, sui marciapiedi e sui basoli delle strade. A Pompei esso era spesso usato, scolpito su placche di tufo nei cantonali delle case, a proteggerle. Altrettanto tipica è la sua presenza sulle facciate delle botteghe e sui forni dei panifici”.

AGGIORNATO IL 7 GIUGNO 2025

22 novembre 2011

L’orologio. Ai tempi del Papa-re, quando le ore erano solo sei.

Orologio a 6 ore Torrino del Quirinale Nulla è stato in passato più mutevole e opinabile del tentativo di scandire il tempo. Nonostante che l’orologio portatile, individuale, si fosse diffuso in tutt’Europa a partire dal Seicento, fino agli inizi dell’800 la stessa divisione in ore del quadrante di un orologio non era per niente una regola esatta.

Intanto, mancavano o erano rarissimi gli orologi meccanici pubblici. Nei Paesi più arretrati, come lo Stato pontificio, erano ancora visibili sulle mura esterne e nei cortili dei palazzi signorili le antiche e tradizionali meridiane, con un’assicella che proiettava l’ombra su una scala graduata a seconda delle stagioni.

Del resto, nei Paesi cattolici le autorità religiose facevano di tutto per imporre al posto dell’orologio della torre municipale, tipica dei Comuni liberi e dei Paesi liberali, la campana del campanile della chiesa parrocchiale.

Altrimenti le autorità religiose e i vecchi nobili, se avevano bisogno, molto di rado, di una sorta di cronometro “esatto” per un periodo da qualche minuto ad alcune ore (in questo caso rovesciandola più volte), usavano l’antichissima clessidra a sabbia, indispensabile anche per le misurazioni rituali e legali (assemblee, cerimonie, contratti ecc).

Orologio da tasca Andreas Mahl 1710 chiuso (a cipolla)Fatto sta che nessuno sapeva mai l’ora esatta: le chiese suonavano le campane per dare il mezzogiorno, ma ognuna col tempo suo. Avevano il quadrante “all’italiana” o “all’antica”, cioè diviso in sei ore, più o meno come gli antichi Romani (quello a 12 ore era detto “alla francese”. Per cui il popolo diceva: “Ci vediamo sul tardi, alla quart’ora”. Poi, come ricorda Vacca più avanti commentando la battuta d’uno svizzero registrata dal Belli, le lancette dei rari orologi sulle chiese o altri edifici residenza di religiosi (come quello del torrino sul Quirinale, residenza del Papa, v. immagine in alto) non corrispondevano al numero dei tocchi delle campane. E i pochi orologi personali non avevano un segnale orario di riferimento. Con immaginabili inconvenienti. Per ovviare al problema e uniformare il segnale di mezzogiorno dato dalle campane, a Roma papa Pio IX decise di far sparare un colpo di cannone a salve da Castel S.Angelo, in modo che lo sentisse tutta la città e tutti potessero regolare il proprio orologio su quel segnale univoco. Si iniziò il I dicembre 1847:

«A maggior comodo del pubblico, affine di ovviare al disordine che può non di rado arrecare il diverso andamento di tanti orologi in questa Capitale, per ordine superiore cominciando da domani  1.o dicembre un colpo di cannone tirato dal forte S.Angelo annunzierà ogni dì alla popolazione il vero istante e preciso del mezzogiorno, quale appunto dovrebb'esser in par tempo indicato da tutti gli orologi ben regolati della città» (Diario di Roma, 30 novembre 1847).

Ma chi aveva un orologio? Solo i ricchi o benestanti. Purché fossero contemporaneamente modernisti, non avari, un po’ eccentrici ed esibizionisti. Pochi possedevano le grandi e rumorose pendole con scappamento a pesi, pochissimi addirittura un orologio personale da tasca.

Orologio da tasca Andreas Mahl 1710 aperto (a cipolla)Orologio che fino alla giovinezza del Belli, visto il conservatorismo o la povertà del poeta, poteva benissimo ancora essere uno di quelli grossi e spessi tipici del ‘700, a causa delle dimensioni del meccanismo interno. Meccanismo a cui si accedeva aprendo strati successivi (di qui, sia per gli strati, sia per la grossezza dello spessore, il nomignolo di “cipolla”).

Questi vecchi “orioli” dovevano costare poco, ormai, verso la metà dell’800, tanto da essere caratteristici di vecchi avari o persone all’antica. Il Belli, così passatista in molte cose, diventa modernista riguardo agli orologi, e in un sonetto prende in giro un tradizionalista che usa ancora uno di questi apparecchi pesanti e ingombranti, oltreché imprecisi. Arnesi fatti apposta, si direbbe, per scivolare fuori dal taschino del gilet o dei pantaloni, e cadere dove meritavano, cioè,  nella puzzolente “seggetta”, il recipiente di ceramica del cesso. Tipica caduta comica belliana.
E questo accadeva ancora agli inizi del secolo “della scienza e della tecnica”, cioè il XIX.

