25 ottobre 2010

La buona cena povera: frittata della nonna, insalata, noci e vino.

E’ ora di cena, e siamo in una vecchia casa cadente e scrostata della Roma sparita, forse in un vicolo buio e umido, come certi pittoreschi acquerelli che Roesler Franz fissò sul cartoncino perché gli angoli perduti della vecchia Roma, per quanto fatiscenti e malsani, non andassero del tutto perduti anche nel ricordo. E fece bene, perché fotografie, dipinti e disegni della città all’epoca papalina sono rari.

Dunque, è ora di cena, sono le ore 7 o le 8, a seconda se inverno o estate (“1 ora di sera” per l’arretrato computo romano), e alla luce dell’esile fiammella d’una candela di sego di bue o d’un lume ad olio (*), una vecchiarella smette di filare e attizza un focolare, troppo povero di carbone per scaldare davvero.

E’ la nonna, patetica figura matriarcale attorno a cui ruota l’intera scenetta, dipinta a pennellate forti e rapide dall’efficace bozzettista Belli.

E se viene definita “nonna” vuol dire che l’io narrante è il nipote, dunque un giovanissimo. I giovani erano numerosi nella Roma dei Papi-re, come tuttora accade nei Paesi poveri, nei quali l’ignoranza, l’alto tasso di morti infantili e le necessità economiche spingono le coppie a ritenere che la loro unica ricchezza sia la prole.

La vecchia attende che arrivi il figlio da qualche effimero o improbabile lavoro, e apparecchia sulla tavola una cena che, per quanto sana, definire povera è poco. Povera anche di calorie, a quanto riferisce il Belli, che non cita neanche il pane, certamente dandolo per scontato, visto che i poveri di città mangiavano pane, sia pure pessimo, anche per ridurre le spese della cottura. Così come quelli di campagna, per i quali la legna era quasi sempre gratuita, polente di grano, granturco e miglio. E sarà stato, immaginiamo, un pane scuro di seconda o terza scelta, forse di cereali misti, certamente troppo ricco di cruschello, che riempie ma non nutre. Insomma il più economico.

La nonna, dunque, prepara una frittata, quasi trasparente per quanto è fina. Il che vuol dire che nella larga padella il battuto di poche uova non riesce a dare spessore e nutrimento proteico adeguato ai quattro poveri commensali. Fortuna che c’è qualche noce, e sicuramente – ma nel sonetto non se ne parla – qualche abbondante fetta di pane bigio, a sfamare davvero con i suoi carboidrati. Ma se così fosse, la cena non sarebbe più tanto povera, anzi sarebbe sufficiente. E se le foglie d’insalata non fossero così poche, e se ci fosse almeno un frutto, sarebbe addirittura perfetta… Anche a Roma, sotto i Papi, il popolo è vegetariano senza saperlo, uno strano vegetarismo forzoso. Mentre sono non solo i nobili ma anche papi, cardinali, monsignori, preti e monaci ad abbuffarsi di carni.

Ma torniamo sulla frittata così fina da essere quasi trasparente, dice il Belli, che forse non s’intende di cucina, e così vuol dare rapidamente al lettore profano una misura materiale di povertà. Ma la cosa è poco credibile, psicologicamente.

Tanto più in ristrettezze, una cuoca sa tutti i trucchi per riempire di nulla una torta o una frittata, ingannando l’occhio e la gola di marito e figli, facendola sembrare spessa, ricca e strapiena, magari grazie solo ad erbe selvatiche, del tutto gratuite. Pensiamo ai getti amarognoli della vitalba, solo leggermente velenosi, che il popolino a Roma usava appunto nelle frittate spacciandoli per “asparagi” (frittata di “vitalbini” o di “ticchi”, come dicevano i tanti "marchiciani" immigrati in città). Decine e decine di erbe comunissime, d’uso quotidiano nella cucina romana, anche miste (“misticanza” a crudo o da cuocere, a seconda della durezza). E del resto, una cipolla o qualche foglia di cavolo, volendo, l’avrebbe ottenuta gratis o quasi dal "verduraro".

Per fortuna qualche noce, qualche foglia d’insalata, immaginiamo poco o per nulla condita, qualche buona fetta di pane bigio, e un piccolo boccale di vino (da centellinare in quattro), completano la cena.

Cena che non potremmo definire “monacale” o “conventuale”, visto che i monaci di Santa Romana Chiesa, al contrario, godevano tradizionalmente di lauti pranzi, che tranne nei pochi giorni di vigilia erano di norma ricchi di carni, in particolare volatili, cacciagione e pesci (cfr. Massimo Montanari, Alimentazione e cultura nel Medioevo, Laterza 1988).

