27 marzo 2016

“Precetto” pasquale: un obbligo penale che si doveva certificare.

La partecipazione diretta dei fedeli alle funzioni sacre e in primo luogo alla messa, così come la frequentazione assidua dei luoghi di culto, è sempre stata un punto dolente per la Chiesa Cattolica, che così tanto affidamento ha sempre fatto sul compimento di determinati atti formali codificati – perciò rituali – da parte del credente insieme alla comunità religiosa. Curioso per una religione che sosteneva di nascere in opposizione ai riti pagani giudicati materiali ed esteriori, e di riscoprire i valori e anche i doveri interiori dell’uomo singolo, individuo, che sarebbe stato giudicato dalla propria individuale coscienza, più occhiuta e infallibile osservatrice di qualunque sacerdote o capo della comunità ecclesiale.
      E invece, da sempre c’è stata riluttanza tra i fedeli, specialmente uomini, a partecipare alle funzioni di preghiera collettiva, non solo nella Chiesa cattolica, ma in tutte le chiese. A meno che non ci fosse quel di più di fanatismo e di esaltazione dionisiaca dovuta alla ben nota eccitazione sensuale del canto corale, a particolari melodie o a ritmi che poco avevano a che fare con la religione, come nei balli forsennati e canti dei villaggi dell’Africa, nei ritmi sui bidoni di petrolio vuoti nella New Orleans di fine Ottocento a Congo Square, o nelle esecuzioni delle chiese battiste americane dei più appassionati gospel song o spirituals (seguite, però, da laute colazioni).
      Così, il “precetto pasquale”, in pratica la confessione e comunione obbligatoria per tutti i cattolici, almeno una volta all’anno, a Pasqua, è stato imposto come un dovere morale, anzi un obbligo giuridico, dalla Chiesa. E meno male che regole e doveri della Chiesa Cattolica, Apostolica Romana dovrebbero essere fondati sulla “coscienza” dei fedeli, perché, si sa – ripetono i preti – “Dio vede tutto”. Macché, evidentemente Dio è distratto, non c’è, o se c’è non vede niente.
      E chi non faceva il precetto? Finiva nella lista nera degli “ostinati” sul famigerato “tabellone” della vergogna – nota G. Vigolo – in San Bartolomeo all’Isola Tiberina, dove si pubblicava la «lista degli interdetti per inadempimento al precetto pasquale». E guai per chi non "faceva il precetto". Al centro della piazzetta, smontato e svenduto dai Papi il bellissimo obelisco dei Romani, era stata eretta una piccola "colonna infame", tuttora esistente, alla quale il 27 agosto, festa di S. Bartolomeo, era attaccato il tabellone dei renitenti che non si erano comunicati a Pasqua, definiti e considerati veri e propri “banditi”, emarginati sociali («banditorum illorum qui in die paschali de Sanctissima Coena non parteciparunt».
      Nell’Archivio di Stato sono conservati documenti da cui risulta che i dirigenti dei Ministeri romani erano tenuti a organizzare coattivamente per i propri impiegati nella chiesa del Gesù “Santi Esercizi Spirituali in preparazione alla Solennità della Pasqua per gli impiegati Camerali e Governativi” a cui nessun impiegato poteva sottrarsi («niuno vorrà scusarsi ad intervenire – ammonisce una nota ministeriale del 1864 – e anzi tutti interverranno a gara per dimostrare i sentimenti della loro Religione e cristiana pietà». Perfino in alto loco, come nel “Senato” capitolino, l’equivalente non elettivo del Consiglio Comunale, si ingiungeva, sia pure con eleganti inviti stampati indirizzati ai singoli funzionari con tanto di nome e ruolo, (p.es. «il sig. avv.to Capograssi, minutante della Segreteria Comunale, è invitato nella Cappella Capitolina il 19 corrente alle ore 8 antimeridiane...» a presentarsi per il Precetto pasquale (Droulers P., La vita religiosa a Roma intorno al 1870. Ricerche di storia e sociologia, p.107).