Ma i contadini, così come i tanti tradizionalisti, per vendicarsi, andavano dicendo che l’orologio “non serviva a niente”, e che dovevano essere un po’ matti quei signori che per sapere che tempo faceva guardavano anziché in alto verso il cielo, in basso, in un apparecchio estratto dal taschino.

Orologio da carrozza Robert & Courvoisier 1800 ca (Museo Naz Sci Tecn. Milano)Marchingegno che al popolino, così come ai preti, doveva apparire misterioso e diabolico. A loro, invece, bastava guardare il sole, o ascoltare i rintocchi delle campane. Su quelle regolavano le semplici fasi della loro vita e perfino i lavori agricoli. Campane, però che cambiavano ritmo a seconda delle stagioni, se è vero che i rintocchi dell’Ave Maria, sul far della sera, potevano variare tra estate e inverno anche di più di un’ora.

Il Belli nei suoi sonetti ha un curioso e un po’ maniacale rapporto con l’orologio. Intanto nei suoi frequenti viaggi in diligenza avrà dovuto portarsene appresso uno da taschino, necessariamente, visto che nei suoi resoconti (vedi le sue Lettere a Cencia) è così pignolo sugli orari di viaggio, di arrivo e partenza, tra locande, stazioni di posta e dazi. Ecco, perciò, la foto di un grosso orologio “da carrozza”, coevo del Belli giovane, per metà rivestito in pelle, quindi protetto dagli urti del viaggio, ma anche adatto ad essere maneggiato dal freddolosissimo poeta nelle giornate d’inverno.

Sul poeta romanesco e gli orologi, pubblichiamo un articolo che abbiamo avuto l’onore di ricevere dal grande scrittore scientifico e futurologo Roberto Vacca, lo stesso poi pubblicato nel maggio 2007 sulla rivista L’Orologio. Vacca – pochi lo sanno – registrò nel 1997 una sua conversazione sul “Progresso scientifico e tecnico nei sonetti di G.G.Belli” (con tanto di declamazione di 12 sonetti), ora raccolta in un disco cd che può essere richiesto all’autore. Complimenti all’amico Vacca.
NICO VALERIO

OROLOGI IN CERTE POESIE CURIOSE: IL BELLI

Orologio di Isaac Soret (Ginevra, 1770-80 ca) “Oh, Griste sante! Segnar quattro, sonar tiece e star fentitue!”
(Oh, Cristo santo! Segna le quattro, suona le dieci, ma sono le 22!)

Questa lamentela pronunciata con accento tedesco da uno svizzero del papa, fu registrata dal poeta Giuseppe Gioachino Belli nel 1846  a commento del suo sonetto del 22 ottobre, “L’orloggio”.

Per capirla bisogna sapere che fino a quell’anno il grande orologio del Palazzo Pontificio al Quirinale [v. immagine in alto, NdR] e quelli installati sui campanili romani avevano quadranti divisi solo in 6 ore invece che in dodici. Il primo giro finiva alle 6 del mattino – e la campana batteva sei colpi. Il secondo a mezzogiorno – dodici colpi. Il terzo alle 18 – sei colpi di nuovo - e, 4 ore dopo, mentre le lancette segnavano le 4, la campana batteva 10 colpi per le 10 di sera – che gli svizzeri contavano come le 22. Da qui l’esclamazione stupita della guardia svizzera: “Oh Cristo santo! L’orologio segna le quattro, la campana batte dieci colpi e sono le ventidue!”

Pare che i quadranti con dodici ore fossero stati introdotti a Roma al tempo di Napoleone. Con la Restaurazione si era tornati a 6 ore, ma nell’autunno del 1846 papa Pio IX (Giovanni Mastai, incoronato il 21 giugno) stabilì di nuovo che i quadranti fossero organizzati all’astronomica – o alla francese – e i francesi venivano ancora chiamati giacobini. Il Belli fa parlare un popolano romano che rimpiange il sistema tradizionale e dice:

……er zanto padre ha la corata
D’arimette l’orloggio a la francese
Un papa ammalappena ar quarto mese
Der papatico suo! Brutta fumata!
Disse bene er decan de Lambruschini
Ar decan de Mattei: “Semo futtuti
Qua torneno a regna’ li giacubbini!”
‘Sto sor Pio come voi che Dio l’ajuti
Quanno ce vie’ a imbroja’ per li su’ fini
Sino l’ore, li quarti e li minuti?