Anche se in questa casa non c’è una sposa giovane e attiva, ma una vecchia (che però ha pur sempre nipoti giovani attorno), questa frugalità, questa risicatezza estrema, a meno che l’autore non intenda descrivere una patologica trasandatezza da depressione (la povertà porta anche all’abulia), ha funzioni del tutto letterarie, serve cioè allo scopo di meglio raffigurare un ambiente, uno stato d’animo, nella brevissima, inesorabile sintesi del bozzetto:
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LA BBONA FAMIJJA
Mi’ nonna a un’or de notte che vviè Ttata
Se leva da filà, ppovera vecchia,
attizza un carboncello, sciapparecchia,
e mmaggnamo du’ fronne d’inzalata.
Quarche vvorta se fâmo una frittata,
che ssi la metti ar lume sce se specchia
come fussi a ttraverzo d’un’orecchia:
quattro nosce, e la scena è tterminata.
Poi ner mentre ch’io, Tata e Ccrementina
seguitamo un par d’ora de sgoccetto,
lei sparecchia e arissetta la cuscina.
E appena visto er fonno ar bucaletto,
’na pissciatina, ’na sarvereggina,
e, in zanta pasce, sce n’annamo a letto.
28 novembre 1831
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Versione. La buona famiglia. Mia nonna ad un’ora della sera (verso le ore 20 d’estate o 19 d’inverno, secondo l’antical’antica divisione delle ore della giornata nella Roma dell’800), quando viene babbo, smette di filare, povera vecchia, accende un tizzo di carbone, ci apparecchia la tavola e mangiamo due foglie d’insalata. Qualche volta abbiamo una frittata, che se la metti vicino ad un lume è trasparente come un’orecchia, quattro noci, e la cena è terminata. Poi mentre io, babbo e Clementina continuiamo per un paio d’ore a farci un goccetto di vino, lei sparecchia e rassetta la cucina. E appena arriviamo al fondo del boccale [sgoccetta’=continuare a sbevazzare per un certo tempo, nota il Belli, cioè il centellinare), una pisciatina, una Salve Regina e, in santa pace, ce ne andiamo a letto.

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FRITTATA DELLA BBONA FAMIJA
Ingredienti: quattro uova, 1 o 2 cipolle (o getti di vitalba, o altro ortaggio o verdura) tagliate fine, mentuccia tritata, olio, sale e pepe q.b.
Istruzioni. Far stufare un poco cipolle o verdure, versarle in una capace scodella o insalatiera, aggiungere la mentuccia, poi le uova ben sbattute, e amalgamare. In una padella larga, scaldare poco olio e versare il tutto. Far cuocere bene, a fuoco basso, da entrambi i lati. Risulterà sicuramente meno trasparente e più gustosa che nel sonetto. I cuochi “filologi” belliani Doc, ovviamente, seguendo pignolescamente il sonetto faranno a meno di cipolle e verdure. Tanto peggio per loro.

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"Malgrado la critica ritenga controversa l'età del locutore [cioè l’io narrante, NdR], ho sempre pensato che a parlare fosse un ragazzo (anche perché la poesia è dominata dalla figura della nonna)”, ha scritto il critico Valerio Magrelli sul Corriere della Sera, a proposito di questo sonetto. “Proprio per questo, nonostante le infinite trasformazioni che la vita quotidiana ha subìto in quasi due secoli, credo che la maggiore differenza rispetto alla Roma dei giorni nostri non riguardi i videogiochi o i poster degli eroi sportivi, bensì la condizione dell'adolescente. Ciò che contraddistingue l'attuale situazione dei giovani è infatti, se possibile, un accresciuto senso di spaesamento, solitudine, estraneità”. Insomma – concludeva Magrelli – che diversità nella condizione di oggi, sia della famiglia, sia della esistenza stessa dei giovani!”

Certo, nel mondo del Belli i giovani sono in maggioranza, anche se per lo più s’intuiscono, s’intravvedono sullo sfondo. L’età media dei romani al tempo del Belli era molto più bassa di quella dei tempi moderni, com’era tipico di una società arretrata e povera.

Il confronto con i giovani di oggi è stridente. «Mangiano, giocano alla play-station e vanno a letto sotto i manifesti di Francesco Totti e Valentino Rossi», aveva scritto sul Corriere Eraldo Affinati, scrittore attento al mondo giovanile, parlando delle tipiche serate dei ragazzi più giovani, a Roma come in altre città. “Leggendo questa frase – gli risponde Magrelli – mi è tornato in mente il sonetto di Belli «La bbona famijja», con la celebre strofa finale: «E appena visto er fonno ar bucaletto/ 'na pisciatina, 'na sarvereggina, / e, in zanta pasce, sce n'annàmo a letto». Quella famiglia del lontano 1831 si preparava al sonno finendo un boccale di vino, andando al gabinetto, recitando le preghiere della sera (Corriere della Sera, 30 giugno 2003).

La stragrande maggioranza della popolazione di Roma ai tempi dei Papi re viveva in condizioni di estrema povertà. Come in tutti i Paesi arretrati, la mancanza di libertà economica, politica e culturale, il fanatismo e il bigottismo religioso, il privilegio sociale, la corruzione diffusa e l’occhiuta censura, impedivano non solo il progresso delle idee, ma anche il fiorire di mestieri, arti, professioni, commerci, industria, insomma non solo la ricchezza diffusa, ma la vita stessa dell’uomo. Anche di questo la Chiesa dovrà essere chiamata un giorno davanti al tribunale della Storia.