      «L’azione del Vicariato per convincere i renitenti – si chiede lo storico – si limitava alle sole sanzioni spirituali – per quanto in simili condizioni colui che era stato pubblicamente interdetto o peggio scomunicato si trovava presumibilmente sottoposto ad una pressione sociale difficilmente riducibile ad una pena spirituale – oppure ricorreva ad altre misure coercitive?» (ibidem). Si deve ritenere che la serie di pressioni soffocanti e ineludibili aveva, in caso di rifiuto, anche conseguenze disciplinari e penali. Anche se lo storico dichiara di non aver trovato nel periodo studiato prove di conseguenze penali, fa rispondere in nota al grande liberale romano Massimo d’Azeglio che in una lettera del 15 marzo 1865 al fiorentino Gino Capponi scrive: «La Religione guadagna essa ad essere retta dal Codice Penale? Od anche soltanto da esclusivismi arbitrari, come accade a Roma, ove chi non prende Pasqua perde l’impiego ed il pane? (Droulers cit.). E per fare affermazioni così gravi lo scrupoloso d’Azeglio, che era vicino agli ambienti romani, avrà certamente visto direttamente o sentito dire ciò che probabilmente agli storici oggi non è più facile trovare nei documenti ufficiali, anche perché la furbizia ecclesiastica avrà avuto cura di non lasciare tracce documentali di una ingiustizia così patente.
      Un atto di citazione presso il Tribunale per mancato precetto pasquale, però, è giunto fino a noi, e appare una prova credibile, quanto inquietante del totalitarismo ottuso dello Stato della Chiesa. E' del 1859.
      Ma il popolano rischia molto meno dell’impiegato nel rifiutarsi di fare il precetto: almeno non ha da perdere l’ufficio e lo stipendio. Così il popolano “tosto” del Belli confessa di non voler andare a confessarsi accampando varie scuse: perché non ha mai tempo, non trova un confessore di manica larga, o non vuole rinunciare alla colazione del mattino, «pe ste bbuggere cqua», cioè per queste bazzecole.

ER PROSCETTO PASQUALE

Mica che a ppijjà ppasqua abbi er crapiccio
de famme ariggistrà ffra l’ostinati,
o ttienghi in corpo un’anima de miccio
risolata a ddu’ sòle de peccati:
nò, è ppropio che nun trovo un giorno spiccio
pe ccercà ttra sto nuvolo de frati,
voi me capite, un confessore a cciccio,
che nun badi a li casi ariservati.
Ortre de questo sc’è un’antra raggione,
ciovè cc’ammalappena spunta l’arba
io bbisoggna che ffacci colazzione.
Quanno sò mmorto io damme de bbarba:
e de stamme a gguastà la cumprisione
pe ste bbuggere cqua, ppoco m’aggarba.

25 aprile 1835

Versione. Il precetto pasquale. Non è per il capriccio di farmi registrare per il precetto di Pasqua tra gli ostinati o perché io abbia in corpo un’anima perduta, risuolata a due suole di peccati [prob.: ormai diventata insensibile per i tanti peccati]. No, è proprio che non trovo un giorno libero per cercare tra questo nugolo di frati, voi mi capite, un confessore che mi vada a genio, che non badi ai miei casi riservati. Oltre a questo c’è un altro motivo, che cioè appena spunta l’alba io devo far colazione. Quando sarò morto prendetemi pure in giro ma di stare a guastarmi la mente per queste bazzecole, poco mi garba.