Versione. Il Santo Padre [Pio IX] ha il cuore (coraggio) di rimettere il quadrante degli orologi alla francese. Un papa a mala pena al quarto mese del suo papato! Che brutta fumata (elezione)! Disse bene il cameriere decano (anziano) del card. Lambruschini [che, particolare non secondario, aveva conteso l’elezione a Pio IX] al decano del card. Mattei: “Siamo rovinati, qua tornano a regnare i giacobini!” Questo signor Pio, come vuoi che Dio lo aiuti, quando ci viene a imbrogliare per i suoi scopi perfino sulle ore, i quarti e i minuti?

Nei sonetti del Belli gli orologi appaiono spesso come oggetti rubati e il poeta non disapprova molto i ladri. Il 24 ottobre 1835 scrive:

Perché quello va in chiesa la mattina
Rubanno qualche orloggio o fazzoletto
C’entra da staje a fa’ tanta marina?
Bisogna compatillo, poveretto.
Come dice er proverbio, sora Nina?
“Ama l’amico tuo cor su’ difetto”

Versione. Perché quell’uomo va in chiesa al mattino per rubare qualche orologio o fazzoletto, dobbiamo poi condannarlo duramente? Bisogna compatirlo, poveretto. Come dice il proverbio, signora Nina? “Ama il tuo amico col suo difetto”.

Il Belli nomina anche gli orologi come sintomi o indicatori della ricchezza notevole di chi li sfoggiava. Sembra che venissero offerti anche come ex voto per grazie ricevute e appesi alle statue della Madonna. Nel sonetto del 2 febbraio 1833 descrive la statua della Madonna col bambino, (opera di Jacopo Sansovino nella chiesa degli Agostiniani):

“  …..la Madonna de Sant’Agustino,
quella ch’Iddio je le dà tutte vinte.
Tra du’ spajere de grazzie dipinte
Se ne sta a sede co Gesù bambino
Co li su bravi orloggi ar borsellino
E catene e scioccaje e anelli e cinte.

Versione. La Madonna di Sant’Agostino, quella a cui Dio esaudisce tutte le richieste, tra due spalliere di Grazie dipinte se ne sta seduta con Gesù bambino, con i suoi bravi orologi al borsellino, e catene e pendenti e anelli e cinture.

Il poeta doveva anche tenersi informato sul valore delle varie marche. Varie volte cita come esempi di perfezione gli “orioli” prodotti a Ginevra dal famoso  Isaac Soret del quale storpia il nome alla romana. Nel sonetto del 19 aprile 1834, un ebanista descrive due scatole intarsiate che si accinge a produrre e ne giustifica il prezzo elevato assicurando il cliente che saranno perfette. Saranno:

          du’ cose arissettate
Come du’orloggi de Sacchesorette

Due cose rimesse in sesto come due orologi di Isaac Soret

Naturalmente il poeta romano, così attento alle ansie e alle paure di una popolazione che non viveva in situazione prospera e che aveva una speranza di vita alla nascita pari a poco più di metà di quella di oggi, non manca di interpretare l’orologio in modo pessimista e rassegnato come simbolo del tempo che passa e del fato inevitabile che incombe su ciascuno di noi.

La morte sta anniscosta in ne l’orloggi
E gnisuno po’ dì “domani ancora
Sentirò batte er mezzogiorno d’oggi”.

Versione. La morte se ne sta nascosta negli orologi. E nessuno può dire: “Domani ancora sentirò battere il mezzogiorno”.

ROBERTO VACCA

IMMAGINI. 1. Orologio “italico” o “all’italiana” a sei ore (contrapposto a quello di 12 ore, detto “francese”) sul Torrino del palazzo del Quirinale, oggi residenza del Presidente della Repubblica, ma ai tempi del Belli sede del Papa. 2-3. Orologio da tasca di Andreas Mahl (1710) chiuso e aperto. Rappresenta il tipico orologio che nell’Ottocento apparirà antiquato, ingombrante, di grosso spessore e con più coperchi, perciò detto “a cipolla”. 4. Orologio da carrozza di Robert & Courvoisier (1780-1800) con chiavetta di carica (Museo Nazionale Scienza e Tecnica “Leonardo da Vinci”, Milano). 5. Orologio da tasca di Isaac Soret (Ginevra 1770-80), nome che per deformazione popolare il Belli fa diventare “Saccherosette”.

AGGIORNATO IL 16 APRILE 2014

 
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