Roma, insomma, era un piccola città morta, dove perfino alcuni aristocratici chiedevano pensioni pubbliche, non diversamente dai ricchi di oggi che chiedono la borsa di studio per i figli (cfr. il sonetto La bbonificienza all’articolo precedente). Il divario di status economico, giuridico e sociale tra ecclesiastici e nobili, da una parte, e popolo minuto, dall’altra, era enorme, un dato ritenuto offensivo per la coscienza di oggi, e contraddittorio anche per l’ostentata e ipocrita “morale cattolica”, che solo la cinica promessa della “ricompensa nell’Altro Mondo” riusciva a rendere tollerabile agli occhi del popolo e dello stesso clero. Clero che non poteva non sapere di questa intollerabile differenza tra teoria e pratica.

Così, mentre nobili, papi, cardinali, vescovi, monsignori e parroci vivevano nel lusso, nell’ozio ed esercitando il gusto sadico del Potere (che compensava anche gli ultimi gradi, i più poveri, della gerarchia di comando: i semplici preti), le famiglie di Roma si trascinavano a stento nella vita quotidiana, cercando materialmente di sopravvivere alla fame, alle malattie, all’abulia. Una povertà materiale e psicologica che il Belli descrive con partecipazione, avendola provata egli stesso per gran parte della propria vita.

Intanto, mentre la veccharella prepara la sua esile frittata, i ricchi e i preti gozzovigliano. E, anzi, si mormora che il cardinal Vicario non solo mangi e beva per cento, ma si appropri perfino delle collette pubbliche, da lui indette con un trucco "scientifico" (così appare al popolino), probabilmente un "diabolico" barometro (Er cardinale caluggnato, 10 giugno 1834):
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Nun j’abbasta a l’arètico scontento
de mormorà cch’er Cardinàr Vicario
maggna otto vorte ppiú dder nescessario,
e ccirca ar beve poi bbeve pe ccento.
(…)
Anzi, arriva a l’accesso de scommette
che cco cquello strumento Su’ Eminenza
sce regola l’ingergo a le collètte.
Ché ssi er búggero suo disce: diluvia,
er Cardinale subbito dispenza
una collètta d’appetènna-impruvia.

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Versione. Non gli basta all'eretico scontento [il Demonio?] di mormorare che il Cardinal Vicario [Placido Zurla, citato dal Belli in ben 10 sonetti] mangia otto volte più del necessario, e in quanto al bere, poi, beve per cento persone. (…) Anzi, arriva al punto di scommettere che con un suo strumento [il popolino vociferava che avesse un apparecchio segreto che prevedeva la pioggia] Sua Eminenza manovri l’imbroglio delle collette. Così se l’apparecchio dice: diluvia, il Cardinale subito dispone una colletta pubblica ad petendam pluviam, [cioè per impetrare da Dio la pioggia].

(*) Le candele di sego – a meno che non fossero quelle rinomate di Spoleto, della qualità profumata – emettevano cattivo odore, cosa che non accadeva con le lampade ad olio d'oliva, fosse pure il peggiore e irrancidito (non per caso l'olio immangiabile è tutt'oggi chiamato "olio lampante" o da lampade). Era molto economico, perché un litro bastava ad illuminare una lampada per circa 200 ore, ma dava luce molto flebile, inadatta alla lettura, a differenza del petrolio. Quest'ultimo combustibile si diffuse nelle case di Roma nella seconda metà dell'Ottocento.

IMMAGINI. 1. Ecco come doveva presentarsi un tipico focolare di una casa povera o contadina del primo Ottocento, con le piccole sedie impagliate, il fiasco, la botticella, il paiolo sulla fiamma (era sospeso mediante una catena) e il tavolino. La foto, tratta da internet, è forse la ricostruzione di qualche “museo contadino”. Ma è stato più forte di noi: abbiamo dovuto correggere con del verde il tanto rosso (salsa di pomodoro!) che spiccava sulla tavola (polenta, pizza?). Gli allestitori di quella “scena” devono sapere che il pomodoro – cibo nuovo – o non c’era o era ancora poco usato dai diffidenti contadini dell’Ottocento che lo ritenevano velenoso, o quasi. Comunque, non può essere raffigurato come alimento o condimento “tipico” della nostra alimentazione prima del 1960. 2. Un vicolo della Roma sparita di Roesler Franz: via Giulio Romano. 3. La frittata cotta sul fuoco irregolare della brace.

3 commenti:

Olghina ha detto...

Uhmmm... appetitosa. E il sonetto è davvero commovente...

Silvia ha detto...

Dopo aver tanto navigato finalmente approdo in un blog che parla di Roma come piace a me...versi belliani,ricette,curiosità e tanto altro!
Complimenti,Silvia

Nico Valerio ha detto...

Silvia, grazie a te e al tuo buongusto.

 
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