Poiché la severità e l'autoritarismo della Chiesa sempre si sono sposati con la corruzione, dappertutto fioriva un mercato di questi “biglietti pasquali” o “polizzini”, come li chiama il Belli (sonetto Li Chirichi, nota). Con la differenza – spiega l’autore – che in provincia i parroci distribuivano nelle case i biglietti in bianco, che poi ciascun parrocchiano doveva restituire all’atto della comunione; mentre a Roma i parrocchiani prima dovevano comunicarsi e soltanto dopo ricevevano il biglietto già compilato. Naturale che un sistema burocratico del genere si prestasse a imbrogli, falsità e trucchi d’ogni genere, perché i corrotti Parroci – dice il Belli al verso ottavo (ibidem) – «vvenneno er bijjetto a cchissesia» (vendono il biglietto a chiunque lo richieda). Insomma, questi certificati erano molto spesso strumenti di sacrilegio e di simonia, come commenta l’autore.
      Fatto sta che pochi, quasi solo i più poveri, erano costretti a eseguire davvero il precetto o a finire nell’elenco all’Isola. I ricchi e i nobili erano di fatto esentati: se anche avevano dimenticato di procurarsi per vie traverse i biglietti pasquali e un Parroco disattento li aveva iscritti per sbaglio, ci pensava il Cardinal Vicario a toglierli dalla lista infamante e a liberarli dalle grane penali. Anche il grande disegnatore Bartolomeo Pinelli, eccentrico dandy (famose le sue passeggiate con eleganti levrieri al guinzaglio) e impenitente ateo dalla vita dissoluta, a Roma quasi un’autorità tanto era noto, e certamente benestante (ma gran scialacquatore: morirà povero), nel 1834 fu messo «sulla solita lista degl’interdetti per inadempimento al precetto pasquale». Ma, «avendovi egli letto essergli attribuita la qualifica di miniatore, andò in sacristia ad avvertire che Bartolommeo Pinelli era incisore, onde si correggesse l’equivoco sulla identità della persona» (G.G. Belli, La morte der zor Meo, nota).
      E c’erano anche – riporta il grande Zanazzo – tanti «bizzochi farsi» (beghini, bizzocheri, ipocriti frequentatori di chiesa) che si prestavano a prendere la Pasqua per gli altri, soprattutto i ricchi e i nobili. A pagamento, s'intende. Ad ogni modo, tutti coloro che si confessavano e comunicavano soltanto a Pasqua erano chiamati spregiativamente i “pasqualini”. E agli scomunicati che accadeva? «Per tornare in grazia di Dio, occorreva una pubblica funzione, nella quale, fra le altre cerimonie, eravi quella di ricevere, alla presenza di tutti, alcuni colpi di verga sulle spalle nude» (Zanazzo G., Li scummunicati de Pasqua, in Usi, costumi e pregiudizi del popolo di Roma, §124, Torino 1908).
      Ma poi in che cosa consiste questo “precetto” pasquale? Oltre alla Santa Messa, essenzialmente nei due “sacramenti” della confessione e nella comunione, obbligatori per tutti i cattolici, almeno una volta all’anno, a Pasqua (la festività principale per i Cristiani). Senonché, la prima, una caratteristica della Chiesa Cattolica Apostolica Romana molto contestata dai cristiani Protestanti, è talmente di manica larga che permette quasi a tutti di essere perdonati, anche dopo i più orrendi delitti. Così la pensa il popolino, così dice il Belli nel sonetto sulla confessione.      Sembra quasi che questo sacramento cattolico sia il comodo e giusto contrappeso che media tra l’inutile e ingiusta severità formale sulle questioni più futili (p.es. il non mangiar carne al venerdi, e altri insignificanti obblighi o divieti formali), e l’indulgenza o condiscendenza su peccati ben più reali e gravi. Ecco, al di là delle enunciazioni di principio, la vera “morale” della Chiesa Cattolica com’è dipinta dalla satira del Belli: severa e crudele sulle sciocchezze, ma comprensiva e indulgente sui delitti.
      Se non ci fosse la confessione, visto il lassismo che di fatto banalizza ed equipara tutti i peccati, mortali e veniali, anche il santo più onesto ed eroico del Mondo – argomenta per iperbole il popolano romano del Belli – sarebbe condannato alle fiamme dell’Inferno solo per aver mangiato, anzi, solo leccato, una fettina di salame al venerdì!
      Ma per fortuna esiste la confessione, questa geniale invenzione cattolica, e così la miracolosa e sommamente ingiusta “misericordia” divina (e qui, nel chiamare in causa, nientemeno, Dio, c’è tutta l’insinuante ma caustica ironia del Belli) perdona la tua fettina di carne, ti assolve e, nonostante altri peccati, purché tutti allo stesso modo e con la stessa facilità “confessati” al prete nell’apposito trabiccolo dall’ipocrita grata (non si vede il colpevole, ma si ascolta la sua voce), ti fa andare in Paradiso anziché all’Inferno. Un sonetto che senza averne l’aria, coi suoi toni pacati, ad analizzarlo bene si rivela di una satira feroce su uno dei cardini della Chiesa.

LA SANTA CONFESSIONE

Avessi fatto ar monno ancora ppiú
de tutto er bene che ppò ffasse cquí;
fussi un santo, una cosa da stordì,
fussi un mostro infernale de vertù;
maggnete, fijjo mio, lecchete tu
’na fetta de salame er venardì,
e bbona notte: hai tempo a ffà e a ddì:
se va a ffà le bbrasciole a Bberzebbù.
Ringrazziamo però la bbonità
de Ddio, ché ppuro er vicoletto sc’è
pe ffà ppeccati in pasce e ccarità.
Basta ’ggnitanto d’annà a ffà cescè
in cuella grattacascia che sta llà,
eppoi te sarvi si scannassia un Re.

11 dicembre 1831

Versione. La santa confessione. Anche se tu avessi fatto tutto il bene che si può fare al Mondo e anche più, se tu fossi un santo in modo straordinario, insomma un mostro infernale di virtù, ti basterebbe mangiare, anzi, leccare una fetta di salame di venerdì e, buona notte, hai voglia a dire e fare: andresti dritto all’inferno (a far da braciola per Belzebù). Ma grazie alla bontà di Dio, c’è la scappatoia per fare peccati in pace e carità: basta ogni tanto fare capolino in quella certa grata [il confessionale], e così ti salvi anche se tu avessi scannato un re.

      Ugualmente feroce e blasfema la satira contro il secondo sacramento del “precetto” pasquale, la comunione, in cui il Belli mette in bocca al solito popolano romano alcune considerazioni di rozzo e irriverente buon senso sulla comunione, ma proprio per questo assolutamente dissacranti, vista l’alta simbologia che la Chiesa ha attribuito a questo sacramento. Il nome, intanto, non eufonico e inutilmente colto di eucarestia, sfortunatamente assonante con una parola terribile per i poveri di allora: carestia. Perciò non proprio destinato a un successo di simpatia. Poi la cosa in sé, cioè l’ostia, un umile impasto di farina ridotto ai minimi termini d’un “cerotto” – dice il popolano – o d’una cialda da farmacia, diremmo noi moderni. E infine l’atto in sé, quel ingoiare, deglutire, mangiare, che non può non far pensare al ritmo della digestione e, perché no?, vista la chiave satirica, alla conseguente escrezione. Possibile che Dio entri nel corpo umano per la stessa via per la quale entra una foglia di lattuga o una fetta di polenta? Non deve meravigliare, quindi, la sensata meraviglia d’un uomo semplice del volgo, che magari per un atto definito “spirituale” si aspettava qualcosa di più elevato del mangiare. Tanto più che quel dischetto di pasta, come è entrato dalla bocca, così uscirà dalla parte opposta, quella nella quale si introducono le supposte.

LA SANTA COMMUGNONE


La sera ch’er Zignore a ôr de scena
distituí la santa caristia,
nun zo ccapí pperché ffussi de vena
de dàjje a er nome de sta bbrutta arpia.
Tratanto scerto è una gran cosa piena
d’amore pe sta porca de gginía
de ggentacce der monno, ammalappena
deggni de mentovà Ggesummaria.
Te pare amore a tte ppoco futtuto
quer cacciasse in d’un’ostia cuant’abbasta
pe ssiggillà una lettra co lo sputo?
E ssotto poi sto scerotin de pasta
calà in ner corpo d’un cristian cornuto
pe rriusscí dda dove entra la tasta?

10 dicembre 1831

Versione. La Santa Comunione. La sera che il Signore all’ora di cena inventò la santa eucarestia, non posso capire perché gli venisse in mente di dargli questo brutto nome. Una scelta tra l’altro che è una gran cosa, piena d’amore per questa porca genia di gentaccia del Mondo [gli esseri umani], a malapena degna di nominare Gesù e Maria. E ti pare un amore poco grande quel cacciarsi in un’ostia, piccola quanto basta per sigillàre una lettera con lo sputo? E sotto forma, poi, di questo cerottino di pasta, scendere nel corpo d’un bastardo essere umano, per riuscire infine da dove entra una supposta [lett. lo specillo del chirurgo]?


IMMAGINI. 1. Atto di citazione del 1859, nel rituale latino dei giurisperiti, per mancata partecipazione al Precetto pasquale. 2. Certificato che attesta l'avvenuta comunione del precetto pasquale nella chiesa di S.Maria del Popolo (Roma) nel 1861. 3. Certificato di avvenuta confessione del precetto pasquale della Parrocchia di S.Caterina della Rota (1861). 4. Chiesa e piazzetta di S. Bartolomeo all'Isola (acquerello di Achille Pinelli, figlio di Bartolomeo e discreto pittore).

AGGIORNATO IL 16 MAGGIO 2017

1 commento:

Umberto S. ha detto...

Nella fabbrica di mio nonno era pressoché obbligatoria la comunione il primo venerdì del mese. E mio nonno non era un padrone troppo becero per i tempi.

 
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